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Tuesday, April 24, 2018

L’ARRESTO DI LULA? INEVITABILE. PAROLA DI ALBERTO AGGIO

Posted by Rainero Schembri On aprile - 8 - 2018 Commenti disabilitati su L’ARRESTO DI LULA? INEVITABILE. PAROLA DI ALBERTO AGGIO

Foto: a sinistra Alberto Aggio. A destra l’ex Presidente Lula. 

 

Non solo in Brasile ma in tutto il mondo ha destato profonda impressione l’arresto in Brasile di Luiz Inácio Lula da Silva, meglio conosciuto con il soprannome di Lula. Trentacinquesimo Capo di Stato di questo gigante dell’America Latina (dal 2003 al 2011), Lula vanta origini umilissime: è stato operaio metalmeccanico e sindacalista, ma soprattutto un’icona della sinistra mondiale, avendo raggiunto importanti risultati sul piano della lotta alla fame, della mancanza d’istruzione, della sanità pubblica, delle disuguaglianze sociali. Ora è stato accusato e condannato a 12 anni e un mese per corruzione e spedito in una cella di 15 metri quadrati. Insieme a lui si trova sotto accusa gran parte del mondo politico brasiliano che ha Governato il Paese negli ultimi 15 anni, tra cui anche Dilma Rousseff che è succeduta a Lula e che è stata costretta alle dimissioni. Insieme a loro si trovano sul banco degli imputati moltissimi membri del PT, lo storico Partito dei Lavoratori. Senza retorica possiamo dire che oggi mezzo Brasile festeggia, l’altra metà è in lacrime. Ma sentiamo il parere su questa intricata vicenda di Alberto Aggio, Professore di Storia Contemporanea nello Stato di San Paolo del Brasile e autore di diversi libri (alcuni anche su Gramsci), nonché uno dei più importanti collaboratori del prestigioso giornale ‘O Estado de Sao Paolo’. 

 

Professore, cosa ci può dire in merito all’arresto dell’ex Presidente Lula?

 

L’arresto rappresenta il normale percorso di un Paese che vuole preservare la giustizia, che vuole vedere il Brasile come un Paese repubblicano in cui la legge è uguale per tutti. Ovviamente questo è un caso molto speciale. Per la prima volta nella storia un ex Presidente viene processato, condannato e imprigionato per un crimine comune. Lula non è un prigioniero politico. Questa è una narrazione che non regge. Ha utilizzato, quando era Presidente, i beni di tutti i brasiliani a proprio vantaggio. E questo processo, per il quale è stato condannato, è solo uno dei processi: ci sono diversi altri capi d’accusa contro l’ex Presidente.

 

Molti, però, sollevano il dubbio che l’arresto di Lula sia finalizzato essenzialmente a impedire che lui possa partecipare ed eventualmente vincere le prossime elezioni presidenziali in calendario a ottobre di quest’anno. Lei che ne pensa?

 

In effetti, c’è questa coincidenza. Lula risulta in vantaggio nei sondaggi. Ma il punto è che le azioni legali contro di lui riguardano crimini comuni. Non sarebbe possibile per il sistema giudiziario brasiliano non dare corso alle denunce, che non sono poche e soprattutto sono gravissime. I vari processi a suo carico non riguardano reati politici ma reati comuni, che necessariamente debbono essere perseguitati. Noi li chiamiamo crimini dei “colletti bianchi”. Lula attualmente è solo un ex operaio e un ex leader sindacale milionario. Il suo coinvolgimento negli appalti e in altri settori economici è stato provato ed è stato abbastanza dannoso per il Paese.

 

A Lula non verrà impedito di partecipare alle elezioni a causa del suo arresto ma a causa della mancanza di una fedina penale pulita, esigenza che il suo stesso partito PT ha contribuito a far approvare in Parlamento. Questa norma impedisce di candidarsi a tutti coloro che sono stati condannati in appello. Lula e il PT sanno molto bene che è così ma cercano di politicizzare i processi nel tentativo di recuperare il consenso perso tra la gente dopo l’impeachment (della Presidente Rousseff, N.d.R.) e le elezioni comunali del 2016, quando hanno perso più della metà delle città che governavano.

 

Se la popolarità di Lula è talmente vasta vuol dire che buona parte della popolazione brasiliana giudica positivamente i suoi due Governi, soprattutto sul piano sociale. Il suo arresto non potrebbe creare dei seri problemi? 

 

La popolarità di Lula è indiscutibile. Tuttavia lui non ha la maggioranza assoluta. Il suo consenso s’aggira tra il 20 e il 30%. Si tratta di una forza importante soprattutto in considerazione del frazionamento del quadro politico in una misura mai registrata prima. Lula è certamente un mito politico. Ingloba l’idea dell’eroe dei poveri, una specie di Robin Hood, per essendo stato un grande amico dei ricchi. Negli ultimi anni si è addirittura trasformato in una specie di lobbista della Oldebrecht (una delle più grandi multinazionali brasiliane, n.d.r.). L’altro giorno si è paragonato a Gesù Cristo dicendo alla gente ‘Io vivo in te’ . Si tratta di una nuova strategia per la campagna ‘Lula Libero’: una visione elitaria, tipica dei cosiddetti discorsi populisti.

 

Non teme che andando in prigione alla fine Lula diventi ancora più forte, diventi una vittima e una leggenda brasiliana e internazionale? 

 

Lula è già un mito. E come per ogni mito se non vogliamo restare soggiogati, dobbiamo essere critici, pensare e rimanere in grado di analizzarlo. Non penso che Lula finisca per rafforzarsi a seguito del suo arresto. Al contrario.  Ciò che è emerso con il suo arresto è che Lula è ormai politicamente isolato all’interno di una sinistra anacronistica, che fa un discorso anacronistico, incapace di affrontare il mondo attuale. Oggi Lula fa un discorso di stampo bolivariano (il professore si riferisce all’ideologia portata avanti in Venezuela dal deceduto Presidente Ugo Chávez, N.d.R.) con ricordi nostalgici dell’era del sindacalismo di quasi 40 anni fa, senza più alcuna seria proiezione orientata verso il futuro. E peggio, senza riconoscere che il suo secondo governo e i due successivi governi di Dilma Rousseff hanno portato la nazione verso la più grande crisi economica della sua storia, con una disoccupazione record e una crescente polarizzazione politica mai vista prima nel Paese. Credo che ormai sia un bene per il Brasile superare il mito Lula e il suo periodo, in modo da potersi reintegrare nel mondo, fare le necessarie riforme e guardare avanti. Lula ancora dispone di una certa forza ma ormai rappresenta il passato.

NOTA: Vedere il video con Alberto Aggio

 

VITO BRUSCHINI RACCONTA IL SEQUESTRO DI PAUL GETTY III

Posted by Rainero Schembri On dicembre - 13 - 2017 Commenti disabilitati su VITO BRUSCHINI RACCONTA IL SEQUESTRO DI PAUL GETTY III

Foto: Vito Bruschini a Piazza Navona (riquadro: copertina del suo ultimo libro)

Questa volta Vito Bruschini con il suo libro Rapimento e Riscatto ha compiuto una vera impresa: rendere appassionante una storia condita da tantissima mediocrità. Non ci sono eroi positivi. Tutti i personaggi brillano per nullità. A cominciare dal protagonista, il sequestrato Paul Getti III: chi lo ha conosciuto per davvero lo descrive come un moccioso e arrogante ragazzetto, che si divertiva a fare il povero per scroccare pranzi e cene o a dormire nelle case degli altri a sbaffo.

Poi c’è Paul Getty II, il padre, che buon padre non era, nemmeno buon marito, e ancor meno buon figlio. E così arriviamo al nonno, l’uomo più ricco del mondo indisponibile a pagare un solo penny per riscattare il nipote. La sua morale era: “Se pago per uno metto a repentaglio tutti i familiari”. Una morale che probabilmente non si basava tanto sulla preoccupazione di tutelare i propri congiunti quanto sul pericolo di depauperare eccessivamente il suo immenso patrimonio.

Che dire a questo punto dei rapitori? Che non fossero educati a Oxford lo si può facilmente immaginare. La descrizione che Bruschini fa dei vari personaggi è strabiliante: si passa da un film di Totò al Padrino di Francis Coppola per finire con un James Bond all’americana: parliamo del grande investigatore ingaggiato dal nonno negli USA (a due mila dollari al giorno) per scoprire se si  trattava veramente di un rapimento o solo di una burla del nipote. Un dubbio che neanche l’orecchio della vittima spedita per posta dai carcerieri é riuscito a scalfire nella mente del nonno. “Non pago un penny”.

Per la verità un eroe in questa squallida storia c’è. Anzi un’eroina. La mamma. Questo è l’unico personaggio con il quale il lettore può identificarsi. Nel descrivere le sofferenze di questa madre, le sue lunghe attese davanti al telefono, il continuo arrivare di notizie incoraggianti alternate a drammatiche docce fredde, la sua ferrea determinazione a non mollare, rappresentano sicuramente uno dei passaggi più coinvolgenti del libro.

Per i più anziani, poi, il lavoro di Bruschini ha comunque il pregio di far rivivere un momento particolare della nostra storia. Gli anni degli hippies, dei figli dei fiori, di una gioventù che si concentrava nel centro di Roma (soprattutto a Piazza Navona e a Piazza Farnese) per fare la rivoluzione sociale, sessuale e anti autoritaria.  Allora molti schifavano i soldi. Poi sono cambiati. Anche la fidanzata del rapito pare che abbia accettato volentieri un milione di dollari per abbandonare il suo ‘amore’ .

C’è comunque un punto che deve far riflettere a tutti. Parliamo della fine di questa tragica vicenda. Dei nove imputati solo due gregari sono stati condannati. Nel frattempo i mandanti con i soldi del sequestro hanno potuto comprare un ingente quantitativo di droga proveniente dalla Turchia e quindi consentire alla ndrangheta calabrese di diventare una delle più potenti organizzazioni criminali del mondo. Un vero schifo anche se ‘degno finale’ del sequestro più incredibile della storia.

 

Rapimento e Riscatto

Vito Bruschini

Newton Compton Editori

Pag. 312

Euro 10.

 


La REA si batte per un nuovo Stato Sociale

 

SALVATAGGIO DI RADIO E TV? PER LA REA SIAMO ALL’ULTIMO ATTO

Posted by Rainero Schembri On novembre - 29 - 2017 Commenti disabilitati su SALVATAGGIO DI RADIO E TV? PER LA REA SIAMO ALL’ULTIMO ATTO

Foto: Antonio Diomede intervistato davanti a Montecitorio in occasione di una recente manifestazione organizzata dalle radio e televisioni locali.  

Sta per compiersi da parte della REA (Radiotelevisioni Europee Associate) l’ultimo tentativo per evitare la chiusura di poco meno di 400 emittenti locali a causa del DPR numero 146 del 23 agosto 2017. In estrema sintesi, questo decreto stabilisce che, a seconda del numero di abitanti del territorio per cui è stata presentata la domanda, le televisioni debbano avere da 8 a 14 dipendenti, da due a quattro giornalisti per poter beneficiare dei contributi pubblici (130 milioni di euro complessivi). Per quanto riguarda le radio, dei due dipendenti in organico almeno uno deve essere un giornalista a tempo pieno.

Conseguenza: la grande ventata di innovazione e libertà avviata verso la fine degli anni settanta con la nascita delle radio e televisioni locali rischia di svanire completamente fra qualche mese. Infatti, la maggior parte delle radio e televisioni private saranno costrette a chiudere mandando a casa migliaia di lavoratori. La ragione è semplice: la piccola e media emittenza televisiva locale, stante la crisi economica e il conseguente mercato della pubblicità, non può in alcun modo permettersi un simile onere occupazionale.

La legge mi sembra eccessiva”, ha dichiarato uno che di televisione s’intende, parliamo di Pippo Baudo, “perché dare un peso di quattordici persone a una piccola televisione significa caricarla di spese enormi che non vengono ovviamente coperte nel rapporto con il territorio mentre l’importanza delle televisioni e radio locali è notevole perché allineano il territorio ai problemi locali. C’è un rapporto di fidelizzazione del pubblico con le emittenti locali molto forte. Ovviamente con quattro giornalisti professionisti e altri dieci tecnici non ci si fa. È come dichiarare la morte.  Mi dispiace”.

L’ultima carta che la REA sta giocando in questi giorni è quella di attivare alcuni emendamenti al Disegno di Legge di Bilancio in grado di dare un minimo di ossigeno a un comparto che rischia di scomparire. Ecco le principali:

  1. Associazione di scopo. Occorre consentire la nascita di Associazioni di scopo temporanea in modo da raggiungere il duplice obiettivo: 1) assicurare l’occupazione attuale senza creare lo spettro della disoccupazione per la chiusura di centinaia di emittenti; 2) creare i presupposti di un incremento dell’occupazione nel settore, attraverso una sana competizione tra le emittenti per superare la soglia minima degli occupati in modo da acquisire alti punteggi nelle graduatorie per beneficiare di un maggiore contributo.
  2. Facoltà per le radio di assumere un giornalista. Al fine di evitare che le radio siano costrette per motivi economici di licenziare uno dei due lavoratori in organico (come previsto dalla legge) per sostituirlo con un giornalista (compiendo, tra l’altro, un’azione antisindacale), l’emendamento proposto prevede di cancellare tale obbligo lasciando alle emittenti la discrezionalità di assumere un giornalista. Da registrare che la quasi totalità delle emittenti radiofoniche si avvale dei servizi giornalistici confezionati dalle agenzie in abbonamento che perderebbero il loro lavoro.  
  3. No alla legittimazione dell’Auditel. Il Regolamento assegna all’Auditel la possibilità di incidere per il 30% sul punteggio di assegnazione dei contributi. Un’assurdità considerato che l’Auditel è una società privata partecipata dalle Reti nazionali Mediaset, la 7 e RAI, cioè, dalle dirette concorrenti delle locali. Tanto più che le Tv locali iscritte ad Auditel si contano sulle dita di una mano.
  4. Una più equa spartizione dei contributi. L’attuale Regolamento prevede di assegnare il 95% dei contributi alle prime 100 emittenti e solo il 5% alle restanti. In altri termini, per altre 400 Tv è prevista solo una piccola mancia del tutto inutile. L’emendamento richiesto dalla REA è che il monte contributi sia ripartito equamente al 50% tra emittenti collocate ai primi cento posti in graduatoria e il rimanente 50% alle altre.

Ultima considerazione. Secondo gli estensori della legge il Regolamento deve servire al sostegno dell’intero settore con i fini di “…assicurare la piena attuazione dei principi di cui all’articolo 21 della Costituzione, in materia di diritti, libertà, indipendenza e pluralismo dell’informazione, nonché di incentivare l’innovazione dell’offerta informativa…”. Il timore è che l’obiettivo vero sia invece quello di garantire una consistente fetta della torta a un gruppo di 100 emittenti amiche per lasciare le altre 380 al proprio destino. Cioè, l’esatto contrario  di quello che prevede la Costituzione.

 

Nota: per chi fosse interessato ad approfondire la complessa tematica riguardante la storia delle Radio e Tv e la concentrazione su scala internazionale del potere mediatico, suggeriamo il libro-intervista con Antonio Diomede Radio e Tv al Bivio (acquistabile su Amazon). 

ALBERTO AGGIO: LE ELEZIONI IN BRASILE SARANNO INCANDESCENTI

Posted by Rainero Schembri On ottobre - 30 - 2017 Commenti disabilitati su ALBERTO AGGIO: LE ELEZIONI IN BRASILE SARANNO INCANDESCENTI

Foto: Sullo sfondo di San Paolo del Brasile, Alberto Aggio (a sinistra) e il Presidente Michel Temer

 

 

Il gigante è agitato. Parliamo del Brasile, il colosso sudamericano che sta attraversando una fase di grande incertezza politica. Dopo la sospensione per impeachment della Presidente Wilma Rousseff, avvenuta il 12 maggio del 2016 (la destituzione definitiva si è materializzata il 31 agosto) con la conseguente sostituzione operata dal suo vice e attuale Presidente Michel Temer, Il Brasile è entrato in una fase di grave instabilità politica. Insieme alla Rousseff è crollato l’intero Partito dei lavoratori (PT) e il suo carismatico leader, Luiz Inacio Lula da Silva: tutti travolti da una serie di scandali ed episodi di corruzione, anche se personalmente non risulta che la Rousseff abbia intascato delle tangenti.

Eletta la prima volta nel 2011, la Rousseff era stata riconfermata nel 2014. Nell’ ottobre del 2018 il Brasile tornerà a votare. Anche l’eterno Lula (già due volte Presidente), nonostante i guai giudiziari si ripresenterà: per la verità attualmente si trova in testa nei sondaggi. Tuttavia, buona parte dell’opinione pubblica brasiliana è convinta che i giochi siano  ancora del tutto aperti e non è escluso che il Paese possa ripiombare in una serie di disordini molto pericolosi per il futuro e per la stabilità della Nazione. Ma sentiamo cosa ne pensa Alberto Aggio,  Professore di Storia Contemporanea nello Stato di San Paolo del Brasile, autore di diversi libri (alcuni anche su Gramsci), nonché uno dei più importanti collaboratori del prestigioso giornale ‘O Estado de Sao Paolo’. 

 

Professore, c’è il rischio che il Brasile finisca come il Venezuela?

 

Lo escludo completamente. La sinistra è debole e divisa. Nessuna forza politica di destra o di sinistra è oggi in grado di alimentare un caos simile a quello che sta avvenendo in Venezuela. É vero che la società brasiliana presenta un elevato livello di insoddisfazione e che la crisi economica rimane sempre pesante, anche se ci sono dei segni di ripresa. Sicuramente avremo una campagna elettorale molto accesa ma tutto ciò non ha niente a che vedere con la situazione venezuelana.

 

Per molti anni in Europa si è parlato di una nuova sinistra nell’America Latina (Bolivia, Ecuador, Venezuela, Argentina, Brasile, Nicaragua). Crede che questo esperimento si arrivato al capolinea?

 

Diciamo che di tutti i Paesi da lei indicati l’unico che gode di buona salute è la Bolivia di Evo Morales. Sicuramente questo Presidente ha fatto molto per il suo popolo, sia per quanto riguarda la lotta alla povertà, sia sul piano della pacifica convivenza tra le varie ‘nazionalità’. Sul piano generale è difficile dire che quell’esperimento è finito: probabilmente è destinato a entrare in una nuova fase.

 

Parliamo del Mercosul, il mercato che raggruppa diversi Paesi dell’America del Sud. Dopo l’uscita del Venezuela, molti hanno la sensazione che nella realtà il Mercosul non esista più. Come stanno le cose?

 

L’uscita del Venezuela ha un’importanza molto relativa. É vero che il Mercosul ha attraversato un lungo periodo di crisi ma la sensazione è che in questo momento i due grandi Paesi, Argentina e Brasile, siano fermamente intenzionate a rilanciare il Mercato Comune e a concludere finalmente un significativo accordo con l’Unione Europea. Direi che sono abbastanza ottimista sul futuro del Mercosul.

 

Secondo lei quale influenza eserciterà la nuova amministrazione americana di Donald Trump sull’America Latina e in particolare sul Brasile?

 

Quali siano le vere intenzioni dell’Amministrazione Trump, non solo nei riguardi dell’America Latina e del Brasile ma di tutto il mondo, credo che non sia del tutto chiaro a nessuno. Però,bisogna essere onesti, fino ad ora Trump non ha cercato di interferire pesantemente nelle questioni interne del Brasile. Speriamo che non lo faccia in futuro.

 

Come si presenta in questo momento la questione sociale in Brasile?

 

Il Paese sta faticosamente tentando di uscire da una profonda crisi economica che ha riguardato, ovviamente, non solo il Brasile ma tutto il mondo. Purtroppo abbiamo ancora tanti poveri e le disuguaglianze sociali sono profonde. In questo momenti assistiamo a una leggera ripresa che certamente non basta a sanare una serie di deficienze strutturali e ingiustizie sociali. La questione sociale sarà sicuramente la grande protagonista delle prossime elezioni Presidenziali. A proposito della questione sociale, trovo molto interessante l’iniziativa che la REA (Radiotelevisioni Europee Associate) ha avviato in Italia allo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla necessità di rivitalizzare lo Stato Sociale. Vedrei molto bene un’iniziativa analoga attivata da radio e televisioni brasiliane.

 

Cambiamo argomento. Tra Italia e Brasile le relazioni politiche ed economiche sono sempre state eccellenti. Com’è possibile che il Brasile abbia tanta difficoltà a concedere l’estradizione di Cesare Battisti, condannato per diversi omicidi commessi quando era solo un criminale comune e non un combattente estremista? In ogni caso lei pensa che verrà presto estradato?

 

Purtroppo il caso Battisti ha un risvolto psicologico. Molti degli esponenti politici brasiliani provengono dalla lotta armata contro la dittatura militare e quindi solidarizzano con Battisti, dimenticando, appunto, che lui è stato condannato per crimini commessi prima della conversione politica e che in ogni caso l’Italia non era governata da una dittatura militare ma da un Governo democratico. Non credo che la sua estradizione sia una cosa imminente. Prima dovrà scontare la sua pena per il tentativo di esportare capitali. Tentativo che, a mio avviso, ha un po’ il sapore di un trucchetto eseguito proprio per evitare l’estradizione, visto che anche il Presidente Temer si è dichiarato favorevole a questa procedura.

 

Per concludere, cosa ci può dire delle chiese evangeliche che in Brasile stanno giocando un ruolo politico rilevantissimo?

 

Obiettivamente l’influenza delle chiese evangeliche sta crescendo in maniera notevole. I suoi membri operano sul territorio e conquistano, giorno dopo giorno, un consenso sempre più diffuso. Molte persone sono preoccupate di questa ascesa. Temono che dietro ci siano grandi interessi nazionali e anche internazionali. Probabilmente, un quinto dei membri del Congresso mantiene rapporti consolidati con gli evangelici. Personalmente, confesso, la cosa mi disturba un po’.  Come mi disturba la presenza di qualsiasi lobby o gruppo consolidato che agendo all’interno delle Istituzioni cerca di condizionare le scelte politiche che debbono essere nell’interesse di tutti.

 

 

 

 

 

 

MIRTA BAJAMONTE: IL FUTURO E’ NELLE BIO BANCHE

Posted by Rainero Schembri On maggio - 21 - 2017 Commenti disabilitati su MIRTA BAJAMONTE: IL FUTURO E’ NELLE BIO BANCHE

Foto: Mirta Bajamonte

 

Palermitana, madre di due bellissime figlie, appassionata di arte, danza e film di spionaggio, Mirta Bajamonte è un biomedico e biotecnologo di livello internazionale, nonché  docente universitario e Presidente dell’ente no profit IVF Mediterranean Centre (coinvolge una quindicina di Paesi) impegnato nello studio dell’infertilità e della procreazione medicamente assistita.  Con la Bajamonte parleremo specificatamente di un impegno al quale lei ci tiene particolarmente. Si tratta del progetto Penco Bioscience, avviato alcuni anni fa dalla sua amica e biologa Susanna Penco. Un progetto ritenuto da molti esperti all’avanguardia nel mondo e che potrebbe, tra l’altro, rendere del tutto inutile la vivisezione attraverso la creazione di una bio banca fatta da organi e tessuti umani donati alla ricerca da persone sensibili.

 

E’ noto che il Progetto REA (Radiotelevisioni Europee Associate) di sensibilizzazione dell’opinione pubblica sulla necessità di creare un forte Stato Sociale si basa anche sull’innovazione in campo sanitario: ecco perché abbiamo ritenuto particolarmente interessante intervistare la Bajamonte decisamente attiva sul fronte delle ricerche avanzate. 

 

In estrema sintesi in cosa consiste il Progetto Penco?

Penco Bioscience ha come obiettivo la ricerca concreta su materiale biologico umano perché metodo corretto di ricerca da sostituire alla sperimentazione animale ( comunemente detta vivisezione). Per fare questo propone l’adesione alla donazione di organi e tessuti umani, a scelta, in vita dopo interventi chirurgici o dopo la morte, o entrambe le possibilità’ , tramite un tesseramento . Per studiare il materiale biologico umano per capire le malattie della specie umana, Penco Bioscience sta creando delle strutture adatte che si chiamano Bio Banche, dove il materiale biologico umano che arriva viene conservato per poi essere studiato. E’ un progetto innovativo e rivoluzionario nel mondo della ricerca scientifica.
Quali sono i vantaggi concreti per i malati?
I vantaggi concreti per i malati sono di potere studiare realmente le cause di una malattia e di produrre terapie che siano veramente efficaci e possibilmente risolutive della malattia studiata.
E’ vero che puntate soprattutto su una nuova classe di giovani ricercatori e quali spazi si aprono concretamente per i giovani medici?
Confermo che puntiamo su una nuova classe di nuovo ricercatori, giovani medici, e che per questo abbiamo avviato anche corsi di formazione professionale sui metodi di ricerca sostitutivi su materiale biologico umano. Concretamente nel creare le Bio Banche, creeremo posti di lavoro per potere fare ricerca secondo i nostri obiettivi .
Il cittadino che decide di donare organi e tessuti umani, e quindi associarsi alla vostra iniziativa, compie solo un bel gesto o può contare anche su dei vantaggi personali?
Il cittadino che si tessera con noi, diviene un donatore di organi e tessuti umani per la ricerca secondo le modalità’ che lui stesso sceglierà’. Sicuramente nel farlo contribuirà alla vera ricerca scientifica, riceverà una nostra news letter periodica che informerà sui nuovi progressi compiuti, riceverà la tessera di donatore, e potrà avere la possibilità, con l’avanzare della ricerca sul suo materiale biologico donato, di accedere ad una serie di informazioni genetiche che staranno già alla base della prevenzione di alcune patologie per lui. Quest’ultimo punto é un dato molto importante che abbiamo messo a punto con uno dei due Vice Presidenti di Penco BioScience .
E’ noto che nel 2014 lei ha avuto seri problemi con la Regione Siciliana che aveva bloccato il suo progetto di creazione di una banca dei tessuti. Ce la può riassumere in estrema sintesi questa vicenda e come poi è finito il contenzioso?
Non ho avuto un contenzioso con la Regione Sicilia. Nel 2014 sono avvenuti dei gravi fatti di mafia della sanità’ a Palermo, che mi hanno visto coinvolta come attore contro il Sistema, per le cui motivazioni ho presentato denuncia alla Commissione Parlamentare Antimafia, direttamente al Presidente On. Rosi Bindi .

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Vedere il video della REA (Radiotelevisioni Europee Associate) Il seme di un nuovo Stato Sociale

RILANCIATI I RAPPORTI TRA ITALIA E REPUBBLICA DOMINICANA

Posted by Rainero Schembri On aprile - 24 - 2017 Commenti disabilitati su RILANCIATI I RAPPORTI TRA ITALIA E REPUBBLICA DOMINICANA

Foto: l’Ambasciatrice Alba Maria Cabral sullo sfondo di una splendida spiaggia della Repubblica Dominicana

 

Nelle relazioni tra l’Italia e la Repubblica Dominicana (dove vivono circa 50 mila italiani e oriundi italiani) si è messo in moto un meccanismo virtuoso che, secondo gli esperti, dovrebbe portare a dei risultati molto positivi. Innanzitutto è stata riaperta l’Ambascia italiana rimasta inspiegabilmente chiusa per ben due anni. In pratica, era stata inglobata nella piccolissima Ambasciata italiana di Panama, scelta che ha creato numerosi disagi soprattutto ai tanti imprenditori italiani presenti sul posto (il nuovo Ambasciatore italiano è Andrea Canepari). Durante questo periodo anche l’Ambasciata della Repubblica Dominicana è rimasta senza un Ambasciatore: tutto il lavoro è stato, infatti, affidato al Ministro Consigliere Gina D’Alessandro Ricart che col tempo è diventata anche un puntuale e preciso riferimento per la stampa italiana.  Ora si è insediata invece la nuova Ambasciatrice Alba Maria Cabral Pena Gomez.

 

Nata a Buenos Aires, figlia del diplomatico Manuel Del Cabral (che è anche uno dei più grandi poeti latino americani) e della giornalista Alba Maria Cornero, la nuova Ambasciatrice ha svolto anche un’intensa attività giornalistica per la Tv Canale 12, intervistando grandi personaggi politici di livello mondiale (nell’ambito del suo programma Parlando con Peggy). Tra i suoi antenati figurano diversi Presidenti della Repubblica e lei stessa è Stata Presidente del Partito Rivoluzionario Dominicano, fedele alleato del Partito della Liberazione Dominicana, la formazione politica del Presidente Danilo Medina.  Insomma, a Roma è arrivata un’Ambasciatrice di primissimo piano.

 

Come pensa di caratterizzare la sua presenza come Ambasciatrice a Roma?

 

Insieme a tutti i doveri istituzionali ho in mente una serie iniziative intese a rafforzare non solo i rapporti tra i due Paesi ma anche a migliorare la situazione dei singoli cittadini. Penso, ad esempio, a un accordo intergovernativo in tema di pensione, all’omologazione delle patenti di guida e al riconoscimento reciproco di alcuni titoli di studio come, ad esempio, la laurea in odontologia. Inoltre, vorrei impegnarmi molto sul fronte degli scambi culturali, a mio avviso fondamentali sia per avvicinare i due Paesi che per attivare nuovi rapporti commerciali.

 

Come giudica la riapertura dell’Ambasciata italiana a Santo Domingo?

 

Posso solo essere molto contenta. Ritengo che sia stata una scelta perfettamente in sintonia con le esigenze dei numerosi operatori economici italiani presenti nella Repubblica Dominica. Considerando, poi, che stiamo registrando una crescita del 5-6%, la più elevata dell’area, la presenza dell’Ambasciata italiana risulterà sicuramente molto utile.

 

Ma quali sono i settori specifici che presentano in questo momento le migliori occasioni d’affari per gli imprenditori italiani?

 

Direi che sono essenzialmente tre: il settore energetico, quello turistico e quello della ristorazione. Basti ricordare che sta aumentando notevolmente l’importazione di vino italiano. Per quanto riguarda il turismo  vorrei ricordare che si stanno sviluppando nuova aree estremamente belle e attrattive e che potrebbero rendere buoni profitti. Ricordo, infine, che abbiamo alcune Zone Franche che offrono consistenti vantaggi economici e fiscali.

 

Cosa si dice nella Repubblica Dominica dell’elezione di Trump negli Stati Uniti?

 

Siamo tutti in attesa di vedere cosa succede. Fino ad ora non è chiara quale sarà la politica estera di Trump, in particolare per quanto riguarda l’America Latina. Quindi, ci limitiamo ad aspettare.

 

Quali sono oggi i maggiori problemi sociali che la Repubblica Dominicana è costretta ad affrontare e come pensa di risolverli?

 

Inutile nasconderlo, i problemi sono essenzialmente due: la sicurezza e la povertà, anche se in buona parte uno dipende dall’altro. Il nostro Presidente Danilo Medina è fortemente impegnato a combattere la povertà. Ogni domenica, a sorpresa, va a confrontarsi con i cittadini nelle località più povere per conoscere direttamente e personalmente le loro esigenze.  Grazie a queste informazioni sono stati varati diversi provvedimenti che hanno già registrato risultati incoraggianti. Allo stesso tempo è stato attivato anche un vasto piano di lotta alla criminalità e sono state adottate diverse misure tra cui il ricorso a numerose videocamere localizzate in punti strategici. In ogni caso siamo ben consapevoli che la sicurezza rappresenta un obiettivo fondamentale non solo per far crescere l’economia del Paese ma anche per migliorare la qualità della vita dei nostri cittadini.

 

 

 

VENEZUELA: MARINELLYS E VANESSA, SPINE D’ACCIAIO PER MADURO

Posted by Rainero Schembri On aprile - 8 - 2017 Commenti disabilitati su VENEZUELA: MARINELLYS E VANESSA, SPINE D’ACCIAIO PER MADURO

Foto: sullo sfondo di una contestazione in Venezuela i riquadri della Marinellys Tremamunno, con affianco la copertina del suo libro dedicata a Nicolas Maduro (Presidente del Venezuela) e a destra Vanessa Ledezma, figlia del sindaco di Caracas Antonio Ledezma, fatto arrestare dal Presidente. 

 

Entrambe sono nemiche giurate del governo di Nicolas Maduro in Venezuela. Entrambe sono agguerrite e instancabili. Entrambe sono molto belle, cosa che non guasta mai. La prima è Marinellys Tremamunn0, venezuelana di origine italiana (in napoletano il suo cognome significherebbe ‘fa tremare il mondo’), giornalista impegnata a Roma con una televisione messicana; la seconda, residente a Carpi, è la figlia di Antonio Ledezma, sindaco di Caracas, fatto arrestare il 19 febbraio del 2015 dal Presidente venezuelano (perché accusato di tentativo di colpo di Stato) e che attualmente si trova  agli arresti domiciliari. Entrambe rappresentano in Italia e in Europa le vere spine d’acciaio nel fianco del Governo venezuelano, che si trova sempre più in difficoltà.

 

Con una popolazione di poco superiore ai 30 milioni di persone, un reddito medio di 14 mila euro procapite e un’età media di 28 anni, il Venezuela è  uno dei maggiori produttori di Petrolio al Mondo. Dal 1999 al 2013 il Paese è stato governato da Ugo Chavez, ex militare, che sognava di esportare in America Latina e nel mondo il Socialismo del XXI secolo. Dopo la sua morte e la drastica caduta del prezzo del petrolio, aggravata dall’ascesa al potere del suo delfino Nicolas Maduro (sicuramente meno carismatico e abile politicamente) il Paese è sprofondato nella peggiore crisi della sua storia a causa anche di una corruzione dilagante. Parliamo di una crisi politica, economica (l’inflazione è alle stelle, quasi all’800%) e sociale senza precedenti. Ormai per le strade di Caracas si vedono lunghe file per acquistare del pane, non si trovano molti medicinali, la criminalità è aumentata sensibilmente e l’insoddisfazione popolare genera una serie di proteste e rivolte popolari che, secondo il Governo viene alimentata da potenze straniere (in primo luogo gli USA) interessate a distruggere un esperimento politico di stampo socialista.

 

In ogni caso il Governo di Caracas ha perso gran parte del consenso popolare tanto è vero che alle elezioni legislative avvenute nel dicembre del  2015 le opposizioni sono diventate maggioranza (99 seggi su 167). Come risposta il Presidente Maduro ha indotto recentemente il Tribunale Supremo di Giustizia, massimo organo giudiziario del Venezuela, ad attribuirsi tutto il potere legislativo togliendolo all’Assemblea Nazionale. Tuttavia, sotto la minaccia di una vera rivoluzione popolare, il Governo ha dovuto fare marcia indietro restituendo i poteri formali dell’Assemblea Nazionale, anche se nella sostanza tutte le iniziative parlamentari vengono bloccate dal Tribunale Supremo. In questo momento sono numerosi gli oppositori arrestati e incarcerati (si parla di 118) tra cui il padre di Vanessa, Antonio Ledezma.

 

“Io non mi batto solo per la libertà di mio padre ma per il ritorno a una vera democrazia nel mio Paese”, ha spiegato la Vanessa in un incontro organizzato recentemente a Roma dalla Fondazione Craxi, organizzato da Stefania Craxi (figlia di Bettino Craxi) con la partecipazione di Fabrizio Cicchito e Pier Ferdinando Casini (rispettivamente Presidenti delle Commissioni esteri di Camera e Senato). Sposata con due figli, Vanessa Ledezma, vive da diversi anni a Carpi. “Ormai”, dice, “viviamo una vera crisi umanitaria, con il 72% della popolazione in povertà, tra cui molti italiani e oriundi italiani. Da un Paese che in passato rappresentava una fonte di speranza e ricchezza il Venezuela è diventato incredibilmente uno dei Paesi più poveri del mondo”.

 

Nel corso dell’incontro alla fondazione Craxi è stato presentato anche il libro “Venezuela: Il crollo di una rivoluzione” (edizioni Arcoiris) scritto dall’amica di Vanessa, la giornalista Marinellys Tremamunno (ormai le due si muovono in sintonia su tutti i fronti). “Come tantissimi venezuelani”, dice la Marinellys, “anch’io sono stata costretta ad espatriare per poter lavorare. Voglio ricordare che sono circa 5 mila imprenditori che si sono visti espropriare le proprie aziende o che sono stati costretti a dichiarare fallimento. Praticamente è impossibile esercitare il mestiere di giornalista in Venezuela e l’insicurezza personale è pressoché totale”.

 

Da registrare, infine, che secondo molti esperti esiste il reale pericolo che tutto finisca in un bagno di sangue o che i militari decidano di sostituire il Presidente Maduro per prendere direttamente il potere e quindi instaurare un vera e propria dittatura militare. Ed è proprio per scongiurare  questo epilogo drammatico, che ormai le ‘due amiche’ stanno cercando ogni consenso possibile da parte di governi e istituzioni estere,  soprattutto quelle italiane che, come minimo, non dovrebbero dimenticare che in Venezuela vivono circa due milioni di connazionale e oriundi, molti dei quali in uno stato di profonda sofferenza.

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Vedere il video Il seme di un nuovo Stato Sociale prodotto dalla REA (Radiotelevisioni Europee Associate)

GUALTIERO CROZZOLI: LA NUOVA VISIONE DEGLI ARTIGIANI

Posted by Rainero Schembri On marzo - 31 - 2017 Commenti disabilitati su GUALTIERO CROZZOLI: LA NUOVA VISIONE DEGLI ARTIGIANI

Foto: Gualtiero Crozzoli davanti alla sua azienda

 

L’obiettivo è certamente ambizioso: riunire il maggior numero di artigiani possibile per introdurre quelle modifiche legislative indispensabili per rilanciare l’Artigianato: un settore che oggi rischia di scomparire completamente sotto una babele di norme fiscali e adempimenti burocratici. Autore di questo sforzo collettivo è Gualtiero Crozzoli, nato come fabbro ma oggi titolare della nota azienda Revisteel, localizzata a Lariano (in provincia di Roma) e specializzata nella creazione di persiane blindate e altri dispositivi metallici.

 

Di origine friulana, Crozzoli oltre ad essere un innovatore (ben 28 brevetti portano la sua firma) è anche un combattente nato: raggiunta una certa serenità e appagamento professionale, invece di limitarsi a godere i frutti del suo lavoro ha deciso di intraprendere una vera battaglia per riformare lo Stato. A tale fine ha creato insieme a un’ottantina di colleghi l’Associazione Culturale l’Artigiano. “Ora”, ci dice, “sono oltre mille che hanno manifestato la propria disponibilità a collaborare. Ma presto saremo un gruppo di pressione che le forze politiche non potranno continuare a ignorare”:

 

Come primo passo L’Artigiano ha lanciato un appello contro “la scellerata burocrazia, l’ingiusta, iniqua imposizione delle tasse. Lo Stato aiuta grandi industrie, società, banche, mentre allo stesso tempo artigiani, imprenditori e commercianti sono abbandonati a se stessi, sfruttati, munti fino allo sfinimento, a tutto beneficio di tanti corrotti politici e parassiti che ruotano intorno a loro”.

 

Per Crozzoli, “la nascita di un nuovo e forte Stato Sociale deve partire dalla base, dall’Artigianato, un settore che se correttamente incentivato potrebbe risolvere tutti i problemi occupazionali, soprattutto in Italia che vanta numerosi artigiani di livello mondiale”. L’appello lanciato da Crozzoli si estende dal fabbro al falegname, dal fornaio al vinaiolo, dal vaccaro all’ortolano, dal commerciante all’imprenditore, dal manovale al professore, dall’inventore all’artista.

 

“Simbolicamente”, conclude Crozzoli, “intendiamo costruire la città dell’Artigiano, un luogo dove vengono difesi i diritti inalienabili, premiati gli operai e lavoratori onesti, incentivati e consigliati i futuri imprenditori, creatori, inventori e artisti. Il nostro unico desiderio è di mettere a disposizione dello Stato e, quindi, dei nostri figli, l’enorme esperienza maturata nel corso della nostra vita lavorativa, che quasi sempre è stata una lotta contro la burocrazia, l’ignoranza e spesso la mala fede di una parte del mondo politico”.

Vedere il Video Il Rilancio dell’Artigianato

 

 

 

 

L’ARCILIUTO DEI SAMARITANI: UN MITO CHE FESTEGGIA I 50 ANNI

Posted by Rainero Schembri On marzo - 26 - 2017 Commenti disabilitati su L’ARCILIUTO DEI SAMARITANI: UN MITO CHE FESTEGGIA I 50 ANNI

Foto: Enzo Samaritani (a destra) con il figlio Giovanni. Sullo sfondo il teatro dell’Arciliuto. 

 

E’  sicuramente un dei luoghi più cult di Roma che sta per festeggiare il suo cinquantesimo anno di vita (l’inaugurazione è avvenuta l’11 novembre del 1967). Parliamo dell’Arciliuto, considerato da molti un vero tempio della cultura localizzato all’interno di una dimora cinquecentesca alle spalle della famosa Piazza Navona (più precisamente in Piazza Montevecchio 5). Qui si mangia, si canta, si fa poesia, si fa teatro e si riflette sui valori sociali. Il locale è frequentato da artisti, filosofi, giornalisti, imprenditori, scienziati e anche da tanta gente comune che ogni tanto ama evadere dalle bruttezze e asprezze quotidiane per immergersi nel bello e colto rievocato in modo leggero e mai banale. Artefice di questo piccolo-grande mondo è Enzo Samaritani, fondatore dell’Arciliuto, un accogliente ristorante abbinato a un piccolo teatro che dagli anni sessanta (in coincidenza con la contestazione studentesca) fino ai giorni nostri, ha coinvolto diverse generazioni in una riflessione collettiva sulla necessità di coltivare l’arte come migliore antidoto a ogni forma di arroganza fisica e intellettuale. Ma sentiamo cosa ci dice Samaritani.

 

A distanza di cinquant’anni dall’inaugurazione dell’Arciliuto, quale è l’aspetto che giudica più positivo di questa esperienza e quale, invece, rappresenta il suo maggiore rimpianto?

 

Cominciamo col dire che non ho alcun rimpianto. La maggiore soddisfazione? Aver ‘allevato’, se possiamo usare questa parola, ben quattro generazioni di persone felici di stare insieme e di confrontarsi ogni sera con mentalità, esperienze e conoscenze diverse.  E’ incredibile come nonostante tutte le difficoltà, soprattutto quella di raggiungerci per la totale mancanza di posti auto, abbiamo un pubblico di fedelissimi che ci segue da mezzo secolo e che si rinnova in continuazione. Un pubblico che supera la paura di uscire di casa e quella di riflettere ad alta voce, in allegria e con spirito costruttivo.

 

Ma nel concreto come è cambiato questo pubblico nel corso degli anni?

 

L’arciliuto ha sempre avuto la capacità di amalgamare persone di origini diverse, di orientamenti politici, culturali e sociali a volte anche contrastanti. Parlando e cantando, riunendosi nel nostro piccolo teatrino, la gente si è sempre sentita a casa propria. Da noi non ci sono profeti o possessori della verità: siamo tutti amici, anche se per una sera sola, e tutti disposti non solo a parlare ma anche ad ascoltare. Purtroppo, lo debbo ammettere, un certo pubblico giovanile sta scomparendo, attratta da altri generi musicali, da internet, dai telefonini, da un diverso modo di rapportarsi agli altri. Però ci sono anche tanti giovani che vanno in controtendenza.

 

Lei come si definirebbe?

 

Un menestrello, che ama certi poeti come Eugenio Montale, che crede nella potenza spirituale della musica e del teatro, che lotta per il mantenimento della purezza della lingua italiana (la più bella e musicale del mondo), che non si rassegna alla volgarità e alla violenza, anche in televisione.

 

Quali sono i suoi progetti futuri?

 

Intanto donare tutta la mia vasta libreria al Comune di Alvito, in Provincia di Frosinone nel Lazio, dove sono nato. Poi sto assistendo mio figlio Giovanni che ha deciso di dedicarsi interamente all’Arciliuto, e questo mi da una gioia immensa. In questo modo non si disperde un bagaglio enorme di esperienze, relazioni, scambi culturali e conoscenze. Infine, mi sto dedicando a un personalissimo genere culturale che ho chiamato Poesia Sinfonica della Terza via. In due battute, si tratta della lettura a due voci di un testo ispirato da una grande opera musicale. Comunque se qualcuno fosse interessato, più che dare una spiegazione suggerisco di collegarsi su Youtube e visionare il video “E’ musica cadenza” di Enzo Samaritani.

 

Vedere il Video: L’Arciliuto il Tempio della cultura. 

 

Vedere il video

OLTRE 20 MILA VISUALIZZAZIONI PER UN NUOVO STATO SOCIALE

Posted by Rainero Schembri On marzo - 9 - 2017 Commenti disabilitati su OLTRE 20 MILA VISUALIZZAZIONI PER UN NUOVO STATO SOCIALE

 

Nei primi giorni di marzo sono state oltre 20 mila le visualizzazioni di filmati riguardanti il Progetto REA (Radiotelevisioni Europee Associate) di sensibilizzazione dell’opinione pubblica sull’assoluta necessità di creare in Italia e nel mondo un nuovo Stato Sociale. Solo il filmato Il seme di un Nuovo Stato Sociale (che sintetizza le varie tappe del Progetto) in poco più di due mesi (è stato messo in rete nel mese di dicembre del 2016) ha registrato più di 1.300 visualizzazioni sui social media. Sono risultati più che confortanti per un argomento complesso e impegnativo. Qualcuno potrebbe obiettare: Ma cosa sono 20 mila visualizzazioni rispetto a 60 milioni di cittadini? Certamente sono pochi, anzi, pochissimi. Tuttavia, chiunque abbia un minimo di dimestichezza con la rete, sa benissimo quanto sia difficile catturare l’interesse per filmati che non siano musicali, leggeri, divertenti o erotici, e che abbiano una durata superiore ai due minuti.

 

 

Per la cronaca, tutto è iniziato un anno fa (marzo 2016) quando, a seguito di una serie di episodi di ingiustizia quotidiana, un gruppo di giornalisti che gravitano intorno alla REA, ha deciso di intraprendere, in forma autonoma e indipendente  dai partiti e dalle forze economiche e sociali, una battaglia con due obiettivi precisi: 1) Ridurre sensibilmente i costi dei servizi essenziali con l’aiuto della tecnologia; 2) Consentire a tutti di guadagnare l’indispensabile per condurre una vita minimamente dignitosa.

 

I 7 Bisogni Capitali

Considerata la complessità della materia si è deciso di delimitare il campo d’azione per puntare sui cosiddetti 7 Bisogni Capitali che ogni Stato Sociale degno di questo nome dovrebbe assolutamente tutelare. Eccoli: 1 – Nutrirsi, 2 – Vestirsi, 3 – Avere un Tetto, 4 – Curarsi, 5 – Istruirsi, 6 – Avere una tutela legale, 7 – Avere una corretta informazione. Il passo successivo è stato quello di interpellare, ascoltare e coinvolgere esperti e persone sensibili a queste problematiche. Furono così progettati 9 video realizzati in modo molto semplice ed economico: uno di presentazione, sette dedicati ai singoli Bisogni Capitali e uno riassuntivo e conclusivo. Inoltre, dai vari archivi video sono state selezionate e proiettate numerose testimonianze di personaggi illustri. In aggiunta a tutto ciò sono stati creati diversi siti e gruppi in rete (tra cui anche nuovostatosociale su face book), pubblicati articoli, inchieste, interviste, ecc.

 

Da sottolineare che quasi tutte le persone coinvolte (oltre una cinquantina) hanno continuato a collaborare al Progetto costituendo praticamente il nucleo storico che via via si propone di ridare slancio all’esistenza di un forte Stato Sociale non solo in Italia ma anche in Europa e nel mondo. L’unico modo, infatti, per contrastare le diverse conseguenze nefaste della globalizzazione economica è proprio quella di stimolare tutti i Paesi a favorire una concreta globalizzazione sociale. Tornando all’Italia, va rilevato che un ruolo fondamentale nell’ambito del Progetto è stato affidato all’arte e alla cultura, nella consapevolezza che le insuperabili bellezze naturali, artistiche e archeologiche italiane, se gestite al massimo delle loro potenzialità, potrebbero da sole alimentare i fondi necessari per uno Stato sociale dignitoso.

 

Prossimi passi

Nel breve e medio periodo verranno organizzate una serie di manifestazioni (incontri con forze politiche, economiche e sociali, partecipazione a convegni, pubblicazione e presentazione di libri, realizzazione di video e documentari, organizzazione di spettacoli musicali e teatrali) intese a sensibilizzare l’opinione pubblica sull’assoluta necessità di fermare il graduale smantellamento di ogni forma di solidarietà e assistenza sociale. Nel frattempo verrà elaborata anche una carta dei Bisogni Capitali.

 

Naturalmente le resistenze saranno notevoli, su tutti i fronti. Ma ciò non deve scoraggiare. Al contrario, occorre proseguire in fretta nell’opera di sensibilizzazione sui pericoli a cui stiamo andando incontro tutti. E per ‘tutti’ s’intende ovviamente anche i ricchi.  Quell’1% della popolazione mondiale che detiene il 99% di tutte le ricchezze prodotte dovrebbe essere il primo a capire che questa situazione è ormai insostenibile. Senza adeguati ammortizzatori sociali, le emigrazioni di massa, la disoccupazione dilagante, l’esistenza di milioni di affamati, le malattie endemiche, il fanatismo religioso, il terrorismo, l’ignoranza, le nuove schiavitù, rischiano di provocare un vero e nuovo Big Bang dalle conseguenze incalcolabili.

 

Certo, non sarà un piccolo gruppo di persone a poter evitare questa catastrofe generale. Nemmeno un piccolo Paese come l’Italia, anche se storicamente può vantare il fatto che già duemila anni fa l’Imperatore Traiano aveva creato a Roma il primo sistema organico di Stato Sociale, ancora oggi superiore a quello di molti Paesi del mondo. Quello che invece un piccolo gruppo di persone può fare, (soprattutto se supportato da una rete di giornali, radio e televisioni, nonché da enti culturali, economici e sociali) è quello di lanciare il Seme di una vasta riflessione collettiva fino ad elaborare un disegno di legge di iniziativa popolare da portare in Parlamento. Se questo disegno di legge riuscirà a raccogliere almeno un milione di firme, difficilmente il Legislatore potrà fare finta di niente. A quel punto, un’Italia più sociale potrà contribuire, avendo le carte in regola, a rendere anche Europa e il mondo maggiormente a dimensione d’uomo.

 

 

 

Da vedere: Il Seme di un nuovo Stato Sociale

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