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Monday, November 19, 2018

TERESA SANTULLI: SENZA ‘RESIDENZA’ EMARGINATI PER SEMPRE

Posted by Rainero Schembri On luglio - 31 - 2014 Commenti disabilitati su TERESA SANTULLI: SENZA ‘RESIDENZA’ EMARGINATI PER SEMPRE

L’avvocatessa Teresa Santulli s’interessa praticamente da sempre di problemi sociali. Non a caso oltre che in legge si è laureata anche in sociologia, con una tesi di legislazione sociale. Accreditata presso la Camera del Lavoro CGIL – Roma Zona Sud Ovest e Litorianea e presso l’INCA CGIL Zona Est, dal dicembre del 1996 collabora con la Cattedra di Diritto del Lavoro (già “Legislazione Sociale”) del Prof. Amos Andreoni presso la facoltà di Sociologia. Dal 1998 al 2003 ha  collaborato con la Rivista Giuridica del Lavoro e della Previdenza Sociale, Edizioni EDIESSE, con pubblicazione di note a sentenza.

 

Nel 2012  ho scritto un capitolo del testo ‘La Riforma del Mercato del Lavoro’ della Jovene Editore. Dal 2013 collabora con il portale ‘Diritto24’ del Sole 24 ore. Attualmente esercita attività professionale presso il proprio studio in Roma in viale Angelico n. 54. Dal 2008, infine, è referente su Roma dello Sportello ‘Avvocato di Strada’ che offre assistenza legale gratuita ai senza fissa dimora. Ed è proprio in quest’ultima veste che l’abbiamo intervista.

 

Com’è nata l’associazione Avvocato di strada?

 

E’ nata a Bologna nel 2001 con l’obiettivo fondamentale di tutelare i diritti fondamentali delle persone senza dimora e favorirne il ritorno ad una vita comune. Chi vive in strada in breve tempo può accumulare varie problematiche legali che possono rappresentare un ostacolo insormontabile per chi è privo di risorse economiche e non può pagare un avvocato. Nonostante non possiedano nulla, poiché privi di residenza anagrafica e della documentazione delle proprie storie legali i senzatetto nella maggior parte dei casi non hanno diritto neanche al gratuito patrocinio, l’istituto previsto dallo stato italiano per garantire il diritto alla difesa ai non abbienti. L’associazione nasce quindi per colmare questa lacuna e garantire a chiunque la possibilità di far valere i propri diritti.

 

Chi ha diritto alla vostra assistenza?

 

L’Associazione è presente in 37 città italiane, dislocate sull’intero territorio nazionale. Hanno diritto alla nostra assistenza tutte le persone che vivono in strada in queste città. Per noi non fa differenza se i nostri assistiti sono giovani o anziani, italiani o stranieri, laureati o analfabeti, se hanno un documento di identità o meno: se vivono in strada o in dormitorio possono hanno diritto alla nostra assistenza gratuita.

 

Che tipo di assistenza viene fornita?

 

Presso le nostre sedi le persone senza dimora vengono seguite in tutte le loro problematiche legali, sia da un punto di vista giudiziale e stragiudiziale. Molto spesso i senza tetto sono vittime di soprusi che si possono risolvere facilmente con una telefonata o con una lettera di un avvocato. Se la telefonata o la lettera invece non sono sufficienti procediamo ugualmente con ricorsi o cause.

 

Come è possibile, ad esempio, che  l’elementare e Costituzionale diritto alla Residenza venga ostacolato dalla maggioranza dei Comuni italiani?

 

Purtroppo in Italia viviamo un paradosso. La residenza anagrafica è fondamentale perché se non si possiede questo requisito si perdono una serie di diritti civili. Non ci si può curare, non si può votare, non si ha diritto all’assistenza del servizio sociale, non si può fare domanda per una casa popolare. La residenza è talmente importante che la legge stabilisce che ogni comune è obbligato a dare la residenza a chiunque viva nel proprio territorio.

 

Spesso, però, i comuni fanno orecchie da mercante, preferiscono non dare la residenza ai senza tetto perché temono di doversi accollare la responsabilità di nuove persone in difficoltà e pongono ostacoli insormontabili. In questo caso interveniamo noi e se la situazione non si sblocca dopo una prima richiesta intentiamo una causa al comune, che non può che concludersi che con una nostra vittoria. Quello che gli amministratori dovrebbero capire è che concedere la residenza, oltre ad essere un obbligo di legge, serve a fare in modo che le persone possano uscire dalla propria condizione di difficoltà. Se una persona è senza residenza è condannata a restare a vita nel circuito dell’assistenzialismo, mentre con la residenza le persone possono trovare un lavoro, curarsi e riprendere in mano la propria vita.

 

Quali sono le prime iniziative che un ipotetico nuovo Stato sociale dovrebbe intraprendere per aiutare la parte più debole della popolazione?

 

Le cifre fornite dalle ricerche di settore dicono che chi vive in strada difficilmente ne esce. Questo significa che lo stato sociale che si occupa di grave marginalità non funziona e che andrebbe ripensato. In Italia si spendono fondi per i dormitori, per i servizi sociali, per piccoli sussidi. Forse sarebbe meglio cambiare strategia e prendere spunto dal welfare dei paesi del nord Europa, dove esiste il reddito di disoccupazione e dove a chi vive in strada vengono subito offerte una casa e reali possibilità di formazione e di reinserimento.

INQUINAMENTO IN AMAZZONIA: IL CASO CHEVRON-ECUADOR

Posted by Rainero Schembri On luglio - 18 - 2014 Commenti disabilitati su INQUINAMENTO IN AMAZZONIA: IL CASO CHEVRON-ECUADOR

Si tratta di uno dei più gravi inquinamenti della storia. Parliamo del delitto ambientale compiuto in trent’anni (dal 1964 al 1992) di esplorazione petrolifera nella foresta amazzonica dell’Ecuador (esattamente nelle province settentrionali di Cofàn, Siona, Secoya, Kichwa e Huaorani).  In sostanza, in un territorio pari a circa un milioni e mezzo di ettari, l’americana Texaco (che nel 2001 è stata assorbita dalla Chevron) avrebbe, secondo fonti ecuadoriane, costruito 357 pozzi e 22 stazioni, versando 71 milioni di litri di residui di petrolio e 64 milioni di greggio, finendo per inquinare 2,5 milioni di ettari.

 

La Chevron, al contrario, ritiene di aver completamente risanato il terreno e che l’attuale inquinamento è addebitabile esclusivamente alla Petroecuador, la società pubblica ecuadoriana subentrata nell’esplorazione.  Nel frattempo sono in corso due reciproche vertenze: da un lato le popolazioni danneggiate chiedono un forte indennizzo alla Chevron; dall’altro, la Chevron ha chiamato in giudizio il Governo di Quito per non aver rispettato i patti e per aver sostenuto la causa dei privati che, secondo la compagnia americana, è del tutto infondata. Ed è proprio per aver qualche ultieriore chiarimento su questa intricata vicenda internazionale che abbiamo incontrato a Roma il viceministro degli affari esteri dell’Ecuador Leonardo Arizaga,  l’assistente ministeriale sul tema Chevron Celine Meneses e il nuovo Ambasciatore  dell’Ecuador in Italia, Juan Holguin Flores. Ma ricapitoliamo velocemente l’intera vicenda.

 

Dal 1993 è stato avviato presso la Corte distrettuale di New York un processo a carico della Texaco da parte della popolazione indigena e dagli abitanti della zona (circa 30 mila). Nel 2003, dopo dieci anni di rinvii,  il processo viene trasferito in Ecuador nella città di Nueva Loja. Nel 2011 la Chevron viene condannata a pagare 9 miliardi e 510 milioni di dollari per i danni causati (la compensazione più alta della storia del crimine ambientale). Nel 2011, dopo che un giudice di New York aveva dichiarato inapplicabile negli Stati Uniti la sentenza emessa in Ecuador, la Corte d’Appello degli Stati Uniti obbliga la Chevron a risarcire i danni (sentenza confermata nel 2012 dalla Corte d’appello di Sucumbios che tra l’altro, esigeva dalla Chevron delle scuse alla popolazione).

Altre date importanti:

1972: viene creata la compagnia petrolifera statale CEPE;

1973; il governo ecuadoriano assume la piena autorità di vigilanza e regolamentazione sulle attività del Consorzio;

1976: la CEPE diventa il maggiore azionista del consorzio Taxaco Gulf;

1989: la compagnia Petroecuador subentra alla CEPE;

1992: la Petroecuador assume il controllo totale delle operazioni;

1994: la Texaco inizia un’opera di bonifica e realizza delle opere di compensazione;

1998: il governo equadoriano (Presidente Jamil Mahuad Witt di Democrazia Popolare) dichiara la Texaco libera da qualsiasi impegno nei confronti della Repubblica dell’Ecuador. Da quel momento rimane in piedi la causa privata avviata dalle popolazioni danneggiate.

 

La Chevron non accetta la decisione Corte d’appello di Sucumbios. Anzi, reagisce denunciando lo Stato Ecuadoriano davanti alla Corte Permanente di Arbitrato dell’AIA che nel 2012 dichiara, tra le altre cose, che l’Ecuador ha violato il trattato bilaterale sugli investimenti firmato nel 1993 ed entrato in vigore nel 1997. In base a questo trattato li Stato dell’Ecuador dovrebbe sospendere l’esecuzione di ogni giudizio contro una società statunitense. Paradossalmente, l’Ecuador non solo rischia di non ricevere più alcun indennizzo ma potrebbe essere costretta a pagare, ad esempio, tutte le spese processuali alla Chevron. Con questa mossa la Chevron sta cercando anche di screditare l’Ecuador come partner affidabile, con possibili ripercussioni sui rapporti commerciali con gli Stati Uniti e altri Paesi.

 

Ed è proprio per tutelare il buon nome del Paese che il presidente dell’Ecuador Rafael Correa sta portando avanti un’azione diplomatica su larga scala. “In sostanza”, spiega il ministro degli esteri ecuadoriano Leonardo Arizaga,” l’Ecuador fa presente che la causa contro la Chevron non è stata avviata dallo Stato ma dai privati, una scelta sulla quale il potere esecutivo non può assolutamente  incidere”. Ma vediamo, schematicamente quali sono le posizioni in campo.

Argomentazioni della Chevron.

1 –  La Texaco ha lasciato il Paese nel 1992 compiendo tutte le obbligazioni di risanamento ambientale;

2) – Lo stesso Governo ecuadoriano ha esonerato la Texaco da ogni ulteriore risarcimento;

3)  – Tutti i danni attualmente esistenti sono attribuibili alla PetroEcuador che è subentrata nell’esplorazione petrolifera;

4 – L’Ecuador deve accettare la sentenza dell’AIA avendo, tra l’altro, riconosciuto la Corte nominando uno dei suoi giudici

Argomentazione del governo ecuadoriano.

1)  La Texaco non solo non ha utilizzato le più moderne tecnologie di risanamento (come previsto dal contratto di sfruttamento) ma si è limitato a sotterrare i rifiuti per risparmiare;

2)  L’atto di ‘Nulla a Pretendere’ firmato nel 1998 riguarda solo il Governo e non i privati. Infatti, lo Stato dell’Ecuador non chiede nulla alla Chevron.

3) I danni accertati e per i quali si chiede un indennizzi riguardano zone dove Petroecuador non ha mai operato.

4) La sentenza della Corte dell’AIA si basa su un trattato bilaterale tra gli Stati Uniti e l’Ecuador entrato in vigore nel 1997, cioè, cinque anni dopo la fine degli investimenti della Texaco nel Paese. Inoltre, il potere esecutivo non può incidere su quello giudiziario.

 

Da precisare che la ‘liberatoria’  concessa nel 1998 dall’Ecuador è oggi sottoposta a pesanti critiche e richieste d’ indagini all’interno del Paese. Ad ogni modo, quello che è certo è che in questa complessa vicenda giudiziaria hanno perso tutti. Ha perso il pianeta che è stato profondamente ferito sull’esempio di quello che è avvenuto con la British Petroleum nel Golfo del Messico. Ha perso l’Ecuador, questo piccolo e dinamico Paese sudamericano che si è visto comunque distruggere una consistente parte del suo territorio. Ha perso sicuramente d’immagine il gruppo Texaco-Chevron, la seconda società petrolifera americana e la sesta nel mondo. E, soprattutto, hanno perso le povere comunità amazzoniche, che al posto di un terreno incontaminato ora si ritrovano con un’acqua pesantemente inquinata, pozzi pieni di residui tossici, vistose e diffuse malattie della pelle, cancro e altri danni irreversibili certificati da diverse società ed esperti internazionali.

 

CUBA: 15 APPASSIONATI RACCONTI DI ALESSANDRO ZARLATTI

Posted by Rainero Schembri On luglio - 18 - 2014 Commenti disabilitati su CUBA: 15 APPASSIONATI RACCONTI DI ALESSANDRO ZARLATTI

L'Avana. Nel riquadro Alessandro ZarlattiL'Avana. Nel riquadro Alessandro ZarlattiPer molti anni Cuba è stato un mito. Pochi, però, possono descrive quest’isola come Alessandro Zarlatti che da molti anni vive all’Avana e che recentemente ha pubblicato il libro ‘Alcune strade per Cuba’, edito in Italia dalla Ouverture Edizioni. Sono quindici appassionati racconti di uno scrittore e collaboratore di diversi giornali e riviste e profondo conoscitore di quest’isola Caraibica. Il suo libro esprime, comunque, una raccolta di impressioni e un quadro d’insieme del Paese attraverso un’infinita serie di particolari che sfuggono alla facile tentazione di cadere nei vari luoghi comuni e stereotipi che sommergono abitualmente l’Isola.   Che sia ancora notevole l’interesse per questo piccolo Paese, che negli anni cinquanta con la rivoluzione di Fidel Castro ha attirato l’attenzione di tutto il mondo, lo si è avuto in modo tangibile in occasione della presentazione del volume presso la libreria De Miranda di Roma. In quella circostanza Zarlatti, di fronte a un foltissimo pubblico, è stato letteralmente tempestato da domande non solo riguardanti il libro ma anche sulle sue esperienze personali. Cerchiamo di riassumerle.

 

Com’è nata questa passione per Cuba?

 

In un modo del tutto casuale. Sono stati i miei fratelli a suggerirmi una vacanza in quest’isola ed è stato subito amore a prima vista. Sono stato colpito dai colori, dalle bellezze naturali, dal clima, dalla gente e, soprattutto, dalla semplicità. Qui niente sembra essere complicato e nessuno scarica sugli altri le proprie angosce, frustrazioni o ansie. Con questo non voglio dire che tutto sia un paradiso. I problemi ci sono e anche tanti ma la gente ti accoglie sempre con un sorriso e cerca di smussare gli angoli più spigolosi. In seguito mi sono anche sposato con una cubana dalla quale ho avuto una splendida figlia. E questo, ovviamente, ha consolidato ulteriormente il mio rapporto con questo Paese, anche se molti anni dopo ci siamo divisi. Ma in questo Cuba non c’entra niente.   Come si mantiene?   Attualmente gestisco un scuola di lingua e cultura italiana intitolata Leonardo da Vinci. Il nostro sito èwww.scuoladavincicuba.info. Debbo dire che le cose stanno andando molto bene anche perché a Cuba l’interesse per l’Italia e per la cultura italiana è notevole. E questo è un altro aspetto che mi ha colpito molto. Occasionalmente, poi, continuo a mantenere delle collaborazioni giornalistiche con l’Italia.

 

Come mai, però, il turismo verso Cuba è diminuito sensibilmente?

 

Le ragioni sono tante a cominciare dalla diffusa crisi economica. E poi da alcune scelte drastiche ma apprezzabili compiute dal Governo. Penso, ad esempio, alla lotta al turismo sessuale che può essere stato un grande incentivo dal punto di vista economico ma eticamente non sostenibile. Oggi il turismo verso Cuba è molto più culturale e familiare. Inoltre è in costante crescita il turismo della salute. E’ noto, infatti, che in alcuni campi le conoscenze mediche a Cuba sono elevatissime come, ad esempio, per le conseguenze dovute all’ictus, per la cura del diabete, per alcuni vaccini contro il cancro o specifici problemi della vista.

 

Come sta cambiando il Paese?

 

Sicuramente stanno avvenendo alcune importanti aperture in campo economico e per le piccole iniziative private. Credo che questa scelta comporterà dei risultati molto positivi anche a breve termine. Ora è possibile, ad esempio, comprare una casa e questo potrebbe cambiare tante cose.

 

In quali settori consiglierebbe gli italiani a investire a Cuba?

 

Il primo che mi viene in mente è proprio il turismo. Le bellezze naturali non mancano ma le infrastrutture sono ancora limitate. Credo che seri progetti in campo turistico nei prossimi anni potrebbero raggiungere dei risultati inaspettati. Comunque suggerisco a tutti di fare un salto a Cuba: il fascino di quest’isola rimane sempre inconfondibile, indipendentemente dalle idee politiche di ciascuno.

 

E’ vero che sta già pensando a un altro libro?

 

Si. E questa volta si tratta di un romanzo con quattro personaggi non si muovono esclusivamente a Cuba. Credo che sarà pronto entro la fine dell’anno.   Alcune strade per Cuba: Editore Ouverture Edizioni, per informazioni 0566 230.I – www.ouvertureedizioni.it info@ouverturedizioni.it A Roma il libro è in vendita presso la libreria De Miranda, V.le Giulio Cesare 51. La mail di Zarlatti è: zarlatti@yahoo.com

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