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Tuesday, May 21, 2019

GUERNSEY: UN VERO PARADISO (NON SOLO FISCALE)

Posted by Rainero Schembri On luglio - 31 - 2014 Commenti disabilitati su GUERNSEY: UN VERO PARADISO (NON SOLO FISCALE)

In Italia non sono in molti a conoscerla. E tra i pochi che la conoscono i più la considerano solo per un aspetto: cioè, quello di essere uno dei paradisi fiscali esistenti in Europa. Eppure, l’isola di Guernsey, in tutto 78 chilometri quadrati al largo della Normandia (a 48 chilometri dalla Francia e 121 dall’Inghilterra) è anche un paradiso naturale, dove la qualità della vita è altissima, l’assistenza sociale e sanitaria tra i più efficienti, il clima ottimo e un luogo ideale per bambini, coppie innamorate e persone anziane (ci si arriva da Londra e altre località inglesi con le compagnie aeree Aurigny e Channel Islands). Pur appartenendo al Commonwealth, la popolazione di Guernsey (circa 65 mila anime) rivendica con orgoglio la propria indipendenza politica e giuridica e, praticamente, non fa nulla per farsi conoscere o per attrarre il turismo, anche se poi si rivela estremamente gentile con tutti i visitatori.

 

E’ bene, però, chiarire subito un punto: Guernsey non è fatta per chi ama le vacanze movimentate, per chi vuole fare i bagni (pur avendo bellissime spiagge l’acqua è fredda anche d’estate) o scalare montagne (non ci sono), per chi va alla ricerca dell’avventura. Senza voler abusare di un termine che potrebbe apparire presuntuoso, quest’isola è fatta su misura per chi ama il turismo intelligente, raccolto, per chi abbina la storia all’amore per la natura, per chi ama riflettere in solitudine o approfondire l’anima del partner, per chi ama scrivere, dipingere o, comunque, scappare dallo stress delle abituali località turistiche. Non a caso qui hanno vissuto e lavorato artisti come Victor Ugo (che nel 1865 ha pubblicato il romanzo ‘Lavoratori del mare’, ambientato nell’Isola) o il grande pittore impressionista Pierre Auguste Renoir, che ha reso famosa in tutto il mondo la suggestiva baia di Brouillard.

 

Altro aspetto interessante: Guernsey è stato l’unico territorio occupato dai tedeschi durante l’ultima guerra mondiale (dal 1940 al ’45). Ovunque sull’isola si possono trovare testimonianze di grandissimo rilievo storico (fortificazioni, depositi d’armi, torri di controllo, cannoni, ecc.). In ogni caso da non perdere il Museo dell’occupazione tedesca (inaugurato nel 1966) e l’enorme Ospedale sotterraneo, costruito da centinaia di lavorati schiavi con circa 800 posti letto (serviva soprattutto per curare i soldati tedeschi feriti sul fronte francese).

 

Ma a Guernsey ci sono tanti altri luoghi da visitare, sempre in forma rilassata, senza file, senza problemi di parcheggio, senza l’assillo di una folla interessata solo a guardare e non a vedere. Oltre al movimentato porto, dove ha luogo ogni domenica un suggestivo mercatino senza roba cinese ma solo curiosi prodotti artigianali, è possibile passeggiare attraverso ordinatissimi parchi, fare una partitella a Golf su uno splendido prato inglese, ammirare le famose mucche di Guernsey (che non hanno proprio nulla da invidiare alle cugine svizzere), visitare l’Aquarium, assaporare il rinomato stufato Guernsey Jar Bean (ingredienti principali: fagioli bianchi, burro, stinco di maiale e manzo), o il Guernsey Gache, un pane speciale fatto con uva passa, uva sultanina e scorze miste. Da visitare, inoltre, l’originalissima cappella Les Vauxbelets, colorata da centinaia di variegati mosaici. E se poi c’è ancora un po’ di tempo è consigliabile visitare anche le suggestive isole di Herm, Jethou e Lihou.

 

Ma che fine farà questo paradiso naturale in un momento in cui in tutto il mondo e, soprattutto in Europa, si sta cercando di eliminare i paradisi fiscali?

 

Certo, se un giorno Guernsey non potrà più contare sulle grandi banche e assicurazioni che contribuiscono per il 32% al reddito totale, consentendo un reddito pro-capite di ben 42 mila sterline (uno dei più alti del mondo), la situazione comincerà a farsi complicata. Difficilmente i data center, il gioco d’azzardo elettronico internazionale presente sull’isola, l’orticoltura (soprattutto pomodori e fiori recisi, in particolare fresie) e il turismo potranno compensare le entrate derivanti dallo status di grande centro off-shore. Ma questa, per ora, è ancora un’altra storia.

 

Nota: Per vedere su Euronews il video ‘Guernsey: l’Asso nella Manica’ andare su Videomondo n. 20 (in alto a destra)

GIUSEPPE DI STEFANO NEI RICORDI DELLA FIGLIA FLORIA

Posted by Rainero Schembri On luglio - 31 - 2014 Commenti disabilitati su GIUSEPPE DI STEFANO NEI RICORDI DELLA FIGLIA FLORIA

Sull’affascinante e tormentata vita di Giuseppe Di Stefano, uno dei più grandi tenori della storia della lirica mondiale, è stato detto e scritto moltissimo. Riassumendola velocemente possiamo che ‘Pippo’, com’era chiamato dagli amici, è nato nel 1921 a Motta di Sant’Anastasia in provincia di Catania. Durante la prima infanzia si è trasferito a Milano con i suoi genitori iniziando a cantare in un coro di Gesuiti. Durante la guerra è riuscito miracolosamente a evitare di andare sul fronte russo. In seguito, grazie al baritono Luigi Montesanto (che prima gli ha dato lezioni di canto e poi gli ha fatto da manager) è arrivato prestissimo alla scala di Milano. La sua sarà una carriera fulminante, che a partire dal 1946 illuminerà i teatri più importanti del mondo.

 

 

Sull’affascinante e tormentata vita di Giuseppe Di Stefano, uno dei più grandi tenori della storia della lirica mondiale, è stato detto e scritto moltissimo. Riassumendola velocemente possiamo dire che ‘Pippo’, così veniva chiamato dagli amici, è nato nel 1921 a Motta di Sant’Anastasia in provincia di Catania. Durante la prima infanzia si è trasferito a Milano con i suoi genitori iniziando a cantare in un coro di Gesuiti. Durante la guerra è riuscito miracolosamente a evitare di andare sul fronte russo. In seguito, grazie al baritono Luigi Montesanto (che prima gli ha dato lezioni di canto e poi gli ha fatto da manager) è arrivato prestissimo alla scala di Milano. La sua sarà una carriera fulminante, che a partire dal 1946 illuminerà i teatri più importanti del mondo.

Nel 1948 Di Stefano sposerà la bella studentessa di musica Maria Girolami, scomparsa recentemente, dalla quale avrà tre figli: Giuseppe, Luisa e Floria. Purtroppo, nel ’75 morirà in giovanissima età Luisa a causa di una gravissima leucemia. Il dolore per questa tragedia contribuirà alla separazione dei coniugi Di Stefano avvenuta solo un anno dopo. Alcuni anni prima era, comunque, entrata in scena anche la grande Maria Callas con la quale Di Stefano ha avuto per diversi anni un forte legame professionale e sentimentale. Insieme hanno cantato in tutto il mondo con i più grandi direttori d’orchestra.

Di Stefano si risposerà nel 1993 con la cantante lirica tedesca Monika Curth che aveva conosciuto molti anni prima. In tarda età le loro vite si divideranno tra la casa di Santa Maria Hoè, in provincia di Lecco, e quella di Diani Beach, in Kenya. Purtroppo, proprio nella casa africana il 3 dicembre del 2004 Di Stefano subì una violenta aggressione da parte di un gruppo di banditi dalla quale non si è mai più ripreso del tutto.  Morirà, accudito fino all’ultimo giorno dalla moglie, il 3 marzo del 2008, all’età di 87 anni a Santa Maria Hoè.

Ebbene, come abbiamo detto all’inizio, su Di Stefano sono state riempite pagine e pagine di giornali e rotocalchi e non solo per descrivere le sue ineguagliabili doti vocali. Eppure, in tutti questi anni praticamente non si è saputo più nulla dei suoi figli, che praticamente si sono rinchiusi in un riserbo assoluto. E’ per questo che ringraziamo sinceramente Floria Di Stefano che ha consentito di colmare finalmente una lacuna e, quindi, d’integrare con la sua testimonianza la biografia di uno dei più grandi artisti italiani di tutti i tempi.

Per cominciare ci racconti un po’ di lei e di suo fratello Giuseppe. Dove avete vissuto in tutti questi anni, di cosa vi occupate, siete sposati, avete figli, vi sentite spesso?

Mio fratello si è trasferito a Sanremo dopo laureato. Ha aperto un’attività commerciale seguita da altre e ha moglie e tre figli, tra i quali un ragazzo di 27 anni, Francesco, che presa la laurea si dedica ora al teatro e alla televisione come attore. ‘La vena artistica della famiglia’.

Io dopo il diploma in lingue ho lavorato per 16 anni nel settore alberghiero fino a diventare consulente commerciale per la Villa D’Este a Cernobbio, dal 90′ al 93′.

Nel 93′ ho fatto fagotto e, abbandonando la carriera, mi sono trasferita nei Caraibi nell’isola di Santa Lucia, dove ho vissuto per 17 anni delle mie due imprese commerciali, un maneggio per escursioni a cavallo guidate e 2 fast food. Ho avuto un figlio, Leonardo che ha 17 anni.

Per via dei suoi studi e per essere vicini alla mia mamma che nel frattempo si era trasferita a Sanremo presso la famiglia di mio fratello, nel 2010 siamo rientrati anche noi, e tuttora risiediamo qui, Perlomeno fintanto che mio figlio non finisca i suoi studi.

Come mai nessuno dei due ha intrapreso una carriera artistica. Non eravate portati o temevate un continuo confronto con vostro padre?

Nessuno di noi 3 figli ha mai riscontrato di avere un talento artistico in nessun genere musicale o teatrale e quindi ci siamo indirizzati verso altre cose.

Che cosa significa essere figlia di un mito, nel bene e nel male?

Essere figli di un mito che, però, era estremamente alla mano come mio padre, vuol dire crescere con gente normale, magari un tantino originale, essere trattato come gli altri, l’orgoglio di ottenere successi personali al di fuori del nome che si porta. Vuol dire anche vedere i genitori a periodi, visto che mia madre era anche la sua assistente personale e si muoveva quasi sempre con lui. Quando la scuola ce lo permetteva, li raggiungevamo, per esempio, a Natale. E allora era una festa, papà si faceva in quattro tra i teatri e il passare del tempo con noi. Ho dei ricordi meravigliosi. Il lato negativo è che i miti hanno sempre una corte al seguito, hanno gente che vuole conoscerli, autografi da firmare, è difficile ritagliare del tempo per la famiglia senza la presenza di estranei.

Come avete vissuto in famiglia la folgorante carriera di vostro padre? Lui parlava del suo lavoro? Vi portava in teatro? Vi faceva conoscere altri cantanti?

Noi figli siamo nati quando papà era all’apice della sua carriera, ‘52, ‘55, ’57, e io che sono l’ultima mi ricordo il velluto rosso del palco, le quinte del teatro, il nervosismo del prima e il tripudio del dopo. Mi ricordo una Tosca dove lui veniva regolarmente fucilato e io scoppiai a piangere disperata, avevano sparato al mio papà!!! Anche più tardi, ormai anziano ma sempre bello e charmant, non importa la piazza, il teatro di provincia o la trasmissione televisiva, lui era sempre adorato, vezzeggiato, corteggiato, premiato. E lui concedeva qualche bella romanza di Tosti o qualche canzone napoletana a questo pubblico in visibilio. Chi non l’ha conosciuto di persona non sa il magnetismo che emanava papà, e la simpatia, l’umanità.

Altri cantanti anche di generi musicali diversi, ne abbiamo conosciuti molti. Menziono José Carreras perché me lo ricordo giovane e aitante e papà era quasi eccitato nel presentarcelo. Era il suo pupillo, l’unico che gli piaceva veramente e gli ricordava se stesso da giovane. Furono sempre amici e mi commuovo a pensare che José e sua moglie presenziarono al funerale di papà che le televisioni ufficiali avevano snobbato, perdendo lo scoop.

E’ vero che la prematura morte di sua sorella Luisa per leucemia a vent’anni ha cambiato completamente il temperamento di suo padre, anche nei rapporti con gli amici e i familiari?

La morte, ma soprattutto la lunga malattia di mia sorella, ha purtroppo minato la felicità di tutti noi, sia individualmente sia come famiglia. Posso solo immaginare cosa potesse provare papà sul palco, col cuore pieno di dolore. Luisa era anche la più possessiva con papà, lo voleva tutto per sé. Seguiva tutto quello che si scriveva di lui, cercava di passare con lui più tempo possibile. Probabilmente sapeva di non averne troppo visto che studiava medicina. Era malata di Morbo di Hodgkin.

Che donna era sua madre?

Mia madre era una donna americana con origini italiane. Educata con i nostri principi tradizionali, era una donna molto pratica e quindi svolgeva tutte quelle attività che semplificano la vita di un artista. Compagna innamoratissima e fedele, si dedicava totalmente alla famiglia, sopportando tenacemente le intrusioni di altre donne che vagavano nell’entourage di mio padre. La morte di sua figlia fu un dolore costante che la accompagnò fintanto che la sua memoria non svanì e acquistò una meritata serenità.

Una delle cause della rottura tra vostro padre e vostra madre è stata relazione prima professionale e poi sentimentale con Maria Callas. Sua madre, insieme alla giornalista Francamaria Trapani, ha scritto nel 1992 addirittura un libro sull’argomento: ‘Callas nemica mia’. In che modo vostro padre ha affrontato con voi questa separazione?

La Callas non fu la causa della rottura tra i miei genitori, ma la relazione che ebbe con la sua futura seconda moglie, Monika, della quale mio padre s’innamorò in seguito. Mia madre ci annunciò che se ne sarebbe andata a vivere per conto suo per trovare un po’ di pace emotiva e mio padre ci disse che voleva cominciare una vita nuova con la sua nuova compagna.

Lei ha mai conosciuto di persona la Callas? Che idea si è fatta di lei come donna?

Per parlare di Callas non bastano 10 righe. Maria era una donna viziata ed esigente, abituata ad avere una corte che la adorava. Io a 18 anni non subivo questo fascino, il successo e la gloria li respiravo già in casa mia fin dalla nascita. Nel tempo libero dovevamo giocare a carte con lei ed io trovavo sempre il modo di svicolare e raggiungere i miei amici. Una volta mi disse che mi stimava per la mia indipendenza e temerarietà.

E’ vero che per solidarietà con vostra madre vi siete abbastanza staccati da vostro padre?

Diciamo che dopo la separazione dei miei, mio padre si trasferì fuori Milano e continuammo a frequentarlo nella sua nuova residenza. Fintanto che vivevo in Italia, non ho mai perso un suo concerto o una qualsiasi apparizione pubblica. Durante i 17 anni che ho vissuto all’estero, non ho mai mancato una sua festa di compleanno, rientrando in Italia per stare un po’ con lui, per vedere mia madre e mio fratello e famiglia.

Nel 1995 la cantante inglese Nicola Kirsh ha dichiarato al tabloid Sunday Express di essere stata per 18 anni l’amore segreto di suo padre e che la Callas avrebbe offerto un milione di dollari affinché lui tornasse da lei. Che lei sappia c’è qualcosa di vero in questa storia?

Nicola Kirsh è una pazza scatenata, una stalker. Si piazzava fuori dalla villa di papà per delle giornate intere aspettando che uscisse per buttarsi sul cofano della sua auto. Qualche volta si faceva accompagnare da paparazzi. I carabinieri avevano le mani legate. La storia della Callas è una delle sue panzane.

Vostro padre è stato uno dei tenori più pagati della storia. Ciò gli ha consentito di accumulare un ingente patrimonio che però si è completamente dissolto negli anni. E’ vero che ha perso una fortuna nelle case da gioco?

L’affermazione che papà fosse uno dei tenori più pagati della storia è inesatta. I cachet degli artisti prima del boom mediatico erano relativi al ricavato della vendita di biglietti di teatro, e punto. Nel caso di papà, i teatri erano sempre pieni quando cantava lui. I cachet miliardari sono subentrati quando le televisioni hanno cominciato a pagare i diritti, diciamo da Pavarotti in poi. Anche Maria Callas dice la stessa cosa in un’intervista. Che poi papà giocasse e spendesse a piacere, è sulla bocca di tutti, la vita se la godeva ma a noi figli non è mai mancato niente.

Com’è stato accolto da voi il suo secondo matrimonio di vostro padre avvenuto con la cantante lirica tedesca Monica Curth? In che rapporti siete con lei?

Monika è stata un’ottima moglie, cordiale con noi, è stata molto vicina a papà fino all’ultimo e di questo gliene siamo infinitamente grati.

Come avete seguito gli ultimi anni di malattia di vostro padre, resi drammatici dalla tragedia avvenuta in Africa che l’ha portato alla morte?

Purtroppo la lontananza non mi ha permesso di stargli molto vicina, mio fratello un po’ di più, lavoro permettendo.

Come spiega il fatto che nonostante lui avesse sempre avuto tanti amici ed estimatori al suo funerale hanno partecipato solo pochi autorevoli rappresentanti del mondo della lirica?

Quando si muore a 86 anni purtroppo tanti amici sono già scomparsi. Il pubblico affezionato e gli amici viventi, anche miei e di mio fratello sono tutti venuti, dei suoi colleghi hanno partecipato Jose’ Carreras, Magda Oliviero e altri. Le grandi assenti sono state la televisione nazionale e Mediaset. Evidentemente la sua dipartita non faceva abbastanza audience.

Qual è il più bel ricordo che ha di suo padre?

Il più bel ricordo: avevo circa 10 anni, tenevo stretta la sua mano guardando un falso babbo natale che attraversando il giardino ci portava i regali in un sacco. Gli dissi: papà sei tu! E lui rise a crepapelle, ‘ma se sono qui e ti tengo per mano!’ Ma a quell’età avevo la convinzione che mio papà facesse miracoli!

C’è stata qualcosa che avrebbe voluto dirgli, ma non l’ha mai detto?

Da ragazzini noi figli preferivamo Mina, Lucio Battisti, i Beatles più dell’opera e lui se ne crucciava. Vorrei che vedesse adesso quanto lo ascolto e quanto lo adoro.

Secondo lei, come viene coltivata in Italia la memoria di suo padre?

In Italia papà è messo nel dimenticatoio. Io speravo che per le celebrazioni dei 150anni dell’Italia, si sarebbe parlato anche di lui, che l’Italia l’ha resa grande e non per la mafia, pizza, spaghetti o Berlusconi. Ho scritto a diversi giornalisti, intrattenitori, a Morandi, visto che lui ha anche cantato al festival di Sanremo. Dite due parole. Niente. Per fortuna il pubblico di amanti dell’opera non l’ha abbandonato mai. Io seguo personalmente 2 siti su fb nei quali ci scambiamo fotografie e registrazioni e mio fratello lavora sul sito ufficiale: www.giuseppedistefano.it

Il fatto che i suoi dischi siano diventati di pubblico dominio e quindi non ci sia più dietro un giro d’affari purtroppo è stato un deterrente. Infatti, insieme con altri artisti viventi o eredi di artisti, stiamo lottando perché l’estensione dei diritti d’autore agli artisti interpreti, da 50 a 70 anni, coinvolga anche i nostri cari. Abbiamo scritto al Presidente Napolitano e al Presidente dl Consiglio Monti, però senza risposta.

MIGUEL RUIZ CABANA: CON L’ITALIA UN AMORE DA VIVERE

Posted by Rainero Schembri On luglio - 31 - 2014 Commenti disabilitati su MIGUEL RUIZ CABANA: CON L’ITALIA UN AMORE DA VIVERE

Di Rainero Schembri

Se c’è un Paese che ha imparato la lezione della storia e ha saputo uscire nel 1994 da una delle più tragiche crisi economiche (paragonabile a quella argentina del 2001) è stato il Messico. Tanto è vero che oggi il Paese (112 milioni di abitanti) viene di diritto collocato tra i venti grandi del mondo, con una crescita media negli ultimi anni del 4%,  un reddito pro capite di circa 14,5 mila dollari, un debito pubblico del 2,3% del Pil e un’industria fortemente competitiva in settori come l’automobile  (una macchina su sei venduta negli Stati Uniti è prodotta in Messico), aerospaziale, cemento, petrolchimico, telecomunicazioni, informatica e industria alimentare.

 

Visitato ogni anno da oltre 22 milioni di turisti (grazie alle sue bellezze naturali e alla sua storia millenaria), il Messico viene considerato un Paese aperto, giovane (l’età media è di 27 anni), solido (con riserve che superano i 150 miliardi di dollari), a bassa tassazione e aperto al mondo.  Presieduto da Felipe Calderon (eletto nel 2006 il suo mandato scadrà quest’anno), il Messico dal 2000 ha siglato un importante accordo di libero scambio con l’Europa che ha già comportato importanti benefici anche per l’Italia.  Di questa nuova realtà, anche nei suoi lati meno positivi, abbiamo parlato con l’Ambasciatore del Messico in Italia (dall’estate del 2011) Miguel Ruiz Cabanas Izquierdo.

 

Nato a Città del Messico e Laureato in Relazioni Internazionali Ruiz Cabanas è un diplomatico di carriera ed è stato in precedenza Ambasciatore a Tokio, oltre che rappresentante del Messico presso l’Organizzazione degli Stati Americani. Cabanas ha maturato anche una vasta esperienza nella lotta al narcotraffico nell’ambito delle Nazioni Unite. All’interno del Ministero degli Affari esteri messicano ha ricoperto incarichi di grande prestigio e responsabilità. Docente di Relazioni Internazionali, Ruiz Cabanas oltre a svolgere un’intensa attività di conferenziere collabora anche con numerose  riviste specializzate in relazioni Internazionali.

 

Oltre ai colori della bandiera, ci sono diverse analogie positive tra l’Italia e il Messico. Ma ci sono anche alcune negative. Ad esempio, l’immagine legata all’attività delle mafie e ai gruppi criminali. Lei che all’Onu ha maturato una personale esperienza nella lotta alla criminalità cosa ne pensa?

E’ una realtà con la quale entrambi i Paesi debbono fare i conti. Purtroppo non siamo gli unici. Di mafie potenti si parla anche in Cina, in Giappone, negli Stati Uniti, in Colombia e in tanti altri Paesi. Quello che è certo è che sia l’Italia che il Messico la stanno combattendo seriamente. Io ho avuto modo di conoscere e collaborare con Giovanni Falcone. Un uomo straordinario. Posso dire che abbiamo imparato molto dai suoi metodi e dal suo modo di affrontare questa piaga che distrugge le economie dei Paesi. Anche se le realtà sono molto diverse, il Messico ha guardato con grande attenzione a quello che è stato fatto in Italia su questo terreno.

 

Un’altra analogia riguarda le enormi differenze tra il nord e il sud. Ancora oggi il Chiapas è una realtà completamente diversa rispetto al nord del Paese. Cosa state facendo per riequilibrare questa situazione?

 

E’ vero, anche questo problema è molto simile nei due Paesi e in entrambi i casi lo squilibrio sociale ed economico ha radici storiche profonde. Ma come l’Italia anche in Messico tutte le forze politiche sono ormai perfettamente consapevoli che lo sviluppo dell’intera Nazione non può prescindere da una crescita costante e significativa della parte più povera del Paese. Negli ultimi anni si è fatto molto per il Chiapas, soprattutto nel campo delle infrastrutture, dell’educazione e del turismo. Ma ancora non è sufficiente. Occorre fare molto di più.

 

Passiamo all’economia. Non ritiene che l’intercambio commerciale tra Italia e Messico ancora non abbia espresso tutte le potenzialità offerte dai due mercati?

 

Certamente si potrebbe fare molto di più però le cose non sono neanche così negative. Innanzitutto ricordiamo che l’Italia è il terzo partner commerciale del Messico in ambito UE, mentre siamo il secondo partner dell’Italia in America Latina. Nel 2011 l’interscambio tra i due Paesi, grazie anche all’accordo firmato dal Messico con l’Unione Europea è cresciuto del 40,6% rispetto al 2009, superando i 6.500 miliardi dollari. Altro dato interessante: sempre nel 2011 gli investimenti italiani in Messico hanno coinvolto 1.400 società. Tra questi figurano nomi quali il Gruppo Techint-Tenaris, Enel Green Power, Barilla, Brembo, Assicurazioni Generali e la Ferrero. In campo automobilistico registriamo la presenza di Fiat e Pirelli.

 

Concretamente in quali settori ci sono oggi le maggiori possibilità di collaborazione tra imprese italiane e messicane?

 

In questo momento il Messico esporta in Italia essenzialmente petrolio, oro, grano duro, alcuni tipi di acido e PVC, mentre importa prevalentemente macchinari e apparecchiature, prodotti derivati dalla raffinazione del petrolio e prodotti metallurgi. Credo che ci siano ancora ampie possibilità, ad esempio, per quanto riguarda le parti di ricambio, il settore aerospaziale, le energie rinnovabili, i macchinari agricoli, il settore calzaturiero. Importante, comunque, è che arrivino i grandi gruppi che automaticamente trascinano con sé anche le piccole e medie imprese. Questo sarà anche il mio impegno principale a Roma. Presto organizzeremo un grande business council con le imprese italiane: quello sarà il momento giusto per presentare e rilanciare i rapporti commerciali tra i due Paesi. A questo proposito vorrei aggiungere un’altra cosa.

 

Prego.

 

Tra messicani e italiani c’è una grande affinità e simpatia. I messicani in genere adorano l’Italia, la sua gente, la sua storia, la sua cultura, le sue bellezze naturali, il suo modo di vivere. Anche gli italiani quando tornano dal Messico sono affascinati dal nostro Paese. Si tratta ora di sfruttare meglio questa simpatia reciproca incrementando anche gli scambi commerciali e i rapporti economici.

 

 

Molti ritengono che il Messico sia ancora troppo legato agli Stati Uniti a seguito anche dell’accordo NAFTA e che questo sia una delle ragioni che rallentano lo sviluppo dei rapporti con l’Europa. Lei cosa ne pensa?

Ma non credo proprio. Non c’è dubbio che gli Stati Uniti rappresentino sempre il principale partner commerciale del Messico ma è una cosa del tutto naturale. Non dimentichiamo che tra i due Paesi scorre la più lunga frontiera del mondo. Io credo, al contrario, che i nostri rapporti con gli Stati Uniti siano un fattore estremamente positivo: non a caso molte imprese europee s’insediano nel Messico per poi esportare in America.

 

A proposito di frontiere, è’ noto che le rimesse dei lavoratori messicani all’estero sono aumentate di anno in anno, arrivando a rappresentare il 3% del PIL e un’importante fonte di valuta estera per il Paese, accanto ai proventi delle esportazioni di petrolio e del turismo. Lei non pensa che il Messico sarà veramente una potenza mondiale solo il giorno in cui nessun messicano sarà più costretto a lasciare il suo bellissimo Paese?

 

Anche questa situazione sta cambiando radicalmente. Nell’ultimo anno sono stati più i messicani che sono tornati in patria che quelli che sono emigrati. Tanto è vero che negli Stati Uniti sono molto preoccupati: se domani tutti gli agricoltori messicani che lavorano negli USA dovessero rientrare l’agricoltura americana subirebbe un collasso. Comunque, non c’è dubbio che vorremmo arrivare a una situazione per cui uscire dal Messico sia per tutti i lavoratori una scelta e non una costrizione.

 

In conclusione, i messicani come vedono la crisi europea e italiana?

 

Anche se in questo momento l’America Latina sta attraversando un’intensa fase di sviluppo, tutti guardiamo a quello che avviene in Europa con una certa apprensione. Nell’era della globalizzazione sarebbe un errore tremendo pensare di potersi isolare o evitare il contagio. Alo stesso tempo, però, siamo anche ottimisti sul futuro dell’Europa che ha tutte le risorse per uscire dalla crisi. Ciò vale anche per l’Italia che vanta una grandissima tradizione soprattutto a livello di piccole e medie imprese. Agli industriali italiani consiglierei di guardare con più attenzione ad alcuni Paesi come il Messico: forse potrebbero trovare da noi la soluzione di alcuni dei loro problemi. In sostanza, che il nostro diventi anche un ‘amore d’interesse’, nel senso più buono del termine.

 

 

 

 

AIDA SANTOS DE ESCOBAR: EL SALVADOR HA VOLTATO PAGINA

Posted by Rainero Schembri On luglio - 31 - 2014 Commenti disabilitati su AIDA SANTOS DE ESCOBAR: EL SALVADOR HA VOLTATO PAGINA

Di Rainero Schembri

L’Ambasciatrice Aida Luz Santos De Escobar non è una diplomatica di carriera ma un’avvocatessa di livello internazionale, particolarmente impegnata con i problemi legati alla pubblica sicurezza e alla criminalità giovanile: cioè, uno delle questioni più gravi che attanagliano El Salvador, il piccolo ma suggestivo Paese dell’America Centrale che negli anni ottanta è stato flagellato dalla terribile guerra civile che ha devastato la società salvadoregna lasciando, tra l’altro, molto ragazzini allo sbando.

 

Nel 2009 la Santos Escobar è stata nominata Presidente del Consiglio Nazionale di Pubblica Sicurezza e per due anni è stata anche Vice Presidente del Comitato Consultivo e di Orientamento del Centro Internazionale per la Prevenzione della criminalità con sede a Montreal in Canada. Promotrice di diversi progetti di prevenzione della violenza sociale (uno di essi è stato cofinanziato dall’Unione Europea), abile conferenziera e autrice di numerose pubblicazioni, la nuova Ambasciatrice in Italia (è arrivata a Roma nel novembre del 2011) è dotata di una forte personalità con spiccate capacità comunicative: ciò ha indotto il giovane Presidente di El Salvador Maurico Funes (che è stato anche un noto giornalista e, quindi, profondo conoscitore dell’importanza della comunicazione) ad affidarle questa volta un compito molto diverso, quello di informare e trasmettere verso l’esterno il grande sforzo di rilancio economico e sociale che il Paese sta compiendo in questo momento a tutti i livelli.

 

Ambasciatrice, recentemente avete festeggiato il ventesimo anno della firma della dichiarazione di pace dopo 12 anni di guerra civile che ha provocato oltre 80 mila morti. Fino a che punto il Paese è riuscito a superare il trauma umano, economico e sociale di questa tragedia?

 

Direi una bugia se affermassi che tutto è passato. Dodici anni di guerra civile che hanno causato la morte di migliaia di salvadoregni non si cancellano in pochi anni, ci vogliono generazioni, soprattutto quando i precedenti governi non hanno lavorato per una cultura di pace e per questo ancora si avvertono le conseguenze della guerra.

 

Uno dei problemi che conosco molto bene, per motivi professionali, riguarda le gang e le cosche malavitose. Molti dei giovani coinvolti hanno perso prematuramente i loro genitori, sia perché essi sono emigrati, sia perché sono stati assassinati. Di conseguenza migliaia di bambini si sono trovati in uno stato di totale abbandono, altri sono spariti e i governi non si sono preoccupati di recuperarli con politiche sociali capaci di farli crescere normalmente, privando loro dell’istruzione, della salute, del lavoro, della formazione. Sono rimasti completamente orfani senza avere l’indispensabile per un essere umano: l’amore filiale, l’attenzione e, perché no, anche il controllo. Cioè, il controllo su tutto ciò che continuavano a fare. Molti giovani hanno vissuto in luoghi degradati, privi delle cose essenziali, molti sono riusciti a sopravvivere ma con un grande odio verso la società che li ha emarginati.

 

Queste bande oggi rappresentano un grande problema non solo all’interno del Paese. Il fenomeno ha attraversato le frontiere, si è trasformato in una questione transnazionale. Questo è solo uno dei tanti problemi che l’attuale governo deve affrontare e risolvere. E non perché prima non esisteva, ma perché il problema è cresciuto senza che si prestasse la dovuta attenzione, varando politiche repressive piuttosto che preventive e dimenticando le politiche sociali verso i settori più vulnerabili.

 

Il 15 marzo del 2009 per la prima volta la sinistra, con l’attuale Presidente Mauricio Funes, è andato al potere con il partito Frente Farabundo Martì, nome che rievoca un grande rivoluzionario salvadoregno. Cos’ è concretamente cambiato nel Paese?

 

Dal mio punto di vista sono cambiate due cose fondamentali. La prima è che con questo governo è stato avviato un sincero e profondo processo di pacificazione. Un processo molto complesso dal punto di vista politico, economico, sociale e anche psicologico. La seconda grande novità è che per la prima volta è diventata priorità governativa la lotta alla povertà e per l’inclusione sociale che non è cosa semplice ma richiede molti investimenti. Dare ai poveri il necessario per svilupparsi significa necessariamente fare affidamento alla solidarietà di coloro che hanno di più.

 

Il Presidente ha deciso di varare misure economiche e politiche a beneficio dei meno abbienti, dei più vulnerabili, con un notevole impegno personale. Alcuni importanti risultati già sono stati raggiunti ma rimane ancora molto da fare e non è facile quando permangono forti resistenze da parte di ambienti che si oppongono a questi cambiamenti.

 

E’ noto che il Presidente Funes nel cercare una riconciliazione nazionale ha anche chiesto il perdono alle tante vittime della violazione dei diritti umani.  Eppure il capo dell’opposizione Armando Calderòn Sol ha sostenuto che lo Stato non deve chiedere perdono. Secondo lei l’ha fatto per motivi elettoralistici o perché il Paese ancora non si è completamente riconciliato?

 

Il Presidente Funes aveva detto quello che si doveva fare sin dal momento in cui sono stati firmati gli accordi di pace. Sfortunatamente molto persone non sono state capaci di comprendere il significato del perdono esternato alle vittime dal Presidente in nome dello Stato. Il suo comportamento è stato a mio avviso un gesto di umiltà, di coscienza sociale, di riconciliazione, di giustizia verso tutti i salvadoregni che hanno sofferto, indipendentemente dall’appartenenza politica o classe sociale. La nostra storia è stata triste e non abbiamo ancora finito di piangerla e di sentire i suoi effetti negativi. Ma come possiamo non continuare a piangere se ancora viviamo le conseguenze di questa guerra, se vediamo che nella vita quotidiana le importanti istituzioni nate a seguito degli accordi di pace invece di rafforzarsi col tempo si sono deteriorate.

 

Alcune persone hanno interpretato il gesto del Presidente come una strumentalizzazione politica, altri per malafede l’hanno compreso male, altri senza dubbio non hanno un vero interesse nella riconciliazione nazionale. Le persone che criticano solo dimostrano la durezza dei loro cuori e l’incapacità di commuoversi per il dolore altrui. L’ex Presidente Calderon ha avuto il tempo per passare alla storia di El Salvador come un uomo dotato di grande sensibilità umana, poteva essere  lui a chiedere il perdono quando le ferite ancora sanguinavano. Non averlo fatto, secondo il mio parere, è stata una vera occasione persa.

 

La chiesa cattolica ha svolto un ruolo molto importante durante la guerra civile. Pensiamo solo all’uccisione del cardinale Oscar Romero che sosteneva i più poveri. In quel periodo è nata in America Latina la cosiddetta Teologia della liberazione. Qual è oggi l’impegno della chiesa nel processo di ricostruzione del Paese?

 

La chiesa cattolica ha sempre svolto un ruolo importante e utile per il Paese. L’ha svolto durante la guerra civile e lo continua a svolgere ora. Anche se la chiesa cattolica è l’unica ad avere un riconoscimento costituzionale, nel nostro Paese esiste un’ampia libertà di culto e ciò ha comportato che anche le altre chiese hanno contribuito alla ricostruzione dello Stato.

 

Senza dubbio riconosco che una parte della chiesa durante il periodo della guerra si è mantenuta lontana e distratta rispetto agli avvenimenti e al dolore sofferto dalla popolazione a causa dei massacri. Tuttavia, la maggior parte di essa è sempre rimasta vicina alla gente più povera, partecipando attivamente al processo di pacificazione sociale. La chiesa fa e deve continuare a fare ciò che da essa ci si aspetta, cioè, proteggere gli strati più deboli della popolazione, senza cercare di intervenire o condizionare le decisioni del Governo. Una chiesa che vigila e protegge i più vulnerabili renderebbe, sono sicura, ancora oggi orgoglioso monsignor Romero per tutto quello che la chiesa cattolica fa per chi ha più bisogno e per il rispetto dei diritti umani. Sono stati questi, infatti, gli ideali per i quali lui ha combattuto e che l’hanno portato alla morte.

 

Pur essendo di sinistra, il Presidente Funes ha mantenuto una certa distanza da altri Paesi di sinistra come il Nicaragua e il Venezuela non aderendo, ad esempio, alla proposta del leader venezuelano Ugo Chavez per la creazione dell’Alternativa Bolivariana delle Americhe (ALBA) o al cosiddetto Socialismo del secolo XXI. Perché?

 

Il Presidente Funes sin dall’inizio del suo mandato ha espresso la volontà di improntare le politiche di Governo in sintonia con le necessità dei salvadoregni, senza permettere l’ingerenza di altri Paesi pur nel rispetto delle loro politiche. In sostanza, lavora essenzialmente a risolvere i problemi dei salvadoregni. Ricostruire non è certamente un compito facile per il Presidente. Ci sono tanti problemi sul tappeto e le iniziative da intraprendere richiedono molta attenzione. Rimane, quindi, difficile dedicarsi attivamente a certe questioni internazionali, soprattutto se caratterizzate da una forte connotazione ideologica.

 

In ogni caso, una prova del suo intento di stabilire buone relazioni con tutti i Paesi del mondo è rappresentata dal fatto che sin dall’inizio il suo Governo ha stabilito relazioni con Cuba. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, anche se non si può scordare l’influenza che l’America ha esercitato durante il conflitto armato, non va trascurato il fatto che in quel Paese risiedono circa 2,5 milioni di salvadoregni che con le loro rimesse (che ammontano a 3,6 milioni di dollari l’anno) aiutano a sollevare le condizioni del nostro Paese. Tutto ciò dimostra quanto per questo Governo sia importante innanzitutto migliorare le condizioni dei salvadoregni fuori e dentro il Paese, piuttosto che restare ancorati al passato o a immischiarsi nelle politiche di altri Stati. Occorre, poi, riconoscere che la nostra attuale politica estera riscontra un apprezzamento internazionale: El Salvador viene considerato, infatti, come uno dei Paesi promotori del rispetto dei diritti umani e dell’integrazione Regionale.

 

Come spiega che ultimamente ci siano state, a livello locale, delle sconfitte elettorali per il Presidente?

 

Il Presidente non è stato sconfitto ma continua a essere valutato molto bene, sia sul piano nazionale che internazionale. Quello che è avvenuto nel corso delle recenti elezioni, dal mio punto di vista è un segnale che non basta proseguire sulla strada delle politiche economiche, sociali e di sicurezza ma bisogna sostenere tutti i settori. Occorre, ad esempio, aiutare la classe media e bisogna fare in modo che i poveri entrino in questa classe, che si rafforzino e che intraprendano delle attività remunerative. Occorre, inoltre, esigere da coloro che detengono di più a collaborare e a contribuire con gli sforzi del governo, pagando ciò che legalmente spetta a loro in termini d’imposte. Occorre, infine, combattere integralmente la corruzione e applicare la giustizia in termini di uguaglianza.

 

I salvadoregni si devono ritrovare, dobbiamo dimostrare al mondo la nostra solidarietà e capacità di intraprendere, dobbiamo evitare di tornare a un passato nel quale il Paese si trovava nelle mani di poche famiglie mentre tante altre erano completamente emarginate e sfruttate.

 

A questo Governo tocca governare con un’opposizione particolarmente dura, ortodossa, molto radicale. Inoltre, ci sono settori e imprese private importanti che invece di aiutare a sviluppare il Paese preferiscono far leva su alcuni mezzi di comunicazione per disprezzare le attività del Governo e per mantenere la popolazione all’oscuro delle cose buone che si stanno facendo. Queste imprese non si rendono neanche conto che così facendo finiscono per autodanneggiarsi.

 

Come vede i rapporti economici e commerciali tra l’Italia ed El Salvador e in quali settori ci potrebbero essere le migliori prospettive di collaborazione?

 

I rapporti sono molto buoni. Il Governo italiano ha espresso la sua volontà di continuare a cooperare con El Salvador, soprattutto in campo economico, scientifico, culturale e della sicurezza, nonché nel processo d’integrazione regionale.

 

Recentemente ho incontrato alcuni imprenditori italiani e ho avuto modo di riscontrare che esiste un clima favorevole per attirare gli investimenti. Anche se El Salvador è un Paese piccolo, ha una grande esperienza nell’ambito dei trattati di libero commercio con gli altri Stati. Inoltre, ci sono motivi importanti per investire, come quello di trovare un ambiente economico e sociale stabile, prospettive internazionali, apertura commerciale, una localizzazione geografica strategica e vaste opportunità d’investimento. Da non dimenticare, poi, che recentemente l’America Centrale ha sottoscritto un accordo d’Associazione con l’Unione Europea che comporterà vantaggi a tutti.

 

Per El Salvador, l’Italia è un partner strategico ed è il quinto Paese con il maggior numero di salvadoregni sul territorio. I settori che, tra gli altri, presentano le migliori occasioni d’affari sono: tessile per abbigliamento, aeronautica, elettronica, dispositivi medici, servizi imprenditoriali a distanza, servizi per la salute, turismo, agroindustria, logistica, infrastrutture e lavorazione delle scarpe.

 

Secondo alcuni imprenditori italiani interpellati, i maggiori problemi riguardanti gli investimenti in El Salvador riguardano l’elevata criminalità e l’incertezza giuridica, soprattutto per quanto riguarda gli investimenti stranieri. Lei cosa risponde?

 

La lotta alla criminalità è una delle priorità di questo Governo. Per la prima volta nella storia di El Salvador viene attuata una politica di sicurezza basata sull’integrazione delle strategie fondamentali nella lotta al crimine. Strategie che, se applicate correttamente, possono ottenere risultati molto soddisfacenti. Tutto ciò richiede, sul terreno pratico, una continua evoluzione dei piani e dei progetti, considerando che non esistono formule perfette e che i problemi che generano la criminalità hanno spesso origini differenti.

 

Sappiamo perfettamente che per attrarre gli investimenti esteri dobbiamo offrire garanzie sia sul piano della sicurezza personale che della certezza giuridica. A questo proposito, va ricordato che El Salvador conta su un eccellente sistema giuridico, che gli investimenti diretti esteri nel 2011 sono ammontati a 8.141 milioni di dollari (il 35,3% del Pil) e che ora il livello di sicurezza è aumentato. Negli ultimi mesi è stato possibile evitare il pericolo di essere assassinati a più di trecento persone, mentre gli omicidi quotidiani che di cui si ha notizia avvengono di solito in ambienti fortemente  emarginati.

 

Molti imprenditori viaggiano costantemente a El Salvador e trovano un clima completamente diverso da quello percepito attraverso i mezzi di comunicazione, allo stesso modo alcuni imprenditori salvadoregni, nonostante le critiche che fanno, continuano a investire in El Salvador, pur potendolo fare in altri Paesi. Lo sforzo di tutti gli Ambasciatori salvadoregni è esattamente quello di far vedere al mondo che si sta creando un nuovo Paese, un nuovo El Salvador, che merita di essere seguito con grande attenzione.

 

Lei sa che il calcio in Italia è seguito con enorme passione. Ci può spiegare, in poche parole, com’è stato possibile che nel 1969 si arrivasse a una breve guerra tra El Salvador e l’Honduras a causa di una partita eliminatoria per i campionati mondiali di calcio?

 

L’incontro di calcio è stato solo il pretesto per far scoppiare una guerra assurda durata 100 ore. Il problema non era il risultato della partita che, come ho detto, è stata semplicemente il detonatore di un problema molto più grande vissuto a quell’epoca tra El Salvador e Honduras legato, se non ricordo male, all’espulsione e allo sfratto di migliaia di contadini salvadoregni che lavoravano le terre honduregne.

I salvadoregni si caratterizzano in tutti i Paesi dell’America centrale per essere grandi lavoratori e ciò non sempre piace a chi preferisce riposare. Comunque, storicamente Honduras ed El Salvador sono i Paesi con il più forte senso di fratellanza nell’America centrale e tra fratelli possono anche succedere litigi e discussioni. In ogni caso questo incidente ormai fa parte del passato. Ora entrambi i Paesi collaborano reciprocamente per fare emergere l’intera America Centrale destinata a diventare uno dei poli di sviluppo economico più interessante.

MACCOTTA: OCCORRE UNA VISIONE MODERNA DELL’AMERICA LATINA

Posted by Rainero Schembri On luglio - 31 - 2014 Commenti disabilitati su MACCOTTA: OCCORRE UNA VISIONE MODERNA DELL’AMERICA LATINA

Rappresenta sicuramente un punto di riferimento per tutti coloro che intendono avviare rapporti più stretti con l’America Latina. Parliamo di Luigi Maccotta, Direttore Generale del Ministero degli Affari Esteri per l’America centrale e meridionale. In precedenza è stato Ambasciatore dell’Italia a Caracas. Nato a Parigi il 19 febbraio 1953, Maccotta si è laureato in Scienze Politiche presso l’Università di Roma nel 1978, entrando nella carriera diplomatica nel 1981. Tra gli incarichi ricoperti nella carriera, dopo essere stato assegnato al Servizio Stampa e alla Direzione Generale Affari Economici, dal 1984 al 1989 è a Tel Aviv, quindi a Berna e nel 1991 a Tokyo. Rientrato a Roma presso la Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo, nel 1998 è a Washington. Nuovamente alla Farnesina, presta servizio alla Direzione Generale per i Paesi del Mediterraneo e del Medio Oriente, dove nel 2004 assume l’incarico di Coordinatore della ‘Task Force Iraq’. Nello stesso anno viene nominato Ministro Plenipotenziario. E’ stato, infine, anche Vice Direttore Generale per i Paesi dell’Africa sub-sahariana alla Farnesina.

 

Di Rainero Schembri

L’America Latina è oggi una delle aree geografiche in maggiore crescita e sviluppo nel mondo, con un aumento del Pil mediamente del 6%. Eppure l’Europa e anche l’Italia sembrano dimenticarsi di questo grande Continente. Come mai?

Intanto occorre ricordare che l’Europa rimane uno dei principali partner commerciali dell’America Latina. Detto ciò, è vero che negli ultimi decenni l’attenzione verso questo Continente è diminuita. Le cause e gli eventi politici che hanno determinato questa situazione sono molteplici. Pensiamo al crollo del muro di Berlino, alla grande apertura verso l’est europeo, all’ampliamento dell’Unione Europea, alla guerra dell’Iraq, ecc. ecc.

D’accordo, ma rimane il fatto che è un vero peccato abbandonare un Continente a noi molto vicino storicamente e culturalmente.

Non v’è dubbio. Soprattutto se consideriamo i forti vincoli determinati, tra l’altro, dai flussi emigratori. Oggi in America Latina, come tutti sanno, vivono milioni di europei e oriundi europei, soprattutto italiani, spagnoli, portoghesi. E poi c’è una grande affinità culturale e di stile di vita. Mentre i latinoamericani hanno, poi, obiettivamente difficoltà di dialogo con, ad esempio, i cinesi e altri Paesi asiatici, tutto diventa più semplice quando debbono trattare con gli europei. In questo caso il rapporto diventa naturale e spontaneo ma ciò non toglie che sia necessario alimentarlo e curarlo. Non vi sono rendite di posizione nel globalismo.

A proposito di oriundi, molti italiani all’estero ritengono che l’Italia spesso si sia comportata più da matrigna che da madre. Hanno ragione?

A volte si ha la sensazione che serpeggi tra le collettività una sindrome dell’abbandono, una sorta di risentimento per aver dovuto lasciare l’Italia soprattutto tra quelli che sono stati costretti ad espatriare per motivi economici. Per bilanciare questi sentimenti e in fondo per cattiva coscienza si è posta grande cura nel fornire servizi alle collettività tramite una rete consolare capillare e con una legge generosa per il diritto di voto all’estero, una grande attenzione ai rapporti con gli organi rappresentativi. A mio avviso il rapporto tra Italia e collettività ha bisogno di essere posto su basi nuove, più moderne e più sane. Le collettività dovrebbero entrare a far parte del sistema-paese a pieno titolo, diventare motore di rapporti economici, scientifici, culturali, porsi al servizio non di se stessa ma dei rapporti tra il paese di origine e quello di accoglienza e favorire la collaborazione tra i due.

A proposito d’iniziative non ritiene che sia giunto il momento di realizzare una più ampia ricerca sul contributo che tanti italiani hanno dato alla storia dell’America Latina?

Concordo perfettamente. Purtroppo a mala pena si sa quello che ha fatto Garibaldi in Brasile e in Uruguay mentre il contributo degli italiani nell’arte, nella storia, nella cultura e anche nella politica è stato ben più vasto. Andrebbe lanciata una grande ricerca all’insegna dell’apporto degli italiani all’America Latina con uno studio a 360 gradi che raccolga e ordini tutte le storie personali, locali, conosciute o da scoprire. Dovrebbe essere secondo me una priorità culturale per esaltare l’Italianità nel mondo. Del materiale già esiste si tratta di sistemarlo.

Ma cosa è necessario fare affinché avvenga una vera inversione di tendenza nei rapporti con l’America Latina?

La cosa più importante, a mio avviso, è che si consolidi una percezione moderna dell’America Latina. Non abbiamo più a che fare con Paesi poveri, arretrati, che hanno bisogno di aiuto e assistenza. Al contrario, sono Stati ormai ampiamente sviluppati, economicamente in piena espansione, con alcuni settori all’avanguardia tecnologicamente, classi dirigenti motivate e preparate, una classe media ottimista e in espansione. Sono Stati che si trovano al nostro livello, e desiderano giustamente rapporti paritari. In molti casi sono proprio loro che ci possono aiutare a uscire da questa crisi morale prima ancora che finanziaria. Questa è forse la premessa per ogni dialogo proficuo tra le parti. Le possibilità ci sono e sono notevoli, sia l’IILA che il sistema di conferenze Italia-America Latina sono sforzi nella direzione del partenariato tra uguali che evocavo prima: ma bisogna avvicinarsi a quei mercati con la consapevolezza di dover trattare con partner evoluti e paritari. Naturalmente occorre anche dare un’adeguata assistenza alle nostre imprese: non si giustifica, ad esempio, la quasi totale assenza delle banche italiane in America Latina. Assisto, invece, con grande soddisfazione alla crescita degli scambi a livello universitario.

A proposito di opportunità quali sono i settori e i Paesi che in questo momento offrono le migliori occasioni per le imprese italiane?

I settori sono tantissimi. Penso alle infrastrutture, alle energie rinnovabili, ai trasporti, al tessile, al turismo, allo sfruttamento delle materie prime e soprattutto all’agroalimentare. In America Latina il mito della piccola e media impresa italiana è ancora fortissimo. Lo stesso vale per la tecnologia e il design del Made in Italy. La formula per cooperare è semplice: aiutare quei paesi a consolidare la loro crescita, a diversificare la base produttiva, ad acquisire know how e tecnologia, a costruire distretti industriali attraverso accordi con le nostre imprese, i nostri centri di ricerca, le nostre eccellenze accademiche. Si tratta di generare una forte e significativa forza d’urto che metta in risalto l’esistente ed il potenziale. Così è stato per l’anno dell’Italia celebrato in Brasile. Nel 2013 l’esperienza verrà ripetuta in Cile.

Sul fronte dei Paesi, oltre al Cile suggerisco di guardare con attenzione anche nazioni che in questo momento stanno registrando un particolare risveglio, come la Colombia, il Perù, il Messico, l’Uruguay ecc. L’America Latina non si limita ai grandi paesi dove le nostre collettività sono più numerose, ma è una realtà che va declinata al plurale e dove ci sono ovunque possibilità di intervento, penso, per fare un esempio, al tema delle energie rinnovabili in America Centrale.

A proposito di accordi, si arriverà un giorno alla firma del grande accordo intercontinentale di Associazione UE- Mercosur? E cosa ci può dire per quanto riguarda l’Accordo UE-America Centrale?

Per quanto riguarda quest’ultimo accordo non ci sono particolari problemi, presto dovrebbe andare in porto. Molto più complesso si presenta l’accordo Mercosur-UE. In questo caso ci sono forti resistenze da entrambe le parti, in particolare dagli agricoltori europei e da alcuni comparti industriali latinoamericani. Ed è un vero peccato perché questo importante accordo potrebbe determinare effetti molto positivi a medio e lungo termine per le popolazioni di entrambe le aree. Comunque rimango ottimista. In ogni caso va sottolineato il ruolo dell’Italia che si è sempre dimostrata decisamente impegnata a sciogliere i vari nodi sul tappeto: ruolo che ci viene riconosciuto un po’ da tutti. In ultima analisi conta il dialogo intercontinentale tra Europa ed America Latina, attraverso i suoi molteplici, dinamici e a tratti confusi tentativi d’ integrazione che donavano una forte volontà di contare nel mondo. Occorre così evitare l’affermarsi delle tentazioni nazionaliste e protezioniste di cui purtroppo notiamo alcuni preoccupanti segnali.

CASO PARLANTI: UN CASO EUROPEO OLTRE CHE AMERICANO

Posted by Rainero Schembri On luglio - 31 - 2014 Commenti disabilitati su CASO PARLANTI: UN CASO EUROPEO OLTRE CHE AMERICANO

Ha intenzione di fare della sua storia una questione europea, se non mondiale. E dal suo punto di vista ha tutte le ragioni per farlo. Parliamo di Carlo Parlanti, 47 anni, cittadino italiano (e quindi europeo) che si è fatto sette anni e mezzo di galera negli Stati Uniti perché accusato da una sua ex di averla picchiata e stuprata. Ma Parlanti si è sempre dichiarato innocente anche quando gli hanno offerto di patteggiare: “confessi e torni a casa”. Ma lui ha tenuto duro. “Non potevo”, dice, “confessare un crimine che non avevo commesso”. E così ha pagato un prezzo durissimo: oltre alla privazione della libertà, ha perso il lavoro, ha una situazione sentimentale devastata, ha causato sofferenze immense agli anziani genitori, ha consumato l’intero patrimonio familiare e di amici per pagare le parcelle degli avvocati. “Il tutto”, dice, “grazie a un processo farsa, fatto con prove fasulle, con comportamenti superficiali se non criminali di avvocati, medici e giudici”.

Comunque, prima di andare avanti, appare opportuno riepilogare, in estrema sintesi, come si sono svolti i fatti. Siamo nel 1996 e Parlanti, grande esperto di informatica si trasferisce a Monterey negli Stati Uniti con un contratto di un’importante società americana. Nel 2001 entra nella cerchia delle sue conoscenze Rebecca McKay White con la quale nasce un breve flirt. Almeno per Parlanti, mentre per la donna è un amore folle.  Sempre per motivi di lavoro dopo alcuni mesi decide di rientrare in Italia. Ma la White non accetta, si dispera, fa di tutto per trattenerlo. Parlanti invece non cambia idea.

Al suo rientro intraprende una serie di attività con grande successo che lo portano a viaggiare di continuo in Europa. Passano quattro anni ed ecco che nel 2004 a Dusseldorf viene arrestato a seguito di un mandato di cattura internazionale emesso negli Stati Uniti. Dopo undici mesi le autorità tedesche decidono di estradarlo in America dove viene processato e condannato a nove anni di prigione (ridotti a sette e mezzo per buona condotta) per sequestro di persona, percosse e stupro. Prima, però, gli viene offerta la possibilità di patteggiare: in sostanza, se riconosce la sua colpa può tornare a casa in pochi mesi. Ma Parlanti rifiuta categoricamente. Conclusione: espia l’intera pena. Tornerà in Italia solo nel febbraio del 2012.

Parlanti, la prima domanda viene spontanea: alla luce dei fatti accaduti, non sarebbe stato meglio patteggiare. In ogni caso, lo rifarebbe anche oggi?

Senza dubbio. Non avrei mai potuto riconoscere un crimine che non ho commesso. Non lo permetteva la mia coscienza. Sapevo molto bene i rischi che correvo. Ma se avessi ammesso il falso, la mia vita sarebbe stata macchiata per sempre. Tutti, a cominciare dai miei genitori, mi hanno consigliato di farlo. Però tutti sanno che solo una persona veramente innocente ha la forza di respingere lo scambio della propria libertà con un’ammissione fasulla. Ma fasullo è stato l’intero processo. Quello che oggi posso ammettere è che ingenuamente avevo creduto di poter dimostrare la mia innocenza. Ma non è stato possibile. Cercherò, invece, di dimostrarlo in tutte le sedi internazionali. Lo faccio per i tanti innocenti che si trovano nelle galere, non solo in quelle americane, e per riconoscenza all’associazione Prigionieri del silenzio guidata da Katia Anedda (info@prigionieridelsilenzio.it) che mi ha aiutato in tutti questi anni.

Che sentimenti prova per la White?

Stranamente quasi la compatisco. E’ una donna con grandi problemi psichici. La mia rabbia è, invece, tutta rivolta verso le istituzioni, i giudici, i medici, gli avvocati che con tanta negligenza, per usare un eufemismo, hanno distrutto la vita di un uomo. Io oggi non ho più niente. Ho perso sette anni della mia vita. Ho perso il lavoro. Involontariamente ho depauperato l’intero patrimonio familiare. Ho perso un forte legame sentimentale. I miei genitori anziani hanno sofferto tantissimo. L’unica cosa che mi è rimasta è la voglia di combattere, di cancellare questa infamia.

Ma lei è in grado di provare questa ingiustizia?

Sul mio caso già sono usciti due libri: “Timeline dei Crimini Medici” e “Stupro? Processi perversi. Il caso Parlanti”. Tutto ciò che testimonio nel corso di conferenze, incontri e dibattiti, è documentato, nero su bianco, con fotografie, testimonianze, verbali. Mi sono, infatti, imposto di non dire nulla che io non sia in grado di provare. Quanto alle sofferenze, alle sensazioni, ai soprusi e violenze di cui sono stato vittima, fanno solo parte del mio bagaglio personale che porterò con me per tutta la vita ma che sul piano generale, sul piano del diritto internazionale, hanno poca rilevanza.

Ci può, in estrema sintesi, elencare alcune delle ‘assurdità’ che hanno caratterizzato la sua vicenda.

Cominciamo dall’estradizione dalla Germania che è avvenuta praticamente sulla base della semplice denuncia della White nella quale c’èra già un falso clamoroso. Lei ha dichiarato che in Italia sono stato processato e condannato per violenza. Fatto inventato di sana pianta: non sono mai stato condannato e la mia fedina penale riporta la dicitura NULLA. Eppure, nonostante questa clamorosa bugia le autorità tedesche hanno ritenuto, dietro pressioni americane, di estradarmi ugualmente.

Passiamo al processo negli Stati Uniti. Come si è svolto?

Per cominciare, può sembrare incredibile, ma non sono mai stato interrogato. In compenso alla White è stato possibile presentare una serie di prove fasulle senza alcun contradditorio. Ha presentato delle foto col volto tumefatto ma nel rapporto steso dalla polizia il giorno della denuncia c’è scritto che lei non presentava alcun segno di violenza. Inoltre, dalle foto emerge che non si trattava della casa da lei indicata e dove abbiamo abitato per un brevissimo lasso di tempo. Inoltre, lei ha presentato dei referti medici non firmati. I referti medici firmati e che le attribuiscono lesioni al volto sono, per assurdo, datati dopo che la polizia la aveva fotografata senza lesioni: un palese falso.

Ma la polizia al momento della denuncia non ha fatto eseguire un esame medico sulla White?

No e questa è un’altra perla del processo. La polizia ha chiesto alla White di procurarsi autonomamente un referto medico che lei è riuscito ad avere solo dopo qualche giorno. Da sottolineare, inoltre, che la White era divorziata da circa dieci anni e pare che abbia avuto un matrimonio burrascoso finito con accuse di violenze contro l’ex marito. Quindi, non è da escludere che le violenze evidenziate nelle foto le abbia prodotte proprio l’ex marito. Comunque, la cosa più grave è che la polizia ha omesso, o li ha dimenticati nel cassetto, una serie di prove a mio favore.

Ma i suoi avvocati non sono stati capaci di mostrare in aula queste assurdità?

Ho avuto tre avvocati americani che in comune hanno dimostrato una sola cosa: una ferrea volontà di spillarmi più soldi possibile senza fare quasi niente. Due di essi si sono anche rivelati degli incompetenti. Tutte le prove a mio favore le ho dovute trovare da solo grazie agli amici che mi hanno aiutato dall’esterno. Il primo avvocato non è riuscito a tirarmi fuori neanche su cauzione, grazie alla sua incompetenza.

Ma sono stati almeno interrogati dei testimoni.

Certamente. La White, nel periodo che è stato a casa mia, è riuscito a rubare dal mio computer l’intero indirizzario delle ragazze che avevo conosciuto e frequentato negli Stati Uniti (lo ha persino ammesso durante il processo). Le ha contattate tutte, una per uno, perfino in Italia. Una di loro, che probabilmente si sentiva abbandonata come la White, si è presentata al processo: ebbene, non ha confermato di aver mai subito stupri o violenza fisica ma mi ha dipinto come una persona aggressiva. Per quanto riguarda i miei testimoni, sia americani che italiani, tutti, uomini e donne, hanno parlato solo bene di me.

E il Procuratore?

Pur ammettendo che la White si era contraddetta varie volte e mancavano delle vere prove, ha basato tutta la sua arringa nel descrivermi come un tipico Casanova italiano, che conquista e abbandona le donne senza pietà. Poi ha fatto parlare in aula una esperta di violenza domestica, molto conosciuta nelle aule dei tribunali americani, che ha illustrato alla giuria tutti i meccanismi psicologici e fisici che avvengono in genere nella coppia quando l’uomo è un violento e la partner ne è succube. A parte il fatto che non mi identifico proprio in questo personaggio, rimane il fatto che lei ha parlato sul piano generale. Se giuridicamente questa relazione generica aveva uno scarso valore, sul piano specifico, ha comunque avuto l’effetto di influenzare la giuria popolare.

Senta Parlanti, ma come spiega lei quest’assurdità complessiva?

L’errore, a mio avviso, sta alla base del sistema processuale americano. Mi spiego. Negli Stati Uniti se avviene un delitto le indagini sono approfondite e non mollano la presa finché non hanno trovato il colpevole. Viceversa, quando, c’è una precisa denuncia, cercano di chiudere il fatto nel tempo più breve possibile, anche per una questione di costi. Questo spiega perché per ben tre volte mi hanno proposto di patteggiare. Volevano semplicemente chiudere la pratica. Inoltre volevano mettersi al riparo da ogni possibile critica.

Se avessi ammesso la falsa accusa non avrei mai più potuto denunciare la polizia di essere stata negligente e di aver occultato le prove o gli avvocati di aver tenuto un comportamento vergognoso, per non parlare della giuria che ha condannato un uomo senza prove certe e sulla base di una denuncia fatta da una persone più volte caduta in clamorose contraddizioni.

Ma voglio aggiungere un’altra cosa. Probabilmente i fatti si sarebbero svolti in una maniera ben diversa se fossi stato americano. Tutti sarebbero stati più attenti. Temo che la tragica superficialità con la quale sono stato trattato si deva anche al fatto di essere stato straniero, per non dire italiano.

Che tutela ha avuto dalle autorità italiane?

Pochissima, diciamo il minimo indispensabile. Oggi qualcosa sta cambiando profondamente. Sono stato ascoltato da una commissione parlamentare. Al ministero degli affari esteri stanno esaminando il caso ed eventuali passi da compiere. Ma io mi rivolgerò anche all’Unione Europea e, se necessario, all’Onu. Non mi sento, infatti, solo un cittadino italiano ma anche cittadino europeo. Non è possibile che un Paese come la Germania abbia concesso con tanta facilità l’estradizione di un cittadino europeo. Sappiamo bene che a parti invertite, gli americani non avrebbero mai estradato in Europa un presunto Casanova americano.

E quando dico Onu lo dico semplicemente perché sono stanco di sentire persone sciacquarsi la bocca con i cosiddetti Diritti universali dell’uomo. Io, per non aver confessato una colpa non commessa, ho visto distruggere la mia vita. Come me milioni di cittadini del mondo marciscono ingiustamente nelle varie galere. Ma la maggior parte di essi è molto più sfortunata, perché non ha il mio grado d’istruzione, non conosce le lingue, non dispone di patrimoni per difendersi, non ha fuori dal carcere tanti amici capaci di sostenerli. E’ a milioni di questi prigionieri del silenzio che dedicherò d’ora in poi il mio impegno.

 

Nota: il libro “Stupro? Processi perversi. Il Caso Parlanti” è stato curato da Vincenzo Maria Mastronardi, Walter Mastroeni ed Ascanio Trojani per la Armando Editore.

Per il libro “Timeline dei Crimini Medici” consultare:

http://www.prigionieridelsilenzio.it/pubblicazioni.html

VERONICA ANTONELLI SOGNA DI ‘INCANTARE’ I MONUMENTI ROMANI

Posted by Rainero Schembri On luglio - 31 - 2014 Commenti disabilitati su VERONICA ANTONELLI SOGNA DI ‘INCANTARE’ I MONUMENTI ROMANI

Nata in Francia a Toulouse, Veronica Antonelli, di chiare origini italiane per parte di padre, è una nota soprano francese che da qualche tempo ha lanciato con grande successo il programma Monuments Enchantes (Monumenti incantati).  Oltre ad esibirsi in vari teatri del mondo la Antonelli ha deciso di trasformare i luoghi storici in nuovi teatri a disposizione di un pubblico interessato non solo alla storia ma anche alla musica. In questa intervista concessa a Euronews la Antonelli racconta questa esperienza e confessa che Roma potrebbe rappresentare il punto d’arrivo di un progetto nato in Francia ma che s’ispira a tutta la cultura europea.

Lei ha lanciato in Francia un originale programma culturale chiamato Monuments Enchantés. Ci può spiegare in cosa consiste esattamente questo programma?

Con Monumenti incantati vado alla scoperta acustica del nostro patrimonio culturale (cappelle, cattedrali, teatri) e luoghi insoliti (archi, porte, grotte, canyons) attraverso brani musicali lirici e classici.  In questi luoghi io canto senza alcun accompagnamento musicale. Attraverso la mia voce cerco di ridare vita alle statue, di rendere attuale l’incanto della storia, di aumentare la concentrazione del visitatore sulle diverse magie dell’archeologia. Metto, in parole povere, a disposizione dell’arte la più pura delle espressioni umane: la voce.

Quante persone tra artisti e tecnici collaborano a questa iniziativa?

Siamo in due: io e la guida turistica. Archeologia, monumenti, luoghi sacri e canto non hanno bisogno di altro. Non servono effetti scenografici: la bellezza al naturale rimane sempre la più suggestiva.  Noi ci moviamo lungo un itinerario scelto con molta cura, che tiene conto non solo degli eventi storici ma anche delle bellezze acustiche dei monumenti. Quasi sempre i nostri visitatori rimangono, come dire, incantati. E quando mi dicono che ‘faccio vibrare le pietre’, beh, confesso, mi sento quasi nell’Olimpo.

Su quali basi economiche è basato il programma? Ci sono degli sponsor?

Fino ad ora ci siamo limitati a far pagare la visita ai turisti. Tuttavia stiamo già esaminando altre formule che possono variare dai contributi ottenuti dai posti visitati o la partecipazione di sponsor. Sappiamo tutti, infatti, che l’arte e la cultura sono delle ottime chiavi per promuovere gli affari. Sono convinta che anche noi possiamo essere una di queste chiavi.

Lei ha abbinato la lirica all’archeologia, due realtà molto radicate in Italia. Lei non ha mai pensato di trasferire questo programma a Roma o in altre città storiche italiane?

Come si fa a non pensare a Roma e all’Italia. Ho già cantato in Grecia, la culla della civiltà, ma a Roma, una vera città museo, sarebbe il massimo. Non credo che ci possa essere qualcosa di più suggestivo che abbinare la lirica ai grandi monumenti romani. Pensiamo solo al fascino che esercita il Teatro di Caracalla ogni estate per milioni di turisti. Ma qualsiasi hangolo di Roma può trasformarsi in un grande teatro per chi sa vedere, ascoltare e sentire la storia e la musica. Il mio sogno sarebbe di organizzare un tour di alto livello culturale per far conoscere a turisti d’eccezione anche la cosiddetta Roma meno nota e forse proprio per questo ancora più affascinante.

REGOLAMENTAZIONE DELLA MARIJUANA: L’ESPERIMENTO URUGUAIANO

Posted by Rainero Schembri On luglio - 31 - 2014 Commenti disabilitati su REGOLAMENTAZIONE DELLA MARIJUANA: L’ESPERIMENTO URUGUAIANO

Si tratta di una delle questioni più scottanti e controverse del momento. Parliamo della convenienza o meno di regolamentare l’uso delle droghe leggere, in particolare della marijuana. Ad affrontare questo delicato argomento è stato Alberto Breccia, Ambasciatore dell’Uruguay a Roma, nell’ambito di un incontro organizzato dal giornalista Roberto Montoya di Mediatrends America Europa: un Osservatorio indipendente che studia le tendenze dell’informazione internazionale. La scelta di invitare l’Ambasciatore Breccia non è, comunque, casuale: l’Uruguay, guidato dal Presidente José Mujica, per molti considerato un mito per il suo stile di vivere essenziale,  ha avviato un esperimento di regolamentazione seguito con grandissimo interesse tutto il mondo.

 

Infatti, dal mese di dicembre 2013,  l’Uruguay è la prima Nazione al mondo ad aver eliminato la cannabis dalla lista delle sostanze illegali e la prima in assoluto ad aver rotto il fronte dei 188 Paesi aderenti ai Trattati internazionali che dal 1961 disciplinano la lotta al traffico e al consumo di sostanze stupefacenti, vietando tassativamente qualunque forma di legalizzazione. Fino ad ora solo l’Olanda e gli Stati del Colorado e di Washington negli USA avevano in qualche modo dribblato il divieto con provvedimenti ambigui.

 

In questi anni, comunque, diverse personalità internazionali, come l’ex segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan e l’ex Presidente brasiliano Fernando Cardoso, entrambi della Global Commission on Drug Policy, hanno chiesto a gran voce la fine di quella guerra che ha prodotto solo corruzione, morti e sistematiche violazioni dei diritti umani.

 

Ma cosa ha dichiarato in sostanza l’Ambasciatore Breccia durante l’incontro avvenuto in un importante albergo romano con giornalisti e rappresentanti del corpo diplomatico accreditato in Italia?

 

Dopo aver ricordato che la droga è ormai un flagello per il mondo e per l’America Latina l’Ambasciatore ha sottolineato come tantissimi anni di lotta contro il narco traffico abbia prodotto risultati molto deludenti. In compenso sono aumentati gli assassini, il potere delle bande criminali, la corruzione del mondo politico. Inoltre, la tentazione dei facili guadagni illeciti attira un crescente numero di giovani. Non ha quindi senso proseguire sulla strada del proibizionismo e della tolleranza zero. Questa politica è fallita. Quindi vale la pena di tentare un’altra.

 

Per l’Ambasciatore si tratta anche di una questione sociale. Sempre di più si sta espandendo la ghettizzazione e lo sviluppo di un commercio clandestino soprattutto nelle zone più povere e ai margini delle grandi città. “Per questi e tanti altri motivi”, ha sostenuto, “è forse giunta l’ora di provare una nuova strada, sicuramente molto difficile e complicata ma che merita di essere percorsa. La strada della regolamentazione” ha aggiunto, “non significa certamente la  legalizzazione e la liberazione dell’uso della droga”.

 

In concreto, oggi in Uruguay, a seguito di una decisione molto sofferta in Parlamento, è possibile acquistare e consumare piccole quantità di marijuana per uso personale (massimo 40 grammi al mese) e di consumarla insieme a poche persone. Si può perfino coltivarla in dosi minime a casa. Tutto ciò è accompagnato da un vasto programma d’informazione e sensibilizzazione sui pericoli legati all’uso della droga.

 

Di parere completamente contrario si è dichiarato l’Ambasciatore del Venezuela, Julian Isaias Rodriguez Diaz, per il quale la depenalizzazione finirebbe per aprire semplicemente le porte al ricorso alle droghe più pesanti e a diffondere l’uso anche tra chi non lo faceva per timore della legge. Inoltre, potrebbe incrementare la circolazione della droga nelle carceri e tra i soldati mandati a combattere nei punti caldi del pianeta. Tra le altre cose l’Ambasciatore venezuelano ha voluto  ricordare la netta chiusura alla liberalizzazione delle droghe leggere espressa da Papa Francesco, che da latino americano conosce molto bene il problema nelle sua svariate faccettature.

 

Come c’era da aspettarsi, il dibattito alla fine ha forse creato più dubbi che certezze, anche perché su questo delicato fronte probabilmente non esiste una verità assoluta. Analoghi dubbi hanno accompagnato e accompagnano i dibatti sulla legalizzazione delle bevande alcoliche (da alcuni scienziati ritenute più pericolose della marijuana), dell’aborto o della prostituzione. Su un punto, però, tutti si sono dichiarati d’accordo nel corso del dibattito: l’Uruguay, per il suo elevato tenore culturale, per il fatto che non sia un Paese produttore, che i consumatori di droga siano molto limitati (del resto la popolazione complessiva è inferiore ai quattro milioni) e che rappresenti solo un Paese di transito della droga (soprattutto dall’America Latina verso l’Europa),  può rappresentare un eccellente esperimento da seguire con grande attenzione.

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THEMISTOKLIS DEMIRIS: LA SVOLTA GRECA E’ ORMAI UNA REALTA’

Posted by Rainero Schembri On luglio - 31 - 2014 Commenti disabilitati su THEMISTOKLIS DEMIRIS: LA SVOLTA GRECA E’ ORMAI UNA REALTA’

Nell’ambito della nostra inchiesta sullo Stato sociale in Europa e nel mondo, abbiamo intervistato l’Ambasciatore della Grecia in Italia, Themistoklis Demiris, cioè di uno dei Paesi maggiormente colpiti dalla crisi economica internazionale. Originario di Atene, sposato con due bambini, Demiris ha iniziato la sua carriera diplomatica agli inizi degli anni ottanta. Dopo essere stato responsabile della Direzione degli affari europei presso il Ministero degli esteri greco (2006-2008) è stato per quattro anni rappresentante della Grecia nell’ambito del Patto di stabilità e crescita (PSC) dell’Unione Europea. Demiris ha presentato le sue credenziali come Ambasciatore  in Italia nel maggio del 2013.

 

In un rapporto di esperti dell’ONU, pubblicato nel maggio del 2013, è emerso che più del 10% della popolazione dei greci vive in condizioni di estrema povertà. Per questa parte della popolazione che tipo di assistenza sociale pubblica è prevista?

 

Vorrei innanzitutto notare, che grazie a una densa rete di solidarietà e di legami familiari che in Grecia sono ancora molto forti, in genere l’estrema povertà non è accompagnata da fenomeni di degrado che si notano in altri Paesi. Rimane, però, il fatto che questi fenomeni anche se affrontati con dignità, vanno combattuti. Gli sforzi del governo ellenico per venire incontro e aiutare il ceto più debole della popolazione si concentrano in quattro settori:

 

A. Un programma pilota che garantisce il salario minimo in due aree del Paese con diverse caratteristiche socioeconomiche. Si tratta di un sussidio di reddito alle persone e famiglie che vivono in condizioni di estrema povertà. Inoltre, svolge una funzione complementare alle politiche di lotta alla povertà ed esclusione sociale. Secondo lo scadenzario del programma in corso, i primi pagamenti verranno  effettuati a settembre.

 

B. La distribuzione di un sussidio sociale, che ammonta a 450 milioni di euro proveniente dal surplus primario del governo per l’anno 2013, a sostegno dei cittadini e delle famiglie a basso redito e con un piccolo patrimonio immobiliare calcolato sulla base di criteri specifici già stabiliti.

 

C. La distribuzione di ulteriori 20 milioni derivanti dal surplus primario per le persone senza fissa dimora, con una priorità per i programmi o azioni finalizzati a garantire la sistemazione,  l’alimentazione e i servizi di previdenza sociale (o assistenza sanitaria) ai senza tetto.

 

D. L’efficace utilizzo del Fondo Europeo di Aiuti ai più bisognosi economicamente (FEAD). Le ricordo che l’UE volendo diminuire di 20 milioni il numero di coloro che si trovano in pericolo di povertà o di esclusione sociale, ha deciso quest’ anno la creazione di questo Fondo che prevede la distribuzione di 3 miliardi e 500 milioni di euro per il periodo 2014-2020. Secondo i calcoli dell’UE, alla Grecia spettano 249,3 milioni di euro che dovrebbero corrispondere, su  base annua, a 41,5 milioni di euro.

 

Con l’uso combinato di questi mezzi siamo sicuri che sarà diminuito in breve tempo e in larga  misura la percentuale  dei nostri concittadini che vivono in condizioni di estrema povertà. Questa percentuale sarà ulteriormente ridotta con il ritorno del paese in condizioni di crescita, fatto che avverrà come previsto da tanti in un breve arco di tempo.

 

Una delle pesanti conseguenze della crisi economica è stata la drastica riduzione delle spese sui medicinali che sono scesi da 5,6 miliardi di euro (2010) a 2, 88 miliardi nel 2012. Risultato: l’anno scorso 50 compagnie farmaceutiche hanno sospeso l’invio di medicinali in Grecia. Com’è la situazione oggi?

 

Le devo dare ragione quando dice che la spesa farmaceutica era a un livello di 5,6 miliardi di euro nel 2009. Questa percentuale, se confrontata con la dimensione del Paese o con altri Paesi analogamente popolati, era incredibilmente alta. Appare, pertanto, abbastanza naturale che si sia pensato a una sua diminuzione. Siamo riusciti a farla arrivare a 2,017 miliardi di euro, una somma in linea con quella spesa da altri Paesi con una popolazione analoga, come il Portogallo.

 

La razionalizzazione della spesa farmaceutica è basata su un sistema di prescrizioni elettroniche soggetto a continui controlli e, naturalmente, attraverso il sempre più frequente uso di farmaci generici. Per quel che riguarda il prezzo dei farmaci si deve precisare che ormai per la loro stragrande maggioranza esso risulta nella media dei tre prezzi più bassi dello stesso farmaco nell’UE. Per i farmaci generici il nostro obiettivo è l’aumento della loro diffusione nel libero mercato, dove purtroppo, a differenza di quel che succede in tutta l’UE, la percentuale arriva solo al 21%.

 

La combinazione di tali mezzi ha avuto come risultato il risparmio di fondi che a sua volta ci ha permesso di realizzare l’introduzione e distribuzione, per la prima volta, di medicine di avanguardia per le malattie rare. Inoltre, si deve sottolineare che nonostante la drastica diminuzione sia della spesa farmaceutica che del prezzo dei farmaci, non sono mai state segnalate carenze di farmaci. Dall’altra parte si deve ammettere che una tale razionalizzazione della spesa farmaceutica ha comportato delle difficoltà a una serie di società farmaceutiche che fin a ora erano abituate a operare in condizioni diverse. Si stima, però, che questo fenomeno s’invertirà man mano che il mercato si abituerà alle nuove condizioni.

 

E’ stato calcolato che il debito greco alla fine del 2014 potrebbe salire al 190% del Pil.  Come si pensa di risolvere questo problema, visto che già è stato privatizzato quasi tutto, dal settore energetico ai trasporti, fino al servizio fiscale e a molte Università, come sostenuto da alcuni organi di stampa?

 

Per quel che riguarda il debito pubblico, vorrei innanzitutto chiarire che la Commissione Europea, nel suo ultimo rapporto, parla di un debito pari al 177,2% del PIL, mentre il FMI, in base alle stime di Aprile, parla di 174,7% per il 2014. Attualmente è in corso una graduale diminuzione del debito pubblico che dovrebbe attestarsi intorno al 139,1% del PIL nel 2018, tenendo conto delle stime attuali. Su queste basi il debito può essere considerato sostenibile, soprattutto se teniamo conto che gli sviluppi positivi dell’economia ellenica garantiscono il sostegno dei nostri partner europei, come è stato affermato anche nell’ambito della dichiarazione del Eurogruppo del 27 novembre 2012, dove dalla parte greca fu proposto:

 

a) Il prolungamento della scadenza del debito a 50 anni per i prestiti bilaterali per i paesi di eurozona e di quelli ricevuti dalla Grecia dal Meccanismo di stabilità (EFSF);

 

b) la modifica del tasso d’interesse da variabile a fisso, per evitare variazioni causate da un eventuale aumento dell’Euribor in futuro;

 

c) un periodo di grazia per il pagamento dei tassi d’interesse del primo pacchetto di sostegno, come d’altronde è già stato deciso per tutti i debiti di EFSF.

 

Detto ciò, non si deve pensare che ci sia un problema di pagamento dei debiti. Grazie al surplus primario (ben al di sopra del previsto) il Paese può soddisfare completamente non solo i suoi bisogni interni, ma anche i pagamenti dei dovuti interessi. Tale fatto è stato già percepito dagli investitori internazionali privati, i quali dichiarano che il debito pubblico non comporta una minaccia ai loro investimenti. Le faccio notare, a riprova di quanto sopra, la massiccia partecipazione di investitori al recente ritorno della Grecia sui mercati.

 

Riguardo alla sua osservazione che ”quasi tutto è stato privatizzato’’, vorrei chiarire che questo non risulta. Le procedure  concernenti la privatizzazione della società ELPE, o delle Organizzazioni Portuali di PiREO e Salonicco, dell’aeroporto di Atene e delle Ferrovie dello Stato (TrainOSE) o non sono ancora cominciate o non sono ancora terminate.  Vorrei anche sottolineare che non esiste alcuna previsione circa la privatizzazione delle Università o delle Agenzie delle Entrate.

 

Qual è oggi il sentimento prevalente dei greci rispetto all’Europa e all’euro?

 

In merito a questa domanda vorrei sottolineare che la stragrande maggioranza dei partiti che compongono il parlamento ellenico ha sempre espresso il desiderio di rimanere in un’ Europa consolidata ed unita. Lo stesso hanno fatto i semplici cittadini. Sono rari i casi in cui si è espresso il desiderio di un allontanamento della Grecia dall’Europa Unita. Non dimentichi che la Grecia è un membro dell’UE a pieno titolo sin dal lontano 1980.

 

Per quel che riguarda l’euro si potrebbe dire che anche in Grecia, come in altri paesi membri, si è  sviluppato un certo scetticismo che ha a che fare principalmente con la ricerca dei modi per correggere le imperfezioni e trovare una soluzione ai problemi che purtroppo la crisi ha portato alla ribalta. Le voci che palano di un ritorno alla dracma, sono assolutamente marginali e la grande maggioranza della popolazione, secondo tutti i sondaggi, sostiene l Euro.

 

Grazie agli sforzi della Presidenza Ellenica si è registrato un notevole progresso in relazione all’Unione bancaria ed finanziaria. Man mano che i problemi trovano la loro soluzione e la solidarietà prevale, l’euroscetticismo viene meno.

 

Molti greci, come il compositore Theodorakis, che è anche il leader di Spitha (movimento dei cittadini indipendenti), suggerisce di guardare molto di più alla Russia che all’UE. Secondo lei questa tentazione potrebbe prendere una reale consistenza?

 

Mikis Theodorakis è un mito per la Grecia e ha dimostrato la sua devozione  al  paese nel corso del tempo. Il suo movimento deve essere interpretato principalmente come un invito e una sfida a  pensare. In ogni caso, dobbiamo tenere in mente che la responsabilità di formulare decisioni  politiche spetta  ai partiti e alle istituzioni di ogni Paese. L’orientamento e le assi fondamentali  della politica del nostro paese, come sono state definite per decenni dalla dedizione alle istituzioni euroatlantiche sono  costanti e la possibilità della loro revisione non è mai stata messa seriamente in discussione .

 

Una domanda finale che Euronews fa a tutti gli Ambasciatori. Purtroppo in Italia molti Comuni rendono estremamente difficile alle persone che vivono per strada o sotto i ponti ad avere una Residenza anagrafica, con la conseguenza che non possono: accedere all’assistenza sanitaria; presentare domanda per l’accesso all’edilizia popolare; iscrivere i propri figli a scuola; firmare un contratto; aprire una partita Iva. Queste persone non possono nemmeno votare (senza la Residenza anagrafica non si può avere la scheda elettorale). Questo problema come viene risolto in Grecia? In parole povere, se un greco, che non ha niente e nessuna persona amica, va a uno sportello comunale e chiede una residenza anagrafica nella pratica cosa succede?

 

Vorrei, innanzitutto sottolineare che ogni cittadino greco viene iscritto per legge, al momento della sua nascita, negli atti previsti dall’anagrafe. Oltre a questo, eventuali casi di cittadini senza tetto possono aver acceso all’assistenza sanitaria, se ricorrono in un ospedale pubblico in caso di urgenza. Tali cittadini possono anche votare, se sono iscritti nelle liste elettorali. Inoltre, cittadini senza tetto possono fare la dichiarazione dei redditi e ovviamente possono firmare dei contratti che li vincolano legalmente. Essi possono  anche usufruire dei servizi sociali per i senza tetto disposti da diversi comuni del paese, oppure dalla Chiesa o altri enti locali. La mancanza di una dimora permanente o di una residenza non costituisce un impedimento per una serie di atti in Grecia.

RICARDO NEIVA TAVARES DESCRIVE LO STATO SOCIALE BRASILIANO

Posted by Rainero Schembri On luglio - 31 - 2014 Commenti disabilitati su RICARDO NEIVA TAVARES DESCRIVE LO STATO SOCIALE BRASILIANO

L’Ambasciatore Ricardo Neiva Tavares è arrivato Roma circa un anno fa in sostituzione di José Viegas Filho. Dal settembre del 2008 occupava l’incarico di rappresentante della delegazione brasiliana presso l’Unione Europea. Nato a Rio de Janeiro nell’agosto del 1957, è stato dal 2006 al 2008 consigliere del Ministro degli Esteri. In precedenza (dal 2001 al 2006) ha coordinato le organizzazioni economiche e i rapporti con la stampa al Ministero degli esteri brasiliano. Economista, esperto di organismi internazionali, dal 1995 al 1988 è stato anche consigliere presso la missione brasiliana accreditata  presso le Nazioni Unite a New York. Sensibile ai problemi sociali Tavares ha come hobby la musica e. da buon brasiliano, il calcio (risulta che tifi per il Flamengo, la più popolare delle squadre brasiliane). Con Tavares abbiamo esaminato alcuni dei grandi progetti sociali che il Brasile sta portando avanti da alcuni anni e che spesso vengono indicati anche fuori dal Paese come un modello da seguire.

 

Non vi è dubbio che il Brasile è stato uno dei paesi che negli ultimi anni ha tentato con maggior forza di risolvere alcuni problemi basilari della popolazione. Forse è giunto il momento di fare un bilancio di tale politica sociale. Per esempio, che risultati concreti ha raggiunto con il piano ‘Minha casa minha vida‘(La mia casa la mia vita)?

 

Creato nel 2009, il programma “Minha Casa, Minha Vida”, che contempla tanto le aree urbane come le rurali, si pone l’obiettivo di affrontare una delle grandi sfide del Brasile: il deficit abitativo. A tal fine, beneficia le famiglie brasiliane che desiderano acquistare il loro primo immobile e, sul versante rurale, consente l’acquisto di materiale per la costruzione di una casa nuova o la ristrutturazione dell’abitazione.

Dal suo inizio, il programma ha già acquisito più di 3,2 milioni di abitazioni e ne ha consegnate 1,5 milioni. Presenta, inoltre, importanti risultati nell’ambito economico e nella generazione di posti di lavoro. Stimola la catena produttiva dell’industria dell’edilizia, che è intensiva in mano d’opera. Nel 2012, si stima che il programma abbia avuto un impatto dello 0,8% nel PIL del Paese.

Attualmente, il Programma si trova nella sua seconda fase (2011-2014), con la meta di costruire 2 milioni di unità abitative, il 60% delle quale volte a famiglie con basso reddito. Sino alla fine del 2013, è stato raggiunto il 75% di questa meta, con più di 2,7 milioni di unità acquistate e 1,2 milioni consegnate.

 

E con il piano “Fome zero” (Fame zero)?

 

Dalla sua creazione, il programma “Fome Zero” è diventato strategia governativa per orientare le politiche economiche e sociali. La strategia del programma è il risultato dell’identificazione della fame come forma acuta di povertà ed esclusione sociale ed economica. Le azioni del “Fome Zero” e del “Bolsa Família” (Bonus Famiglia), lanciate nel 2003, come pure i programmi “Brasil sem Miséria” (Brasile senza Miseria) e “Brasil Carinhoso” (Brasile Affettuoso), avviati nel 2011 e 2012, ratificano l’impegno del Paese per le politiche sociali a favore dei settori più sfavoriti.

Il “Bolsa Família”, programma di trasferimento diretto di reddito a famiglie in situazione di povertà e povertà estrema, ha compiuto 10 anni nell’ottobre del 2013. Tra il 2003 e il 2013, 36 milioni di brasiliani sono stati sottratti alla povertà assoluta.

Il Piano “Brasil sem Miséria”, lanciato nel 2011, ha costruito, partendo dal Programma “Bolsa Família”, una piattaforma che opera su tre grandi assi: garanzia di reddito, inclusione produttiva e accesso a servizi pubblici. Il Piano si pone l’obiettivo di eliminare la povertà estrema entro la fine del 2014, coinvolge 22 Ministeri e conta sulla partnership di Stati e Comuni brasiliani.

Il “Brasil Carinhoso” ha come obiettivo beneficiare circa due milioni di famiglie con bambini fino a sei anni. Questo intervento, che rientra nel Piano “Brasil sem Miséria”, accentua il trasferimento di reddito e rafforza l’educazione, con aumento di posti negli asili nido e di interventi aggiuntivi nel campo della salute, quali integrazione di vitamine e medicazione gratuita, fra gli altri.

 

Che cosa ha fatto il Brasile nel campo dell’assistenza medica per i più poveri?

 

Il Sistema Unico di Salute (SUS) offre accesso integrale, universale e gratuito all’assistenza in questo campo. Si tratta di una politica pubblica centrale per promuovere l’inclusione sociale e il diritto alla salute, specialmente per la popolazione più sfavorita. A complemento del SUS, il Brasile sta sviluppando una serie di altre politiche.

 

Il Programma “Mais Médicos” (Più Medici), lanciato dalla Presidente Dilma Rousseff, è un esempio dell’iniziativa per ampliare l’assistenza in regioni che soffrono per la carenza di tali professionisti. Il programma si avvia a raggiungere la meta di portare 13 mila medici nelle unità sanitarie di base di oltre 3 mila comuni entro l’aprile del 2014, ampliando l’accesso alla salute a circa 45,6 milioni di brasiliani.

 

Vi sono anche altri programmi, come il “Saúde da Família” (Salute della Famiglia). Creata nel 1993, l’iniziativa raggiunge 103 milioni di persone e opera nella prevenzione delle malattie.

 

Un altro programma importante è quello denominato “Farmácia Popular” (Farmacia Popolare), che amplia l’accesso della popolazione ai medicinali essenziali, venduti a prezzi più bassi rispetto a quelli praticati nel mercato. Dal 2011, il Brasile ha distribuito medicinali a quasi 18 milioni di persone che soffrono di diabete e ipertensione. I medicinali sono disponibili in quasi 30 mila presidi in tutto il Paese. Il programma offre, inoltre, medicinali scontati fino al 90%.

 

In un incontro con altri ambasciatori sudamericani, Lei ha parlato dell’importanza che riveste in Brasile l’innovazione tecnologica. In che misura questa innovazione tecnologica aiuta anche la classe più povera della nazione?

 

Il Governo brasiliano cerca di estendere i benefici dell’innovazione tecnologica alla popolazione meno favorita, tramite l’inclusione produttiva, con l’obiettivo di promuovere l’inserimento con qualificazione nel mondo del lavoro. In tale contesto, è opportuno evidenziale il Programma Nazionale di Accesso all’Insegnamento Tecnico e Occupazione (PRONATEC), che tende a incentivare l’educazione professionale, la ricerca e l’innovazione nel Paese.

 

Nel 2013, il Pronatec ha raggiunto 5,5 milioni di matricole. Offre corsi di specializzazione professionale in vari settori dell’economia, come industria, commercio, servizi, agricoltura e zootecnica. I corsi sono gratuiti, e i beneficiari ricevono vitto, trasporto e tutti i materiali scolastici. Il programma conta su oltre 500 opzioni di specializzazioni, sovvenzionati dal Ministero dell’Educazione e tenuti da diverse istituzioni delle reti federale e statale di educazione professionale, scientifica e tecnologica.

 

C’è qualche cosa che potrebbe essere migliorata o cambiata nei prossimi anni in questi vari piani sociali?

 

I piani sociali brasiliani sono soggetti a costanti perfezionamenti. L’esperienza accumulata in ciascuna di tali strategie consente il continuo miglioramento delle politiche e tecnologie sociali brasiliane, ampliando tanto l’efficacia dei piani quanto il numero di persone beneficiate. In tal senso, si prendano ad esempio le modifiche introdotte dal Piano “Brasil sem Miséria” e “Brasil Carinhoso”.

 

Il “Brasil sem Miséria” ha affrontato il problema di coloro che non ricevevano i benefici ai quali avevano diritto in quanto non erano registrati nel Catasto Unico (strumento che identifica e caratterizza le famiglie con basso reddito). Queste famiglie, costituenti la quota di popolazione più vulnerabile, sono state ora incluse e identificate correttamente nel nuovo programma.

 

Il “Brasil Carinhoso”, a sua volta, ha ampliato il “Bolsa Família”. Il beneficio del programma ha cominciato a essere pagato alle famiglie con almeno un figlio sotto i 15 anni di età, le quali, pur ricevendo il “Bolsa Família”, continuavano a essere in condizioni di estrema povertà. Il “Brasil Carinhoso” ha previsto, inoltre, seguendo il modello di combinare garanzia di reddito con altre misure di sostegno del potere pubblico, politiche a beneficio della prima infanzia nelle aree della salute e dell’educazione. Con le modifiche introdotte, il “Brasil Carinhoso” ha consentito di uscire dalla miseria a più di 16,4 milioni di persone.

 

Lei pensa che il nuovo modello sociale brasiliano potrebbe essere esportato in Europa, soprattutto nei Paesi con maggiori difficoltà economiche in questo momento?

 

È sempre difficile esportare modelli, ma possiamo approfondire la conoscenza sulle esperienze di altre nazioni, in grado di apportare elementi per le sfide dell’intervento pubblico. Ciascun Paese ha la propria realtà, le proprie sfide e il proprio momento storico. Nel caso del Brasile, ciò che si evidenzia è che i sistemi di protezione sociale adottati sin dal 2003, oltre ai benefici intrinseci a favore di un Paese più giusto, sono stati molto importanti per affrontare la crisi finanziaria del 2008. Tali programmi hanno mantenuto sostenibile la domanda interna e consentito al Brasile di superare rapidamente quella crisi e riprendere la via dello sviluppo.

 

Nota: Euronews ha riportato anche una breve riflessione in video dell’Ambasciatore Tavares

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