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Sunday, October 21, 2018

MIRELLA SANTAMATO: QUANDO TROIA ERA SOLO UNA CITTA’

Posted by Rainero Schembri On gennaio - 12 - 2017 Commenti disabilitati su MIRELLA SANTAMATO: QUANDO TROIA ERA SOLO UNA CITTA’

Foto: Mirella Santamato e copertina del libro

 

Per i romani si presentano tre occasioni per conoscere da vicino Mirella Santamato: una delle scrittrici più originali del panorama letterario italiano ma anche un vero personaggio spumeggiante, nell’accezione più nobile del termine. Nei giorni 27, 28 e 30 gennaio presenterà nella Capitale il suo libro Quando TROIA era solo una città. E ancora una volta le sorprese non mancheranno.

 

Ma cosa suggerisce in genere il nome Troia?

 

Per gli storici, una delle battaglie greche più famose della storia, che ha visto attorno al 1184 a.C.  diversi principi greci guidati da Agamennone distruggere la potente città di Troia. Perché? Secondo la mitologia e i sublimi versi dell’Illiade firmati dal grande Omero, l’audace Paride (figlio di Priamo, Re di Troia) aveva rapito la bellissima Elena, moglie di Menelao, Re di Sparta.

Per gli amanti dell’Antica Roma, il nome Troia evoca la città originaria del valoroso guerriero Enea, mitologicamente fondatore di Roma. Per la gente comune, Troia viene spesso associata al famoso cavallo di legno che ha consentito con un tranello ai greci di entrare e conquistare la città. Infine, nella terminologia degli amici del bar, la parola Troia viene comunemente associata a ‘mignotta’, visto che la brava Elena si è lasciata rapire per amore, tradendo il marito e provocando una guerra senza precedenti durata ben dieci anni.

 

Ebbene, da quale angolatura parte il libro della sofisticata Santamato?

 

Dagli amici del bar, s’intende. Cioè, dalla più grande mistificazione della storia di una donna e di una città. In una maniera a dir poco sorprendente, l’autrice ricorrendo ai verso dell’Illiade dimostra come nell’antico Poema si possa scoprire  il passaggio da una società Matrilienare durata millenni,  a una società Patriarcale di dominio assoluto che, da allora fino ad adesso, ha cambiato  le sorti dell’umanità. Secondo lo scrittore Mauro Biglino (autore della prefazione) “La ricerca dell’autrice porta a rivoluzionarie scoperte sul mondo antico e a decodificare i molti enigmi del mondo moderno”.

 

Ma lasciamo per ora la bella Elena riposare nel mitologico letto della storia e occupiamoci un po’ della Santamato. Nata a Roma ma residente a Ravenna, giornalista, scrittrice, da bambina ha dovuto combattere con un terribile virus. I medici temevano che non avrebbe potuto più camminare. Ma non sapevano con quale temperamento avevano a che fare. Non solo con la forza della volontà è riuscita a guarire (anche se si deve aiutare con un bastone per le camminate più lunghe) ma è diventata madre di due splendide figlie.

 

Nel frattempo ha cominciato a occuparsi di problemi sociali: cioè, a infondere negli altri il coraggio e la forza per superare i problemi. Tra i suoi libri possiamo citare ‘Le principesse ignoranti. I codici delle fiabe iniziatiche’” o “L’economia del bene comune: l’utopia diventa realtà’.

 

Quello che in ogni caso non sopporta sono le persone tristi, depresse, annoiate e che rubano energia. Infatti, una delle sue attività preferite è quella di tenere conferenze su come ‘vivere felici e contenti’. Ecco perché è comunque consigliabile sentire la Santamato, anche qualora la storia di Troia non si trovi proprio in cima ai nostri interessi. Come minimo si tornerà a casa con una bella spruzzata di ottimismo. E di questi tempi, non è cosa da poco.

 

 

Quando Troia era solo una città

Mirella Santamato

Uno editori 2016

ISBN 8898829906, 9788898829903

Lunghezz 190 pagine

Incontri a Roma

27 gennaio Libreria Tion

Via Federico Nansen 14

28 febbario  Associazione Faciviltà

Via Lici 28 ore 19

 

30 gennaio Calcio  Sociale

Via Poggio Verde 455

STEFANO ZAGO: AMBIENTE E SOCIALE VANNO A BRACCETTO

Posted by Rainero Schembri On dicembre - 28 - 2016 Commenti disabilitati su STEFANO ZAGO: AMBIENTE E SOCIALE VANNO A BRACCETTO

Foto: nel riquadro Stefano Zago

 

Praticamente è cresciuto negli studi televisivi. Da suo padre Stefano Zago ha ereditato, infatti, quella che è oggi una delle televisioni più specializzate sul piano informativo. Parliamo di Tele Ambiente (canale 78), l’emittente con sede principale a Roma e che si occupa quasi esclusivamente di tutela del nostro ambiente naturale nel segno di una costante ricerca e approfondimento legato allo sviluppo sostenibile. In questo sforzo Zago, che è il Presidente della Cooperativa Multimedia Coop. insieme ai suoi venti collaboratori, cerca di offrire dei servizi ai consumatori, informazioni  sui sistemi produttivi e sul mondo agroalimentare. Attualmente Tele Ambiente copre il Lazio, l’Abruzzo, la Campania e la Lombardia, quest’ultima  attraverso il canale 812.

 

Per cominciare una domanda quasi di rito: come vede il Progetto REA, Radiotelevisioni Europee Associate, che si propone di stimolare in tutto il Paese un vasto dibattito sulla necessità di creare un Nuovo Stato Sociale?

 

Posso solo parlar bene di questo Progetto, visto che la nostra televisione fa parte della REA e tutti noi collaboriamo direttamente alla sua riuscita. Del resto siamo impegnati in un settore cruciale per la costruzione di un nuovo Stato Sociale: quello della tutela ambientale che non solo cerca di rendere più vivibile il nostro mondo ma offrire, se gestito correttamente, anche numerose possibilità di sviluppo economico e occupazionale.

 

Ma chi è il vostro  telespettatore tipo?

 

Diciamo che ci sono due fasce d’età. La prima riguarda i giovani e giovanissimi che in buona parte hanno compreso che se non facciamo qualcosa rischiamo di finire tutti insieme nel burrone. La seconda è composta dagli ultra sessantenni, coloro che probabilmente hanno alimentato il famoso ’68 e che oggi sentono il dovere di non lasciare alle future generazione un mondo devastato. Francamente sono un po’ latitanti le persone che vanno dai quaranta ai sessant’anni. Spesso sono troppo concentrate sul proprio lavoro e sugli affari, rimanendo completamente distanti dai problemi più generali che riguardano l’intera umanità.

 

Cosa ci può dire invece dei politici?

 

Salvo rare eccezioni non hanno alcuna cultura o interesse per i problemi ambientali. E’ come se vivessero in un altro mondo, salvo a dichiararsi preoccupati davanti alle telecamere.  Ma se poi vengono sollecitati ad assicurare un qualche impegno concreto non sanno cosa dire.

 

Ma è vero che le varie mafie si sono infiltrate largamente nell’ambito, ad esempio, delle energie alternative?

 

Non v’è dubbio. Ma il problema non è solamente quello delle mafie ma anche dei grandi gruppi che operano nel sistema dell’energia e che ora hanno formalmente scoperto quanto sia vantaggiosa l’energia pulita e alternativa per la gente e, allo stesso tempo, pericolosa per i loro profitti. Ed ecco che stanno cercando di offrire tutta una serie di nuovi contratti che mirano sostanzialmente a imbrigliare il consumatore, costringendolo a pagare le spese di distribuzione dell’energia. Giusto per fare un esempio: oggi l’utilizzo delle auto elettriche è sicuramente più vantaggioso rispetto all’utilizzo delle macchine a benzina. Così in futuro troveranno sicuramente il sistema per farci pagare salatamente  la distribuzione e le postazioni necessarie per la ricarica delle batterie. Quindi finiremo per spendere più o meno quanto spendiamo oggi.

 

In conclusione, quali prospettive economiche intravede per la sua TV e, ingenerale, per il comparto delle piccole e medie tv?

 

Sicuramente andiamo incontro a momenti sempre più difficili. Soprattutto per la mancanza di una vera volontà politica a sostenere il pluralismo dell’informazione. E’ vero che ultimamente il contributo pubblico per le emittenti locali è aumentato da 50 a circa 100 milioni di euro. Rimane, però, sempre una cifra irrisoria. Non sono quattro soldi più che possono salvare un comparto che da lavoro a moltissime persone e che non solo deve districarsi nell’ambito di  una crisi economica che ha colpito tutte le aziende ma spesso ha a che fare con una burocrazia a dir poco sconcertante.

 

NOTA. Per chi fosse interessato a sapere qualcosa di più sul Progetto REA di costituzione di un Nuovo Stato Sociale suggeriamo di guardare il video Il seme di un nuovo Stato Sociale su YouTube

 

 

VITO BRUSCHINI: I NEMICI DEL PROGETTO REA SULLO STATO SOCIALE

Posted by Rainero Schembri On dicembre - 19 - 2016 Commenti disabilitati su VITO BRUSCHINI: I NEMICI DEL PROGETTO REA SULLO STATO SOCIALE

Foto: nel riquadro Vito Bruschini

 

E’ sicuramente uno dei maggiori esperti in Italia di poteri forti, logge massoniche, gruppi internazionali dominanti. Parliamo dello scrittore Vito Bruschini, autore tra l’altro, del best seller I segreti del Club Bilderberg. Formalmente i libri di Bruschini sono romanzi. Nella realtà si tratta solo di un artificio per raccontare, facendo leva soprattutto sulla logica dei fatti, le verità non provate di storie, personaggi e situazioni avvolte dal mistero.  Nessuno, quindi, meglio di lui per capire con chi sono destinati a scontarsi coloro che si battono per la nascita di un Nuovo Stato Sociale, come lo sta facendo in questo momento un gruppo di giornalisti e personaggi che ruotano intorno alla REA, Radiotelevisioni Europee Associate. Ma sentiamo cosa ha detto sull’argomento.

 

Oggi si parla molto di poteri forti che cercherebbero di controllare il mondo. Ma è una leggenda metropolitana o esistono veramente?

 

“Poteri forti”… questo concetto viene usato ormai talmente a sproposito che sta sconfinando nella banalizzazione. È un’immagine talmente astratta che la gente pensa sia la solita invenzione dei giornalisti e che quindi i poteri forti semplicemente non esistano. Tanto per essere concreti, quando parliamo di poteri forti, si fa riferimento al sistema mondiale finanziario gestito dai colossi bancari e in subordine dalle multinazionali dell’agroalimentare, della chimica e dei farmaci, dell’auto, del tabacco, del petrolio, dell’elettronica di consumo, dell’energia, del commercio in generale. Per essere ancor più precisi i colossi bancari ai quali ci riferiamo sono la J.P. Morgan, per capirci quella che il 28 maggio del 2013 ha scritto il documento intitolato «Aggiustamenti nell’area euro» dove in pratica criticava le costituzioni dei paesi europei, troppo socialiste, troppo favorevoli ai diritti dei lavoratori, con “esecutivi limitati nella loro azione dalle costituzioni (Portogallo), dalle autorità locali (Spagna), e dalla crescita di partiti populisti (Italia e Grecia)”. Da questi “suggerimenti” sono nate le modifiche di Renzi alla nostra Costituzione, che gli italiani con il referendum hanno fortunatamente bocciato. L’altra superbanca d’affari è la Goldman Sachs, una delle più importanti su scala mondiale. Quella che, insieme a J.P. Morgan Chase e Bank of America salvò dalla bancarotta del 2012 Merrill Lynch, AIG, Morgan Stanley, Citigroup, Wells Fargo e molte altre banche. Questi istituti di credito sono di proprietà di poche dinastie dal nome altisonante, come i Rockfeller, i Rothschild, i Ford, i Vanderbilt. Ecco, quando diciamo “poteri forti” dobbiamo tenere a mente questa geografia finanziaria costituita dalle superbanche e dalle corporation a cui accennavamo prima.

 

Ci sono dei poteri forti autonomi italiani o questi poteri nostrani sono semplicemente a servizio di pochi gruppi internazionali?

 

I cosiddetti poteri forti italiani ci sono stati in epoche ormai giurassiche. Penso a Valletta che fece grande la Fiat. La fabbrica torinese influenzò non poco la politica e lo stato sociale italiano, basti pensare allo sradicamento dalle loro cittadine d’origine di milioni di persone che emigrarono dal sud negli anni Sessanta per cercare lavoro nelle fabbriche del nord. Pensiamo anche che cosa ha rappresentato la realizzazione dell’Autostrada del Sole. Questa grandiosa opera ha sicuramente avvicinato l’Italia, ma per renderla funzionale bisognava acquistare un’automobile. Furono scelte non per il popolo, bensì per la Fiat che costruiva automobili, per Pirelli che faceva copertoni e per Italcementi che asfaltò l’intero percorso. Ecco un esempio di ciò che possono fare i poteri forti: condizionare le scelte dei governi, un po’ per offrire benefici al popolo, ma molto per i propri esclusivi interessi. Oggi l’Italia non ha più sistemi economici del genere, i poteri forti hanno preferito tutti emigrare all’estero alla ricerca di nuovi mercati, di nuovi operai più a buon mercato. A questo ha portato la globalizzazione. Oggi, in Italia, siamo sudditi dei poteri stranieri, soprattutto americani e inglesi che vengono da noi soltanto per toglierci le industrie più innovative.

 

Attualmente un consistente numero di giornalisti, scienziati, economisti, operatori sociali, ricercatori, tutti collegati alla REA (Radiotelevisioni Europee Associate), sta formando un gruppo di pressione inteso a rivitalizzare l’esistenza di un forte Stato Sociale. Secondo lei questo progetto fatalmente si scontrerà con questi poteri forti?

 

Lo scontro ci sarà, è fatale. Consiglio a tutti di andare a leggere quelle sedici paginette pubblicate spudoratamente dalla banca J.P. Morgan Chase (trovate il testo nel web). Chiunque si frapporrà ai loro obiettivi, che sono quelli del mercato selvaggio cioè senza regole etiche e di salvaguardia della salute delle popolazioni, verrà spazzato via con uragani finanziari. Andate a rileggere quello che prevedevano in caso di vittoria dei NO in riferimento all’ultimo referendum. Promettevano crisi irreversibili, crollo delle borse e delle banche, un’apocalisse… ebbene non è successo niente di tutto questo, un po’ come con la brexit. Al contrario, oggi l’economia della Gran Bretagna, dopo l’uscita dall’eurozona, sembra andare a gonfie vele.

 

Come è noto, il Progetto Rea intende soddisfare i Sette Bisogni capitali dell’uomo: 1) Nutrirsi; 2) Vestirsi; 3) Avere un tetto; 4) Curarsi; 5) Istruirsi; 6) Difendersi legalmente; 7) Avere una corretta informazione. Ci può indicare, per ognuno di questi setti obiettivi, contro quali forze occulte questo Progetto dovrà combattere?

 

Una delle potenze contro cui dovrà combattere il progetto Rea sarà quello che si riferisce alla “nutrizione”. Le grandi multinazionali dell’agrobusiness negli ultimi settant’anni sono riuscite a dilatare il loro potere su gran parte delle terre coltivabili dell’intero pianeta. Se Rea vorrà conquistare il diritto di nutrire le popolazioni in modo sano e sostenibile, dovrà scontrarsi con colossi che si chiamano Monsanto, Sygenta, Dupont, Cargill. Tutte sostengono gli OGM, tutte hanno acquistato le terre dei paesi sottosviluppati per costringerli alle monoculture. Un esempio per tutti: l’olio di palma. Gli ambientalisti denunciano i danni all’organismo di questo prodotto che si trova ormai in quasi tutti gli alimenti industriali, dalle merendine per i nostri figli ai gelati, ebbene il vero disastro è stato già compiuto con il disboscamento di intere foreste dell’Indonesia e della Malesia, una vera e propria calamità ecologica.

L’altro settore, tra i bisogni capitali, dove ci sarà guerra spietata è quello della chimica farmaceutica. Qui le case di medicinali difficilmente si faranno sbarrare il passo o consentiranno a chicchessia di controllare i loro progetti. Ecco, tra i sette bisogni focalizzati dalla Rea questi due sono quelli dove prevedo ci saranno le maggiori resistenze.

 

Un altro obiettivo è quello di costringere lo Stato italiano ad accantonare 50 miliardi di euro nell’ambito del suo bilancio, allo scopo di creare un grande fondo sociale. Un fondo alimentato soprattutto dal nostro immenso patrimonio storico e archeologico, da utilizzare per introdurre un reddito di cittadinanza di mille euro esentasse da utilizzare per lavori socialmente utili riservati ai 5 milioni di cittadini poveri e poverissimi. Rispetto a questo preciso obiettivo cosa rischia il Progetto REA?

 

Questa della Rea devo sottolineare, è un’idea davvero geniale. Ma quanto sarà praticabile se ancora oggi stentiamo a saper valorizzare le nostre emergenze culturali? In Italia è concentrato il 67 per cento delle risorse storiche e monumentali dell’intero pianeta. Eppure Roma ad esempio, se ricordo bene, non rientra neppure tra le prime dieci città più visitate al mondo. Al primo posto c’è Londra, poi Bangkok, poi Parigi e Singapore. Prima di arrivare all’obiettivo prefissato dalla Rea ci dovrebbe essere una presa di posizione politica a favore del rilancio e della valorizzazione della nostra cultura. Ma da anni si parla di incrementare i nostri beni culturali, e quando questo avviene è soltanto grazie alla buona volontà di singole, illuminate persone, come ad esempio il recente caso della Reggia di Caserta insegna: grazie al nuovo direttore Mauro Felicori dopo solo sei mesi dal suo insediamento il botteghino della Reggia ha raddoppiato gli incassi. Questa è la dimostrazione che se si agisse per rendere produttivi i nostri monumenti, quella somma di 50 miliardi sarebbe raggiunta molto facilmente.

 

Il Progetto fa un grande affidamento a un corretto utilizzo della tecnologia. Pensiamo, ad esempio, all’alimentazione gestita razionalmente, all’abbigliamento fatto con le stampanti 3D, alle case prefabbricate, alle medicine generiche, all’Istruzione di massa via Internet, alle grandi banche dati del diritto, all’utilizzo gratuito delle potenti reti d’informazione. Fino a che punto i poteri forti cercheranno di impedire lo sviluppo di una tecnologica a servizio dell’uomo?

 

Per fortuna quella non la potranno fermare, a meno di influire su di essa con una sorta di censura. Le nuove strade aperte dall’informatica hanno spalancato le porte a un’infinità di soluzioni tecnologiche. Saranno di sicuro la chiave per la riuscita del progetto Rea o almeno una delle chiavi perché comunque alla base di tutto dev’essere forte la volontà da parte di tutti, insisto a dire soprattutto dei politici, di voler cambiare le cose.

 

In conclusione, tenendo conto anche della nuova amministrazione americana, cioè, della più grande potenza economica e militare del mondo, lei si sente di fare una previsione di come finirà lo scontro frontale tra i Poteri forti e lo Stato Sociale?

 

Trump è stato il granello di sabbia che ha bloccato (almeno per il momento) i perversi ingranaggi dei cosiddetti poteri forti. Staremo a vedere le decisioni che prenderà una volta insediatosi alla Casa Bianca. Naturalmente la speranza che il nuovo Stato Sociale, così com’è stato pensato dai responsabili della Rea abbia la meglio dev’essere un auspicio per tutti noi. Il progetto è molto ambizioso, ma realizzabile. Dalla nostra parte devono esserci però politici intenzionati a lavorare per il bene della cosa pubblica e non per il loro esclusivo tornaconto personale. Una parte di loro sono responsabili e sinceramente votati al bene comune, ma il marcio fino ad oggi non ha consentito loro di lavorare per il meglio. Dev’esserci, a mio avviso, da parte loro una visione più reale della vita che scorre fuori dai loro palazzi della politica. Mi vengono i brividi quando ad esempio sento in televisione un ministro dell’economia che non conosce il prezzo di un litro di latte o di un chilo di pane. Ecco, dobbiamo spazzare via questa gente se vogliamo rimettere al centro dei nostri pensieri e delle nostre azioni, l’Uomo.

Vito Bruschini ha pubblicato anche:

‘The Father. Il padrino dei padrini’;

‘Valanzasca. Il romanzo non autorizzato del nemico pubblico numero uno’;

‘La strage. Il romanzo di piazza Fontana’;

‘Educazione criminale. La sanguinosa storia del clan dei Marsigliesi’;

‘Romanzo mafioso’;

I Segreti del Club Bilderberg;

I Cospiratori del Priorato;

Il Monastero del Vangelo proibito.

La verità sul caso Orlandi

 

NOTA

Si consiglia di vedere il video Il seme di un Nuovo Stato Sociale

ENNIO CARETTO: LO STATO SOCIALE DA AUGUSTO A TRUMP

Posted by Rainero Schembri On dicembre - 4 - 2016 Commenti disabilitati su ENNIO CARETTO: LO STATO SOCIALE DA AUGUSTO A TRUMP

Foto: l’autore con la copertina del libro. 

 

Quando uscì nel 2012 il libro di Ennio Caretto  Il Welfare State nell’Antica Roma (Editori Internazionali Riuniti) il sottotitolo recitava Lo Stato Sociale da Augusto a Obama. A quattro anni di distanza, una eventuale riedizione presenterebbe sicuramente una sotto intitolazione ancora più intrigante: da Ottaviano a Trump. Cioè, dal primo Imperatore (poi diventato Augusto) che due mila anni fa diede il via alla concezione di uno Stato Sociale fino al nuovo Presidente degli Stati Uniti che probabilmente cercherà di mettere la parola ‘fine’ a ogni tutela pubblica dei più deboli.

 

Per moltissimi anni corrispondente dagli Stati Uniti del Corriere della Sera, Caretto rappresenta sicuramente uno dei giornalisti italiani più affermati e che meglio conosce la realtà americana. Tra i suoi libri possiamo citare La caduta di Saigon, Made in USA, Se vuoi fare l’americano, Le due Torri. Nessuno, quindi, meglio di lui può aiutarci a capire meglio quale destino si prospetti per lo Stato Sociale negli USA, in Europa e anche in Italia dove, a differenza di ciò che avveniva nell’antica Roma, la ricchezza raramente rappresenta una scorciatoia per diventare potenti. Semmai, avviene esattamente il contrario. Si cerca il potere soprattutto per diventare ricchi. E non è una differenza da poco. Ma torniamo al passato.

 

Come si caratterizzava, in concreto, lo Stato Sociale nell’Antica Roma?

 

Diciamo che per l’epoca rappresentava il sistema di protezione sociale più avanzato in assoluto, anche se non l’unico. Nel mondo ebraico, ad esempio, esisteva un sistema di redistribuzione della raccolta del grano. Altre forme di assistenza erano sorte in Grecia e alcune civiltà asiatiche e africane. Tornando all’Antica Roma, il sistema era abbastanza articolato. Gli appartenenti all’esercito potevano godere, ad esempio, di un’avanzata assistenza sanitaria e pensionistica. Un modello che, secondo alcuni esperti, trova riscontri concreti perfino nell’attuale esercito americano.

 

In ogni caso, attraverso l’Annona ogni capo famiglia poteva disporre di circa 35 chili di grano per la sua famiglia. Inoltre, in alcune ore del giorno i bagni pubblici erano accessibili gratuitamente, esisteva una forma di assistenza sanitaria con medici e ospedali pubblici. Anche gli orfani non venivano abbandonati. Per quanto riguarda, infine, i divertimenti, i poveri potevano disporre di diversi posti gratuiti nelle arene e nei teatri. Quello che mancava era un’adeguata politica abitativa. In ogni caso, gli italiani potrebbero con orgoglio rivendicare d’essere stati storicamente i primi ad aver creato un sistema di protezione sociale. Peccato che anche da questo punto di vista non sappiamo prendere il meglio della nostra storia.

 

Lei ha fatto una battaglia per smontare le tesi di alcuni repubblicani americani che sostenevano che l’impero romano a suo tempo sia crollato non a causa delle invasioni barbariche, delle lotte per il potere, della corruzione, delle spese militari, ma perché investiva troppo nello Stato Sociale. Tutto ciò per ammonire la grande America a non seguire questo ‘cattivo’ esempio. Ma non è una sciocchezza?

 

Certo che lo è. Comunque va tenuto conto che molti repubblicani di oggi hanno poco a che vedere con i repubblicani del passato, dell’inizio del novecento. Penso a Theodoro Roosevelt, ad esempio, che che si batté contro le compagnie e i monopoli al principio del 900. Anche se ci sono due realtà, una quella più aperta e progressista che vive sulle coste occidentali e orientali e l’altra molto più conservatrici che abita al centro del Paese, complessivamente gli americani stanno diventando ostaggi di una Repubblica prettamente capitalistica. Ormai le socialdemocrazie europee vengono viste come qualcosa da cui scappare, come se fossero la personificazione del diavolo. Questi americani ritengono che ogni forma di assistenza sia da limitare perché ognuno, alla fine, è responsabile del proprio destino. Inoltre non vogliono prendere atto che la tecnologia crea meno posti di lavoro di quanto ne produca e che l’unico settore che ha grandi prospettive di lavoro è quello dei servizi sociali.

 

Non nascondo di essere, a questo punto, molto preoccupato per ciò che potrà succedere con la nuova amministrazione Trump, sia sul piano politico e delle relazioni internazionali (penso ai rapporti con la Russia, la Cina, l’Iran), sia dal punto di vista della coesione sociale. Come si suol dire, speriamo che vada bene.

 

Come si pone invece l’Europa nei riguardi dello Stato Sociale?

 

Per molto tempo il vecchio continente è stato all’avanguardia sul piano dei diritti umanitari e sociali. Purtroppo negli ultimi anni assistiamo a un progressivo smantellamento di un sistema che per molto tempo è stato invidiato da tutti. Preferiamo, infatti, inseguire un modello che è disastroso. Il libero mercato non è democratico. E’ vero che anche in America esiste una certa forma di assistenza sociale per gli anziani e i nullatenenti. Ma è un’assistenza molto scadente. Per gli altri c’è solo un’assistenza basata sul sistema assicurativo: in parole povere, sono le assicurazioni a decidere sul tipo di cura da intraprendere e sui medicinali da assumere. Francamente non mi sembra il massimo. La mia preoccupazione riguarda soprattutto le future generazioni.

 

Come giudica il tentativo intrapreso da alcune piccole e medie radio e televisioni associate alla REA di sostenere la nascita di un forte gruppo di pressione per la creazione di un Nuovo Stato Sociale?

 

Quello che sta facendo la REA è estremamente importante. Occorre informare la gente che stiamo perdendo non solo i benefici che dovrebbero essere accordati a ogni cittadino ma anche la consapevolezza di ciò che sta accadendo. Ci orientiamo sempre di più verso il modello americano che è un modello distruttivo. L’America non è quello che pensiamo, non è una socialdemocrazia, è una Repubblica capitalistica. Sono due cose completamente diverse.

 

Ecco perché auspico una maggiore consapevolezza da parte dei cittadini, non solo dei loro doveri ma anche dei loro diritti. Dal mio punto di vista lo Stato è delegato da noi cittadini a prendersi cura di ognuno di noi a seconda dei suoi bisogni. Non è possibile continuare ad assistere passivamente a una situazione che vede i ricchi diventare sempre più e i poveri sempre più poveri. Sia in America che in Italia le percentuali che riguardano la distribuzione della ricchezza e la soglia delle povertà sono pressoché uguali: circa il 10% della popolazione. Una situazione, alla lunga, insostenibile.

 


Video consigliato

Il seme di un Nuovo Stato Sociale

 

 

 

 

 

 

 

LETTERA AL PAPA DAL DIRETTORE DI UN GIORNALE VENEZUELANO

Posted by Rainero Schembri On novembre - 21 - 2016 Commenti disabilitati su LETTERA AL PAPA DAL DIRETTORE DI UN GIORNALE VENEZUELANO

“Molto rispettosamente mi rivolgo a Sua Santità a causa dell’immensa preoccupazione che mi provoca il Venezuela, un Paese pieno di dolore, paura e disperazione”. In questi termini inizia una lunga lettera che Miguel Henrique Otero, direttore dell’unico giornale d’opposizione rimasto in Venezuela, il ‘Diario El Nacional’ indirizzato al Sommo Pontefice. Da due anni Otero vive esiliato in Spagna, dopo che è stato portato in giudizio solo per aver riportato delle notizie pubblicate sul giornale spagnolo ABC in merito alle indagini sul narco traffico compiute negli Stati Uniti a carico di due nipoti del Presidente Nicolas Maduro (che, tra l’altro, avrebbero dichiarato che trasportavano la droga per ordine del Presidente del Parlamento venezuelano Diosdato Cabello. Inoltre avrebbero coinvolto nell’affare anche il governatore dello Stato di Aragua ed ex ministro degli interni Tareck al Assaimi n.d.r.).

 

Otero è stato ospite a Roma presso la sala stampa estera guidata dal Segretario Generale Roberto Montoya. A organizzare l’incontro è stata, invece, la giornalista spagnola Victoria Cardiel. Nell’illustrare la sua lettera, Otero ha preso spunto dall’attività di intermediazione intrapresa dalla diplomazia vaticana tra il Governo e l’opposizione. Per Otero, la situazione economica e le condizioni reali di vita sono terribilmente peggiorate in Venezuela. Nel frattempo è aumentata le repressione e la persecuzione politica. Il Governo non vuole negoziare, vuole solo dialogare per guadagnare tempo.

 

 

Nella sua lettera il direttore del Diario ha poi denunciato il tentativo sistematico del Governo di Caracas di controllare l’informazione, mentre continua a distruggere il sistema produttivo del Paese e a indebitare lo Stato: un debito che ormai ha raggiunto livelli impensabili. Inoltre, la popolazione vive in un stato di precarietà assoluta e la denutrizione è diventata un fenomeno largamente diffuso. Mancano alimenti, medicine e il Paese si è trasformato in uno dei più pericolosi del mondo sul piano della sicurezza personale (oltre 28 mila uccisioni all’anno).

 

 

Tutto ciò, secondo Otero, è dovuto al regime autoritario e violento del Governo, alla corruzione dilagante, ai legami con il narco traffico, alla mancanza in termini pratici di un sistema giudiziario indipendente. Ed è per questo che la maggior parte del popolo chiede un drastico cambiamento politico e l’allontanamento del Presidente Maduro.

 

 

Per il Direttore, la repressione del governo è ormai durissima, tant’è vero che oltre mille persone sono state arrestate e alcuni uccisi. L’intero Paese è militarizzato. Nel frattempo non è stata riconosciuta l’elezione di alcuni deputati in modo da impedire che si formasse una maggioranza qualificata nell’Assemblea Nazionale. Inoltre, il Tribunale Supremo tende ad abrogare sistematicamente tutte le leggi promulgate dall’Assemblea, oltre a impedire lo svolgimento di un referendum revocatorio del Presidente, nonché le elezioni di nuovi governatori. Infine, sono aumentati considerevolmente i prigionieri politici.

 

A questo punto il direttore Otero informa il Papa delle quattro richieste specifiche dell’opposizione venezuelana:

 

  • libere elezioni;
  • liberazione di tutti i prigionieri politici;
  • riconoscimento dell’Assemblea Nazionale;
  • Accettazione degli aiuti umanitari oggi rifiutati dal Governo Maduro per una questione di prestigio nazionale.

 

Su una domanda precisa di Punto Continenti riguardante il pericolo di una guerra civile e di un susseguente possibile bagno di sangue Otero è stato categorico: “Non credo che si arriverà mai a tanto. Del resto, nella maggior parte dei casi quando crolla una dittatura, non viene ucciso nessuno ma si assiste solo a un fuggi fuggi da parte dei capi.  Ad ogni modo se è vero che una parte dei vertici delle gerarchie militari gode di privilegi ed è strettamente collegata al Governo, le truppe sono fatte da soldati che in famiglia patiscono le stesse sofferenze di tutta la popolazione venezuelana. Questi soldati non spareranno mai sulla gente”.

MILOS ALCALAY: IL VENEZUELA RISCHIA LA GUERRA CIVILE

Posted by Rainero Schembri On novembre - 14 - 2016 Commenti disabilitati su MILOS ALCALAY: IL VENEZUELA RISCHIA LA GUERRA CIVILE

 Milos Alcalay

Di passaggio a Roma abbiamo incontrato in un noto albergo Milos Alcalay, Ambasciatore di lungo corso e uno dei personaggio di punta dell’opposizione venezuelana al Governo del Presidente Nicolas Maduro, che dal 2013 ha preso il posto di Ugo Chavez. Dopo la caduta del prezzo del petrolio, il Venezuela è sprofondato in una crisi economica, sociale e politica senza precedenti. Ormai milioni di venezuelani soffrono la fame e sempre più apertamente il governo viene accusato da molti osservatori internazionali di aver instaurato un regime illiberale.

 

Di questi problemi Alcalay è venuto a parlare all’Università degli Studi Link Campus di Roma, insieme ad Anna Maria Cossiga, professoressa di Geografia Politica, Marco Emanuele, professore di “Totalitarismi e Democrazia”, Vanessa Ledezma, figlia di Antonio Ledezma, Sindaco di Caracas, attualmente in carcere con l’accusa di cospirazione e Stefano Pelaggi, docente di “Development and processes of colonization and decolonization” alla Sapienza. Moderatrice sarà Marinellys Tremamunno, giornalista italo-venezuelana, opinionista di “La Nuova Bussola Quotidiana”, ormai diventata un vero punto di riferimento per la stampa italiana e per i tanti venezuelani residenti in Italia.

 

Ambasciatore, esiste veramente il rischio di guerra civile in Venezuela?

Purtroppo si, anche se tutti siamo perfettamente consapevoli che sarebbe un disastro. La situazione peggiora di giorno in giorno. Molti sono ormai alla fame. I diritti e le libertà vengono sempre più limitate. Il Presidente Maduro governa contro un Parlamento che per due terzi è rappresentato dai Partiti che stanno all’opposizione. Dalla sua ha, invece, il Tribunale Supremo di Giustiza e il Tribunale elettorale, che bocciano ogni significativa legge emanata dal Parlamento e ogni iniziativa intesa a promuovere nuove elezioni. Quindi lo scontro tra popolo ed esecutivo diventa sempre più duro e dagli esiti imprevedibili.

 

Come si esce da questa situazione?

Molto semplice: con libere elezioni. Il problema è che il Governo non ha alcuna intenzione di indire questa consultazione popolare e, quindi, cerca con tutti i mezzi di evitarli. Del resto andrebbe incontro a una sconfitta cruciale.

 

Però si è dichiarato dispobile a trattare con l’opposizione.

Certo ma si tratta di ‘autentica farsa, solo un modo per allungare i tempi. Il Governo vuole parlare, trattatare, confrontarsi a parole: nella realtà non ha alcun desiderio di cedere il potere. L’unica cosa che teme è il giudizio politico internazionale e la crescita dei movimenti pacifici di protesta popolare. E mentre il Governo parla, parla, la situazione sia dei poveri che della classe media diventa sempre più difficili.

 

Come giudica il tentativo di mediazione che sta facendo la chiesa?

La chiesa, in buona fede, sta cercando di dare una mano alla soluzione del problema. Il Governo, invece, cerca solo di strumentalizzare il rapporto con il Vaticano. Una dimostrazione evidente lo si è avuto in occasione della recente visita del Presidente Maduro a Roma, fatto quasi in clandestintà. In Venezuela sono state distribuite delle foto che vedevano il Papa intento a benedire il Presidente. Nella realtà era un falso fortunatamente scoperto dalla giornalista Tremamunno: le foto risalivano ad alcuni anni fa e non all’ultimo incontro.

 

Lei come vede l’elezione Trump alla presidenza americana? Cambierà qualcosa nei riguardi del Venezuela?

Allo stato attuale è molto diffcile dare una risposta. Io credo, almeno spero, che il Trump Presidente sia molto diverso dal Trump candidato. In ogni caso, occorre aspettare chi sarà il segretario di Stato per capire quale sarà la politica estea degli Stati Uniti e quale sarà l’atteggiamento degli americani nei confronti non solo del Venezuela ma dell’intera America Latina.

 

Cosa ci può dire per quanto riguarda i rapporti con l’Italia?

Per molto tempo l’Italia è stata all’avanguardia nella difesa della democrazia e dei diritti umani in America Latina. Gradualmente, però, il suo ruolo è stato ridimensionato dal maggiore attivismo della Spagna. In questo momento le priorità dell’Italia sono concentrate soprattutto in Africa e sulla questione dell’immigrazione. Lo capisco, anche se considero un errore trascurare l’America Latina dove vive, tra l’altro, una grandissima comunità di italiani. A questo proposito, dei numerosi italiani e italo-venezuelani che risiedono in Venezuela, posso solo parlare bene: hanno sempre dato un grande contributo alla crescita del Paese e storicamente hanno sempre difeso la democrazia e la convivenza civile.

 

RENZO ZULIAN: UN GRANDE TENORE CHE AMA IL JAZZ-ROCK

Posted by Rainero Schembri On luglio - 30 - 2016 Commenti disabilitati su RENZO ZULIAN: UN GRANDE TENORE CHE AMA IL JAZZ-ROCK

Quest’anno il successo del tenore veneziano Renzo Zulian è stato semplicemente strepitoso a Oderzo (provincia di Treviso) nel ruolo di Calaf in Opera in Pizza: un avvenimento annuale gestito dalla coppia di cantanti lirici Maria Grazia Patella e Miro Solman (vedere http://puntocontinenti.it/?p=9523). Di temperamento molto schivo anche se cordialissimo, amante della chitarra (non a caso sogna di organizzare un gruppo di musica jazz rock), Zulian raramente si esibisce in Italia, anche se la critica lo ritiene uno dei migliori tenori italiani in circolazione. Dotato di un timbro di voce dolce e con una grande estensione, in certi passaggi Zulian fa ricordare per le sue intonazioni calde e accattivanti il grande Di Stefano. Ma ecco cosa dichiarato a Punto Continenti.  

 

Come spiega il crescente successo di Opera in Piazza che si svolge in una piccola località come Oderzo ma che ormai compete con i grandi teatri italiani?

 

Il successo di Opera in piazza, secondo il mio parere, è dovuto a una serie di fattori quali: la bellezza della città di Oderzo e la sua piazza; gli spettacoli già collaudati nella città di Maribor con minimo un mese di prove; il lavoro certosino di Miro Solman per quanto riguarda l’adeguamento delle scene (che è un lavoro difficilissimo); il lavoro straordinario di Mariagrazia nel promuovere gli spettacoli con grandissima passione e professionalità!  Fattori che ovviamente non sono in ordine d’importanza, Anche i cantanti hanno, ovviamente, la loro importanza ma io ho un piccolo conflitto d’interessi e quindi passo a Lei la palla!

 

Lei canta ed è famoso soprattutto all’estero. E’ una scelta professionale o ci  sono altri motivi?

 

Per la verità ho cantato molto anche in Italia. Ad esempio a Roma, Napoli, Modena, Catania, Palermo, Parma, Torre del lago e altre decine di località. All’estero mi sono esibito negli Stati Uniti, Canada, Cina, Corea, Giappone e naturalmente in diversi Paesi europei. Per quanto riguarda il presente, è vero che non canto molto in Italia, ma non per una mia ragione specifica. Penso che sia dovuto a due fattori: un cambio generazionale e il fatto che non esistono più frontiere.
Come vede lei il futuro della lirica?

 

Come diceva il mio grande Maestro Franco Corelli, l’uso della tecnologia e del microfono hanno cambiato il modo di cantare, adesso può cantare chiunque o quasi, invece prima dell’avvento del microfono i cantanti studiavano per cantare sul fiato per espandere la voce oltre l’orchestra e quindi dare emozioni agli ascoltatori con la vibrazione degli armonici.

 

Com’è possibile che in Paesi lontani come la Cina e la Corea assistiamo a una vera scoperta delle opere italiane mentre da noi, che rappresentiamo la patria della lirica, l’interesse per questa espressione artistica sta diminuendo sensibilmente, soprattutto tra i giovani?

 

Dobbiamo ricordarci che la Cina e Corea sono in continua espansione e qualsiasi cosa  venga dall’Europa viene studiata per competere con il resto del mondo. Quindi anche l’opera lirica. In Italia ci sono troppi “maestri” che non hanno mai cantato e che insegnano in modo sbagliato. L’ho imparato a mie spese per circa 10 anni fino all’incontro nei primi anni 90 con il grande maestro Franco Corelli!

 

Quali sono i suoi progetti futuri?

 

Da grande mi piacerebbe formare un gruppo di musica jazz rock e aprire un bel posto dove si suona e ci si trova in buona compagnia. Ovviamente cercherò di proseguire con il canto lirico che tante emozioni e gratificazioni mi ha dato.

 

 

Nota. Sotto immagini dell’esibizione di Renzo Zulian nella Turandot di Oderzo

TOMAS FERRARI: ECCO COME L’ARGENTINA HA VOLTATO PAGINA

Posted by Rainero Schembri On giugno - 22 - 2016 Commenti disabilitati su TOMAS FERRARI: ECCO COME L’ARGENTINA HA VOLTATO PAGINA

 L’Ambasciatore dell’Argentina Tomas Ferrari

 

E’ una delle prime uscite pubbliche del nuovo Ambasciatore dell’Argentina in Italia Tomas Ferrari. L’occasione è stata offerta da uno degli abituali incontri internazionali promossi dall’Osservatorio Mediatrends America-Europa, organizzati e coordinati dal giornalista peruviano Roberto Montoya, che è anche Segretario Generale della stampa estera in Italia. La circostanza era  ghiotta anche per conoscere la nuova realtà di questo grande Paese Sud Americano dove vivono milioni di italiani e oriundi italiani e che da circa sei mesi ha anche un Presidente di origine italiana: Mauricio Macri, che guida un governo classificato come centro destra anche se nella realtà il Presidente sfugge alla classica catalogazione della politica argentina, che ha spesso ha visto contrapposti i radicali ai peronisti. Dopo essere stato brutalmente sequestrato da un gruppo di banditi, Macri ha fondato nel 2003 il partito di destra «Impegno per il Cambiamento», il quale dal 2005 fa parte della coalizione Proposta Repubblicana (PRO) da lui guidata. Per due volte è stato anche sindaco della Capitale Buenos Aires. Ingegnere, politico e imprenditore Macri ha preso il posto nella Casa Rosada (la residenza presidenziale) a Cristina Kirchner.

 

Come non poteva essere diversamente, considerato il nome, anche il nuovo Ambasciatore può vantare un nonno ligure originario delle Cinque Terre. Quindi se da sempre l’Argentina e il Brasile vengono considerate le seconde patrie degli italiani, possiamo dire che in Piazza Esquilino 2 a Roma (sede dell’Ambasciata) oggi praticamente giochiamo in casa. Ad ogni modo, In margine all’incontro con diplomatici e giornalisti italiani ed esteri (al quale ha partecipato con una relazione anche Hernan Reyes Alcaide, corrispondente dell’agenzia argentina Telam) abbiamo chiesto all’Ambasciatore Ferrari, come si pone il nuovo governo di Buenos Aires rispetto alla questione sociale, visto che durante la campagna elettorale l’opposizione di sinistra aveva paventato il pericolo di uno smantellamento dello Stato Sociale. Ecco cosa ci ha detto.

 

“Il governo attuale si è trovato con un numero di poveri superiore a quanto esisteva dieci anni fa. Negli ultimi due anni la povertà in Argentina è aumentata consistentemente. L’amministrazione precedente cercava di affrontare il problema con sussidi, aiuti e prestiti pubblici. L’attuale amministrazione sta analizzando in profondità la situazione con un criterio più razionale e concreto. Il problema è che abbiamo più poveri e meno soldi. Cercheremo, comunque, di mantenere i sussidi per le persone in maggiori difficoltà, di tenere basse le tariffe sociali pubbliche come l’elettricità e il gas, di garantire un servizio gratuito per l’istruzione e la sanità. Ma l’obiettivo principale del Governo non è quello di mantenere in piedi il sistema dei sussidi ma di creare più lavoro e di fare investimenti allo scopo di diminuire il numero dei poveri. Una politica di eccessiva assistenza finisce fatalmente per creare una serie di clientelismi. Occorre, quindi, puntare decisamente sulla riduzione della povertà che a lungo termine dovrà diventare povertà zero. In sintesi, bisogna creare lavoro e compiere ogni sforzo per integrare un crescente numero di poveri nel sistema produttivo.

 

Nel corso della sua relazione l’Ambasciatore Ferrari ha sostenuto che attualmente i problemi maggiori per l’Argentina sono l’inflazione, il deficit fiscale, le difficoltà sul fronte delle esportazioni, la disoccupazione, gli esuberi nell’amministrazione pubblica e la recessione. “Il Governo”, ha dichiarato Ferrari, “si propone di avviare un aggiustamento graduale in modo da evitare traumi. Purtroppo nella storia argentina abbiamo assistito a continue e profonde oscillazioni sul piano degli andamenti economici. Bisogna, invece, arrivare a una stabilizzazione della crescita”.

 

Per l’Ambasciatore il Governo punterà molto sugli investimenti, soprattutto nei settori in grado di incrementare l’occupazione. In questa prospettiva vanno anche analizzati, senza preconcetti ideologici, gli attuali rapporti internazionali con la Cina, la Russia, il Mercosur, l’Alleanza del Pacifico e anche con l’Unione Europea. L’accordo Mercosur – UE va riattivato e concluso presto all’insegna di una linea mediana che soddisfi le aspettative degli agricoltori sud americani e delle industrie europee. Per quanto riguarda specificamente l’Italia, l’Ambasciatore ha sostenuto: “Non so se avremo una relazione speciale ma di sicuro il Presidente è intenzionato a incrementare i rapporti istituzionali tra i due Paese. Del resto, sul piano delle relazioni commerciali tra privati, questi rapporti già sono eccellenti. Recentemente il Presidente del Consiglio Renzi è stato in Argentina e presto verrà anche il Presidente della Repubblica Mattarella. Queste visite sono state già ricambiate dal Presidente Macri e presto assisteremo ad altri incontri ad alto livello. In ogni caso le possibilità di incrementare gli scambi commerciali sono notevoli”.

 

Per l’Ambasciatore, poi, il fatto che il Governo sia in minoranza in Parlamento, se per certi versi può rappresentare un problema dall’altro lato costringe tutti a una gestione più condivisa ed equilibrata. Non sono inoltre mancati riferimenti alle crisi politiche che stanno vivendo Paesi come il Brasile e il Venezuela: “Stiamo seguendo” ha detto Ferrari, “con molta attenzione l’evolversi della situazione, con la speranza e l’auspicio che tutto si risolva pacificamente e democraticamente”.  Sul piano generale per l’America Latina l’Ambasciatore si augura che le varie organizzazioni territoriali, come ad esempio l’Unasur, insieme ai buoni propositi trovino anche una maggiore concretezza.  Per quanto riguarda, infine, la delicata questione dei crimini perpetrati durante il regime militare, le torture  e la ricerca dei figli strappati ai genitori, l’Ambasciatore ha assicurato che niente cambierà sul piano delle ricerca della verità e della giustizia. “Cercheremo solo di impedire”, ha concluso, che qualcuno utilizzi impropriamente la bandiera di una tragica realtà per fare delle speculazioni di tipo personalistico”.

Vedere il video

 

L’ IMPEGNO DEL PRESIDENTE DEL COSTA RICA LUIS GUILLERMO SOLIS

Posted by Rainero Schembri On maggio - 29 - 2016 Commenti disabilitati su L’ IMPEGNO DEL PRESIDENTE DEL COSTA RICA LUIS GUILLERMO SOLIS

 Presidente del Costa Rica Luis Guillermo Solís

 

 

Nato nella Capitale San José, 58 anni, origini afro-caraibiche e cinesi, Luis Guillermo Solís è stato eletto Presidente del Costa Rica, piccolo e dinamico Paese dell’America Centrale,  il 6 aprile del 2014. Al secondo turno Solís ha vinto con oltre il 77% dei voti, il più grande margine mai registrato per una libera elezione in quel Paese. Buona parte di questo consenso il Presidente lo deve al suo impegno a migliorare le condizioni sociali della popolazione. Da registrare che in questo campo il Costa Rica da sempre rappresenta un esempio per tutta l’area: unico Stato al mondo a non avere un esercito, il Costa Rica invece di acquistare armamenti ha sempre puntato sullo Stato Sociale. Ma sentiamo cosa ci ha detto a proposito il Presidente Solis.

 

Signor Presidente quale impegno il suo Governo ha assunto in merito alla lotta alla povertà?

 

Il mio Governo si è impegnato a seguire in maniera prioritaria la lotta alla povertà estrema. Ci siamo trovati subito nella necessità di assistere ben 90 mila famiglie in condizioni difficilissime: un numero molto più elevato di quanto immaginavamo prima di essere insediati. Il nostro impegno elettorale è stato quello di ridurre già entro due anni il numero delle famiglie indigenti, portandole a a 54 mila. Uno sforzo coordinato dal Programma Ponte verso lo sviluppo. Ebbene, siamo già ben oltre agli obiettivi programmati. Attualmente la nostra amministrazione deve ancora risolvere la situazione drammatica di 28 mila e 700 famiglie. In ogni caso stiamo andando avanti in maniera molto accelerata a quanto programmato.

 

Su quale strategia si basa il vostro impegno?

 

Il punto fondamentale nella lotta alla povertà è, secondo noi, il rilancio del lavoro. Dobbiamo assolutamente riuscire a incrementare l’occupazione. Non sarà mai possibile, infatti, colmare la povertà solo con aiuti sociali. In questo senso abbiamo rivitalizzato l’economia che stava crescendo troppo lentamente. Per fortuna oggi il Costa Rica ha un trend di crescita sostenuto.

 

Ci può dare qualche dato?

 

Secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale quest’anno cresceremo del 4,2%  mentre prevedevamo di crescere solo del 3,5%. Posso assicurare che tutti i  fattori macro economici sono consolidati, con eccezione del deficit che è del 6% e che stiamo cercando di abbassare attraverso una riforma fiscale. In ogni caso il processo di crescita proseguirà nei prossimi mesi. Nel 2018 dovremmo superare il 5% : ciò ci consentirà probabilmente di risolvere in maniera definitiva il problema della povertà che attualmente riguarda il 20% della popolazione, circa un milione di persone. In ogni caso stiamo lavorando intensamente per andare incontro alle esigenze di questa parte della popolazione.

 

Gli impegni del Presidente in Italia.

Nel corso della sua visita in Italia il Presidente Solis ha avuto un importante incontro con gli imprenditori italiani presso la UnionCamere, insieme a una delegazione composta dal Ministro degli Affari Esteri Manuel A. González Sanz e dal Ministro del Commercio Esteroe Presidente del Consiglio di Amministrazione di Procomer Alexander Mora. A questo incontro hanno partecipato oltre 100 aziende italiane in settori quali aeronautica, cibo, servizi, industria, infrastrutture, camera di commercio, università e istituzioni. Inoltre, il Presidente Solis ha firmato diversi accordi bilaterali tra cui: il Trattato di assistenza giudiziaria in materia penale tra i governo della Repubblica italiana ed il governo della Repubblica del Costa Rica; il Protocollo d’intesa sulla cooperazione in materia di vulnerabilità al cambiamento climatico, gestione del rischio, adattamento e mitigazione; l’accordo di cooperazione culturale, scientifica e tecnologica; l’accordo in materia finanziaria.

 

 

ERNESTO SAMPER: L’UNASUR PER LA CITTADINANZA SUDAMERICANA

Posted by Rainero Schembri On maggio - 27 - 2016 Commenti disabilitati su ERNESTO SAMPER: L’UNASUR PER LA CITTADINANZA SUDAMERICANA

 

  Ernesto Samper Segretario Generale dell’UNASUR

Sicuramente nel Continente sudamericano (oltre 350 milioni di abitanti) uno dei progetti d’integrazione più ambiziosi è rappresentato dall’Unasur (l’Unione delle Nazioni Sudamericane). Questa Comunità politica ed economica è nata il 23 maggio del 2008 con il trattato di Brasilia (la sede centrale si trova a Quito, capitale dell’Ecuador). Costituita da 12 Paesi l’Unasur si propone di: eliminare tutti i dazi doganali per i prodotti comuni; stabilire un Parlamento comune, una moneta comune e un passaporto unico; coordinare le politiche in campo agricolo, diplomatico, energetico, scientifico, culturale, sociale e in altri ambiti.

In un  albergo romano Punto Continenti ha avuto la possibilità di intervistare Ernesto Samper, ex Presidente della Colombia (1994-98) e attuale Segretario Generale dell’Unasur (dal primo agosto del 2014), nel corso del suo viaggio in Europa. Con studi alla Columbia University, Samper, già Ambasciatore presso l’Assemblea delle Nazioni Unite,  oltre ad essere avvocato vanta anche una grande esperienza come economista.

 

Quali sono in questo momento i principali temi in discussione all’Unasur?

 

Siamo molto impegnati a seguire alcune situazioni politiche abbastanza complesse. La prima riguarda il consolidamento della pace in Colombia che ha visto per molti anni i governi di Bogotà a doversi confrontare con i guerriglieri e i narco trafficanti. E’ fondamentale per lo sviluppo economico del Paese che gli accordi di cessazione dei combattimenti vengano rispettati da tutte le parti. Il secondo caso riguarda l’incandescente situazione vissuta in questo momento dal Venezuela. Dobbiamo stare molto attenti affinché i conflitti interni non finiscano per minare la stabilità politica ed economica del Paese, con gravi pericoli per la stessa democrazia.

 

Stiamo, poi, seguendo con molta attenzione quello che sta avvenendo in Brasile a seguito dell’impeachment votato dal Parlamento contro la Presidentessa Dilma Rousseff. Noi non entriamo negli affari interni del Brasile. La nostra unica preoccupazione è che i procedimenti nei riguardi della Presidentessa siano equilibrati, corretti e che le accuse siano giuridicamente comprovate. Inoltre, che alla presidentessa venga offerta ogni possibilità di difendersi adeguatamente.

 

Una cosa che rimane un po’ difficile da capire è il proliferare in America Latina dei vari accordi interregionali. Sono ormai oltre venti. Insieme all’Unasur troviamo, infatti, il Mercosul, la Comunità Andina, la Celac, l’Alca e tante altre aggregazioni. Non sarebbe forse il caso di riunirle tutte anche per ottenere un maggiore impatto sul piano internazionale?

 

E’ vero, in America Latina ci sono tantissimi accordi interregionali. Forse troppi. Sicuramente da parte dell’Unasur, che è decisamente uno dei progetti d’integrazione più ambiziosi, è stato avviato uno sforzo importante di convergenza negli intenti e negli obiettivi con le altre organizzazioni. Non so se riusciremo un giorno ad arrivare a un’organizzazione unica ma sicuramente in futuro ci sarà una sempre maggiore e incisiva armonizzazione delle politiche e delle economie tra i vari Paesi. E già questo rappresenta un importante passo in avanti.

 

Ma qui parliamo di governi e di Stati. In quale considerazione l’Unasur tiene invece i problemi sociali?

 

Parte dei problemi che stiamo esaminando riguarda proprio la necessità di allontanare la sfortunata situazione caratterizzata da un crescente numero di poveri che, a un certo punto, erano riusciti a non essere più poveri ma che ora stanno tornando a esserlo. Secondo le ultime statistiche della CEPAL (la Commissione economica per l’America Latina con sede a Santiago del Cile, n.d.r.) nell’ultimo anno ben 7 milioni di sudamericani usciti dalla povertà sono tornati a vivere in grande miseria. Cinque milioni, poi, si trovano addirittura in uno stato di povertà estrema. Questo ci dice che lo sviluppo sociale sta facendo passi indietro e ciò é terribile anche sul piano del consolidamento democratico che, negli ultimi anni, é avanzato proprio a seguito di una maggiore partecipazione degli investimenti sociali all’interno del Pil: una  realtà positiva che ha consentito a circa 180 milioni di poveri di diventare classe media bassa.

 

Come pensa di caratterizzare il suo mandato?

 

Ho un sogno, che spero di riuscire a trasformare in realtà. Mi riferisco al progetto di creare una cittadinanza sudamericana. In questo modo persone, beni e capitali potranno circolare liberamente all’interno del Continente. Inoltre, rafforzerebbe nella popolazione una coscienza sudamericana che potrebbe innescare un circolo virtuoso in grado di determinare effetti positivi sul piano delle garanzie democratiche, delle politiche estere congiunte,  della lotta comune alla povertà, delle condizioni di vita di tutti i sudamericani. E’ un progetto difficile, ambizioso, estremamente impegnativo ma a lungo termine destinato a produrre risultati molto positivi.

 

Vorrei, comunque, aggiungere una cosa cosa per quanto riguarda i rapporti con l’Unione Europea. Anche noi, come l’Europa, abbiamo diversi problemi sociali che stiamo cercando risolvere  con specifiche politiche in materia d’inclusione sociale, di competitività e di partecipazione dei cittadini. Quindi riteniamo che ci dovrebbe essere un’agenda molto più ricca di relazioni tra l’Europa e l’America Latina. Purtroppo, ci sembra che l’America Latina non si trovi in cima alle priorità dell’Unione Europea, nonostante che negli ultimi dieci anni siano arrivati consistenti flussi di investimenti europei nel nostro Continente e che stia aumentando la presenza di emigranti europei qualificati a causa della crisi europea. Una situazione che, purtroppo, non trova riscontro nel dialogo politico. Il superamento di questa incongruenza rappresenta, del resto, una delle ragioni della mia visita in Europa.

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