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Saturday, September 22, 2018

CARRERAS A OPERA IN PIAZZA NEL RICORDO DI GIUSEPPE DI STEFANO

Posted by Rainero Schembri On luglio - 18 - 2018 Commenti disabilitati su CARRERAS A OPERA IN PIAZZA NEL RICORDO DI GIUSEPPE DI STEFANO

Foto da sinistra: Miro Solman, José Carreras e Maria Grazia Patella. Nei riquadri: Il mosaico gigante dedicato al grande tenore Giuseppe Di Stefano e la copertina del volume di presentazione della manifestazione e dell’Opera il Trovatore andato in scena a Oderzo.

 

Diceva il grande drammaturgo tedesco Bertolt Brecht: ‘Beati i popoli che non hanno bisogno di Eroi’. Potremmo aggiungere: ‘Poveri i popoli che dimenticano velocemente i grandi personaggi’. E’ il caso dell’Italia che quasi sempre stende un velo di silenzio sui suoi figli più prestigiosi. L’ultimo esempio, in ordine di tempo, riguarda Giuseppe Di Stefano, uno dei più grandi tenori (insieme a Caruso, Gigli e Pavarotti) della storia della lirica mondiale. Se non fosse stato per Opera in Piazza di Oderzo (in provincia di Treviso), sicuramente tra le più efficienti organizzazioni liriche italiane guidate da Miro Solman e Maria Grazia Patella, il decennale della morte di questo grande artista sarebbe passato completamente inosservato. Per fortuna a dare man forte a questa celebrazione ci ha pensato anche José Carreras, tenore di fama internazionale e grande amico di Di Stefano, venuto apposta dalla Spagna. Carreras si è prestato volentieri a scoprire il mosaico gigante che Opera in Piazza ha deciso di dedicare a ‘Pippo’, come comunemente veniva chiamato l’indimenticabile tenore siculo-meneghino. In quella circostanza sono stati festeggiati anche i trent’anni della Fondazione Josè Carreras per la lotta contro la leucemia.

 

Al Maestro Carreras è stato, quindi, consegnato il Premio Internazionale Giuseppe Di Stefano, su decisione di una giuria composta da Monika Curth Di Stefano (Moglie del tenore Di Stefano), Adua Veroni (prima moglie di Luciano Pavarotti), Carlo Fontana (ex Sovrintendente Teatro alla Scala di Milano), Carla Fracci (Etoile Internazionale della danza), Beppe Menegatti (Regista), Maria Chiara (Soprano) e Maria Grazia Patella (Presidente di Opera in Piazza Giuseppe Di Stefano). La celebrazione è stata, infine, completata con una splendida esecuzione di Il Trovatore di Giuseppe Verdi, una produzione fatta in collaborazione con il Teatro Nazionale di Maribor (Slovenia). Per l’occasione hanno cantato diversi artiti di fama internazionale, tra cui Renzo Zulian, Marta Torbidoni, Paolo Rumez, Irena Petkova, sotto la direzione del maestro Loris Voltolini e la regia di Filippo Tonon (vedere video sotto e l’articolo Opera in Piazza: Trovatore. http://puntocontinenti.it/?p=12839).

 

Ogni anno gli spettacoli estivi di Opera in Piazza vengono seguiti, anche dall’estero, da migliaia di appassionati della lirica, che spesso arrivano anche con gruppi organizzati. La manifestazione gode, inoltre, del patrocinio della REA (Radiotelevisioni Europee Associate) e da gruppi ad essa collegati,  come il Gruppo Turistico Culturale guidato da Yvonne Pincelli. Tutto ciò è stato reso possibile grazie alla partecipazione e al sostegno di numerose ditte del territorio, dell’Unindustria e della Camera di Commercio di Treviso, nonché dell’Amm.ne Comunale, della Regione del Veneto e di numerosi volontari.

 

Da registrare che l’ultima apparizione in pubblico del tenore Di Stefano (prima di essere stato assalito da un gruppo di criminali in Kenya, tragedia dalla quale non si è più ripreso) è avvenuta proprio a Oderzo, il 24 ottobre del 2004. Pippo era stato invitato come ospite d’onore al Palasport della città, in occasione dell’Ouverture dell’Opera La gazza ladra di Rossini e dell’esecuzione dell’Opera Pagliacci di Leoncavallo, mentre d’estate era andata in scena all’aperto la Madama Butterly di Puccini. Da quella data Opera in Piazza è diventata Opera in Piazza Giuseppe Di Stefano, rievocando ogni anno i successi e la vita del grande tenore. Non è, quindi, un caso che Maria Grazia Patella e Miro Solman siano stati quasi gli unici (se escludiamo qualche manifestazione collaterale) a ricordare probabilmente la più bella voce della storia della lirica.

 

Vedere video della REA (Premiazione di Carreras e Il Trovatore). Nella foto Carreras con Adua Veroni

 

MESSICO: LA GRANDE RIVOLUZIONE PACIFICA DI OBRADOR

Posted by Rainero Schembri On luglio - 5 - 2018 Commenti disabilitati su MESSICO: LA GRANDE RIVOLUZIONE PACIFICA DI OBRADOR

 

Foto: Nei riquadri: Rosalia Martinez e il Presidente Andres Manuel Lopez Obrador

 

Il Messico ha appena eletto un nuovo Presidente: Andres Manuel Lopez Obrador che sostituisce Enrique Pena Nieto. Ma chi è questo nuovo Presidente, pressoché sconosciuto in Italia e in Europa? Lo abbiamo chiesto a Rosalia Martinez, Presidente della Pyme (Associazione di piccole medie imprese messicane) e Responsabile del Centro Stampa Sociale, con sedi a Città del Messico e nel Chiapas, collegato dalla REA (Radiotelevisioni Europee Associate). Ecco cosa ci ha riferito.

 

Il Presidente Obrador ha iniziato la sua carriera politica nel 1976 come membro del Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI) nel sud-est del Messico, stato di Tabasco che successivamente gli ha voltato le spalle perché si è rifiutato di entrare nella sua cerchia di corruzione. Nel 1989 è entrato a far parte del Partito della Rivoluzione Democratica (PRD) che lo ha lanciato come candidato alla carica di Governatore nel 1994, trasformandolo in un leader nazionale oltre che sindaco della Capitale Città del Messico nel 2000.

 

In Europa alcuni lo descrivono come un populista. Cosa c’è di vero? 

Lo hanno sempre descritto come populista e nazionalista perché sorveglia sugli interessi della gente, in particolare su quelli meno avvantaggiati, oltre ad aver denunciato e combattuto la corruzione. Per gli eccellenti risultati raggiunti in favore delle persone della terza età, i disabili, le ragazze madri e i bambini poveri, Obrador negli ultimi anni è stato il politico più amato della popolazione ma anche il più odiato dall’aristocrazia politica, da molti definiti i mafiosi del potere. Nel luglio del 2006 si era presentato una prima volta come candidato alle elezioni. In quella circostanza non ha vinto per una manciata di voti. Nel 2012 si è ripresentato in coalizione con altri partiti e solo gravissimi imbrogli hanno impedito la sua vittoria.

 

Entrato in contrasto con alcuni dirigenti del partito, Obrador è uscito dal PRD per fondare il Movimento – Partito Morena (Rigenerazione Nazionale). Il suo prestigio è cresciuto velocemente tanto da portarlo alla recente vittoria con oltre il 53% dei voti: il secondo più votato è stato Ricardo Anaya con il 22,5% (il candidato del partito di governo PRI si è collocato al terzo posto con solo il 16% dei voti). Da registrare che per la prima volta un candidato alla presidenza, Ricardo Anaya, si è presentato in coalizione con un partito di sinistra e con uno di destra (PAN e Movimento cittadino).  Si è trattato di un’alleanza strategica nata al solo scopo di sconfiggere Lopez Obrador: ebbene, insieme i due partiti hanno avuto meno della metà dei voti di Obrador che, più veniva attaccato (anche dai grandi industriali), più aumentava il suo consenso presso la gente. A questo punto possiamo dire che il trionfo di Lopez Obrador è stato travolgente alimentando grande speranze per i prossimi sei anni del suo mandato (dal 1 dicembre 2018 al 1 Dicembre 2024).

 

Possiamo approfondire l’aspetto della sua clamorosa uscita dal Partito e la conseguente creazione di un nuovo movimento politico.

 

Quando per lui si sono chiuse le porte del suo partito Obrador ha deciso di organizzare una nuova formazione politica. Per molti commentatori politici si trattava di un vero salto nel buio. Ma il Presidente è un uomo tenace che non prende neanche in considerazione la possibilità di fallire. In quel periodo la sinistra era divisa ma il popolo era con lui. Lui ha scommesso il tutto per tutto perché non aveva niente da perdere: e così con niente ha vinto tutto. López Obrador è un uomo di speranza e di fede ma soprattutto di visione. Non solo ha progettato il suo trionfo, ma ha visto, giudicato e dato vita a ciò che il PRI in 80 anni ha fatto finta di non vedere: la corruzione. E’ andato oltre.

 

Diciamoci francamente: negli ultimi dodici anni i due partiti PRI (Centro-destra-sinistra) e PAN (estrema destra) hanno fatto tutto il possibile e l’impossibile per cancellare la presenza politica di Obrador. Per 12 anni hanno blindato la Presidenza, facendo in modo che pochi ancora credessero in un futuro. Oggi ha vinto la presidenza del Messico. Obrador ha fatto tutto da solo e contro tanti nemici. Lui non è un prodotto della politica o delle cricche di amici, né in quella dei lussi o dei lignaggi. Non è il figlio di antiche e potenti famiglie del centro o del nord del Paese, ma di una umile famiglia di periferia, o meglio, della periferia della periferia. Si è fatto da solo velocemente. E dato che nessun altro candidato ha attraversato il paese da un capo all’altro con modestia e umiltà, per anni ha viaggiato in autobus per farsi conoscere nei villaggi più remoti con pochi sostenitori. Oggi riempie le più importanti piazze delle più grandi città, riscuotendo un tifo da stadio come se il Messico giocasse la finale della coppa del mondo.

 

Ora però si trova davanti alla sua sfida più grande: Governare. Sarà capace di sconfiggere i suoi tanti nemici? 

 

Penso proprio di sì. Del resto, come si dice in Italia, lui si è fatto le ossa nella battaglia politica, dove i limiti del possibile sono infranti, dove l’accettabile viene messo in discussione. La sua unicità è rilevante. Possiamo dire che all’orizzonte messicano sta emergendo una leadership radicalmente diversa, allo stesso tempo autentica e indomabile, profonda e sfrenata. Obrador sarà il primo leader sociale a occupare la presidenza del Messico. Parliamo di un uomo d’istinto, percettivo, audace, fantasioso, misteriosamente eloquente, che provoca un’enorme consenso da parte della popolazione e grandi timori da parte dei suoi avversari. Alcuni lo hanno definito il politico più strano ma anche più talentuoso nato in Messico nel secolo scorso.

 

Eppure, López Obrador ha denunciato soprattutto l’ovvio, quel cancro che pervade il Messico e che molti politici, dal PRI al PAN hanno fatto finta di non conoscere. La corruzione è presente in tutti gli uffici, in tutti i comuni e Stati del Paese. Solo Lopez Obrador ha avuto il coraggio di puntare contro l’oligarchia artefice di tante ingiustizia. Lui ha interpretato lo spirito anti-elitario dei cittadini del Messico e del mondo. La sua ascesa non è dovuta, comunque, solo alla sua capacità di rivolgersi alla sua gente, al suo carisma, alla sua strategia politica: il popolo ha voluto anche punire l’arroganza e gli abusi del PRI al potere. Obrador ha messo in luce: la sfacciata corruzione del partito che ha governato per quasi 80 anni; la mancanza di opportunità per milioni di persone; le atrocità che la corruzione ha causato ai cittadini; l’importanza delle piccole e medie imprese, della campagna, dell’industria, delle esportazioni, dell’ambiente e della competitività generale del paese. Un certo modo di gestire la politica ha determinato in passato uno stato sociale molto precario e sempre in vendita al miglior offerente nazionale o estero: parliamo della terra, dei mari, delle foreste, delle miniere, dello spazio aereo e di recente anche dell’acqua. Senza parlare, poi, dello sfruttamento della manodopera intensiva al costo orario di 2,90 euro per una giornata lavorativa di otto ore: una cosa che non accade nemmeno in Cina.

 

Probabilmente in futuro avrà ancora molti più nemici in patria e all’estero.

 

Può essere. Fino ad ora, comunque, più sono aumentati i nemici più lui si è rafforzato. Il suo pragmatismo gli impedisce di fare scelte pericolosamente radicali. Non a caso è stato eletto negli anni passati come secondo miglior sindaco del mondo, superando i sindaci di Parigi, New York e Berlino. Nel governare Città del Messico è stato efficace e disciplinato. Per anni è stato accusato di essere un grande pericolo per il Messico. Ma il vero pericolo per il Paese era continuare sulla scia del precedente governo che si è distinto per dodici anni di violenze, uccisioni e corruzione. Uno degli slogan di Obrador recita: “Né con Maduro né con Donald Trump. Saremo rispettosi dei governi esteri, ma chiediamo rispetto per il Messico e per i messicani che vivono negli Stati Uniti”.

 

PROGRAMMA SOCIALE

Riportiamo di seguito una sintesi del programma politico del nuovo Presidente

  • Equa distribuzione del bilancio nazionale per generare nuovi posti di lavoro, per riattivare l’economia e per garantire il benessere minimo alla maggioranza dei messicani, senza dover ricorrere ad altre fonti di finanziamento.
  • Monitorare che i poco più di 3,5 miliardi di pesos del bilancio pubblico siano gestiti con onestà e trasparenza
  • Governare per tutti, ascoltando tutti ma con una particolare attenzione ai poveri.
  • Cambiare radicalmente il modo di fare politica, riattivando le attività produttive e stimolando la creazione di lavoro e opportunità di studio per i giovani.
  • Incrementare le risorse alimentari per tutti gli anziani del paese, a partire dall’età di 68 anni, ma questa età verrà ridotta a 65 anni, nei casi in cui gli anziani vivano nelle zone rurali.
  • Concessione a tutti gli anziani di una pensione sociale (è stato il primo governatore a varare un programma pensionistico in Messico)
  • Sostenere la parità di genere e maggiori opportunità per le donne
  • Rispettare i diritti sessuali della persona
  • Sostenere l’agricoltura con l’obiettivo di raggiungere l’autosufficienza alimentare e promuovere il consumo di ciò viene prodotto in Messico. Sostenere la piccole e medie imprese che complessivamente generano più del 90% dei posti di lavoro a livello nazionale.
  • Creare nuove opportunità occupazionali e professionali capaci di rafforzare la forza produttiva nei luoghi di origine, contrastando l’emigrazione negli Stati Uniti d’America e la fuga di cervelli all’estero, attraverso la creazione di nuovo opportunità in Messico.
  • Valutare attentamente tutti i decreti, autorizzazioni e offerte pubbliche fatte dal governo precedente. Verrà rimosso solo ciò che contrasta gli interessi nazionali
  • Concessione di borse di studio alle madri single, alle persone con disabilità e agli studenti che frequentano le scuole superiori.
  • Severa lotta alla corruzione, alle ingiustizie, all’oppressioni e ai privilegi
  • Maggiore impegno pubblico per la maggioranza della popolazione, soprattutto per i più poveri.
  • Seguire attentamente la grave e delicata questione dei 43 studenti scomparsi ad Ayotzinapa
  • Difesa della sovranità e degli interessi del Messico e dei messicani che vivono negli Stati Uniti.
  • Rispetto della Costituzione in materia di sovranità e non intervento negli affari interni di altri paesi.

 

Tel  +52 (55)  5395 6231
Cel +52-1 (55) 3016 4592

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INFORMAZIONE E STATO SOCIALE: L’IMPEGNO REA NEL 2017

SPOT REA SULLO STATO

 

MESSICO: LA GRANDE RIVOLUZIONE PACIFICA DI OBRADOR

Posted by Rainero Schembri On giugno - 30 - 2018 Commenti disabilitati su MESSICO: LA GRANDE RIVOLUZIONE PACIFICA DI OBRADOR

Foto: Nei riquadro: Rosalia Martinez e il Presidente Andres Manuel Lopez Obrador

 

Il Messico ha appena eletto un nuovo Presidente: Andres Manuel Lopez Obrador che sostituisce Enrique Pena Nieto. Ma chi è questo nuovo Presidente, pressoché sconosciuto in Italia e in Europa? Lo abbiamo chiesto a Rosalia Martinez, Presidente della Pyme (Associazione di piccole medie imprese messicane) e Responsabile del Centro Stampa Sociale, con sedi a Città del Messico e nel Chiapas, collegato dalla REA (Radiotelevisioni Europee Associate). Ecco cosa ci ha riferito.

 

Il Presidente Obrador ha iniziato la sua carriera politica nel 1976 come membro del Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI) nel sud-est del Messico, stato di Tabasco che successivamente gli ha voltato le spalle perché si è rifiutato di entrare nella sua cerchia di corruzione. Nel 1989 è entrato a far parte del Partito della Rivoluzione Democratica (PRD) che lo ha lanciato come candidato alla carica di Governatore nel 1994, trasformandolo in un leader nazionale oltre che sindaco della Capitale Città del Messico nel 2000.

 

In Europa alcuni lo descrivono come un populista. Cosa c’è di vero? 

Lo hanno sempre descritto come populista e nazionalista perché sorveglia sugli interessi della gente, in particolare su quelli meno avvantaggiati, oltre ad aver denunciato e combattuto la corruzione. Per gli eccellenti risultati raggiunti in favore delle persone della terza età, i disabili, le ragazze madri e i bambini poveri, Obrador negli ultimi anni è stato il politico più amato della popolazione ma anche il più odiato dall’aristocrazia politica, da molti definiti i mafiosi del potere. Nel luglio del 2006 si era presentato una prima volta come candidato alle elezioni. In quella circostanza non ha vinto per una manciata di voti. Nel 2012 si è ripresentato in coalizione con altri partiti e solo gravissimi imbrogli hanno impedito la sua vittoria.

 

Entrato in contrasto con alcuni dirigenti del partito, Obrador è uscito dal PRD per fondare il Movimento – Partito Morena (Rigenerazione Nazionale). Il suo prestigio è cresciuto velocemente tanto da portarlo alla recente vittoria con oltre il 53% dei voti: il secondo più votato è stato Ricardo Anaya con il 22,5%.  Da notare che il candidato del partito di governo PRI si è collocato al terzo posto con solo il 16% dei voti. Da registrare, poi, un fatto curioso: per la prima volta nella storia del Messico un candidato alla presidenza si è presentato in coalizione sia con un partito di sinistra (PRD) che con uno di destra (Movimento dei cittadini). Il trionfo di Lopez Obrador è stato travolgente alimentando grande speranze per i prossimi sei anni del suo mandato (2008 – 2014).

 

Possiamo approfondire l’aspetto della sua clamorosa uscita dal Partito e la conseguente creazione di un nuovo movimento politico.

 

Quando per lui si sono chiuse le porte del suo partito Obrador ha deciso di organizzare una nuova formazione politica. Per molti commentatori politici si trattava di un vero salto nel buio. Ma il Presidente è un uomo tenace che non prende neanche in considerazione la possibilità di fallire. In quel periodo la sinistra era divisa ma il popolo era con lui. Lui ha scommesso il tutto per tutto perché non aveva niente da perdere: e così con niente ha vinto tutto. López Obrador è un uomo di speranza e di fede ma soprattutto di visione. Non solo ha progettato il suo trionfo, ma ha visto, giudicato e dato vita a ciò che il PRI in 80 anni ha fatto finta di non vedere: la corruzione. E’ andato oltre.

 

Diciamoci francamente: negli ultimi dodici anni i due partiti PRI (Centro-destra-sinistra) e PAN (estrema destra) hanno fatto tutto il possibile e l’impossibile per sparire dalla scena politica. Per 12 anni hanno blindato la Presidenza, facendo in modo che pochi ancora credessero in un futuro. Oggi ha vinto la presidenza del Messico. Obrador ha fatto tutto da solo e contro tanti nemici. Lui non è un prodotto della  politica o delle cricche di amici, né in quella dei lussi o dei lignaggi. Non è il figlio di antiche e potenti famiglie del centro o del nord del Paese, ma di una umile famiglia di periferia, o meglio, della periferia della periferia. Si è fatto da solo velocemente. E dato che nessun altro candidato ha attraversato il paese da un capo all’altro con modestia e umiltà, per anni ha viaggiato in autobus per farsi conoscere nei villaggi più remoti con pochi sostenitori. Oggi riempie le più importanti piazze delle più grandi città, riscuotendo un tifo da stadio come se il Messico giocasse la finale della coppa del mondo.

 

Ora però si trova davanti alla sua sfida più grande: Governare. Sarà capace di sconfiggere i suoi tanti nemici? 

 

Penso proprio di sì. Del resto, come si dice in Italia, lui si è fatto le ossa nella battaglia politica, dove i limiti del possibile sono infranti, dove l’accettabile viene messo in discussione. La sua unicità è rilevante. Possiamo dire che all’orizzonte messicano sta emergendo una leadership radicalmente diversa, allo stesso tempo autentica e indomabile, profonda e sfrenata. Obrador sarà il primo leader sociale a occupare la presidenza del Messico. Parliamo di un uomo d’istinto, percettivo, audace, fantasioso, misteriosamente eloquente, che provoca un’enorme consenso da parte della popolazione e grandi timori da parte dei suoi avversari. Alcuni lo hanno definito il politico più strano ma anche più talentuoso nato in Messico nel secolo scorso.

 

Eppure, López Obrador ha denunciato soprattutto l’ovvio, quel cancro che pervade il Messico e che molti politici, dal PRI al PAN hanno fatto finta di non conoscere. La corruzione è presente in tutti gli uffici, in tutti i comuni e Stati del Paese. Solo Lopez Obrador ha avuto il coraggio di puntare contro l’oligarchia artefice di tante ingiustizia. Lui ha interpretato lo spirito anti-elitario dei cittadini del Messico e del mondo. La sua ascesa non è dovuta, comunque, solo alla sua capacità di rivolgersi alla sua gente, al suo carisma, alla sua strategia politica: il popolo ha voluto anche punire l’arroganza e gli abusi del PRI al potere. Obrador ha messo in luce: la sfacciata corruzione del partito che ha governato per quasi 80 anni; la mancanza di opportunità per milioni di persone; le atrocità che la corruzione ha causato ai cittadini; l’importanza delle piccole e medie imprese, della campagna, dell’industria, delle esportazioni, dell’ambiente e della competitività generale del paese. Un certo modo di gestire la politica ha determinato in passato uno stato sociale molto precario e sempre in vendita al miglior offerente nazionale o estero: parliamo della terra, dei mari, delle foreste, delle miniere, dello spazio aereo e di recente anche dell’acqua. Senza parlare, poi, dello sfruttamento della manodopera intensiva al costo orario di 2,90 euro per una giornata lavorativa di otto ore: una cosa che non accade nemmeno in Cina.

 

Probabilmente in futuro avrà ancora molti più nemici in patria e all’estero.

 

Può essere. Fino ad ora, comunque, più sono aumentati i nemici più lui si è rafforzato. Il suo pragmatismo gli impedisce di fare scelte pericolosamente radicali. Non a caso è stato eletto negli anni passati come secondo miglior sindaco del mondo, superando i sindaci di Parigi, New York e Berlino. Nel governare Città del Messico è stato efficace e disciplinato. Per anni è stato accusato di essere un grande pericolo per il Messico. Ma il vero pericolo per il Paese era continuare sulla scia del precedente governo che si è distinto per dodici anni di violenze, uccisioni e corruzione. Uno degli slogan di Obrador recita: “Né con Maduro né con Donald Trump. Saremo rispettosi dei governi esteri, ma chiediamo rispetto per il Messico e per i messicani che vivono negli Stati Uniti”.

 

PROGRAMMA SOCIALE

Riportiamo di seguito una sintesi del programma politico del nuovo Presidente

  • Equa distribuzione del bilancio nazionale per generare nuovi posti di lavoro, per riattivare l’economia e per garantire il benessere minimo alla maggioranza dei messicani, senza dover ricorrere ad altre fonti di finanziamento.
  • Monitorare che i poco più di 3,5 miliardi di pesos del bilancio pubblico siano gestiti con onestà e trasparenza
  • Governare per tutti, ascoltando tutti ma con una particolare attenzione ai poveri.
  • Cambiare radicalmente il modo di fare politica, riattivando le attività produttive e stimolando la creazione di lavoro e opportunità di studio per i giovani.
  • Incrementare le risorse alimentari per tutti gli anziani del paese, a partire dall’età di 68 anni, ma questa età verrà ridotta a 65 anni, nei casi in cui gli anziani vivano nelle zone rurali.
  • Concessione a tutti gli anziani di una pensione sociale (è stato il primo governatore a varare un programma pensionistico in Messico)
  • Sostenere la parità di genere e maggiori opportunità per le donne
  • Rispettare i diritti sessuali della persona
  • Sostenere l’agricoltura con l’obiettivo di raggiungere l’autosufficienza alimentare e promuovere il consumo di ciò viene prodotto in Messico. Sostenere la piccole e medie imprese che complessivamente generano più del 90% dei posti di lavoro a livello nazionale.
  • Creare nuove opportunità occupazionali e professionali capaci di rafforzare la forza produttiva nei luoghi di origine, contrastando l’emigrazione negli Stati Uniti d’America e la fuga di cervelli all’estero, attraverso la creazione di nuovo opportunità in Messico.
  • Valutare attentamente tutti i decreti, autorizzazioni e offerte pubbliche fatte dal governo precedente. Verrà rimosso solo ciò che contrasta gli interessi nazionali
  • Concessione di borse di studio alle madri single, alle persone con disabilità e agli studenti che frequentano le scuole superiori.
  • Severa lotta alla corruzione, alle ingiustizie, all’oppressioni e ai privilegi
  • Maggiore impegno pubblico per la maggioranza della popolazione, soprattutto per i più poveri.
  • Seguire attentamente la grave e delicata questione dei 43 studenti scomparsi ad Ayotzinapa
  • Difesa della sovranità e degli interessi del Messico e dei messicani che vivono negli Stati Uniti.
  • Rispetto della Costituzione in materia di sovranità e non intervento negli affari interni di altri paesi.

 

 

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INDAGINE REA SULL’IMPEGNO SOCIALE DEI PARLAMENTARI

Posted by Rainero Schembri On aprile - 26 - 2018 Commenti disabilitati su INDAGINE REA SULL’IMPEGNO SOCIALE DEI PARLAMENTARI

Foto: Il Presidente della REA Antonio Diomede mentre viene intervistato davanti a Montecitorio dal giornalista Stefano Zago di TeleAmbiente. 

 

L’esempio americano. Una delle cose che sorprende quando si va negli Stati Uniti è sentir dire da un qualsiasi comune cittadino: “Se ho qualcosa di cui lamentarmi alzo il telefono e chiamo il mio Senatore”. Comportamento del tutto inimmaginabile in Italia. Quante sono, infatti, le persone che da noi seguono o si interessano di quello che fanno i Deputati o i Senatori ai quali hanno accordato la loro preferenza? Ebbene, in un momento in cui in molti Paesi la democrazia rischia di entrare in corto circuito a causa dell’incapacità dei partiti di mettersi d’accordo, seguire e valorizzare il ruolo del singolo rappresentante del popolo (e non solo dei capi partito) può risultare di estrema utilità.

Superamento delle contrapposizioni partitiche. Si tratta di individuare in Parlamento chi è disponibile a sostenere una giusta causa sociale a prescindere da chi l’abbia proposta. Soprattutto in materia di diritti sociali. Diritti che spesso richiedono ampi consensi trasversali, sia nel Paese che in Parlamento, coinvolgendo parlamentari magari di schieramenti opposti ma ugualmente interessati a far prevalere un interesse generale. Questa scelta rappresenta, è bene precisarlo subito, il modo veramente corretto di interpretare il cosiddetto dettame costituzionale che prevede l’esercizio dell’attività parlamentare senza alcun vincolo di mandato. Quindi non ha niente a che vedere con i noti ‘cambi di casacca’, attuati spesso per opportunismi e convenienze personali e non per convinzioni più nobili. Nel nostro caso il parlamentare aderisce a un’idea, a un progetto, che personalmente ritiene giusto, indipendentemente da chi l’ha formulata.

Compito della stampa. Sia nel bene che nel male, valorizzare senza pregiudizi politici comportamenti e attività dei singoli parlamentari, soprattutto quelli meno noti, è un compito fondamentale che ogni organo d’informazione dovrebbe esercitare in nome della tutela democratica del Paese. L’autentica difesa democratica non può, infatti, limitarsi a informare sulle grandi scelte nazionali ma deve anche verificare come queste grandi scelte possano poi trovare una concreta applicazione sul territorio. E su questo piano il ruolo dei singoli parlamentari è determinante.

La REA (Radiotelevisioni Europee Associate) come è noto da diverso tempo sta promuovendo attraverso i suoi servizi giornalistici, libri e raccolte di opinioni, una grande riforma sociale. Da qui il suo impegno a informare, sia a livello nazionale che locale, l’opinione e le posizioni dei singoli parlamentari nei riguardi del progetto di costituzione di un nuovo ed efficiente Stato Sociale: obiettivo che fondamentalmente coinvolge tutti i cittadini e sul quale nessuno dovrebbe aspirare a metterci semplicemente il cappello.

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Vedere lo Spot REA sullo Stato Sociale

L’ARRESTO DI LULA? INEVITABILE. PAROLA DI ALBERTO AGGIO

Posted by Rainero Schembri On aprile - 8 - 2018 Commenti disabilitati su L’ARRESTO DI LULA? INEVITABILE. PAROLA DI ALBERTO AGGIO

Foto: a sinistra Alberto Aggio. A destra l’ex Presidente Lula. 

 

Non solo in Brasile ma in tutto il mondo ha destato profonda impressione l’arresto in Brasile di Luiz Inácio Lula da Silva, meglio conosciuto con il soprannome di Lula. Trentacinquesimo Capo di Stato di questo gigante dell’America Latina (dal 2003 al 2011), Lula vanta origini umilissime: è stato operaio metalmeccanico e sindacalista, ma soprattutto un’icona della sinistra mondiale, avendo raggiunto importanti risultati sul piano della lotta alla fame, della mancanza d’istruzione, della sanità pubblica, delle disuguaglianze sociali. Ora è stato accusato e condannato a 12 anni e un mese per corruzione e spedito in una cella di 15 metri quadrati. Insieme a lui si trova sotto accusa gran parte del mondo politico brasiliano che ha Governato il Paese negli ultimi 15 anni, tra cui anche Dilma Rousseff che è succeduta a Lula e che è stata costretta alle dimissioni. Insieme a loro si trovano sul banco degli imputati moltissimi membri del PT, lo storico Partito dei Lavoratori. Senza retorica possiamo dire che oggi mezzo Brasile festeggia, l’altra metà è in lacrime. Ma sentiamo il parere su questa intricata vicenda di Alberto Aggio, Professore di Storia Contemporanea nello Stato di San Paolo del Brasile e autore di diversi libri (alcuni anche su Gramsci), nonché uno dei più importanti collaboratori del prestigioso giornale ‘O Estado de Sao Paolo’. 

 

Professore, cosa ci può dire in merito all’arresto dell’ex Presidente Lula?

 

L’arresto rappresenta il normale percorso di un Paese che vuole preservare la giustizia, che vuole vedere il Brasile come un Paese repubblicano in cui la legge è uguale per tutti. Ovviamente questo è un caso molto speciale. Per la prima volta nella storia un ex Presidente viene processato, condannato e imprigionato per un crimine comune. Lula non è un prigioniero politico. Questa è una narrazione che non regge. Ha utilizzato, quando era Presidente, i beni di tutti i brasiliani a proprio vantaggio. E questo processo, per il quale è stato condannato, è solo uno dei processi: ci sono diversi altri capi d’accusa contro l’ex Presidente.

 

Molti, però, sollevano il dubbio che l’arresto di Lula sia finalizzato essenzialmente a impedire che lui possa partecipare ed eventualmente vincere le prossime elezioni presidenziali in calendario a ottobre di quest’anno. Lei che ne pensa?

 

In effetti, c’è questa coincidenza. Lula risulta in vantaggio nei sondaggi. Ma il punto è che le azioni legali contro di lui riguardano crimini comuni. Non sarebbe possibile per il sistema giudiziario brasiliano non dare corso alle denunce, che non sono poche e soprattutto sono gravissime. I vari processi a suo carico non riguardano reati politici ma reati comuni, che necessariamente debbono essere perseguitati. Noi li chiamiamo crimini dei “colletti bianchi”. Lula attualmente è solo un ex operaio e un ex leader sindacale milionario. Il suo coinvolgimento negli appalti e in altri settori economici è stato provato ed è stato abbastanza dannoso per il Paese.

 

A Lula non verrà impedito di partecipare alle elezioni a causa del suo arresto ma a causa della mancanza di una fedina penale pulita, esigenza che il suo stesso partito PT ha contribuito a far approvare in Parlamento. Questa norma impedisce di candidarsi a tutti coloro che sono stati condannati in appello. Lula e il PT sanno molto bene che è così ma cercano di politicizzare i processi nel tentativo di recuperare il consenso perso tra la gente dopo l’impeachment (della Presidente Rousseff, N.d.R.) e le elezioni comunali del 2016, quando hanno perso più della metà delle città che governavano.

 

Se la popolarità di Lula è talmente vasta vuol dire che buona parte della popolazione brasiliana giudica positivamente i suoi due Governi, soprattutto sul piano sociale. Il suo arresto non potrebbe creare dei seri problemi? 

 

La popolarità di Lula è indiscutibile. Tuttavia lui non ha la maggioranza assoluta. Il suo consenso s’aggira tra il 20 e il 30%. Si tratta di una forza importante soprattutto in considerazione del frazionamento del quadro politico in una misura mai registrata prima. Lula è certamente un mito politico. Ingloba l’idea dell’eroe dei poveri, una specie di Robin Hood, per essendo stato un grande amico dei ricchi. Negli ultimi anni si è addirittura trasformato in una specie di lobbista della Oldebrecht (una delle più grandi multinazionali brasiliane, n.d.r.). L’altro giorno si è paragonato a Gesù Cristo dicendo alla gente ‘Io vivo in te’ . Si tratta di una nuova strategia per la campagna ‘Lula Libero’: una visione elitaria, tipica dei cosiddetti discorsi populisti.

 

Non teme che andando in prigione alla fine Lula diventi ancora più forte, diventi una vittima e una leggenda brasiliana e internazionale? 

 

Lula è già un mito. E come per ogni mito se non vogliamo restare soggiogati, dobbiamo essere critici, pensare e rimanere in grado di analizzarlo. Non penso che Lula finisca per rafforzarsi a seguito del suo arresto. Al contrario.  Ciò che è emerso con il suo arresto è che Lula è ormai politicamente isolato all’interno di una sinistra anacronistica, che fa un discorso anacronistico, incapace di affrontare il mondo attuale. Oggi Lula fa un discorso di stampo bolivariano (il professore si riferisce all’ideologia portata avanti in Venezuela dal deceduto Presidente Ugo Chávez, N.d.R.) con ricordi nostalgici dell’era del sindacalismo di quasi 40 anni fa, senza più alcuna seria proiezione orientata verso il futuro. E peggio, senza riconoscere che il suo secondo governo e i due successivi governi di Dilma Rousseff hanno portato la nazione verso la più grande crisi economica della sua storia, con una disoccupazione record e una crescente polarizzazione politica mai vista prima nel Paese. Credo che ormai sia un bene per il Brasile superare il mito Lula e il suo periodo, in modo da potersi reintegrare nel mondo, fare le necessarie riforme e guardare avanti. Lula ancora dispone di una certa forza ma ormai rappresenta il passato.

NOTA: Vedere il video con Alberto Aggio

 

VITO BRUSCHINI RACCONTA IL SEQUESTRO DI PAUL GETTY III

Posted by Rainero Schembri On dicembre - 13 - 2017 Commenti disabilitati su VITO BRUSCHINI RACCONTA IL SEQUESTRO DI PAUL GETTY III

Foto: Vito Bruschini a Piazza Navona (riquadro: copertina del suo ultimo libro)

Questa volta Vito Bruschini con il suo libro Rapimento e Riscatto ha compiuto una vera impresa: rendere appassionante una storia condita da tantissima mediocrità. Non ci sono eroi positivi. Tutti i personaggi brillano per nullità. A cominciare dal protagonista, il sequestrato Paul Getti III: chi lo ha conosciuto per davvero lo descrive come un moccioso e arrogante ragazzetto, che si divertiva a fare il povero per scroccare pranzi e cene o a dormire nelle case degli altri a sbaffo.

Poi c’è Paul Getty II, il padre, che buon padre non era, nemmeno buon marito, e ancor meno buon figlio. E così arriviamo al nonno, l’uomo più ricco del mondo indisponibile a pagare un solo penny per riscattare il nipote. La sua morale era: “Se pago per uno metto a repentaglio tutti i familiari”. Una morale che probabilmente non si basava tanto sulla preoccupazione di tutelare i propri congiunti quanto sul pericolo di depauperare eccessivamente il suo immenso patrimonio.

Che dire a questo punto dei rapitori? Che non fossero educati a Oxford lo si può facilmente immaginare. La descrizione che Bruschini fa dei vari personaggi è strabiliante: si passa da un film di Totò al Padrino di Francis Coppola per finire con un James Bond all’americana: parliamo del grande investigatore ingaggiato dal nonno negli USA (a due mila dollari al giorno) per scoprire se si  trattava veramente di un rapimento o solo di una burla del nipote. Un dubbio che neanche l’orecchio della vittima spedita per posta dai carcerieri é riuscito a scalfire nella mente del nonno. “Non pago un penny”.

Per la verità un eroe in questa squallida storia c’è. Anzi un’eroina. La mamma. Questo è l’unico personaggio con il quale il lettore può identificarsi. Nel descrivere le sofferenze di questa madre, le sue lunghe attese davanti al telefono, il continuo arrivare di notizie incoraggianti alternate a drammatiche docce fredde, la sua ferrea determinazione a non mollare, rappresentano sicuramente uno dei passaggi più coinvolgenti del libro.

Per i più anziani, poi, il lavoro di Bruschini ha comunque il pregio di far rivivere un momento particolare della nostra storia. Gli anni degli hippies, dei figli dei fiori, di una gioventù che si concentrava nel centro di Roma (soprattutto a Piazza Navona e a Piazza Farnese) per fare la rivoluzione sociale, sessuale e anti autoritaria.  Allora molti schifavano i soldi. Poi sono cambiati. Anche la fidanzata del rapito pare che abbia accettato volentieri un milione di dollari per abbandonare il suo ‘amore’ .

C’è comunque un punto che deve far riflettere a tutti. Parliamo della fine di questa tragica vicenda. Dei nove imputati solo due gregari sono stati condannati. Nel frattempo i mandanti con i soldi del sequestro hanno potuto comprare un ingente quantitativo di droga proveniente dalla Turchia e quindi consentire alla ndrangheta calabrese di diventare una delle più potenti organizzazioni criminali del mondo. Un vero schifo anche se ‘degno finale’ del sequestro più incredibile della storia.

 

Rapimento e Riscatto

Vito Bruschini

Newton Compton Editori

Pag. 312

Euro 10.

 


La REA si batte per un nuovo Stato Sociale

 

SALVATAGGIO DI RADIO E TV? PER LA REA SIAMO ALL’ULTIMO ATTO

Posted by Rainero Schembri On novembre - 29 - 2017 Commenti disabilitati su SALVATAGGIO DI RADIO E TV? PER LA REA SIAMO ALL’ULTIMO ATTO

Foto: Antonio Diomede intervistato davanti a Montecitorio in occasione di una recente manifestazione organizzata dalle radio e televisioni locali.  

Sta per compiersi da parte della REA (Radiotelevisioni Europee Associate) l’ultimo tentativo per evitare la chiusura di poco meno di 400 emittenti locali a causa del DPR numero 146 del 23 agosto 2017. In estrema sintesi, questo decreto stabilisce che, a seconda del numero di abitanti del territorio per cui è stata presentata la domanda, le televisioni debbano avere da 8 a 14 dipendenti, da due a quattro giornalisti per poter beneficiare dei contributi pubblici (130 milioni di euro complessivi). Per quanto riguarda le radio, dei due dipendenti in organico almeno uno deve essere un giornalista a tempo pieno.

Conseguenza: la grande ventata di innovazione e libertà avviata verso la fine degli anni settanta con la nascita delle radio e televisioni locali rischia di svanire completamente fra qualche mese. Infatti, la maggior parte delle radio e televisioni private saranno costrette a chiudere mandando a casa migliaia di lavoratori. La ragione è semplice: la piccola e media emittenza televisiva locale, stante la crisi economica e il conseguente mercato della pubblicità, non può in alcun modo permettersi un simile onere occupazionale.

La legge mi sembra eccessiva”, ha dichiarato uno che di televisione s’intende, parliamo di Pippo Baudo, “perché dare un peso di quattordici persone a una piccola televisione significa caricarla di spese enormi che non vengono ovviamente coperte nel rapporto con il territorio mentre l’importanza delle televisioni e radio locali è notevole perché allineano il territorio ai problemi locali. C’è un rapporto di fidelizzazione del pubblico con le emittenti locali molto forte. Ovviamente con quattro giornalisti professionisti e altri dieci tecnici non ci si fa. È come dichiarare la morte.  Mi dispiace”.

L’ultima carta che la REA sta giocando in questi giorni è quella di attivare alcuni emendamenti al Disegno di Legge di Bilancio in grado di dare un minimo di ossigeno a un comparto che rischia di scomparire. Ecco le principali:

  1. Associazione di scopo. Occorre consentire la nascita di Associazioni di scopo temporanea in modo da raggiungere il duplice obiettivo: 1) assicurare l’occupazione attuale senza creare lo spettro della disoccupazione per la chiusura di centinaia di emittenti; 2) creare i presupposti di un incremento dell’occupazione nel settore, attraverso una sana competizione tra le emittenti per superare la soglia minima degli occupati in modo da acquisire alti punteggi nelle graduatorie per beneficiare di un maggiore contributo.
  2. Facoltà per le radio di assumere un giornalista. Al fine di evitare che le radio siano costrette per motivi economici di licenziare uno dei due lavoratori in organico (come previsto dalla legge) per sostituirlo con un giornalista (compiendo, tra l’altro, un’azione antisindacale), l’emendamento proposto prevede di cancellare tale obbligo lasciando alle emittenti la discrezionalità di assumere un giornalista. Da registrare che la quasi totalità delle emittenti radiofoniche si avvale dei servizi giornalistici confezionati dalle agenzie in abbonamento che perderebbero il loro lavoro.  
  3. No alla legittimazione dell’Auditel. Il Regolamento assegna all’Auditel la possibilità di incidere per il 30% sul punteggio di assegnazione dei contributi. Un’assurdità considerato che l’Auditel è una società privata partecipata dalle Reti nazionali Mediaset, la 7 e RAI, cioè, dalle dirette concorrenti delle locali. Tanto più che le Tv locali iscritte ad Auditel si contano sulle dita di una mano.
  4. Una più equa spartizione dei contributi. L’attuale Regolamento prevede di assegnare il 95% dei contributi alle prime 100 emittenti e solo il 5% alle restanti. In altri termini, per altre 400 Tv è prevista solo una piccola mancia del tutto inutile. L’emendamento richiesto dalla REA è che il monte contributi sia ripartito equamente al 50% tra emittenti collocate ai primi cento posti in graduatoria e il rimanente 50% alle altre.

Ultima considerazione. Secondo gli estensori della legge il Regolamento deve servire al sostegno dell’intero settore con i fini di “…assicurare la piena attuazione dei principi di cui all’articolo 21 della Costituzione, in materia di diritti, libertà, indipendenza e pluralismo dell’informazione, nonché di incentivare l’innovazione dell’offerta informativa…”. Il timore è che l’obiettivo vero sia invece quello di garantire una consistente fetta della torta a un gruppo di 100 emittenti amiche per lasciare le altre 380 al proprio destino. Cioè, l’esatto contrario  di quello che prevede la Costituzione.

 

Nota: per chi fosse interessato ad approfondire la complessa tematica riguardante la storia delle Radio e Tv e la concentrazione su scala internazionale del potere mediatico, suggeriamo il libro-intervista con Antonio Diomede Radio e Tv al Bivio (acquistabile su Amazon). 

ALBERTO AGGIO: LE ELEZIONI IN BRASILE SARANNO INCANDESCENTI

Posted by Rainero Schembri On ottobre - 30 - 2017 Commenti disabilitati su ALBERTO AGGIO: LE ELEZIONI IN BRASILE SARANNO INCANDESCENTI

Foto: Sullo sfondo di San Paolo del Brasile, Alberto Aggio (a sinistra) e il Presidente Michel Temer

 

 

Il gigante è agitato. Parliamo del Brasile, il colosso sudamericano che sta attraversando una fase di grande incertezza politica. Dopo la sospensione per impeachment della Presidente Wilma Rousseff, avvenuta il 12 maggio del 2016 (la destituzione definitiva si è materializzata il 31 agosto) con la conseguente sostituzione operata dal suo vice e attuale Presidente Michel Temer, Il Brasile è entrato in una fase di grave instabilità politica. Insieme alla Rousseff è crollato l’intero Partito dei lavoratori (PT) e il suo carismatico leader, Luiz Inacio Lula da Silva: tutti travolti da una serie di scandali ed episodi di corruzione, anche se personalmente non risulta che la Rousseff abbia intascato delle tangenti.

Eletta la prima volta nel 2011, la Rousseff era stata riconfermata nel 2014. Nell’ ottobre del 2018 il Brasile tornerà a votare. Anche l’eterno Lula (già due volte Presidente), nonostante i guai giudiziari si ripresenterà: per la verità attualmente si trova in testa nei sondaggi. Tuttavia, buona parte dell’opinione pubblica brasiliana è convinta che i giochi siano  ancora del tutto aperti e non è escluso che il Paese possa ripiombare in una serie di disordini molto pericolosi per il futuro e per la stabilità della Nazione. Ma sentiamo cosa ne pensa Alberto Aggio,  Professore di Storia Contemporanea nello Stato di San Paolo del Brasile, autore di diversi libri (alcuni anche su Gramsci), nonché uno dei più importanti collaboratori del prestigioso giornale ‘O Estado de Sao Paolo’. 

 

Professore, c’è il rischio che il Brasile finisca come il Venezuela?

 

Lo escludo completamente. La sinistra è debole e divisa. Nessuna forza politica di destra o di sinistra è oggi in grado di alimentare un caos simile a quello che sta avvenendo in Venezuela. É vero che la società brasiliana presenta un elevato livello di insoddisfazione e che la crisi economica rimane sempre pesante, anche se ci sono dei segni di ripresa. Sicuramente avremo una campagna elettorale molto accesa ma tutto ciò non ha niente a che vedere con la situazione venezuelana.

 

Per molti anni in Europa si è parlato di una nuova sinistra nell’America Latina (Bolivia, Ecuador, Venezuela, Argentina, Brasile, Nicaragua). Crede che questo esperimento si arrivato al capolinea?

 

Diciamo che di tutti i Paesi da lei indicati l’unico che gode di buona salute è la Bolivia di Evo Morales. Sicuramente questo Presidente ha fatto molto per il suo popolo, sia per quanto riguarda la lotta alla povertà, sia sul piano della pacifica convivenza tra le varie ‘nazionalità’. Sul piano generale è difficile dire che quell’esperimento è finito: probabilmente è destinato a entrare in una nuova fase.

 

Parliamo del Mercosul, il mercato che raggruppa diversi Paesi dell’America del Sud. Dopo l’uscita del Venezuela, molti hanno la sensazione che nella realtà il Mercosul non esista più. Come stanno le cose?

 

L’uscita del Venezuela ha un’importanza molto relativa. É vero che il Mercosul ha attraversato un lungo periodo di crisi ma la sensazione è che in questo momento i due grandi Paesi, Argentina e Brasile, siano fermamente intenzionate a rilanciare il Mercato Comune e a concludere finalmente un significativo accordo con l’Unione Europea. Direi che sono abbastanza ottimista sul futuro del Mercosul.

 

Secondo lei quale influenza eserciterà la nuova amministrazione americana di Donald Trump sull’America Latina e in particolare sul Brasile?

 

Quali siano le vere intenzioni dell’Amministrazione Trump, non solo nei riguardi dell’America Latina e del Brasile ma di tutto il mondo, credo che non sia del tutto chiaro a nessuno. Però,bisogna essere onesti, fino ad ora Trump non ha cercato di interferire pesantemente nelle questioni interne del Brasile. Speriamo che non lo faccia in futuro.

 

Come si presenta in questo momento la questione sociale in Brasile?

 

Il Paese sta faticosamente tentando di uscire da una profonda crisi economica che ha riguardato, ovviamente, non solo il Brasile ma tutto il mondo. Purtroppo abbiamo ancora tanti poveri e le disuguaglianze sociali sono profonde. In questo momenti assistiamo a una leggera ripresa che certamente non basta a sanare una serie di deficienze strutturali e ingiustizie sociali. La questione sociale sarà sicuramente la grande protagonista delle prossime elezioni Presidenziali. A proposito della questione sociale, trovo molto interessante l’iniziativa che la REA (Radiotelevisioni Europee Associate) ha avviato in Italia allo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla necessità di rivitalizzare lo Stato Sociale. Vedrei molto bene un’iniziativa analoga attivata da radio e televisioni brasiliane.

 

Cambiamo argomento. Tra Italia e Brasile le relazioni politiche ed economiche sono sempre state eccellenti. Com’è possibile che il Brasile abbia tanta difficoltà a concedere l’estradizione di Cesare Battisti, condannato per diversi omicidi commessi quando era solo un criminale comune e non un combattente estremista? In ogni caso lei pensa che verrà presto estradato?

 

Purtroppo il caso Battisti ha un risvolto psicologico. Molti degli esponenti politici brasiliani provengono dalla lotta armata contro la dittatura militare e quindi solidarizzano con Battisti, dimenticando, appunto, che lui è stato condannato per crimini commessi prima della conversione politica e che in ogni caso l’Italia non era governata da una dittatura militare ma da un Governo democratico. Non credo che la sua estradizione sia una cosa imminente. Prima dovrà scontare la sua pena per il tentativo di esportare capitali. Tentativo che, a mio avviso, ha un po’ il sapore di un trucchetto eseguito proprio per evitare l’estradizione, visto che anche il Presidente Temer si è dichiarato favorevole a questa procedura.

 

Per concludere, cosa ci può dire delle chiese evangeliche che in Brasile stanno giocando un ruolo politico rilevantissimo?

 

Obiettivamente l’influenza delle chiese evangeliche sta crescendo in maniera notevole. I suoi membri operano sul territorio e conquistano, giorno dopo giorno, un consenso sempre più diffuso. Molte persone sono preoccupate di questa ascesa. Temono che dietro ci siano grandi interessi nazionali e anche internazionali. Probabilmente, un quinto dei membri del Congresso mantiene rapporti consolidati con gli evangelici. Personalmente, confesso, la cosa mi disturba un po’.  Come mi disturba la presenza di qualsiasi lobby o gruppo consolidato che agendo all’interno delle Istituzioni cerca di condizionare le scelte politiche che debbono essere nell’interesse di tutti.

 

 

 

 

 

 

MIRTA BAJAMONTE: IL FUTURO E’ NELLE BIO BANCHE

Posted by Rainero Schembri On maggio - 21 - 2017 Commenti disabilitati su MIRTA BAJAMONTE: IL FUTURO E’ NELLE BIO BANCHE

Foto: Mirta Bajamonte

 

Palermitana, madre di due bellissime figlie, appassionata di arte, danza e film di spionaggio, Mirta Bajamonte è un biomedico e biotecnologo di livello internazionale, nonché  docente universitario e Presidente dell’ente no profit IVF Mediterranean Centre (coinvolge una quindicina di Paesi) impegnato nello studio dell’infertilità e della procreazione medicamente assistita.  Con la Bajamonte parleremo specificatamente di un impegno al quale lei ci tiene particolarmente. Si tratta del progetto Penco Bioscience, avviato alcuni anni fa dalla sua amica e biologa Susanna Penco. Un progetto ritenuto da molti esperti all’avanguardia nel mondo e che potrebbe, tra l’altro, rendere del tutto inutile la vivisezione attraverso la creazione di una bio banca fatta da organi e tessuti umani donati alla ricerca da persone sensibili.

 

E’ noto che il Progetto REA (Radiotelevisioni Europee Associate) di sensibilizzazione dell’opinione pubblica sulla necessità di creare un forte Stato Sociale si basa anche sull’innovazione in campo sanitario: ecco perché abbiamo ritenuto particolarmente interessante intervistare la Bajamonte decisamente attiva sul fronte delle ricerche avanzate. 

 

In estrema sintesi in cosa consiste il Progetto Penco?

Penco Bioscience ha come obiettivo la ricerca concreta su materiale biologico umano perché metodo corretto di ricerca da sostituire alla sperimentazione animale ( comunemente detta vivisezione). Per fare questo propone l’adesione alla donazione di organi e tessuti umani, a scelta, in vita dopo interventi chirurgici o dopo la morte, o entrambe le possibilità’ , tramite un tesseramento . Per studiare il materiale biologico umano per capire le malattie della specie umana, Penco Bioscience sta creando delle strutture adatte che si chiamano Bio Banche, dove il materiale biologico umano che arriva viene conservato per poi essere studiato. E’ un progetto innovativo e rivoluzionario nel mondo della ricerca scientifica.
Quali sono i vantaggi concreti per i malati?
I vantaggi concreti per i malati sono di potere studiare realmente le cause di una malattia e di produrre terapie che siano veramente efficaci e possibilmente risolutive della malattia studiata.
E’ vero che puntate soprattutto su una nuova classe di giovani ricercatori e quali spazi si aprono concretamente per i giovani medici?
Confermo che puntiamo su una nuova classe di nuovo ricercatori, giovani medici, e che per questo abbiamo avviato anche corsi di formazione professionale sui metodi di ricerca sostitutivi su materiale biologico umano. Concretamente nel creare le Bio Banche, creeremo posti di lavoro per potere fare ricerca secondo i nostri obiettivi .
Il cittadino che decide di donare organi e tessuti umani, e quindi associarsi alla vostra iniziativa, compie solo un bel gesto o può contare anche su dei vantaggi personali?
Il cittadino che si tessera con noi, diviene un donatore di organi e tessuti umani per la ricerca secondo le modalità’ che lui stesso sceglierà’. Sicuramente nel farlo contribuirà alla vera ricerca scientifica, riceverà una nostra news letter periodica che informerà sui nuovi progressi compiuti, riceverà la tessera di donatore, e potrà avere la possibilità, con l’avanzare della ricerca sul suo materiale biologico donato, di accedere ad una serie di informazioni genetiche che staranno già alla base della prevenzione di alcune patologie per lui. Quest’ultimo punto é un dato molto importante che abbiamo messo a punto con uno dei due Vice Presidenti di Penco BioScience .
E’ noto che nel 2014 lei ha avuto seri problemi con la Regione Siciliana che aveva bloccato il suo progetto di creazione di una banca dei tessuti. Ce la può riassumere in estrema sintesi questa vicenda e come poi è finito il contenzioso?
Non ho avuto un contenzioso con la Regione Sicilia. Nel 2014 sono avvenuti dei gravi fatti di mafia della sanità’ a Palermo, che mi hanno visto coinvolta come attore contro il Sistema, per le cui motivazioni ho presentato denuncia alla Commissione Parlamentare Antimafia, direttamente al Presidente On. Rosi Bindi .

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Vedere il video della REA (Radiotelevisioni Europee Associate) Il seme di un nuovo Stato Sociale

RILANCIATI I RAPPORTI TRA ITALIA E REPUBBLICA DOMINICANA

Posted by Rainero Schembri On aprile - 24 - 2017 Commenti disabilitati su RILANCIATI I RAPPORTI TRA ITALIA E REPUBBLICA DOMINICANA

Foto: l’Ambasciatrice Alba Maria Cabral sullo sfondo di una splendida spiaggia della Repubblica Dominicana

 

Nelle relazioni tra l’Italia e la Repubblica Dominicana (dove vivono circa 50 mila italiani e oriundi italiani) si è messo in moto un meccanismo virtuoso che, secondo gli esperti, dovrebbe portare a dei risultati molto positivi. Innanzitutto è stata riaperta l’Ambascia italiana rimasta inspiegabilmente chiusa per ben due anni. In pratica, era stata inglobata nella piccolissima Ambasciata italiana di Panama, scelta che ha creato numerosi disagi soprattutto ai tanti imprenditori italiani presenti sul posto (il nuovo Ambasciatore italiano è Andrea Canepari). Durante questo periodo anche l’Ambasciata della Repubblica Dominicana è rimasta senza un Ambasciatore: tutto il lavoro è stato, infatti, affidato al Ministro Consigliere Gina D’Alessandro Ricart che col tempo è diventata anche un puntuale e preciso riferimento per la stampa italiana.  Ora si è insediata invece la nuova Ambasciatrice Alba Maria Cabral Pena Gomez.

 

Nata a Buenos Aires, figlia del diplomatico Manuel Del Cabral (che è anche uno dei più grandi poeti latino americani) e della giornalista Alba Maria Cornero, la nuova Ambasciatrice ha svolto anche un’intensa attività giornalistica per la Tv Canale 12, intervistando grandi personaggi politici di livello mondiale (nell’ambito del suo programma Parlando con Peggy). Tra i suoi antenati figurano diversi Presidenti della Repubblica e lei stessa è Stata Presidente del Partito Rivoluzionario Dominicano, fedele alleato del Partito della Liberazione Dominicana, la formazione politica del Presidente Danilo Medina.  Insomma, a Roma è arrivata un’Ambasciatrice di primissimo piano.

 

Come pensa di caratterizzare la sua presenza come Ambasciatrice a Roma?

 

Insieme a tutti i doveri istituzionali ho in mente una serie iniziative intese a rafforzare non solo i rapporti tra i due Paesi ma anche a migliorare la situazione dei singoli cittadini. Penso, ad esempio, a un accordo intergovernativo in tema di pensione, all’omologazione delle patenti di guida e al riconoscimento reciproco di alcuni titoli di studio come, ad esempio, la laurea in odontologia. Inoltre, vorrei impegnarmi molto sul fronte degli scambi culturali, a mio avviso fondamentali sia per avvicinare i due Paesi che per attivare nuovi rapporti commerciali.

 

Come giudica la riapertura dell’Ambasciata italiana a Santo Domingo?

 

Posso solo essere molto contenta. Ritengo che sia stata una scelta perfettamente in sintonia con le esigenze dei numerosi operatori economici italiani presenti nella Repubblica Dominica. Considerando, poi, che stiamo registrando una crescita del 5-6%, la più elevata dell’area, la presenza dell’Ambasciata italiana risulterà sicuramente molto utile.

 

Ma quali sono i settori specifici che presentano in questo momento le migliori occasioni d’affari per gli imprenditori italiani?

 

Direi che sono essenzialmente tre: il settore energetico, quello turistico e quello della ristorazione. Basti ricordare che sta aumentando notevolmente l’importazione di vino italiano. Per quanto riguarda il turismo  vorrei ricordare che si stanno sviluppando nuova aree estremamente belle e attrattive e che potrebbero rendere buoni profitti. Ricordo, infine, che abbiamo alcune Zone Franche che offrono consistenti vantaggi economici e fiscali.

 

Cosa si dice nella Repubblica Dominica dell’elezione di Trump negli Stati Uniti?

 

Siamo tutti in attesa di vedere cosa succede. Fino ad ora non è chiara quale sarà la politica estera di Trump, in particolare per quanto riguarda l’America Latina. Quindi, ci limitiamo ad aspettare.

 

Quali sono oggi i maggiori problemi sociali che la Repubblica Dominicana è costretta ad affrontare e come pensa di risolverli?

 

Inutile nasconderlo, i problemi sono essenzialmente due: la sicurezza e la povertà, anche se in buona parte uno dipende dall’altro. Il nostro Presidente Danilo Medina è fortemente impegnato a combattere la povertà. Ogni domenica, a sorpresa, va a confrontarsi con i cittadini nelle località più povere per conoscere direttamente e personalmente le loro esigenze.  Grazie a queste informazioni sono stati varati diversi provvedimenti che hanno già registrato risultati incoraggianti. Allo stesso tempo è stato attivato anche un vasto piano di lotta alla criminalità e sono state adottate diverse misure tra cui il ricorso a numerose videocamere localizzate in punti strategici. In ogni caso siamo ben consapevoli che la sicurezza rappresenta un obiettivo fondamentale non solo per far crescere l’economia del Paese ma anche per migliorare la qualità della vita dei nostri cittadini.

 

 

 

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