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Tuesday, January 23, 2018

THEMISTOKLIS DEMIRIS: LA SVOLTA GRECA E’ ORMAI UNA REALTA’

Posted by Rainero Schembri On luglio - 31 - 2014 Commenti disabilitati su THEMISTOKLIS DEMIRIS: LA SVOLTA GRECA E’ ORMAI UNA REALTA’

Nell’ambito della nostra inchiesta sullo Stato sociale in Europa e nel mondo, abbiamo intervistato l’Ambasciatore della Grecia in Italia, Themistoklis Demiris, cioè di uno dei Paesi maggiormente colpiti dalla crisi economica internazionale. Originario di Atene, sposato con due bambini, Demiris ha iniziato la sua carriera diplomatica agli inizi degli anni ottanta. Dopo essere stato responsabile della Direzione degli affari europei presso il Ministero degli esteri greco (2006-2008) è stato per quattro anni rappresentante della Grecia nell’ambito del Patto di stabilità e crescita (PSC) dell’Unione Europea. Demiris ha presentato le sue credenziali come Ambasciatore  in Italia nel maggio del 2013.

 

In un rapporto di esperti dell’ONU, pubblicato nel maggio del 2013, è emerso che più del 10% della popolazione dei greci vive in condizioni di estrema povertà. Per questa parte della popolazione che tipo di assistenza sociale pubblica è prevista?

 

Vorrei innanzitutto notare, che grazie a una densa rete di solidarietà e di legami familiari che in Grecia sono ancora molto forti, in genere l’estrema povertà non è accompagnata da fenomeni di degrado che si notano in altri Paesi. Rimane, però, il fatto che questi fenomeni anche se affrontati con dignità, vanno combattuti. Gli sforzi del governo ellenico per venire incontro e aiutare il ceto più debole della popolazione si concentrano in quattro settori:

 

A. Un programma pilota che garantisce il salario minimo in due aree del Paese con diverse caratteristiche socioeconomiche. Si tratta di un sussidio di reddito alle persone e famiglie che vivono in condizioni di estrema povertà. Inoltre, svolge una funzione complementare alle politiche di lotta alla povertà ed esclusione sociale. Secondo lo scadenzario del programma in corso, i primi pagamenti verranno  effettuati a settembre.

 

B. La distribuzione di un sussidio sociale, che ammonta a 450 milioni di euro proveniente dal surplus primario del governo per l’anno 2013, a sostegno dei cittadini e delle famiglie a basso redito e con un piccolo patrimonio immobiliare calcolato sulla base di criteri specifici già stabiliti.

 

C. La distribuzione di ulteriori 20 milioni derivanti dal surplus primario per le persone senza fissa dimora, con una priorità per i programmi o azioni finalizzati a garantire la sistemazione,  l’alimentazione e i servizi di previdenza sociale (o assistenza sanitaria) ai senza tetto.

 

D. L’efficace utilizzo del Fondo Europeo di Aiuti ai più bisognosi economicamente (FEAD). Le ricordo che l’UE volendo diminuire di 20 milioni il numero di coloro che si trovano in pericolo di povertà o di esclusione sociale, ha deciso quest’ anno la creazione di questo Fondo che prevede la distribuzione di 3 miliardi e 500 milioni di euro per il periodo 2014-2020. Secondo i calcoli dell’UE, alla Grecia spettano 249,3 milioni di euro che dovrebbero corrispondere, su  base annua, a 41,5 milioni di euro.

 

Con l’uso combinato di questi mezzi siamo sicuri che sarà diminuito in breve tempo e in larga  misura la percentuale  dei nostri concittadini che vivono in condizioni di estrema povertà. Questa percentuale sarà ulteriormente ridotta con il ritorno del paese in condizioni di crescita, fatto che avverrà come previsto da tanti in un breve arco di tempo.

 

Una delle pesanti conseguenze della crisi economica è stata la drastica riduzione delle spese sui medicinali che sono scesi da 5,6 miliardi di euro (2010) a 2, 88 miliardi nel 2012. Risultato: l’anno scorso 50 compagnie farmaceutiche hanno sospeso l’invio di medicinali in Grecia. Com’è la situazione oggi?

 

Le devo dare ragione quando dice che la spesa farmaceutica era a un livello di 5,6 miliardi di euro nel 2009. Questa percentuale, se confrontata con la dimensione del Paese o con altri Paesi analogamente popolati, era incredibilmente alta. Appare, pertanto, abbastanza naturale che si sia pensato a una sua diminuzione. Siamo riusciti a farla arrivare a 2,017 miliardi di euro, una somma in linea con quella spesa da altri Paesi con una popolazione analoga, come il Portogallo.

 

La razionalizzazione della spesa farmaceutica è basata su un sistema di prescrizioni elettroniche soggetto a continui controlli e, naturalmente, attraverso il sempre più frequente uso di farmaci generici. Per quel che riguarda il prezzo dei farmaci si deve precisare che ormai per la loro stragrande maggioranza esso risulta nella media dei tre prezzi più bassi dello stesso farmaco nell’UE. Per i farmaci generici il nostro obiettivo è l’aumento della loro diffusione nel libero mercato, dove purtroppo, a differenza di quel che succede in tutta l’UE, la percentuale arriva solo al 21%.

 

La combinazione di tali mezzi ha avuto come risultato il risparmio di fondi che a sua volta ci ha permesso di realizzare l’introduzione e distribuzione, per la prima volta, di medicine di avanguardia per le malattie rare. Inoltre, si deve sottolineare che nonostante la drastica diminuzione sia della spesa farmaceutica che del prezzo dei farmaci, non sono mai state segnalate carenze di farmaci. Dall’altra parte si deve ammettere che una tale razionalizzazione della spesa farmaceutica ha comportato delle difficoltà a una serie di società farmaceutiche che fin a ora erano abituate a operare in condizioni diverse. Si stima, però, che questo fenomeno s’invertirà man mano che il mercato si abituerà alle nuove condizioni.

 

E’ stato calcolato che il debito greco alla fine del 2014 potrebbe salire al 190% del Pil.  Come si pensa di risolvere questo problema, visto che già è stato privatizzato quasi tutto, dal settore energetico ai trasporti, fino al servizio fiscale e a molte Università, come sostenuto da alcuni organi di stampa?

 

Per quel che riguarda il debito pubblico, vorrei innanzitutto chiarire che la Commissione Europea, nel suo ultimo rapporto, parla di un debito pari al 177,2% del PIL, mentre il FMI, in base alle stime di Aprile, parla di 174,7% per il 2014. Attualmente è in corso una graduale diminuzione del debito pubblico che dovrebbe attestarsi intorno al 139,1% del PIL nel 2018, tenendo conto delle stime attuali. Su queste basi il debito può essere considerato sostenibile, soprattutto se teniamo conto che gli sviluppi positivi dell’economia ellenica garantiscono il sostegno dei nostri partner europei, come è stato affermato anche nell’ambito della dichiarazione del Eurogruppo del 27 novembre 2012, dove dalla parte greca fu proposto:

 

a) Il prolungamento della scadenza del debito a 50 anni per i prestiti bilaterali per i paesi di eurozona e di quelli ricevuti dalla Grecia dal Meccanismo di stabilità (EFSF);

 

b) la modifica del tasso d’interesse da variabile a fisso, per evitare variazioni causate da un eventuale aumento dell’Euribor in futuro;

 

c) un periodo di grazia per il pagamento dei tassi d’interesse del primo pacchetto di sostegno, come d’altronde è già stato deciso per tutti i debiti di EFSF.

 

Detto ciò, non si deve pensare che ci sia un problema di pagamento dei debiti. Grazie al surplus primario (ben al di sopra del previsto) il Paese può soddisfare completamente non solo i suoi bisogni interni, ma anche i pagamenti dei dovuti interessi. Tale fatto è stato già percepito dagli investitori internazionali privati, i quali dichiarano che il debito pubblico non comporta una minaccia ai loro investimenti. Le faccio notare, a riprova di quanto sopra, la massiccia partecipazione di investitori al recente ritorno della Grecia sui mercati.

 

Riguardo alla sua osservazione che ”quasi tutto è stato privatizzato’’, vorrei chiarire che questo non risulta. Le procedure  concernenti la privatizzazione della società ELPE, o delle Organizzazioni Portuali di PiREO e Salonicco, dell’aeroporto di Atene e delle Ferrovie dello Stato (TrainOSE) o non sono ancora cominciate o non sono ancora terminate.  Vorrei anche sottolineare che non esiste alcuna previsione circa la privatizzazione delle Università o delle Agenzie delle Entrate.

 

Qual è oggi il sentimento prevalente dei greci rispetto all’Europa e all’euro?

 

In merito a questa domanda vorrei sottolineare che la stragrande maggioranza dei partiti che compongono il parlamento ellenico ha sempre espresso il desiderio di rimanere in un’ Europa consolidata ed unita. Lo stesso hanno fatto i semplici cittadini. Sono rari i casi in cui si è espresso il desiderio di un allontanamento della Grecia dall’Europa Unita. Non dimentichi che la Grecia è un membro dell’UE a pieno titolo sin dal lontano 1980.

 

Per quel che riguarda l’euro si potrebbe dire che anche in Grecia, come in altri paesi membri, si è  sviluppato un certo scetticismo che ha a che fare principalmente con la ricerca dei modi per correggere le imperfezioni e trovare una soluzione ai problemi che purtroppo la crisi ha portato alla ribalta. Le voci che palano di un ritorno alla dracma, sono assolutamente marginali e la grande maggioranza della popolazione, secondo tutti i sondaggi, sostiene l Euro.

 

Grazie agli sforzi della Presidenza Ellenica si è registrato un notevole progresso in relazione all’Unione bancaria ed finanziaria. Man mano che i problemi trovano la loro soluzione e la solidarietà prevale, l’euroscetticismo viene meno.

 

Molti greci, come il compositore Theodorakis, che è anche il leader di Spitha (movimento dei cittadini indipendenti), suggerisce di guardare molto di più alla Russia che all’UE. Secondo lei questa tentazione potrebbe prendere una reale consistenza?

 

Mikis Theodorakis è un mito per la Grecia e ha dimostrato la sua devozione  al  paese nel corso del tempo. Il suo movimento deve essere interpretato principalmente come un invito e una sfida a  pensare. In ogni caso, dobbiamo tenere in mente che la responsabilità di formulare decisioni  politiche spetta  ai partiti e alle istituzioni di ogni Paese. L’orientamento e le assi fondamentali  della politica del nostro paese, come sono state definite per decenni dalla dedizione alle istituzioni euroatlantiche sono  costanti e la possibilità della loro revisione non è mai stata messa seriamente in discussione .

 

Una domanda finale che Euronews fa a tutti gli Ambasciatori. Purtroppo in Italia molti Comuni rendono estremamente difficile alle persone che vivono per strada o sotto i ponti ad avere una Residenza anagrafica, con la conseguenza che non possono: accedere all’assistenza sanitaria; presentare domanda per l’accesso all’edilizia popolare; iscrivere i propri figli a scuola; firmare un contratto; aprire una partita Iva. Queste persone non possono nemmeno votare (senza la Residenza anagrafica non si può avere la scheda elettorale). Questo problema come viene risolto in Grecia? In parole povere, se un greco, che non ha niente e nessuna persona amica, va a uno sportello comunale e chiede una residenza anagrafica nella pratica cosa succede?

 

Vorrei, innanzitutto sottolineare che ogni cittadino greco viene iscritto per legge, al momento della sua nascita, negli atti previsti dall’anagrafe. Oltre a questo, eventuali casi di cittadini senza tetto possono aver acceso all’assistenza sanitaria, se ricorrono in un ospedale pubblico in caso di urgenza. Tali cittadini possono anche votare, se sono iscritti nelle liste elettorali. Inoltre, cittadini senza tetto possono fare la dichiarazione dei redditi e ovviamente possono firmare dei contratti che li vincolano legalmente. Essi possono  anche usufruire dei servizi sociali per i senza tetto disposti da diversi comuni del paese, oppure dalla Chiesa o altri enti locali. La mancanza di una dimora permanente o di una residenza non costituisce un impedimento per una serie di atti in Grecia.

RICARDO NEIVA TAVARES DESCRIVE LO STATO SOCIALE BRASILIANO

Posted by Rainero Schembri On luglio - 31 - 2014 Commenti disabilitati su RICARDO NEIVA TAVARES DESCRIVE LO STATO SOCIALE BRASILIANO

L’Ambasciatore Ricardo Neiva Tavares è arrivato Roma circa un anno fa in sostituzione di José Viegas Filho. Dal settembre del 2008 occupava l’incarico di rappresentante della delegazione brasiliana presso l’Unione Europea. Nato a Rio de Janeiro nell’agosto del 1957, è stato dal 2006 al 2008 consigliere del Ministro degli Esteri. In precedenza (dal 2001 al 2006) ha coordinato le organizzazioni economiche e i rapporti con la stampa al Ministero degli esteri brasiliano. Economista, esperto di organismi internazionali, dal 1995 al 1988 è stato anche consigliere presso la missione brasiliana accreditata  presso le Nazioni Unite a New York. Sensibile ai problemi sociali Tavares ha come hobby la musica e. da buon brasiliano, il calcio (risulta che tifi per il Flamengo, la più popolare delle squadre brasiliane). Con Tavares abbiamo esaminato alcuni dei grandi progetti sociali che il Brasile sta portando avanti da alcuni anni e che spesso vengono indicati anche fuori dal Paese come un modello da seguire.

 

Non vi è dubbio che il Brasile è stato uno dei paesi che negli ultimi anni ha tentato con maggior forza di risolvere alcuni problemi basilari della popolazione. Forse è giunto il momento di fare un bilancio di tale politica sociale. Per esempio, che risultati concreti ha raggiunto con il piano ‘Minha casa minha vida‘(La mia casa la mia vita)?

 

Creato nel 2009, il programma “Minha Casa, Minha Vida”, che contempla tanto le aree urbane come le rurali, si pone l’obiettivo di affrontare una delle grandi sfide del Brasile: il deficit abitativo. A tal fine, beneficia le famiglie brasiliane che desiderano acquistare il loro primo immobile e, sul versante rurale, consente l’acquisto di materiale per la costruzione di una casa nuova o la ristrutturazione dell’abitazione.

Dal suo inizio, il programma ha già acquisito più di 3,2 milioni di abitazioni e ne ha consegnate 1,5 milioni. Presenta, inoltre, importanti risultati nell’ambito economico e nella generazione di posti di lavoro. Stimola la catena produttiva dell’industria dell’edilizia, che è intensiva in mano d’opera. Nel 2012, si stima che il programma abbia avuto un impatto dello 0,8% nel PIL del Paese.

Attualmente, il Programma si trova nella sua seconda fase (2011-2014), con la meta di costruire 2 milioni di unità abitative, il 60% delle quale volte a famiglie con basso reddito. Sino alla fine del 2013, è stato raggiunto il 75% di questa meta, con più di 2,7 milioni di unità acquistate e 1,2 milioni consegnate.

 

E con il piano “Fome zero” (Fame zero)?

 

Dalla sua creazione, il programma “Fome Zero” è diventato strategia governativa per orientare le politiche economiche e sociali. La strategia del programma è il risultato dell’identificazione della fame come forma acuta di povertà ed esclusione sociale ed economica. Le azioni del “Fome Zero” e del “Bolsa Família” (Bonus Famiglia), lanciate nel 2003, come pure i programmi “Brasil sem Miséria” (Brasile senza Miseria) e “Brasil Carinhoso” (Brasile Affettuoso), avviati nel 2011 e 2012, ratificano l’impegno del Paese per le politiche sociali a favore dei settori più sfavoriti.

Il “Bolsa Família”, programma di trasferimento diretto di reddito a famiglie in situazione di povertà e povertà estrema, ha compiuto 10 anni nell’ottobre del 2013. Tra il 2003 e il 2013, 36 milioni di brasiliani sono stati sottratti alla povertà assoluta.

Il Piano “Brasil sem Miséria”, lanciato nel 2011, ha costruito, partendo dal Programma “Bolsa Família”, una piattaforma che opera su tre grandi assi: garanzia di reddito, inclusione produttiva e accesso a servizi pubblici. Il Piano si pone l’obiettivo di eliminare la povertà estrema entro la fine del 2014, coinvolge 22 Ministeri e conta sulla partnership di Stati e Comuni brasiliani.

Il “Brasil Carinhoso” ha come obiettivo beneficiare circa due milioni di famiglie con bambini fino a sei anni. Questo intervento, che rientra nel Piano “Brasil sem Miséria”, accentua il trasferimento di reddito e rafforza l’educazione, con aumento di posti negli asili nido e di interventi aggiuntivi nel campo della salute, quali integrazione di vitamine e medicazione gratuita, fra gli altri.

 

Che cosa ha fatto il Brasile nel campo dell’assistenza medica per i più poveri?

 

Il Sistema Unico di Salute (SUS) offre accesso integrale, universale e gratuito all’assistenza in questo campo. Si tratta di una politica pubblica centrale per promuovere l’inclusione sociale e il diritto alla salute, specialmente per la popolazione più sfavorita. A complemento del SUS, il Brasile sta sviluppando una serie di altre politiche.

 

Il Programma “Mais Médicos” (Più Medici), lanciato dalla Presidente Dilma Rousseff, è un esempio dell’iniziativa per ampliare l’assistenza in regioni che soffrono per la carenza di tali professionisti. Il programma si avvia a raggiungere la meta di portare 13 mila medici nelle unità sanitarie di base di oltre 3 mila comuni entro l’aprile del 2014, ampliando l’accesso alla salute a circa 45,6 milioni di brasiliani.

 

Vi sono anche altri programmi, come il “Saúde da Família” (Salute della Famiglia). Creata nel 1993, l’iniziativa raggiunge 103 milioni di persone e opera nella prevenzione delle malattie.

 

Un altro programma importante è quello denominato “Farmácia Popular” (Farmacia Popolare), che amplia l’accesso della popolazione ai medicinali essenziali, venduti a prezzi più bassi rispetto a quelli praticati nel mercato. Dal 2011, il Brasile ha distribuito medicinali a quasi 18 milioni di persone che soffrono di diabete e ipertensione. I medicinali sono disponibili in quasi 30 mila presidi in tutto il Paese. Il programma offre, inoltre, medicinali scontati fino al 90%.

 

In un incontro con altri ambasciatori sudamericani, Lei ha parlato dell’importanza che riveste in Brasile l’innovazione tecnologica. In che misura questa innovazione tecnologica aiuta anche la classe più povera della nazione?

 

Il Governo brasiliano cerca di estendere i benefici dell’innovazione tecnologica alla popolazione meno favorita, tramite l’inclusione produttiva, con l’obiettivo di promuovere l’inserimento con qualificazione nel mondo del lavoro. In tale contesto, è opportuno evidenziale il Programma Nazionale di Accesso all’Insegnamento Tecnico e Occupazione (PRONATEC), che tende a incentivare l’educazione professionale, la ricerca e l’innovazione nel Paese.

 

Nel 2013, il Pronatec ha raggiunto 5,5 milioni di matricole. Offre corsi di specializzazione professionale in vari settori dell’economia, come industria, commercio, servizi, agricoltura e zootecnica. I corsi sono gratuiti, e i beneficiari ricevono vitto, trasporto e tutti i materiali scolastici. Il programma conta su oltre 500 opzioni di specializzazioni, sovvenzionati dal Ministero dell’Educazione e tenuti da diverse istituzioni delle reti federale e statale di educazione professionale, scientifica e tecnologica.

 

C’è qualche cosa che potrebbe essere migliorata o cambiata nei prossimi anni in questi vari piani sociali?

 

I piani sociali brasiliani sono soggetti a costanti perfezionamenti. L’esperienza accumulata in ciascuna di tali strategie consente il continuo miglioramento delle politiche e tecnologie sociali brasiliane, ampliando tanto l’efficacia dei piani quanto il numero di persone beneficiate. In tal senso, si prendano ad esempio le modifiche introdotte dal Piano “Brasil sem Miséria” e “Brasil Carinhoso”.

 

Il “Brasil sem Miséria” ha affrontato il problema di coloro che non ricevevano i benefici ai quali avevano diritto in quanto non erano registrati nel Catasto Unico (strumento che identifica e caratterizza le famiglie con basso reddito). Queste famiglie, costituenti la quota di popolazione più vulnerabile, sono state ora incluse e identificate correttamente nel nuovo programma.

 

Il “Brasil Carinhoso”, a sua volta, ha ampliato il “Bolsa Família”. Il beneficio del programma ha cominciato a essere pagato alle famiglie con almeno un figlio sotto i 15 anni di età, le quali, pur ricevendo il “Bolsa Família”, continuavano a essere in condizioni di estrema povertà. Il “Brasil Carinhoso” ha previsto, inoltre, seguendo il modello di combinare garanzia di reddito con altre misure di sostegno del potere pubblico, politiche a beneficio della prima infanzia nelle aree della salute e dell’educazione. Con le modifiche introdotte, il “Brasil Carinhoso” ha consentito di uscire dalla miseria a più di 16,4 milioni di persone.

 

Lei pensa che il nuovo modello sociale brasiliano potrebbe essere esportato in Europa, soprattutto nei Paesi con maggiori difficoltà economiche in questo momento?

 

È sempre difficile esportare modelli, ma possiamo approfondire la conoscenza sulle esperienze di altre nazioni, in grado di apportare elementi per le sfide dell’intervento pubblico. Ciascun Paese ha la propria realtà, le proprie sfide e il proprio momento storico. Nel caso del Brasile, ciò che si evidenzia è che i sistemi di protezione sociale adottati sin dal 2003, oltre ai benefici intrinseci a favore di un Paese più giusto, sono stati molto importanti per affrontare la crisi finanziaria del 2008. Tali programmi hanno mantenuto sostenibile la domanda interna e consentito al Brasile di superare rapidamente quella crisi e riprendere la via dello sviluppo.

 

Nota: Euronews ha riportato anche una breve riflessione in video dell’Ambasciatore Tavares

CASO CHEVRON-ECUADOR: MAXI INQUINAMENTO DELL’AMAZZONIA

Posted by Rainero Schembri On luglio - 31 - 2014 Commenti disabilitati su CASO CHEVRON-ECUADOR: MAXI INQUINAMENTO DELL’AMAZZONIA

Si tratta di uno dei più gravi inquinamenti della storia. Parliamo del delitto ambientale compiuto in trent’anni (dal 1964 al 1992) di esplorazione petrolifera nella foresta amazzonica dell’Ecuador (esattamente nelle province settentrionali di Cofàn, Siona, Secoya, Kichwa e Huaorani).  In sostanza, in un territorio pari a circa un milioni e mezzo di ettari, l’americana Texaco (che nel 2001 è stata assorbita dalla Chevron) avrebbe, secondo fonti ecuadoriane, costruito 357 pozzi e 22 stazioni, versando 71 milioni di litri di residui di petrolio e 64 milioni di greggio, finendo per inquinare 2,5 milioni di ettari.

 

La Chevron, al contrario, ritiene di aver completamente risanato il terreno e che l’attuale inquinamento è addebitabile esclusivamente alla Petroecuador, la società pubblica ecuadoriana subentrata nell’esplorazione.  Nel frattempo sono in corso due reciproche vertenze: da un lato le popolazioni danneggiate chiedono un forte indennizzo alla Chevron; dall’altro, la Chevron ha chiamato in giudizio il Governo di Quito per non aver rispettato i patti e per aver sostenuto la causa dei privati che, secondo la compagnia americana, è del tutto infondata. Ed è proprio per aver qualche ultieriore chiarimento su questa intricata vicenda internazionale che abbiamo incontrato a Roma il viceministro degli affari esteri dell’Ecuador Leonardo Arizaga,  l’assistente ministeriale sul tema Chevron Celine Meneses e il nuovo Ambasciatore  dell’Ecuador in Italia, Juan Holguin Flores. Ma ricapitoliamo velocemente l’intera vicenda.

 

Dal 1993 è stato avviato presso la Corte distrettuale di New York un processo a carico della Texaco da parte della popolazione indigena e dagli abitanti della zona (circa 30 mila). Nel 2003, dopo dieci anni di rinvii,  il processo viene trasferito in Ecuador nella città di Nueva Loja. Nel 2011 la Chevron viene condannata a pagare 9 miliardi e 510 milioni di dollari per i danni causati (la compensazione più alta della storia del crimine ambientale). Nel 2011, dopo che un giudice di New York aveva dichiarato inapplicabile negli Stati Uniti la sentenza emessa in Ecuador, la Corte d’Appello degli Stati Uniti obbliga la Chevron a risarcire i danni (sentenza confermata nel 2012 dalla Corte d’appello di Sucumbios che tra l’altro, esigeva dalla Chevron delle scuse alla popolazione).

Altre date importanti:

1972: viene creata la compagnia petrolifera statale CEPE;

1973; il governo ecuadoriano assume la piena autorità di vigilanza e regolamentazione sulle attività del Consorzio;

1976: la CEPE diventa il maggiore azionista del consorzio Taxaco Gulf;

1989: la compagnia Petroecuador subentra alla CEPE;

1992: la Petroecuador assume il controllo totale delle operazioni;

1994: la Texaco inizia un’opera di bonifica e realizza delle opere di compensazione;

1998: il governo equadoriano (Presidente Jamil Mahuad Witt di Democrazia Popolare) dichiara la Texaco libera da qualsiasi impegno nei confronti della Repubblica dell’Ecuador. Da quel momento rimane in piedi la causa privata avviata dalle popolazioni danneggiate.

 

La Chevron non accetta la decisione Corte d’appello di Sucumbios. Anzi, reagisce denunciando lo Stato Ecuadoriano davanti alla Corte Permanente di Arbitrato dell’AIA che nel 2012 dichiara, tra le altre cose, che l’Ecuador ha violato il trattato bilaterale sugli investimenti firmato nel 1993 ed entrato in vigore nel 1997. In base a questo trattato li Stato dell’Ecuador dovrebbe sospendere l’esecuzione di ogni giudizio contro una società statunitense. Paradossalmente, l’Ecuador non solo rischia di non ricevere più alcun indennizzo ma potrebbe essere costretta a pagare, ad esempio, tutte le spese processuali alla Chevron. Con questa mossa la Chevron sta cercando anche di screditare l’Ecuador come partner affidabile, con possibili ripercussioni sui rapporti commerciali con gli Stati Uniti e altri Paesi.

 

Ed è proprio per tutelare il buon nome del Paese che il presidente dell’Ecuador Rafael Correa sta portando avanti un’azione diplomatica su larga scala. “In sostanza”, spiega il ministro degli esteri ecuadoriano Leonardo Arizaga,” l’Ecuador fa presente che la causa contro la Chevron non è stata avviata dallo Stato ma dai privati, una scelta sulla quale il potere esecutivo non può assolutamente  incidere”. Ma vediamo, schematicamente quali sono le posizioni in campo.

Argomentazioni della Chevron.

1 –  La Texaco ha lasciato il Paese nel 1992 compiendo tutte le obbligazioni di risanamento ambientale;

2) – Lo stesso Governo ecuadoriano ha esonerato la Texaco da ogni ulteriore risarcimento;

3)  – Tutti i danni attualmente esistenti sono attribuibili alla PetroEcuador che è subentrata nell’esplorazione petrolifera;

4 – L’Ecuador deve accettare la sentenza dell’AIA avendo, tra l’altro, riconosciuto la Corte nominando uno dei suoi giudici

Argomentazione del governo ecuadoriano.

1)  La Texaco non solo non ha utilizzato le più moderne tecnologie di risanamento (come previsto dal contratto di sfruttamento) ma si è limitato a sotterrare i rifiuti per risparmiare;

2)  L’atto di ‘Nulla a Pretendere’ firmato nel 1998 riguarda solo il Governo e non i privati. Infatti, lo Stato dell’Ecuador non chiede nulla alla Chevron.

3) I danni accertati e per i quali si chiede un indennizzi riguardano zone dove Petroecuador non ha mai operato.

4) La sentenza della Corte dell’AIA si basa su un trattato bilaterale tra gli Stati Uniti e l’Ecuador entrato in vigore nel 1997, cioè, cinque anni dopo la fine degli investimenti della Texaco nel Paese. Inoltre, il potere esecutivo non può incidere su quello giudiziario.

 

Da precisare che la ‘liberatoria’  concessa nel 1998 dall’Ecuador è oggi sottoposta a pesanti critiche e richieste d’ indagini all’interno del Paese. Ad ogni modo, quello che è certo è che in questa complessa vicenda giudiziaria hanno perso tutti. Ha perso il pianeta che è stato profondamente ferito sull’esempio di quello che è avvenuto con la British Petroleum nel Golfo del Messico. Ha perso l’Ecuador, questo piccolo e dinamico Paese sudamericano che si è visto comunque distruggere una consistente parte del suo territorio. Ha perso sicuramente d’immagine il gruppo Texaco-Chevron, la seconda società petrolifera americana e la sesta nel mondo. E, soprattutto, hanno perso le povere comunità amazzoniche, che al posto di un terreno incontaminato ora si ritrovano con un’acqua pesantemente inquinata, pozzi pieni di residui tossici, vistose e diffuse malattie della pelle, cancro e altri danni irreversibili certificati da diverse società ed esperti internazionali.

NINO BENVENUTI: FACCIAMO DELLO SPORT UNA MATERIA DI STUDIO

Posted by Rainero Schembri On luglio - 31 - 2014 Commenti disabilitati su NINO BENVENUTI: FACCIAMO DELLO SPORT UNA MATERIA DI STUDIO

Come campione è stato un mito. Come uomo di sport uno degli esempi migliori. Parliamo di uno dei più grandi pugili della storia: Nino Benvenuti, campione olimpico a Roma nel 1960 (quando vinse non solo la medaglia d’oro ma anche la prestigiosa coppa Val Barker, destinata al pugile tecnicamente migliore del torneo, soffiandola a un certo mediomassimo di nome Cassius Clay) e campione mondiale dei pesi medi, categoria professionisti,  dal 1967 al 1970. Tra i suoi leggendari combattimenti figurano anche i tre incontri per il titolo negli Stati Uniti con Emile Griffith. Il primo, nel 1967, venne addirittura  considerato l’incontro dell’anno (dall’Italia arrivarono ben sei charter di tifosi). Altro incontro dell’anno fu la sfida con Carlos Monzon, il pugile argentino che gli tolse il titolo. In seguito la International Boxing Hall of Fame e la World Boxing Hall of Fame lo inseriranno nella lista dei più grandi pugili di ogni tempo.

 

Ebbene, con tutti e tre i pugili citati (e qui entriamo nel lato umano), Benvenuti è rimasto sempre in ottimi rapporti, cercando di stare concretamente a loro vicino nei momenti più difficili dal punto di vista della salute (Cassius Clay), finanziario (Griffith) e scelte di vita (Monzon). Emblematiche, a queste proposito, sono state le sue visite in carcere al campione argentino, condannato per l’uccisione della moglie e morto in un tragico incidente stradale dove correva a 140 chilometri all’ora sulla corsia di sorpasso. Ma di questo suo impegno sul piano umano e sociale Benvenuti, nato a Isola d’Istra (oggi Slovenia) e attualmente commentatore sportivo in Rai (nel 1971 è entrato nella redazione di Radio Rai, diventando pubblicista), non ama soffermarsi. Preferisce parlare di sport e dei mali che in questo momento affliggono le pratiche sportive a tutti i livelli.

 

E’ vero che molti atleti italiani, anche tra coloro che hanno avuto un certo successo, oggi si trovano in gravissime condizioni sociali?

Conosco diversi casi ma preferiscono non fare nomi, sia per una questione di rispetto che di privacy. Di molti, poi, che magari sono stati dei bravi atleti ma non dei campionissimi o non hanno gareggiato in sport popolari, non serve neanche a fare il nome: di loro non si ricorda più nessuno. Se poi lei mi chiede se ritenga giusto che lo Stato debba aiutarli rispondo che lo Stato dovrebbe impedire a chiunque di finire alla deriva. Se mi preoccupo in particolare degli sportivi che stanno male è solo perché questo è il mio mondo e non perché considero gli atleti una categoria che debba essere privilegiata.

Secondo lei i grandi campioni del presente potrebbero fare qualcosa di più, soprattutto nei riguardi dei giovani, per elevare la cultura sportiva di un popolo?

Sicuramente ma qui bisogna entrare nella psicologia del grande campione. Purtroppo quando guadagni tanti soldi e sei famoso, gradualmente sei portato ad estraniarti dalla realtà circostante. E’ come se entrassi in una palla di vetro. Diventi insensibile. A quel punto la differenza la fa se hai dei veri amici. Io ho avuto Bruno Amaduzzi, mio manager e, soprattutto, un sincero amico. Ammetto  con la massima sincerità che senza Amaduzzi probabilmente anch’io sarei entrato nella palla di vetro. Ma questo l’ho capito solo molti anni dopo.

 

Per tornare sull’argomento, non v’è dubbio che i grandi campioni potrebbero fare tantissimo. Ma dovrebbero anche essere assistiti e incoraggiati a farlo dai dirigenti e dalle federazioni. In molti casi ci vorrebbe anche un’assistenza psicologia. Purtroppo, di tutto ciò non si vede quasi niente. L’amara verità è che alla stragrande maggioranza dei dirigenti il campione interessa solo finché vince e fa guadagnare a molti. Dopodiché può anche essere scaricato senza pietà.

Cosa prova un grandissimo campione del passato quando oggi in continuazione sente parlare di violenza negli stadi, corruzione, scommesse, partite truccate?

Grande amarezza. Soprattutto quando sento che noti campioni non s’accontentato più di guadagnare in maniera sproporzionata ma si lasciano, forse per una sconfinata ingordigia, corrompere o coinvolgere dalle scommesse clandestine. Un fenomeno estremamente pericoloso e che rischia di uccidere lo sport, che invece è una cosa bellissima. Quando poi mi si obietta che la violenza e la corruzione ci sono sempre stati, in ogni epoca e attività,  rispondo che in parte ciò può anche essere vero ma quello che è certo è che la condanna sociale e morale si è pericolosamente attenuata. In passato il baro non veniva quasi mai scambiato per un semplice furbo.

 

In un ipotetico nuovo Stato sociale quale dovrebbe essere il primo provvedimento da assumere per fare nuovamente dello sport una disciplina utile non solo a preservare la salute fisica ma anche quella mentale e spirituale?

La prima cosa da intraprendere è fare dello sport una materia di studio obbligatoria. Bisogna cominciare dalla scuola. E quando parlo di studiare lo sport non intendo la storia dei campioni ma la storia della cultura sportiva. I ragazzi debbono capire che lo sport agonistico è una cosa completamente diversa, riservata a pochi eletti. La maggioranza deve vedere lo sport come un fantastico momento di socializzazione e di sano divertimento. In quest’opera un sostanziale contributo lo debbono dare, naturalmente, anche i genitori, che hanno il compito di insegnare ai figli che vincere è importante ma non è tutto. A proposito, quanto è triste vedere ai bordi dei campi alcuni genitori aizzare i propri ragazzi a vincere ad ogni costo. Ripeto, per raggiungere questo risultato bisogna fare dello sport una materia di studio obbligatoria sin dalle prime classi. Questo è quello che mi aspetto da un ipotetico nuovo Stato sociale.

 

NotaDa vedere anche il video con Benvenuti: https://www.youtube.com/watch?v=s1Qtk2FKCUA&feature=youtu.be

ALAIN LE ROY: ECCO COME ASSISTIAMO I POVERI IN FRANCIA

Posted by Rainero Schembri On luglio - 31 - 2014 Commenti disabilitati su ALAIN LE ROY: ECCO COME ASSISTIAMO I POVERI IN FRANCIA

Laureato in ingegneria e scienze economiche, l’Ambasciatore della Francia in Italia, Alain Le Roy, ha presentato le sue credenziali al Presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano il 23 febbraio 2012. In precedenza  era stato, tra la altre attività, vice direttore per Asia per le attività esplorazione e produzione presso la compagnia petrolifera Total, vice prefetto del dipartimento di Eure et Loir, vice coordinatore speciale dell’ONU a  Sarajevo, Amministratore regionale dell’ONU in Kosovo e anche direttore degli affari economici e finanziari del Ministero degli Affari esteri francese. In quest’intervista esclusiva rilasciata a Euronews Le Roy espone un quadro complessivo dell’assistenza pubblica  fornita dallo Stato francese alle persone più bisognose, offrendo  molti spunti interessanti anche al dibattito sulla creazione di un nuovo Stato sociale in Europa e in Italia.

Ambasciatore, da tempo il nostro giornale si occupa di problemi sociali in Italia e in Europa. Ci riferiamo soprattutto alle situazioni più estreme. In Francia, ad esempio, che tipo di assistenza alimentare pubblica viene fornita alla persone più povere? Ci sono mense pubbliche?

 

Prima di considerare la natura dell’assistenza alimentare pubblica in Francia, bisogna vedere chi propone tale assistenza. L’aiuto alimentare in Francia è svolto, a vari livelli, da diversi attori, istituzionali, associativi o economici. Le politiche pubbliche contro la povertà e l’esclusione sociale sono prevalentemente affidate allo Stato che definisce linee guida, mentre l’azione operativa è tendenzialmente decentrata agli enti territoriali e al privato sociale. Lo Stato delega a Centri Comunali di Azione Sociale presieduti dal sindaco, una competenza globale nel vasto settore dell’azione sociale.

 

I Centri aiutano e sostengono le fasce di popolazioni più fragili e vengono considerati come il mezzo privilegiato attraverso il quale la solidarietà pubblica, nazionale e locale può realmente esercitarsi. Intervengono infatti nel settore alimentare attraverso varie tipologie di aiuti sociali « diretti », in natura (con cestini, pacchi) o finanziari (con sussidi per le mense, buoni alimentari, aiuti in denaro). I centri permettono pure alla gente di recarsi presso gli alimentari sociali ovvero negozi solidali di prodotti alimentari, o in un ristorante sociale. Questa vasta gamma di aiuti, offerta di fronte all’emergenza di alcune situazioni estreme, permette di dare una risposta precisa e appropriata ad ogni situazione.

 

In aggiunta, vorrei sottolineare la parte svolta dall’Unione europea che tramite il nuovo Fondo europeo per gli aiuti agli indigenti, mette delle derrate alimentari a disposizione delle banche alimentari e delle organizzazioni caritative. Le tre principali reti associative in Francia coinvolte in questo processo sono : le Secours Populaireles Restos du Cœurla Croix Rouge.   In Francia, numerosi comuni hanno aperto dei ristoranti solidali e numerose reti di associazioni offrono un servizio di mense. Ad esempio, Parigi può contare su sette ristoranti solidali in vari quartieri. Ogni ristorante può servire la sera fino a 150 pasti gratuiti. Inoltre, i « Restos du cœur », finanziati per un terzo da denaro pubblico e per due terzi da donazioni private, è la più diffusa rete di mense per i poveri di Francia. Nel 2011, l’associazione ha servito oltre 109 milioni di pasti, a 860 mila beneficiari, grazie alla mobilitazione di 60 mila volontari in tutta la Francia.

 

L’assistenza sanitaria francese prevede delle prestazioni completamente gratuite per i meno abbienti?

 

Lo stato francese offre una copertura sanitaria a tutte le persone che vivono in Francia. In alcuni casi, possono anche beneficiare di programmi speciali per persone in difficoltà finanziarie. Le persone residenti in Francia che non abbiano diritto alle prestazioni in natura dell’assicurazione malattia e maternità possono usufruire di tali prestazioni grazie alla copertura malattia universale (CMU). Significa che le spese mediche sono gratuite se il reddito annuale è inferiore ad un certo tetto.

 

Inoltre, le persone non coperte dal sistema sanitario del paese d’origine e senza i requisiti di base della previdenza sociale francese (che includono l’assicurazione sanitaria), possono usufruire dell’AME, Aide Médicale de l’État (aiuto sanitario dello Stato). Infatti, l’AME assicura una copertura sanitaria di base a tutte le persone straniere che non risiedono legalmente sul territorio francese.   Esistono pure servizi di Pronto soccorso per le emergenze sociale e sanitaria. Ad esempio, Il Samu social rappresenta un insieme di associazioni non governative che aiutano le persone meno abbienti con numero di pronto soccorso e soccorsi gratuiti nei vari dipartimenti per i senza tetto 24 ore su 24.

 

Oggi si parla molto in Italia di introdurre il reddito di cittadinanza. Come viene regolamentata la materia in Francia?

 

Nella lotta alla povertà e all’esclusione sociale, la Francia ha introdotto il reddito minimo garantito, ovvero un programma universale, con regole valide per tutti e condizionato nel senso che le sue regole determinano chi può avere accesso al sussidio e chi no.   Inoltre, è stato introdotto il redditto di solidarietà attiva che spetta a tutti i residenti in Francia da almeno cinque anni, il cui reddito sia inferiore a una certa soglia e la cui età sia compresa tra i 25 anni e l’età pensionabile. Il sussidio è pari a 483 euro per un single senza altri redditi, a 724 per una coppia, a 868 euro per una coppia con un figlio, ecc. Al crescere del reddito da lavoro, il sussidio diminuisce ma il reddito disponibile aumenta, così da non disincentivare al lavoro. Nel 2010, i beneficiari del Rsa sono stati 4 milioni di individui. Queste misure sono finanziate in parte dallo Stato e in parte dal Dipartimento.

 

Un’altra questione molto dibattuta riguarda il diritto allo studio. Molti sostengono che per le fasce più deboli lo studio dovrebbe essere completamente gratuito a tutti i livelli, anche quello Universitario. Inoltre, sono contrari al numero chiuso delle facoltà. I giovani studenti più poveri, dovendo spesso lavorare per mantenersi, avrebbero meno possibilità di entrare in graduatoria rispetto ai giovani più facoltosi. Cosa succede a questo proposito in Francia?

 

In Francia, gli studi universitari sono per lo più molto accessibili nella misura in cui ogni titolare di un diploma di maturià ha il diritto di iscriversi all’università. In termini di costo, gli studi universitari francesi sono quasi gratuiti poiché lo Stato assume la quasi totalità della formazione, ovvero circa 10 000 euro/studente/anno. Quindi è come se ogni studente, qualunque sia la sua nazionalità, ricevesse una borsa che coprisse al 95% le sue spese scolastiche. Una somma irrisoria rimane da pagare (dai 200 ai 300 euro all’anno per un’università pubblica).   Inoltre, per la maggior parte delle facoltà, non vi è nessun numero chiuso per le iscrizioni in primo anno (tranne per la Facoltà di  Medicina dove gli studenti vengono sorteggiati). Poi, per proseguire gli studi da un anno all’altro, non vi è nessuna selezione.

 

Non sul piano giuridico ma su quello pratico in Italia permane un grave problema: molti Comuni ostacolano anche agli italiani e Comunitari che vivono per strada o sotto i ponti il diritto ad avere una Residenza anagrafica, con la conseguenza che queste persone non possono: accedere all’assistenza sanitaria; presentare domanda per l’accesso all’edilizia popolare; iscrivere i propri figli a scuola; firmare un contratto; aprire una partita Iva. Queste persone non possono nemmeno votare (senza la Residenza anagrafica non si può avere la scheda elettorale). Questo problema come viene risolto in Francia? In parole povere, se un clochard va a uno sportello comunale e chiede una residenza anagrafica nella pratica cosa succede?

 

Il diritto di voto di un cittadino non può essere leso a causa delle sue condizioni economiche e sociali. La Francia ha affrontato seriamente questo problema, impedendo alla discrezioanlità di questo o quel comune di decidere del diritto di voto di un libero cittadino. Dal 1998, le persone senza residenza possono eleggere domicilio presso un centro comunale di azione sociale (CCAS) o qualsiasi organismo accreditato dalla Prefettura del loro Dipartimento. La domiciliazione ha permesso a persone disagiate di ricevere la loro posta e di far valere alcuni diritti, in particolare : il rilascio di un documento d’identità e l’iscrizione alle liste elettorali. Inoltre, possono usufruire delle seguenti prestazioni sociali: reddito di solidarietà attiva, assegno per adulto con handicap, sussidi personalizzati per l’autonomia.

TERESA SANTULLI: SENZA ‘RESIDENZA’ EMARGINATI PER SEMPRE

Posted by Rainero Schembri On luglio - 31 - 2014 Commenti disabilitati su TERESA SANTULLI: SENZA ‘RESIDENZA’ EMARGINATI PER SEMPRE

L’avvocatessa Teresa Santulli s’interessa praticamente da sempre di problemi sociali. Non a caso oltre che in legge si è laureata anche in sociologia, con una tesi di legislazione sociale. Accreditata presso la Camera del Lavoro CGIL – Roma Zona Sud Ovest e Litorianea e presso l’INCA CGIL Zona Est, dal dicembre del 1996 collabora con la Cattedra di Diritto del Lavoro (già “Legislazione Sociale”) del Prof. Amos Andreoni presso la facoltà di Sociologia. Dal 1998 al 2003 ha  collaborato con la Rivista Giuridica del Lavoro e della Previdenza Sociale, Edizioni EDIESSE, con pubblicazione di note a sentenza.

 

Nel 2012  ho scritto un capitolo del testo ‘La Riforma del Mercato del Lavoro’ della Jovene Editore. Dal 2013 collabora con il portale ‘Diritto24’ del Sole 24 ore. Attualmente esercita attività professionale presso il proprio studio in Roma in viale Angelico n. 54. Dal 2008, infine, è referente su Roma dello Sportello ‘Avvocato di Strada’ che offre assistenza legale gratuita ai senza fissa dimora. Ed è proprio in quest’ultima veste che l’abbiamo intervista.

 

Com’è nata l’associazione Avvocato di strada?

 

E’ nata a Bologna nel 2001 con l’obiettivo fondamentale di tutelare i diritti fondamentali delle persone senza dimora e favorirne il ritorno ad una vita comune. Chi vive in strada in breve tempo può accumulare varie problematiche legali che possono rappresentare un ostacolo insormontabile per chi è privo di risorse economiche e non può pagare un avvocato. Nonostante non possiedano nulla, poiché privi di residenza anagrafica e della documentazione delle proprie storie legali i senzatetto nella maggior parte dei casi non hanno diritto neanche al gratuito patrocinio, l’istituto previsto dallo stato italiano per garantire il diritto alla difesa ai non abbienti. L’associazione nasce quindi per colmare questa lacuna e garantire a chiunque la possibilità di far valere i propri diritti.

 

Chi ha diritto alla vostra assistenza?

 

L’Associazione è presente in 37 città italiane, dislocate sull’intero territorio nazionale. Hanno diritto alla nostra assistenza tutte le persone che vivono in strada in queste città. Per noi non fa differenza se i nostri assistiti sono giovani o anziani, italiani o stranieri, laureati o analfabeti, se hanno un documento di identità o meno: se vivono in strada o in dormitorio possono hanno diritto alla nostra assistenza gratuita.

 

Che tipo di assistenza viene fornita?

 

Presso le nostre sedi le persone senza dimora vengono seguite in tutte le loro problematiche legali, sia da un punto di vista giudiziale e stragiudiziale. Molto spesso i senza tetto sono vittime di soprusi che si possono risolvere facilmente con una telefonata o con una lettera di un avvocato. Se la telefonata o la lettera invece non sono sufficienti procediamo ugualmente con ricorsi o cause.

 

Come è possibile, ad esempio, che  l’elementare e Costituzionale diritto alla Residenza venga ostacolato dalla maggioranza dei Comuni italiani?

 

Purtroppo in Italia viviamo un paradosso. La residenza anagrafica è fondamentale perché se non si possiede questo requisito si perdono una serie di diritti civili. Non ci si può curare, non si può votare, non si ha diritto all’assistenza del servizio sociale, non si può fare domanda per una casa popolare. La residenza è talmente importante che la legge stabilisce che ogni comune è obbligato a dare la residenza a chiunque viva nel proprio territorio.

 

Spesso, però, i comuni fanno orecchie da mercante, preferiscono non dare la residenza ai senza tetto perché temono di doversi accollare la responsabilità di nuove persone in difficoltà e pongono ostacoli insormontabili. In questo caso interveniamo noi e se la situazione non si sblocca dopo una prima richiesta intentiamo una causa al comune, che non può che concludersi che con una nostra vittoria. Quello che gli amministratori dovrebbero capire è che concedere la residenza, oltre ad essere un obbligo di legge, serve a fare in modo che le persone possano uscire dalla propria condizione di difficoltà. Se una persona è senza residenza è condannata a restare a vita nel circuito dell’assistenzialismo, mentre con la residenza le persone possono trovare un lavoro, curarsi e riprendere in mano la propria vita.

 

Quali sono le prime iniziative che un ipotetico nuovo Stato sociale dovrebbe intraprendere per aiutare la parte più debole della popolazione?

 

Le cifre fornite dalle ricerche di settore dicono che chi vive in strada difficilmente ne esce. Questo significa che lo stato sociale che si occupa di grave marginalità non funziona e che andrebbe ripensato. In Italia si spendono fondi per i dormitori, per i servizi sociali, per piccoli sussidi. Forse sarebbe meglio cambiare strategia e prendere spunto dal welfare dei paesi del nord Europa, dove esiste il reddito di disoccupazione e dove a chi vive in strada vengono subito offerte una casa e reali possibilità di formazione e di reinserimento.

ESISTONO ITALIANI DI ‘SERIE Z’ CHE NON POSSONO NEANCHE VOTARE

Posted by Rainero Schembri On luglio - 31 - 2014 Commenti disabilitati su ESISTONO ITALIANI DI ‘SERIE Z’ CHE NON POSSONO NEANCHE VOTARE

In Italia ci sono cittadini ai quali viene ostacolato la possibilità di godere anche dei più elementari diritti civili. A questi cittadini viene impedito di firmare un contratto, di aprire una partita IVA, di avviare una propria attività, di accedere all’assistenza sanitaria, di presentare una domanda per l’accesso all’edilizia popolare, di iscrivere i propri figli a scuola, di ottenere prestazioni previdenziali e assistenziali spettanti all’INPS e addirittura, e questo è veramente clamoroso, di esercitare il più elementare dei diritti previsti dalla democrazia: IL DIRITTO DI VOTO.

 

Cosa hanno fatto di così grave questi cittadini? Di quali crimini sono accusati? Come mai per loro la Costituzione è solo un optional?

 

Semplice. Non hanno un certificato di residenza. In quasi tutti i Comuni italiani (sia di destra che di sinistra) i cittadini che hanno perso la casa, che dormono sotto i ponti, che vivono nelle macchine, che a rotazione vengono ospitati dagli amici, possono anche essere persone irreprensibili, incensurate, generose, intelligenti, colte, educate, non cambia nulla: per il loro Paese essi non contano nulla. E siccome non possono votare ipso facto non sono neanche appetibili ai movimenti politici.

 

A questo punto, visto l’andamento delle cose, a seguito del crescente numero di disoccupati, divorziati, abbandonati, presto all’esercito di coloro che votano in bianco o che addirittura non vanno a votare (esercito che ormai comprende quasi la metà della popolazione) si aggiungerà una nuova categoria politica: quelli dei senza diritto di voto. Vi sembra una cosa normale?

 

Personalmente (perdonatemi se parlo in prima persona) finché questo problema non troverà una giusta soluzione mi sentirò anch’io per solidarietà con queste persone un cittadino di Serie Z che vive nel più Paese più bello del mondo, più ricco di arte e cultura, con una storia e un passato per molti versi straordinari, ma che ha chiuso con le sbarre le porte ai suoi figli più poveri.

 

Spero tanto che altri giornalisti, avvocati, medici, psicologi, lavoratori in generale e anche movimenti politici si sentano ugualmente cittadini di serie Z. Ovviamente ridare il voto è solo un primo passo. Poi ci sono tutti gli altri diritti primari: il diritto a mangiare, ad avere una casa, a curarsi, a studiare e a elevarsi culturalmente. Solo così, passo dopo passo, potremmo riportare in tempi ragionevoli l’Italia e tutti gli italiani in seria A.

 

Chi desidera mi può scrivere a questo indirizzo:

schembri.rainero@libero.it

INQUINAMENTO IN AMAZZONIA: IL CASO CHEVRON-ECUADOR

Posted by Rainero Schembri On luglio - 18 - 2014 Commenti disabilitati su INQUINAMENTO IN AMAZZONIA: IL CASO CHEVRON-ECUADOR

Si tratta di uno dei più gravi inquinamenti della storia. Parliamo del delitto ambientale compiuto in trent’anni (dal 1964 al 1992) di esplorazione petrolifera nella foresta amazzonica dell’Ecuador (esattamente nelle province settentrionali di Cofàn, Siona, Secoya, Kichwa e Huaorani).  In sostanza, in un territorio pari a circa un milioni e mezzo di ettari, l’americana Texaco (che nel 2001 è stata assorbita dalla Chevron) avrebbe, secondo fonti ecuadoriane, costruito 357 pozzi e 22 stazioni, versando 71 milioni di litri di residui di petrolio e 64 milioni di greggio, finendo per inquinare 2,5 milioni di ettari.

 

La Chevron, al contrario, ritiene di aver completamente risanato il terreno e che l’attuale inquinamento è addebitabile esclusivamente alla Petroecuador, la società pubblica ecuadoriana subentrata nell’esplorazione.  Nel frattempo sono in corso due reciproche vertenze: da un lato le popolazioni danneggiate chiedono un forte indennizzo alla Chevron; dall’altro, la Chevron ha chiamato in giudizio il Governo di Quito per non aver rispettato i patti e per aver sostenuto la causa dei privati che, secondo la compagnia americana, è del tutto infondata. Ed è proprio per aver qualche ultieriore chiarimento su questa intricata vicenda internazionale che abbiamo incontrato a Roma il viceministro degli affari esteri dell’Ecuador Leonardo Arizaga,  l’assistente ministeriale sul tema Chevron Celine Meneses e il nuovo Ambasciatore  dell’Ecuador in Italia, Juan Holguin Flores. Ma ricapitoliamo velocemente l’intera vicenda.

 

Dal 1993 è stato avviato presso la Corte distrettuale di New York un processo a carico della Texaco da parte della popolazione indigena e dagli abitanti della zona (circa 30 mila). Nel 2003, dopo dieci anni di rinvii,  il processo viene trasferito in Ecuador nella città di Nueva Loja. Nel 2011 la Chevron viene condannata a pagare 9 miliardi e 510 milioni di dollari per i danni causati (la compensazione più alta della storia del crimine ambientale). Nel 2011, dopo che un giudice di New York aveva dichiarato inapplicabile negli Stati Uniti la sentenza emessa in Ecuador, la Corte d’Appello degli Stati Uniti obbliga la Chevron a risarcire i danni (sentenza confermata nel 2012 dalla Corte d’appello di Sucumbios che tra l’altro, esigeva dalla Chevron delle scuse alla popolazione).

Altre date importanti:

1972: viene creata la compagnia petrolifera statale CEPE;

1973; il governo ecuadoriano assume la piena autorità di vigilanza e regolamentazione sulle attività del Consorzio;

1976: la CEPE diventa il maggiore azionista del consorzio Taxaco Gulf;

1989: la compagnia Petroecuador subentra alla CEPE;

1992: la Petroecuador assume il controllo totale delle operazioni;

1994: la Texaco inizia un’opera di bonifica e realizza delle opere di compensazione;

1998: il governo equadoriano (Presidente Jamil Mahuad Witt di Democrazia Popolare) dichiara la Texaco libera da qualsiasi impegno nei confronti della Repubblica dell’Ecuador. Da quel momento rimane in piedi la causa privata avviata dalle popolazioni danneggiate.

 

La Chevron non accetta la decisione Corte d’appello di Sucumbios. Anzi, reagisce denunciando lo Stato Ecuadoriano davanti alla Corte Permanente di Arbitrato dell’AIA che nel 2012 dichiara, tra le altre cose, che l’Ecuador ha violato il trattato bilaterale sugli investimenti firmato nel 1993 ed entrato in vigore nel 1997. In base a questo trattato li Stato dell’Ecuador dovrebbe sospendere l’esecuzione di ogni giudizio contro una società statunitense. Paradossalmente, l’Ecuador non solo rischia di non ricevere più alcun indennizzo ma potrebbe essere costretta a pagare, ad esempio, tutte le spese processuali alla Chevron. Con questa mossa la Chevron sta cercando anche di screditare l’Ecuador come partner affidabile, con possibili ripercussioni sui rapporti commerciali con gli Stati Uniti e altri Paesi.

 

Ed è proprio per tutelare il buon nome del Paese che il presidente dell’Ecuador Rafael Correa sta portando avanti un’azione diplomatica su larga scala. “In sostanza”, spiega il ministro degli esteri ecuadoriano Leonardo Arizaga,” l’Ecuador fa presente che la causa contro la Chevron non è stata avviata dallo Stato ma dai privati, una scelta sulla quale il potere esecutivo non può assolutamente  incidere”. Ma vediamo, schematicamente quali sono le posizioni in campo.

Argomentazioni della Chevron.

1 –  La Texaco ha lasciato il Paese nel 1992 compiendo tutte le obbligazioni di risanamento ambientale;

2) – Lo stesso Governo ecuadoriano ha esonerato la Texaco da ogni ulteriore risarcimento;

3)  – Tutti i danni attualmente esistenti sono attribuibili alla PetroEcuador che è subentrata nell’esplorazione petrolifera;

4 – L’Ecuador deve accettare la sentenza dell’AIA avendo, tra l’altro, riconosciuto la Corte nominando uno dei suoi giudici

Argomentazione del governo ecuadoriano.

1)  La Texaco non solo non ha utilizzato le più moderne tecnologie di risanamento (come previsto dal contratto di sfruttamento) ma si è limitato a sotterrare i rifiuti per risparmiare;

2)  L’atto di ‘Nulla a Pretendere’ firmato nel 1998 riguarda solo il Governo e non i privati. Infatti, lo Stato dell’Ecuador non chiede nulla alla Chevron.

3) I danni accertati e per i quali si chiede un indennizzi riguardano zone dove Petroecuador non ha mai operato.

4) La sentenza della Corte dell’AIA si basa su un trattato bilaterale tra gli Stati Uniti e l’Ecuador entrato in vigore nel 1997, cioè, cinque anni dopo la fine degli investimenti della Texaco nel Paese. Inoltre, il potere esecutivo non può incidere su quello giudiziario.

 

Da precisare che la ‘liberatoria’  concessa nel 1998 dall’Ecuador è oggi sottoposta a pesanti critiche e richieste d’ indagini all’interno del Paese. Ad ogni modo, quello che è certo è che in questa complessa vicenda giudiziaria hanno perso tutti. Ha perso il pianeta che è stato profondamente ferito sull’esempio di quello che è avvenuto con la British Petroleum nel Golfo del Messico. Ha perso l’Ecuador, questo piccolo e dinamico Paese sudamericano che si è visto comunque distruggere una consistente parte del suo territorio. Ha perso sicuramente d’immagine il gruppo Texaco-Chevron, la seconda società petrolifera americana e la sesta nel mondo. E, soprattutto, hanno perso le povere comunità amazzoniche, che al posto di un terreno incontaminato ora si ritrovano con un’acqua pesantemente inquinata, pozzi pieni di residui tossici, vistose e diffuse malattie della pelle, cancro e altri danni irreversibili certificati da diverse società ed esperti internazionali.

 

CUBA: 15 APPASSIONATI RACCONTI DI ALESSANDRO ZARLATTI

Posted by Rainero Schembri On luglio - 18 - 2014 Commenti disabilitati su CUBA: 15 APPASSIONATI RACCONTI DI ALESSANDRO ZARLATTI

L'Avana. Nel riquadro Alessandro ZarlattiL'Avana. Nel riquadro Alessandro ZarlattiPer molti anni Cuba è stato un mito. Pochi, però, possono descrive quest’isola come Alessandro Zarlatti che da molti anni vive all’Avana e che recentemente ha pubblicato il libro ‘Alcune strade per Cuba’, edito in Italia dalla Ouverture Edizioni. Sono quindici appassionati racconti di uno scrittore e collaboratore di diversi giornali e riviste e profondo conoscitore di quest’isola Caraibica. Il suo libro esprime, comunque, una raccolta di impressioni e un quadro d’insieme del Paese attraverso un’infinita serie di particolari che sfuggono alla facile tentazione di cadere nei vari luoghi comuni e stereotipi che sommergono abitualmente l’Isola.   Che sia ancora notevole l’interesse per questo piccolo Paese, che negli anni cinquanta con la rivoluzione di Fidel Castro ha attirato l’attenzione di tutto il mondo, lo si è avuto in modo tangibile in occasione della presentazione del volume presso la libreria De Miranda di Roma. In quella circostanza Zarlatti, di fronte a un foltissimo pubblico, è stato letteralmente tempestato da domande non solo riguardanti il libro ma anche sulle sue esperienze personali. Cerchiamo di riassumerle.

 

Com’è nata questa passione per Cuba?

 

In un modo del tutto casuale. Sono stati i miei fratelli a suggerirmi una vacanza in quest’isola ed è stato subito amore a prima vista. Sono stato colpito dai colori, dalle bellezze naturali, dal clima, dalla gente e, soprattutto, dalla semplicità. Qui niente sembra essere complicato e nessuno scarica sugli altri le proprie angosce, frustrazioni o ansie. Con questo non voglio dire che tutto sia un paradiso. I problemi ci sono e anche tanti ma la gente ti accoglie sempre con un sorriso e cerca di smussare gli angoli più spigolosi. In seguito mi sono anche sposato con una cubana dalla quale ho avuto una splendida figlia. E questo, ovviamente, ha consolidato ulteriormente il mio rapporto con questo Paese, anche se molti anni dopo ci siamo divisi. Ma in questo Cuba non c’entra niente.   Come si mantiene?   Attualmente gestisco un scuola di lingua e cultura italiana intitolata Leonardo da Vinci. Il nostro sito èwww.scuoladavincicuba.info. Debbo dire che le cose stanno andando molto bene anche perché a Cuba l’interesse per l’Italia e per la cultura italiana è notevole. E questo è un altro aspetto che mi ha colpito molto. Occasionalmente, poi, continuo a mantenere delle collaborazioni giornalistiche con l’Italia.

 

Come mai, però, il turismo verso Cuba è diminuito sensibilmente?

 

Le ragioni sono tante a cominciare dalla diffusa crisi economica. E poi da alcune scelte drastiche ma apprezzabili compiute dal Governo. Penso, ad esempio, alla lotta al turismo sessuale che può essere stato un grande incentivo dal punto di vista economico ma eticamente non sostenibile. Oggi il turismo verso Cuba è molto più culturale e familiare. Inoltre è in costante crescita il turismo della salute. E’ noto, infatti, che in alcuni campi le conoscenze mediche a Cuba sono elevatissime come, ad esempio, per le conseguenze dovute all’ictus, per la cura del diabete, per alcuni vaccini contro il cancro o specifici problemi della vista.

 

Come sta cambiando il Paese?

 

Sicuramente stanno avvenendo alcune importanti aperture in campo economico e per le piccole iniziative private. Credo che questa scelta comporterà dei risultati molto positivi anche a breve termine. Ora è possibile, ad esempio, comprare una casa e questo potrebbe cambiare tante cose.

 

In quali settori consiglierebbe gli italiani a investire a Cuba?

 

Il primo che mi viene in mente è proprio il turismo. Le bellezze naturali non mancano ma le infrastrutture sono ancora limitate. Credo che seri progetti in campo turistico nei prossimi anni potrebbero raggiungere dei risultati inaspettati. Comunque suggerisco a tutti di fare un salto a Cuba: il fascino di quest’isola rimane sempre inconfondibile, indipendentemente dalle idee politiche di ciascuno.

 

E’ vero che sta già pensando a un altro libro?

 

Si. E questa volta si tratta di un romanzo con quattro personaggi non si muovono esclusivamente a Cuba. Credo che sarà pronto entro la fine dell’anno.   Alcune strade per Cuba: Editore Ouverture Edizioni, per informazioni 0566 230.I – www.ouvertureedizioni.it info@ouverturedizioni.it A Roma il libro è in vendita presso la libreria De Miranda, V.le Giulio Cesare 51. La mail di Zarlatti è: zarlatti@yahoo.com

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