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Tuesday, April 24, 2018

SALVATORE VIGLIA: NASCE ALL’ESTERO “INSIEME PER GLI ITALIANI”

Posted by Rainero Schembri On marzo - 4 - 2017 Commenti disabilitati su SALVATORE VIGLIA: NASCE ALL’ESTERO “INSIEME PER GLI ITALIANI”

Foto: sullo sfondo di San Paolo del Brasile, dove vivono 3 milioni di italiani e oriundi italiani, la foto di Salvatore Viglia e il  simbolo del nuovo partito. 

 

 

A poco più di 15 anni dalla nascita della legge Tremaglia (dal nome del parlamentare che si batté a lungo per il voto degli italiani all’estero) e che porta la data del 27 dicembre 2001 (n. 459, con relativo regolamento applicativo approvato con decreto del Presidente della Repubblica il 2 aprile 2003) nasce un nuovo partito degli italiani residenti all’estero: INSIEME per gli italiani. Secondo molti esperti politici, questa nuova formazione potrebbe stravolgere gli attuali equilibri parlamentari. Sentiamo cosa ne pensa il suo Segretario Generale Salvatore Viglia, un avvocato internazionalista che da diversi anni si occupa dei problemi e dell’assistenza legale degli italiani residenti all’estero.

 

Come e per quale motivo è nato il movimento di INSIEME per gli italiani?

 

E’ nato spontaneamente in centro e nord America con una motivazione su tutte: uscire dalle retoriche che hanno intriso la storia degli italiani all’estero di demagogia spicciola. La necessità l’hanno sentita i loro fondatori soprattutto per elevare la qualità e l’impegno partecipativo di quanti desiderano dare un futuro propulsivo a tutta la vicenda che staziona intorno agli italiani residenti all’estero. Nell’arco degli anni abbiamo assistito a discorsi sempre ripetitivi e privi non solo di novità e di innovazioni, ma sterili: il made in Italy, la lingua italiana e la cultura, italiani all’estero risorsa ecc. Chi è stato eletto all’estero si è limitato a gestire uno stato di fatto senza mai approcciare a nessun tipo di proposta partecipativa che desse un senso e che migliorasse la posizione di milioni di connazionali all’estero nei riguardi dell’Italia. Insomma, si è vivacchiato sul mantenimento dell’acquisito senza volontà né verve propositiva. Lo si è visto anche dalle elezioni all’estero: brogli diffusi, eletti e rieletti sempre gli stessi, apatia delle grandi masse, gestione territoriale da parte di pochi, soprattutto disinteresse quasi totale da parte di quanti rappresentano le eccellenze all’estero. Questo la dice lunga sull’intero impianto che risulta malaticcio ed impantanato. Se l’eccellenza, in quanto tale rinuncia ad impegnarsi, significa che la “storia” non interessa perché inutile. Altra prova del nove è la mancanza di tali personalità tra gli eletti all’estero.

 

Quali sono i principali obiettivi che intende raggiungere?

 

Il miglioramento complessivo dello status quo. Innovazione e partecipazione delle classi e delle individualità italiane all’estero di eccellenza; correzioni alla legge Tremaglia introducendo il voto elettronico in primo luogo per dare la possibilità ai residenti all’estero di votare presso i collegi in Italia senza per questo essere costretti a portarsi personalmente in loco con enormi aggravi di spesa e poi di azzerare i brogli che l’attuale sistema imbelle di buste e schede permette a larghe mani. La circoscrizione estero è una invenzione che ha introdotto una forzatura anomala nel sistema di voto sottolineando e mettendo in evidenza molti profili di incostituzionalità tra italiani residenti all’estero ed italiani residenti in Italia. Si pensi che attualmente un italiano residente all’estero può candidarsi in Italia mentre uno residente in Italia per candidarsi all’estero ha bisogno della residenza. Con questa opportunità gli italiani potranno scegliere di votare o per la Circoscrizione estero come avviene attualmente oppure scegliere di votare in Italia senza venire in patria. I risvolti potrebbero essere strabilianti. Oltre i 18 eletti all’estero, potrebbero candidarsi ed essere eletti anche molti altri connazionali presentandosi in Italia ed essere votati dai connazionali dall’estero. Ecco qui una novità, una innovazione che renderebbe il tutto veramente utile.

 

Come valuta l’impegno che fino ad ora hanno esercitato i rappresentanti degli italiani all’estero nel nostro parlamento?

 

Quasi inutile. E’ ovviamente importante adoperare dei distinguo tra parlamentari. Ora senza fare nomi il che non sarebbe corretto in questo consesso, è palese il disinteresse di molti mascherato da impossibilità di operare in un Parlamento ostile ed il muoversi di altri in modo più procedurale,  seguendo canali indicati più dal vecchio sindacato intesi come salvaguardia di diritti acquisiti che come innovazione e miglioramento di tutto l’impianto che gravita intorno agli italiani all’estero. Una cosa è bene chiarire immediatamente è che gli italiani all’estero sono considerati solo come un bacino elettorale. I partiti, anche quelli che predicano l’abolizione della Circoscrizione estero, sono sempre vigili e consegnano le proprie liste all’estero di candidati. Dopo il voto tutto ritorna nei dimenticatoi della politica inutile.

 

Lei ha aderito al Progetto di costituzione di un nuovo stato sociale promosso da REA. Sul piano sociale cosa pensa di fare per gli italiani all’estero?

 

Il nuovo stato sociale promosso da REA è una disarmante e lucida presa d’atto della realtà e allo stesso tempo una decisa consapevolezza che avanti di questo passo il paese procederà a marcia indietro. Guardi, parlare di sociale immediatamente fa scattare nella testa dell’uditore una repulsione condizionata: comunismo. Questo è un problema mediatico con il quale bisogna fare i conti. Si sa che la politica è anche malafede e allora io abolirei l’aggettivo “sociale” e lo sostituirei con “umano”. Sul piano umano e stazionando nel mare di problemi “umani” con i quali si è costretti ad avere a che fare, noi ci siamo prefissati un obiettivo principe: uguaglianza tra italiani ovunque residenti senza disparità di trattamento e con la Costituzione in mano. Poi l’introduzione della “Carta dei bisogni primari” ed uguale trattamento sanitario ovunque residenti. “La carta dei bisogni primari” è un bancomat con il  quale accedere a ciò che serve all’alimentazione e basta. Aiuti in denaro che consentano di fare il resto dignitosamente potrebbero riguardare cifre meno onerose per lo Stato di quelle di cui si discute oggi. Insomma i “bisogni” sono Diritti impossibili da ignorare: mangiare, respirare, vivere e non diritti revocabili una volta acquisiti. Insieme alla carta dei “bisogni primari” è necessario assicurare agli italiani all’estero lo stesso trattamento sanitario offerto dall’Italia attraverso convenzioni e ratifiche di patti tra nazioni che prevedano reciprocità di trattamento.

 

Quale strategia intende perseguire per ottenere il necessario peso presso le nostre comunità all’estero?

 

Trasformare questo film in bianco e nero con il suo fascino passato e grondante di nostalgia in uno a colori restituendo dignità ai connazionali residenti all’estero.

L’ARTE DEGLI ‘ESSENZIALISTI’ PER UN NUOVO STATO SOCIALE

Posted by Rainero Schembri On febbraio - 2 - 2017 Commenti disabilitati su L’ARTE DEGLI ‘ESSENZIALISTI’ PER UN NUOVO STATO SOCIALE

 

Nell’ambito degli artisti e persone di cultura che hanno aderito al Progetto di costruzione di un nuovo e forte Stato Sociale promosso dalla REA (Radiotelevisioni Europee Associate) è nato il gruppo artistico degli Essenzialisti. Obiettivo principale del nuovo gruppo è di mettere a disposizione di quest’obiettivo la propria arte e capacità inventiva creando brani musicali, quadri, sculture, libri, fotografie, commedie, balli, ispirati ai 7 Bisogni capitali: 1) Nutrirsi, 2)Vestirsi, 3)Avere un Tetto, 4) Curarsi, 5) Istruirsi, 6) Difendersi Legalmente 7) Avere una Corretta Informazione. Tutto ciò nella consapevolezza che l’arte e la cultura sono il modo migliore per veicolare e sensibilizzare l’opinione pubblica.

 

In un lontano passato gli Essenzialisti rispecchiavano una visione della vita basata su concetti filosofici risalenti ai presocratici, a Platone e ad Aristotele. Il nuovo gruppo si propone soprattutto hdi partecipare e intervenire con le proprie capacità creative nell’ambito di dibattiti, mostre, concerti, presentazioni di libri, seminari, feste popolari, ecc.

 

La creazione di un Nuovo Stato Sociale richiede, infatti, anche l’affermazione di una nuova filosofia di vita, almeno nella parte più sensibile della popolazione. Solo la riscoperta di certi valori essenziali può rendere fertile il terreno e solide le basi di uno Sato Sociale non basato certamente sul dio denaro. Distinguere i veri problemi dai falsi problemi, le vere fonti di arricchimento personale dal possesso effimero di beni spesso inutili, la valorizzazione degli esseri umani per quello che sono e non per quello che possiedono, sono solo alcuni dei segni distintivi di una persona filosoficamente Essenzialista e di uno Stato più giusto ed equilibrato.

A SANREMO IL ‘SOCIALE’ NON E’ DI CASA? IL PARERE DI TONY RIGGI

Posted by Rainero Schembri On gennaio - 27 - 2017 Commenti disabilitati su A SANREMO IL ‘SOCIALE’ NON E’ DI CASA? IL PARERE DI TONY RIGGI

Foto: sullo sfondo di Sanremo Tony Riggi nel riquadro

 

Chi vi scrive confessa subito di non essere un esperto di musica leggera e di essere consapevole che di norma chiunque rimanga escluso da una competizione si senta in qualche modo ingiustamente danneggiato. Tuttavia ci sono alcune esclusioni che fanno comunque riflettere. E’ il caso di Tony Riggi, cantautore e poliziotto, che è stato escluso dalla prossima edizione del festival di Sanremo. Ma chi è Riggi?

 

Nato a Velletri e residente a Latina (entrambe città del Lazio), per vivere Riggi fa il poliziotto (e già questo sarebbe una bella novità mediatica al Festival) e non è certamente il cantante della domenica. Anzi, è cresciuto in un’autentica famiglia di artisti, ha composto numerose canzoni e ha ricevuto anche diversi premi sia in Italia che all’estero, tra cui il Premio Discografia e il premio Giustizia sociale al Cantagiro 2016. Inoltre, è arrivato secondo al The voice of the world di Malta. Oltre a scrivere (secondo molti esperti) una musica accattivante, Riggi si è distinto soprattutto per suoi testi impegnativi e a forte contenuto sociale. E qui nasce il problema.

 

Secondo il cantautore la sua iscrizione, protocollata con il numero 54, sarebbe stata bocciata dal conduttore del Festival Carlo Conti  proprio perché raccontava una tematica umana e sociale riguardante un rappresentante delle forze dell’ordine. “Certo”, spiega Riggi, “non me lo ha detto in faccia, ma persone che gravitano intorno al Festival mi hanno fatto capire chiaramente che non era il caso di portare a Sanremo una canzone che, per quanto bella, non rientrava nello spirito del Festival”.

 

Tradotto in italiano?

 

Che questo genere di testo non tira discograficamente e rende pesante l’atmosfera. In parole povere, se non scrivi che ‘amore’ fa rima con ‘cuore’ rischi di diventare un elemento di disturbo. .

 

Ma non potrebbe essere che la ragione vera di questa esclusione sia il fatto che sei un poliziotto?

Guardi che non faccio niente di nascosto. La mia lunga attività di cantautore è ben conosciuta dai colleghi e dai superiori che, anzi, mi hanno incoraggiato e visto nella mia attività un modo di avvicinare la gente alle problematiche umane della polizia.

 

Le risulta che il suo sia un caso isolato o anche altri cantanti impegnati hanno avuto problemi?

 

Io partecipo anche a un’altra manifestazione che si chiama la Milano Sanremo della canzone italiana promossa dalla REA (Radiotelevisioni Europee Associate). Ebbene, questa manifestazione privilegia solo i testi a forte contenuto umano e sociale. Ebbene, non mi risulta che qualcuno dei miei colleghi sia riuscito negli ultimi anni ad andare a Sanremo portando un testo impegnativo.

 

Ma forse è vero che i testi un po’ pesanti non rendono discograficamente?

 

A parte che non è così e poi perché non approfittare di una grande vetrina internazionale per richiamare l’attenzione su alcune grandi tematiche sociali? Una volta le canzoni impegnate trovavano il loro spazio a Sanremo. Oggi, forse sull’onda di una dilagante superficialità, bisogna sempre creare un artificiale clima di allegria. Peccato.

 

Ma aldilà della sua bocciatura cosa lei pensa di Sanremo nel suo insieme?

 

Non so se sia arrivato il momento di cambiare radicalmente la sua formula o se sarebbe meglio incentivare la nascita di manifestazioni alternative, possibilmente anche in qualche altra città. So che la REA, ad esempio, propone di trasferire o di creare una nuova manifestazione a Milano. Mi sembra un’idea giusta, soprattutto per tre motivi: la prima perché Milano rimane obiettivamente la capitale europea della musica classica e leggera; secondo perché le strutture organizzative, logistiche e alberghiere di Sanremo sono ormai del tutto inadatte; terzo, infine, perché alcune strutture dell’Expo di Milano potrebbero ospitare benissimo una manifestazione musicale italiana a livello mondiale.

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Riportiamo di seguito il video in cui Tony Riggi parla della sua esclusione. 

 

 

 

 

TRAIANO – TRUMP: NASCITA E MORTE DELLO STATO SOCIALE

Posted by Rainero Schembri On gennaio - 22 - 2017 Commenti disabilitati su TRAIANO – TRUMP: NASCITA E MORTE DELLO STATO SOCIALE

Foto: sullo sfondo del memorial di Thomas Jefferson a Washington, il Presidente Donald Trump e la statua dell’imperatore romano Traiano. 

 

Il primo atto del nuovo Presidente degli Stati Uniti Donald Trump è stato quello di limitare gli effetti della già timidissima riforma sanitaria introdotta dall’ex Presidente Barack Obama. Ormai possiamo essere sicuri che l’obiettivo finale della nuova amministrazione americana sarà quello di cancellare definitivamente ogni traccia di assistenza sociale ai più poveri. D’ora in poi ognuno per se, Dio per tutti.

 

Non hai una casa? Non sai come sfamare, vestire e curare i tuoi figli? Come mandarli a scuola? Pazienza. Per una parte dell’elite americana (e non solo) non è compito della Stato e della Comunità sopperire alle tue debolezze, manchevolezze e incapacità di mantenere te e la tua famiglia.

 

Per ironia della storia, lo Stato sociale che il nuovo imperatore americano intende distruggere completamente è stato avviato e organizzato strutturalmente poco meno di due millenni fa da un altro imperatore il cui nome inizia ugualmente per T: parliamo del grande imperatore romano Marco Ulpio Nerva Traiano che ha regnato dal 98 fino alla morte avvenuta nel 117 (esattamente 1900 anni fa).

 

Come viene dettagliatamente ricordato dal giornalista e scrittore Ennio Caretto nel suo libro ‘Il Welfare State nell’Antica Roma’, anche se altre civiltà avevano ideato interessanti forme di Stato sociale (Grecia, Israele, Mesopotamia, Egitto, Cina) sicuramente con Roma l’assistenza pubblica si è trasformata nel corso dei decenni in un sistema ordinato e ben codificato, anche se con tutti i limiti determinati dalla cultura e dalla mentalità del tempo. Ecco qualche esempio:

  • Attraverso il sistema dell’Annona si arrivò a distribuire grano, vino, olio, ungenti, somme di denaro;
  • I figli dei poveri mangiavano a spese dello Stato;
  • Per i figli dei poveri c’erano orfanotrofi e insegnamento gratuito;
  • Nei municipi i poveri venivano assistiti da medici pagati dallo Stato;
  • Negli ospedali pubblici le cure e le operazioni erano gratuite;
  • Si lavorava otto ore al giorno e numerose erano le feste;
  • I collegia rappresentavano le prime forme di sindacato;
  • I soldati avevano un sistema d’istruzione, sanitario e pensionistico avanzatissimo;
  • Sia le terme (in certi orari), sia gli anfietari e luogi di divertimento (in certe zone) erano gratuiti;
  • Molti avvocati fornivano ai propri clienti un’assistenza legale gratuita.

Certo, Roma era un’economia basata essenzialmente sulla schiavitù. Tuttavia è bene ricordare, che solo a Roma gli schiavi potevano coltivare la speranza di diventare un giorno liberi e di assumere posti grande rilievo. Molti degli schiavi vivevano, tra l’altro, con più sicurezze e in condizioni migliori dei poveri.

 

In ogni caso, non pochi dei 7 Bisogni capitali dell’uomo (Nutrirsi; Vestirsi; Un Tetto; Curarsi; Istruirsi; Tutela Legale; Corretta Informazione) venivano soddisfatti meglio sotto gli antichi romani che oggi in Italia e nel mondo. E questo grazie anche al fatto che Roma aveva capito che l’esistenza di uno Stato sociale è nell’interesse di tutti, anche dei ricchi (purtroppo, da questo punto di vista, scarseggiano ovunque ricchi illuminati).

 

Un esempio di questa attenzione per il raggiungimento di un equilibrio generale si è avuto con la scelta di Traiano di creare una specie di banca pubblica che concedeva ai ricchi prestiti a tassi molto agevolati: in compenso, tutti gli interessi andavano a rimpinguare le casse assistenziali dello Stato. Noi invece preferiamo aiutare le banche corrose dalla cattiva gestione piuttosto che utilizzare gli ingenti aiuti pubblici per trasformarli in banche pubbliche a servizio dei cittadini, dell’agricoltura, dell’edilizia popolare, del commercio e di altri settori già sostenuti nell’Antica Roma.

 

In ogni caso quello che è certo è che ancora prima delle scelte economiche, le possibilità di creare in Italia, in Europa e nel mondo un nuovo e forte Stato sociale dipendono dalle iniziative culturali e dalla libera informazione: sono queste, infatti, i veri argini alla cancellazione di ogni forma di assistenza sociale e di abbandono dei poveri al loro destino. La globalizzazione dei mercati e dell’economia non va contrastata con una politica scellerata che punti sul protezionismo e sul nazionalismo: elementi che nella storia dell’umanità sono sempre stati artefici di guerre e miserie. La globalizzazione economica va sostituita, o almeno integrata, da una globalizzazione sociale che preservi i diritti fondamentali di ogni essere umano (una scelta che, tra l’altro, offrirebbe le maggiori prospettive occupazionali). Ebbene, su questo terreno, l’Italia, grazie al suo passato storico e al suo imenso patrimonio culturale, potrebbe giocare un ruolo di primaria importanza nel nuovo contesto internazionale.

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Nota

Per chi fosse interessato alle tematiche sociali promosse dalla REA (Radiotelevisioni Europee Associate) suggeriamo di vedere il filmato ‘Il sempre di un Nuovo Stato Sociale’

 

FRANCESCO DI FAZIO: DA CATANIA UNA VERA ‘MISSION’ TELEVISIVA

Posted by Rainero Schembri On gennaio - 18 - 2017 Commenti disabilitati su FRANCESCO DI FAZIO: DA CATANIA UNA VERA ‘MISSION’ TELEVISIVA

Foto: Giuseppe Di Fazio

 

Nella nostra inchiesta sulle Radio e Televisioni Locali (1) e sul loro impegno soprattutto in campo sociale, è la volta del Circuito televisivo D Network di Catania (2), guidato dal giovane e dinamico Francesco Di Fazio. La storia di questa importante emittente siciliana è per certi versi emblematica: nata oltre trent’anni fa, ha dovuto superare difficoltà di ogni genere, da quelle economiche determinate dalla profonda crisi che ha investito negli anni scorsi l’intero Paese, alle continue manchevolezze e disattenzioni politiche e burocratiche, che hanno reso estremamente difficile la vita delle piccole emittenti, soprattutto in occasione del passaggio al digitale terrestre e all’assegnazione da parte dello Stato di frequenze purtroppo spesso ‘fasulle’, tanto è vero che  l’Europa ha finito per imporre a molte di esse la chiusura perché infastidivano emittenti di altre nazioni.

 

Di Fazio, che ha ereditato l’azienda dal padre, non è comunque uno che si arrende facilmente: dopo una breve chiusura ha rilanciato il gruppo puntando sia sulla serietà dell’informazione che sul graduale coinvolgimento di settori sempre più ampi della società catanese e siciliana. Inoltre, condivide e collabora al Progetto REA (Radiotelevisioni Europee Associate) di Costituzione di un nuovo e forte Stato Sociale (3).

 

 

Come è nata la vostra TV e quali sono le sue caratteristiche principali?

 

E’ nata per soddisfare un bisogno sociale, quello di portare nelle case di una piccola comunità a fine degli anni 70, le riprese realizzate durante i matrimoni da un fotografo (Giuseppe Di Fazio) il quale il più delle volte consegnava il filmato in VHS che rimaneva chiuso nel cassetto nella speranza di acquistare un videoregistratore.

 

Per sopperire a tale bisogno, quel fotografo pensò di trasmettere via etere i filmati matrimoniali al fine di permettere a tutti tramite il televisore di casa di poterli vedere, previo consenso ad un’ora prestabilita. Ben presto però quel fotografo tra il 1981/83 si accorse che aveva in mano uno strumento di comunicazione ben più complesso e potenzialmente utile per la sua comunità che poteva estendersi in altre province.

 

Come vede il futuro delle televisioni locali?

 

Ristretto e marginale se non si ritrova l’autonomia della gestione delle frequenze e l’accentramento dei problemi territoriali che ne caratterizzano la reale identità unica e determinate per le problematiche sociali locali.

 

Cosa pensa del progetto REA di sensibilizzazione della gente verso la creazione di un nuovo e forte Stato Sociale attraverso le piccole e medie radio e tv locali?

 

Occorre fare rete al fine di riconoscere il ruolo delle radio e tv locali che per 40 anni hanno diffuso informazioni e programmi locali facendo un reale “pubblico servizio” che ha permesso lo sviluppo economico e il raggiungimento di importanti risultati. Non bisogna, pertanto, sprecare questo patrimonio culturale che appartiene a tutta la nazione.

 

Nella vostra Tv trovano spazio i problemi sociali?

 

Ricordo che si iniziò nel 1982 con le prime immagini degli scioperi per l’acqua pubblica di alcuni paesi dove le amministrazioni dell’epoca disattendevano i bisogni dei cittadini, continuando poi nel tempo a dare spazio a diverse comunità religiose, sociali e ad altri apparati sindacali e politici, i quali hanno potuto comunicare le loro idee nella più ampia libertà democratica.

 

Cosa pensa dell’idea che solo le emittenti che dedicano uno spazio alle questioni sociali vanno sostenute con contributi statali?

 

Le radio e Tv locali hanno a mio avviso il compito primario di informare gli utenti soprattutto sulle questioni sociali per i bisogni primari. In secondo luogo, dovrebbero svolgere l’attività preposta in base alle logiche economiche pur tuttavia evitando di trasmettere contenuti scadenti solo per fini commerciali. A fronte di impegni etici ben precisi e mantenuti da parte delle radio e Tv locali andrebbero ridistribuite le risorse dei contributi statali.

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Nota:

1)In precedenza sono stati intervistati su Punto Continenti

Radio Mambo (Lazio) – Renato Dionisio (30 novembre 2016)

TVRS (Marche) – Gabriele Betti (19 dicembre 2016)

Tele Ambiente (Lazio) – Stefano Zago (28 dicembre 2016)

 

2)Il Circuito televisivo siciliano D-Network è composto da:

D1 Television sul canale 186;

D2Channel sul  188;

D4-VideoArt sul 656;

D5 – Cartoons 657;

D7-News 24 sul 818;

D-10 Music sul  873.

 

3) Per maggiori informazioni sul Progetto REA guardare il Video

Il seme di un nuovo Stato Sociale

 

 

 

MIRELLA SANTAMATO: QUANDO TROIA ERA SOLO UNA CITTA’

Posted by Rainero Schembri On gennaio - 12 - 2017 Commenti disabilitati su MIRELLA SANTAMATO: QUANDO TROIA ERA SOLO UNA CITTA’

Foto: Mirella Santamato e copertina del libro

 

Per i romani si presentano tre occasioni per conoscere da vicino Mirella Santamato: una delle scrittrici più originali del panorama letterario italiano ma anche un vero personaggio spumeggiante, nell’accezione più nobile del termine. Nei giorni 27, 28 e 30 gennaio presenterà nella Capitale il suo libro Quando TROIA era solo una città. E ancora una volta le sorprese non mancheranno.

 

Ma cosa suggerisce in genere il nome Troia?

 

Per gli storici, una delle battaglie greche più famose della storia, che ha visto attorno al 1184 a.C.  diversi principi greci guidati da Agamennone distruggere la potente città di Troia. Perché? Secondo la mitologia e i sublimi versi dell’Illiade firmati dal grande Omero, l’audace Paride (figlio di Priamo, Re di Troia) aveva rapito la bellissima Elena, moglie di Menelao, Re di Sparta.

Per gli amanti dell’Antica Roma, il nome Troia evoca la città originaria del valoroso guerriero Enea, mitologicamente fondatore di Roma. Per la gente comune, Troia viene spesso associata al famoso cavallo di legno che ha consentito con un tranello ai greci di entrare e conquistare la città. Infine, nella terminologia degli amici del bar, la parola Troia viene comunemente associata a ‘mignotta’, visto che la brava Elena si è lasciata rapire per amore, tradendo il marito e provocando una guerra senza precedenti durata ben dieci anni.

 

Ebbene, da quale angolatura parte il libro della sofisticata Santamato?

 

Dagli amici del bar, s’intende. Cioè, dalla più grande mistificazione della storia di una donna e di una città. In una maniera a dir poco sorprendente, l’autrice ricorrendo ai verso dell’Illiade dimostra come nell’antico Poema si possa scoprire  il passaggio da una società Matrilienare durata millenni,  a una società Patriarcale di dominio assoluto che, da allora fino ad adesso, ha cambiato  le sorti dell’umanità. Secondo lo scrittore Mauro Biglino (autore della prefazione) “La ricerca dell’autrice porta a rivoluzionarie scoperte sul mondo antico e a decodificare i molti enigmi del mondo moderno”.

 

Ma lasciamo per ora la bella Elena riposare nel mitologico letto della storia e occupiamoci un po’ della Santamato. Nata a Roma ma residente a Ravenna, giornalista, scrittrice, da bambina ha dovuto combattere con un terribile virus. I medici temevano che non avrebbe potuto più camminare. Ma non sapevano con quale temperamento avevano a che fare. Non solo con la forza della volontà è riuscita a guarire (anche se si deve aiutare con un bastone per le camminate più lunghe) ma è diventata madre di due splendide figlie.

 

Nel frattempo ha cominciato a occuparsi di problemi sociali: cioè, a infondere negli altri il coraggio e la forza per superare i problemi. Tra i suoi libri possiamo citare ‘Le principesse ignoranti. I codici delle fiabe iniziatiche’” o “L’economia del bene comune: l’utopia diventa realtà’.

 

Quello che in ogni caso non sopporta sono le persone tristi, depresse, annoiate e che rubano energia. Infatti, una delle sue attività preferite è quella di tenere conferenze su come ‘vivere felici e contenti’. Ecco perché è comunque consigliabile sentire la Santamato, anche qualora la storia di Troia non si trovi proprio in cima ai nostri interessi. Come minimo si tornerà a casa con una bella spruzzata di ottimismo. E di questi tempi, non è cosa da poco.

 

 

Quando Troia era solo una città

Mirella Santamato

Uno editori 2016

ISBN 8898829906, 9788898829903

Lunghezz 190 pagine

Incontri a Roma

27 gennaio Libreria Tion

Via Federico Nansen 14

28 febbario  Associazione Faciviltà

Via Lici 28 ore 19

 

30 gennaio Calcio  Sociale

Via Poggio Verde 455

STEFANO ZAGO: AMBIENTE E SOCIALE VANNO A BRACCETTO

Posted by Rainero Schembri On dicembre - 28 - 2016 Commenti disabilitati su STEFANO ZAGO: AMBIENTE E SOCIALE VANNO A BRACCETTO

Foto: nel riquadro Stefano Zago

 

Praticamente è cresciuto negli studi televisivi. Da suo padre Stefano Zago ha ereditato, infatti, quella che è oggi una delle televisioni più specializzate sul piano informativo. Parliamo di Tele Ambiente (canale 78), l’emittente con sede principale a Roma e che si occupa quasi esclusivamente di tutela del nostro ambiente naturale nel segno di una costante ricerca e approfondimento legato allo sviluppo sostenibile. In questo sforzo Zago, che è il Presidente della Cooperativa Multimedia Coop. insieme ai suoi venti collaboratori, cerca di offrire dei servizi ai consumatori, informazioni  sui sistemi produttivi e sul mondo agroalimentare. Attualmente Tele Ambiente copre il Lazio, l’Abruzzo, la Campania e la Lombardia, quest’ultima  attraverso il canale 812.

 

Per cominciare una domanda quasi di rito: come vede il Progetto REA, Radiotelevisioni Europee Associate, che si propone di stimolare in tutto il Paese un vasto dibattito sulla necessità di creare un Nuovo Stato Sociale?

 

Posso solo parlar bene di questo Progetto, visto che la nostra televisione fa parte della REA e tutti noi collaboriamo direttamente alla sua riuscita. Del resto siamo impegnati in un settore cruciale per la costruzione di un nuovo Stato Sociale: quello della tutela ambientale che non solo cerca di rendere più vivibile il nostro mondo ma offrire, se gestito correttamente, anche numerose possibilità di sviluppo economico e occupazionale.

 

Ma chi è il vostro  telespettatore tipo?

 

Diciamo che ci sono due fasce d’età. La prima riguarda i giovani e giovanissimi che in buona parte hanno compreso che se non facciamo qualcosa rischiamo di finire tutti insieme nel burrone. La seconda è composta dagli ultra sessantenni, coloro che probabilmente hanno alimentato il famoso ’68 e che oggi sentono il dovere di non lasciare alle future generazione un mondo devastato. Francamente sono un po’ latitanti le persone che vanno dai quaranta ai sessant’anni. Spesso sono troppo concentrate sul proprio lavoro e sugli affari, rimanendo completamente distanti dai problemi più generali che riguardano l’intera umanità.

 

Cosa ci può dire invece dei politici?

 

Salvo rare eccezioni non hanno alcuna cultura o interesse per i problemi ambientali. E’ come se vivessero in un altro mondo, salvo a dichiararsi preoccupati davanti alle telecamere.  Ma se poi vengono sollecitati ad assicurare un qualche impegno concreto non sanno cosa dire.

 

Ma è vero che le varie mafie si sono infiltrate largamente nell’ambito, ad esempio, delle energie alternative?

 

Non v’è dubbio. Ma il problema non è solamente quello delle mafie ma anche dei grandi gruppi che operano nel sistema dell’energia e che ora hanno formalmente scoperto quanto sia vantaggiosa l’energia pulita e alternativa per la gente e, allo stesso tempo, pericolosa per i loro profitti. Ed ecco che stanno cercando di offrire tutta una serie di nuovi contratti che mirano sostanzialmente a imbrigliare il consumatore, costringendolo a pagare le spese di distribuzione dell’energia. Giusto per fare un esempio: oggi l’utilizzo delle auto elettriche è sicuramente più vantaggioso rispetto all’utilizzo delle macchine a benzina. Così in futuro troveranno sicuramente il sistema per farci pagare salatamente  la distribuzione e le postazioni necessarie per la ricarica delle batterie. Quindi finiremo per spendere più o meno quanto spendiamo oggi.

 

In conclusione, quali prospettive economiche intravede per la sua TV e, ingenerale, per il comparto delle piccole e medie tv?

 

Sicuramente andiamo incontro a momenti sempre più difficili. Soprattutto per la mancanza di una vera volontà politica a sostenere il pluralismo dell’informazione. E’ vero che ultimamente il contributo pubblico per le emittenti locali è aumentato da 50 a circa 100 milioni di euro. Rimane, però, sempre una cifra irrisoria. Non sono quattro soldi più che possono salvare un comparto che da lavoro a moltissime persone e che non solo deve districarsi nell’ambito di  una crisi economica che ha colpito tutte le aziende ma spesso ha a che fare con una burocrazia a dir poco sconcertante.

 

NOTA. Per chi fosse interessato a sapere qualcosa di più sul Progetto REA di costituzione di un Nuovo Stato Sociale suggeriamo di guardare il video Il seme di un nuovo Stato Sociale su YouTube

 

 

VITO BRUSCHINI: I NEMICI DEL PROGETTO REA SULLO STATO SOCIALE

Posted by Rainero Schembri On dicembre - 19 - 2016 Commenti disabilitati su VITO BRUSCHINI: I NEMICI DEL PROGETTO REA SULLO STATO SOCIALE

Foto: nel riquadro Vito Bruschini

 

E’ sicuramente uno dei maggiori esperti in Italia di poteri forti, logge massoniche, gruppi internazionali dominanti. Parliamo dello scrittore Vito Bruschini, autore tra l’altro, del best seller I segreti del Club Bilderberg. Formalmente i libri di Bruschini sono romanzi. Nella realtà si tratta solo di un artificio per raccontare, facendo leva soprattutto sulla logica dei fatti, le verità non provate di storie, personaggi e situazioni avvolte dal mistero.  Nessuno, quindi, meglio di lui per capire con chi sono destinati a scontarsi coloro che si battono per la nascita di un Nuovo Stato Sociale, come lo sta facendo in questo momento un gruppo di giornalisti e personaggi che ruotano intorno alla REA, Radiotelevisioni Europee Associate. Ma sentiamo cosa ha detto sull’argomento.

 

Oggi si parla molto di poteri forti che cercherebbero di controllare il mondo. Ma è una leggenda metropolitana o esistono veramente?

 

“Poteri forti”… questo concetto viene usato ormai talmente a sproposito che sta sconfinando nella banalizzazione. È un’immagine talmente astratta che la gente pensa sia la solita invenzione dei giornalisti e che quindi i poteri forti semplicemente non esistano. Tanto per essere concreti, quando parliamo di poteri forti, si fa riferimento al sistema mondiale finanziario gestito dai colossi bancari e in subordine dalle multinazionali dell’agroalimentare, della chimica e dei farmaci, dell’auto, del tabacco, del petrolio, dell’elettronica di consumo, dell’energia, del commercio in generale. Per essere ancor più precisi i colossi bancari ai quali ci riferiamo sono la J.P. Morgan, per capirci quella che il 28 maggio del 2013 ha scritto il documento intitolato «Aggiustamenti nell’area euro» dove in pratica criticava le costituzioni dei paesi europei, troppo socialiste, troppo favorevoli ai diritti dei lavoratori, con “esecutivi limitati nella loro azione dalle costituzioni (Portogallo), dalle autorità locali (Spagna), e dalla crescita di partiti populisti (Italia e Grecia)”. Da questi “suggerimenti” sono nate le modifiche di Renzi alla nostra Costituzione, che gli italiani con il referendum hanno fortunatamente bocciato. L’altra superbanca d’affari è la Goldman Sachs, una delle più importanti su scala mondiale. Quella che, insieme a J.P. Morgan Chase e Bank of America salvò dalla bancarotta del 2012 Merrill Lynch, AIG, Morgan Stanley, Citigroup, Wells Fargo e molte altre banche. Questi istituti di credito sono di proprietà di poche dinastie dal nome altisonante, come i Rockfeller, i Rothschild, i Ford, i Vanderbilt. Ecco, quando diciamo “poteri forti” dobbiamo tenere a mente questa geografia finanziaria costituita dalle superbanche e dalle corporation a cui accennavamo prima.

 

Ci sono dei poteri forti autonomi italiani o questi poteri nostrani sono semplicemente a servizio di pochi gruppi internazionali?

 

I cosiddetti poteri forti italiani ci sono stati in epoche ormai giurassiche. Penso a Valletta che fece grande la Fiat. La fabbrica torinese influenzò non poco la politica e lo stato sociale italiano, basti pensare allo sradicamento dalle loro cittadine d’origine di milioni di persone che emigrarono dal sud negli anni Sessanta per cercare lavoro nelle fabbriche del nord. Pensiamo anche che cosa ha rappresentato la realizzazione dell’Autostrada del Sole. Questa grandiosa opera ha sicuramente avvicinato l’Italia, ma per renderla funzionale bisognava acquistare un’automobile. Furono scelte non per il popolo, bensì per la Fiat che costruiva automobili, per Pirelli che faceva copertoni e per Italcementi che asfaltò l’intero percorso. Ecco un esempio di ciò che possono fare i poteri forti: condizionare le scelte dei governi, un po’ per offrire benefici al popolo, ma molto per i propri esclusivi interessi. Oggi l’Italia non ha più sistemi economici del genere, i poteri forti hanno preferito tutti emigrare all’estero alla ricerca di nuovi mercati, di nuovi operai più a buon mercato. A questo ha portato la globalizzazione. Oggi, in Italia, siamo sudditi dei poteri stranieri, soprattutto americani e inglesi che vengono da noi soltanto per toglierci le industrie più innovative.

 

Attualmente un consistente numero di giornalisti, scienziati, economisti, operatori sociali, ricercatori, tutti collegati alla REA (Radiotelevisioni Europee Associate), sta formando un gruppo di pressione inteso a rivitalizzare l’esistenza di un forte Stato Sociale. Secondo lei questo progetto fatalmente si scontrerà con questi poteri forti?

 

Lo scontro ci sarà, è fatale. Consiglio a tutti di andare a leggere quelle sedici paginette pubblicate spudoratamente dalla banca J.P. Morgan Chase (trovate il testo nel web). Chiunque si frapporrà ai loro obiettivi, che sono quelli del mercato selvaggio cioè senza regole etiche e di salvaguardia della salute delle popolazioni, verrà spazzato via con uragani finanziari. Andate a rileggere quello che prevedevano in caso di vittoria dei NO in riferimento all’ultimo referendum. Promettevano crisi irreversibili, crollo delle borse e delle banche, un’apocalisse… ebbene non è successo niente di tutto questo, un po’ come con la brexit. Al contrario, oggi l’economia della Gran Bretagna, dopo l’uscita dall’eurozona, sembra andare a gonfie vele.

 

Come è noto, il Progetto Rea intende soddisfare i Sette Bisogni capitali dell’uomo: 1) Nutrirsi; 2) Vestirsi; 3) Avere un tetto; 4) Curarsi; 5) Istruirsi; 6) Difendersi legalmente; 7) Avere una corretta informazione. Ci può indicare, per ognuno di questi setti obiettivi, contro quali forze occulte questo Progetto dovrà combattere?

 

Una delle potenze contro cui dovrà combattere il progetto Rea sarà quello che si riferisce alla “nutrizione”. Le grandi multinazionali dell’agrobusiness negli ultimi settant’anni sono riuscite a dilatare il loro potere su gran parte delle terre coltivabili dell’intero pianeta. Se Rea vorrà conquistare il diritto di nutrire le popolazioni in modo sano e sostenibile, dovrà scontrarsi con colossi che si chiamano Monsanto, Sygenta, Dupont, Cargill. Tutte sostengono gli OGM, tutte hanno acquistato le terre dei paesi sottosviluppati per costringerli alle monoculture. Un esempio per tutti: l’olio di palma. Gli ambientalisti denunciano i danni all’organismo di questo prodotto che si trova ormai in quasi tutti gli alimenti industriali, dalle merendine per i nostri figli ai gelati, ebbene il vero disastro è stato già compiuto con il disboscamento di intere foreste dell’Indonesia e della Malesia, una vera e propria calamità ecologica.

L’altro settore, tra i bisogni capitali, dove ci sarà guerra spietata è quello della chimica farmaceutica. Qui le case di medicinali difficilmente si faranno sbarrare il passo o consentiranno a chicchessia di controllare i loro progetti. Ecco, tra i sette bisogni focalizzati dalla Rea questi due sono quelli dove prevedo ci saranno le maggiori resistenze.

 

Un altro obiettivo è quello di costringere lo Stato italiano ad accantonare 50 miliardi di euro nell’ambito del suo bilancio, allo scopo di creare un grande fondo sociale. Un fondo alimentato soprattutto dal nostro immenso patrimonio storico e archeologico, da utilizzare per introdurre un reddito di cittadinanza di mille euro esentasse da utilizzare per lavori socialmente utili riservati ai 5 milioni di cittadini poveri e poverissimi. Rispetto a questo preciso obiettivo cosa rischia il Progetto REA?

 

Questa della Rea devo sottolineare, è un’idea davvero geniale. Ma quanto sarà praticabile se ancora oggi stentiamo a saper valorizzare le nostre emergenze culturali? In Italia è concentrato il 67 per cento delle risorse storiche e monumentali dell’intero pianeta. Eppure Roma ad esempio, se ricordo bene, non rientra neppure tra le prime dieci città più visitate al mondo. Al primo posto c’è Londra, poi Bangkok, poi Parigi e Singapore. Prima di arrivare all’obiettivo prefissato dalla Rea ci dovrebbe essere una presa di posizione politica a favore del rilancio e della valorizzazione della nostra cultura. Ma da anni si parla di incrementare i nostri beni culturali, e quando questo avviene è soltanto grazie alla buona volontà di singole, illuminate persone, come ad esempio il recente caso della Reggia di Caserta insegna: grazie al nuovo direttore Mauro Felicori dopo solo sei mesi dal suo insediamento il botteghino della Reggia ha raddoppiato gli incassi. Questa è la dimostrazione che se si agisse per rendere produttivi i nostri monumenti, quella somma di 50 miliardi sarebbe raggiunta molto facilmente.

 

Il Progetto fa un grande affidamento a un corretto utilizzo della tecnologia. Pensiamo, ad esempio, all’alimentazione gestita razionalmente, all’abbigliamento fatto con le stampanti 3D, alle case prefabbricate, alle medicine generiche, all’Istruzione di massa via Internet, alle grandi banche dati del diritto, all’utilizzo gratuito delle potenti reti d’informazione. Fino a che punto i poteri forti cercheranno di impedire lo sviluppo di una tecnologica a servizio dell’uomo?

 

Per fortuna quella non la potranno fermare, a meno di influire su di essa con una sorta di censura. Le nuove strade aperte dall’informatica hanno spalancato le porte a un’infinità di soluzioni tecnologiche. Saranno di sicuro la chiave per la riuscita del progetto Rea o almeno una delle chiavi perché comunque alla base di tutto dev’essere forte la volontà da parte di tutti, insisto a dire soprattutto dei politici, di voler cambiare le cose.

 

In conclusione, tenendo conto anche della nuova amministrazione americana, cioè, della più grande potenza economica e militare del mondo, lei si sente di fare una previsione di come finirà lo scontro frontale tra i Poteri forti e lo Stato Sociale?

 

Trump è stato il granello di sabbia che ha bloccato (almeno per il momento) i perversi ingranaggi dei cosiddetti poteri forti. Staremo a vedere le decisioni che prenderà una volta insediatosi alla Casa Bianca. Naturalmente la speranza che il nuovo Stato Sociale, così com’è stato pensato dai responsabili della Rea abbia la meglio dev’essere un auspicio per tutti noi. Il progetto è molto ambizioso, ma realizzabile. Dalla nostra parte devono esserci però politici intenzionati a lavorare per il bene della cosa pubblica e non per il loro esclusivo tornaconto personale. Una parte di loro sono responsabili e sinceramente votati al bene comune, ma il marcio fino ad oggi non ha consentito loro di lavorare per il meglio. Dev’esserci, a mio avviso, da parte loro una visione più reale della vita che scorre fuori dai loro palazzi della politica. Mi vengono i brividi quando ad esempio sento in televisione un ministro dell’economia che non conosce il prezzo di un litro di latte o di un chilo di pane. Ecco, dobbiamo spazzare via questa gente se vogliamo rimettere al centro dei nostri pensieri e delle nostre azioni, l’Uomo.

Vito Bruschini ha pubblicato anche:

‘The Father. Il padrino dei padrini’;

‘Valanzasca. Il romanzo non autorizzato del nemico pubblico numero uno’;

‘La strage. Il romanzo di piazza Fontana’;

‘Educazione criminale. La sanguinosa storia del clan dei Marsigliesi’;

‘Romanzo mafioso’;

I Segreti del Club Bilderberg;

I Cospiratori del Priorato;

Il Monastero del Vangelo proibito.

La verità sul caso Orlandi

 

NOTA

Si consiglia di vedere il video Il seme di un Nuovo Stato Sociale

ENNIO CARETTO: LO STATO SOCIALE DA AUGUSTO A TRUMP

Posted by Rainero Schembri On dicembre - 4 - 2016 Commenti disabilitati su ENNIO CARETTO: LO STATO SOCIALE DA AUGUSTO A TRUMP

Foto: l’autore con la copertina del libro. 

 

Quando uscì nel 2012 il libro di Ennio Caretto  Il Welfare State nell’Antica Roma (Editori Internazionali Riuniti) il sottotitolo recitava Lo Stato Sociale da Augusto a Obama. A quattro anni di distanza, una eventuale riedizione presenterebbe sicuramente una sotto intitolazione ancora più intrigante: da Ottaviano a Trump. Cioè, dal primo Imperatore (poi diventato Augusto) che due mila anni fa diede il via alla concezione di uno Stato Sociale fino al nuovo Presidente degli Stati Uniti che probabilmente cercherà di mettere la parola ‘fine’ a ogni tutela pubblica dei più deboli.

 

Per moltissimi anni corrispondente dagli Stati Uniti del Corriere della Sera, Caretto rappresenta sicuramente uno dei giornalisti italiani più affermati e che meglio conosce la realtà americana. Tra i suoi libri possiamo citare La caduta di Saigon, Made in USA, Se vuoi fare l’americano, Le due Torri. Nessuno, quindi, meglio di lui può aiutarci a capire meglio quale destino si prospetti per lo Stato Sociale negli USA, in Europa e anche in Italia dove, a differenza di ciò che avveniva nell’antica Roma, la ricchezza raramente rappresenta una scorciatoia per diventare potenti. Semmai, avviene esattamente il contrario. Si cerca il potere soprattutto per diventare ricchi. E non è una differenza da poco. Ma torniamo al passato.

 

Come si caratterizzava, in concreto, lo Stato Sociale nell’Antica Roma?

 

Diciamo che per l’epoca rappresentava il sistema di protezione sociale più avanzato in assoluto, anche se non l’unico. Nel mondo ebraico, ad esempio, esisteva un sistema di redistribuzione della raccolta del grano. Altre forme di assistenza erano sorte in Grecia e alcune civiltà asiatiche e africane. Tornando all’Antica Roma, il sistema era abbastanza articolato. Gli appartenenti all’esercito potevano godere, ad esempio, di un’avanzata assistenza sanitaria e pensionistica. Un modello che, secondo alcuni esperti, trova riscontri concreti perfino nell’attuale esercito americano.

 

In ogni caso, attraverso l’Annona ogni capo famiglia poteva disporre di circa 35 chili di grano per la sua famiglia. Inoltre, in alcune ore del giorno i bagni pubblici erano accessibili gratuitamente, esisteva una forma di assistenza sanitaria con medici e ospedali pubblici. Anche gli orfani non venivano abbandonati. Per quanto riguarda, infine, i divertimenti, i poveri potevano disporre di diversi posti gratuiti nelle arene e nei teatri. Quello che mancava era un’adeguata politica abitativa. In ogni caso, gli italiani potrebbero con orgoglio rivendicare d’essere stati storicamente i primi ad aver creato un sistema di protezione sociale. Peccato che anche da questo punto di vista non sappiamo prendere il meglio della nostra storia.

 

Lei ha fatto una battaglia per smontare le tesi di alcuni repubblicani americani che sostenevano che l’impero romano a suo tempo sia crollato non a causa delle invasioni barbariche, delle lotte per il potere, della corruzione, delle spese militari, ma perché investiva troppo nello Stato Sociale. Tutto ciò per ammonire la grande America a non seguire questo ‘cattivo’ esempio. Ma non è una sciocchezza?

 

Certo che lo è. Comunque va tenuto conto che molti repubblicani di oggi hanno poco a che vedere con i repubblicani del passato, dell’inizio del novecento. Penso a Theodoro Roosevelt, ad esempio, che che si batté contro le compagnie e i monopoli al principio del 900. Anche se ci sono due realtà, una quella più aperta e progressista che vive sulle coste occidentali e orientali e l’altra molto più conservatrici che abita al centro del Paese, complessivamente gli americani stanno diventando ostaggi di una Repubblica prettamente capitalistica. Ormai le socialdemocrazie europee vengono viste come qualcosa da cui scappare, come se fossero la personificazione del diavolo. Questi americani ritengono che ogni forma di assistenza sia da limitare perché ognuno, alla fine, è responsabile del proprio destino. Inoltre non vogliono prendere atto che la tecnologia crea meno posti di lavoro di quanto ne produca e che l’unico settore che ha grandi prospettive di lavoro è quello dei servizi sociali.

 

Non nascondo di essere, a questo punto, molto preoccupato per ciò che potrà succedere con la nuova amministrazione Trump, sia sul piano politico e delle relazioni internazionali (penso ai rapporti con la Russia, la Cina, l’Iran), sia dal punto di vista della coesione sociale. Come si suol dire, speriamo che vada bene.

 

Come si pone invece l’Europa nei riguardi dello Stato Sociale?

 

Per molto tempo il vecchio continente è stato all’avanguardia sul piano dei diritti umanitari e sociali. Purtroppo negli ultimi anni assistiamo a un progressivo smantellamento di un sistema che per molto tempo è stato invidiato da tutti. Preferiamo, infatti, inseguire un modello che è disastroso. Il libero mercato non è democratico. E’ vero che anche in America esiste una certa forma di assistenza sociale per gli anziani e i nullatenenti. Ma è un’assistenza molto scadente. Per gli altri c’è solo un’assistenza basata sul sistema assicurativo: in parole povere, sono le assicurazioni a decidere sul tipo di cura da intraprendere e sui medicinali da assumere. Francamente non mi sembra il massimo. La mia preoccupazione riguarda soprattutto le future generazioni.

 

Come giudica il tentativo intrapreso da alcune piccole e medie radio e televisioni associate alla REA di sostenere la nascita di un forte gruppo di pressione per la creazione di un Nuovo Stato Sociale?

 

Quello che sta facendo la REA è estremamente importante. Occorre informare la gente che stiamo perdendo non solo i benefici che dovrebbero essere accordati a ogni cittadino ma anche la consapevolezza di ciò che sta accadendo. Ci orientiamo sempre di più verso il modello americano che è un modello distruttivo. L’America non è quello che pensiamo, non è una socialdemocrazia, è una Repubblica capitalistica. Sono due cose completamente diverse.

 

Ecco perché auspico una maggiore consapevolezza da parte dei cittadini, non solo dei loro doveri ma anche dei loro diritti. Dal mio punto di vista lo Stato è delegato da noi cittadini a prendersi cura di ognuno di noi a seconda dei suoi bisogni. Non è possibile continuare ad assistere passivamente a una situazione che vede i ricchi diventare sempre più e i poveri sempre più poveri. Sia in America che in Italia le percentuali che riguardano la distribuzione della ricchezza e la soglia delle povertà sono pressoché uguali: circa il 10% della popolazione. Una situazione, alla lunga, insostenibile.

 


Video consigliato

Il seme di un Nuovo Stato Sociale

 

 

 

 

 

 

 

LETTERA AL PAPA DAL DIRETTORE DI UN GIORNALE VENEZUELANO

Posted by Rainero Schembri On novembre - 21 - 2016 Commenti disabilitati su LETTERA AL PAPA DAL DIRETTORE DI UN GIORNALE VENEZUELANO

“Molto rispettosamente mi rivolgo a Sua Santità a causa dell’immensa preoccupazione che mi provoca il Venezuela, un Paese pieno di dolore, paura e disperazione”. In questi termini inizia una lunga lettera che Miguel Henrique Otero, direttore dell’unico giornale d’opposizione rimasto in Venezuela, il ‘Diario El Nacional’ indirizzato al Sommo Pontefice. Da due anni Otero vive esiliato in Spagna, dopo che è stato portato in giudizio solo per aver riportato delle notizie pubblicate sul giornale spagnolo ABC in merito alle indagini sul narco traffico compiute negli Stati Uniti a carico di due nipoti del Presidente Nicolas Maduro (che, tra l’altro, avrebbero dichiarato che trasportavano la droga per ordine del Presidente del Parlamento venezuelano Diosdato Cabello. Inoltre avrebbero coinvolto nell’affare anche il governatore dello Stato di Aragua ed ex ministro degli interni Tareck al Assaimi n.d.r.).

 

Otero è stato ospite a Roma presso la sala stampa estera guidata dal Segretario Generale Roberto Montoya. A organizzare l’incontro è stata, invece, la giornalista spagnola Victoria Cardiel. Nell’illustrare la sua lettera, Otero ha preso spunto dall’attività di intermediazione intrapresa dalla diplomazia vaticana tra il Governo e l’opposizione. Per Otero, la situazione economica e le condizioni reali di vita sono terribilmente peggiorate in Venezuela. Nel frattempo è aumentata le repressione e la persecuzione politica. Il Governo non vuole negoziare, vuole solo dialogare per guadagnare tempo.

 

 

Nella sua lettera il direttore del Diario ha poi denunciato il tentativo sistematico del Governo di Caracas di controllare l’informazione, mentre continua a distruggere il sistema produttivo del Paese e a indebitare lo Stato: un debito che ormai ha raggiunto livelli impensabili. Inoltre, la popolazione vive in un stato di precarietà assoluta e la denutrizione è diventata un fenomeno largamente diffuso. Mancano alimenti, medicine e il Paese si è trasformato in uno dei più pericolosi del mondo sul piano della sicurezza personale (oltre 28 mila uccisioni all’anno).

 

 

Tutto ciò, secondo Otero, è dovuto al regime autoritario e violento del Governo, alla corruzione dilagante, ai legami con il narco traffico, alla mancanza in termini pratici di un sistema giudiziario indipendente. Ed è per questo che la maggior parte del popolo chiede un drastico cambiamento politico e l’allontanamento del Presidente Maduro.

 

 

Per il Direttore, la repressione del governo è ormai durissima, tant’è vero che oltre mille persone sono state arrestate e alcuni uccisi. L’intero Paese è militarizzato. Nel frattempo non è stata riconosciuta l’elezione di alcuni deputati in modo da impedire che si formasse una maggioranza qualificata nell’Assemblea Nazionale. Inoltre, il Tribunale Supremo tende ad abrogare sistematicamente tutte le leggi promulgate dall’Assemblea, oltre a impedire lo svolgimento di un referendum revocatorio del Presidente, nonché le elezioni di nuovi governatori. Infine, sono aumentati considerevolmente i prigionieri politici.

 

A questo punto il direttore Otero informa il Papa delle quattro richieste specifiche dell’opposizione venezuelana:

 

  • libere elezioni;
  • liberazione di tutti i prigionieri politici;
  • riconoscimento dell’Assemblea Nazionale;
  • Accettazione degli aiuti umanitari oggi rifiutati dal Governo Maduro per una questione di prestigio nazionale.

 

Su una domanda precisa di Punto Continenti riguardante il pericolo di una guerra civile e di un susseguente possibile bagno di sangue Otero è stato categorico: “Non credo che si arriverà mai a tanto. Del resto, nella maggior parte dei casi quando crolla una dittatura, non viene ucciso nessuno ma si assiste solo a un fuggi fuggi da parte dei capi.  Ad ogni modo se è vero che una parte dei vertici delle gerarchie militari gode di privilegi ed è strettamente collegata al Governo, le truppe sono fatte da soldati che in famiglia patiscono le stesse sofferenze di tutta la popolazione venezuelana. Questi soldati non spareranno mai sulla gente”.

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