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Tuesday, January 23, 2018

STEPHANIE HOCHSTETTER: ‘COSA VORREI FARE DELL’IILA’

Posted by Rainero Schembri On dicembre - 14 - 2015 Commenti disabilitati su STEPHANIE HOCHSTETTER: ‘COSA VORREI FARE DELL’IILA’

 Stephanie Hochstetter Skinner-Klée

 

Nel mese di febbraio del 2015 l’Ambasciatrice del Guatemala,  Stephanie Hochstetter Skinner-Kléeè stata nominata Presidentessa dell’IILA, l’Istituto Italo Latino Americano con sede a Roma. Si tratta del più grande Istituto in Europa che si occupa dei venti Paesi Latino Americani e che è stato fondato  nel 1966 dall’allora ministro degli esteri Amintore Fanfani. Attualmente l’IILA è Osservatore Permanente presso l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e per lo svolgimento delle sue attività collabora con organismi intergovernativi, istituzioni ed enti specializzati che si occupano dell’America Latina: Commissione Europea, Unesco, Banca Interamericana di Sviluppo, Organizzazione degli Stati Americani, Associazione Latino-Americana di Integrazione, Sistema Economico Latinoamericano, Segreteria Generale Iberoamericana, etc

  

Di origine europea, dai modi decisamente affabili anche se dotata, a sentire chi la conosce da vicino, di un carattere molto forte, la nuova Presidentessa sostituisce nell’incarico l’Ambasciatore del Messico Miguel Ruíz-Cabañas Izquierdo che, nel frattempo, è diventato vice ministro degli esteri del Messico. Con termini certamente poco consoni alla diplomazia, si potrebbe dire che la Hochstetter ha preso in mano una vera ‘patata bollente’: in questo momento di profonda crisi economica non sono, infatti, pochi coloro che per i corridoi della Farnesina si domandano se è giusto che il nostro Ministero degli esteri continui a sostenere economicamente quest’Istituto, anche se poi sono in tanti a riconoscere che l’America Latina, oltre ai profondi vincoli storici e culturali con l’Italia,rappresenta sicuramente uno dei più importanti mercati di sbocco per il ‘made in Italy’. Ma vediamo cosa ne pensa la diretta interessata.  

 

Come intende caratterizzare la sua Presidenza?

 

Diciamo che la domanda più corretta sarebbe: Come le piacerebbe caratterizzare l’IILA? Ebbene, cominciamo col dire che l’IILA è una istituzione unica. Nessun altro Paese può contare su un organismo internazionale istituito allo scopo di rafforzare le relazioni bilaterali e regionali. Si tratta di un organismo con una grande tradizione, con risorse umane e di conoscenza che rappresentano una ricchezza meritevole di essere utilizzata. Certo, le ristrettezze economiche restringono l’ambito dei suoi interventi ma il potenziale per realizzare un grande lavoro esiste.

 

Detto ciò, appare inutile negare che la situazione economica è molto complicata, sia per l’Italia che per l’America Latina e i Caraibi. In un certo senso siamo di fronte alla classica immagine del ‘cane che si morde la coda’. Con pochi soldi possiamo fare poco. Facendo poco non si giustificano altri soldi. Inoltre il personale vive uno stato di grande incertezza sul proprio futuro e non sappiamo nemmeno se saremo costretti, per risparmiare, a spostare per la terza volta la nostra sede in pochi anni. Tutto ciò non rappresenta certamente il clima ideale per svolgere un’efficace azione di promozione economica, culturale e sociale.

 

Facciamo allora finta, per un momento, che ci siamo liberati dai problemi economici. In questo caso quale dovrebbe essere la missione dell’IILA?

 

Io vedo l’Istituto come un formidabile strumento di promozione storica, culturale, economica, sociale e anche politica tra l’Italia e l’intero continente latino americano. Una promozione, si capisce, attuata in entrambe le direzioni. In questo quadro sono numerose le iniziative che l’Istituto potrebbe intraprendere: penso, ad esempio, alla pubblicazione di una collana di libri sui singoli Paesi, con descrizioni sintetiche della storia dei singoli Stati, delle tradizioni, della cultura, delle prospettive; penso all’organizzazione di una serie di dibattiti e seminari su problemi di grande attualità; penso a incontri ristretti con operatori e imprenditori per illustrare le possibilità commerciali, d’investimento e di costituzione di società miste. E così tante altre cose.

 

Credo, poi, che l’IILA debba partecipare a eventi significativi non solo a Roma e, qualche volta, a Milano, ma in tutte le più importanti città, soprattutto nel centro sud italiano, da dove proviene buona parte dell’emigrazione italiana del secolo scorso. Questo significa anche creare un collegamento, se non un vero gemellaggio, tra città italiane e città latino americane, nonché forme di promozione turistica e culturale rivolte soprattutto ai giovani.

 

Quanta parte di questi progetti lei crede di poter realizzare?

 

Ma io parto con l’obiettivo di realizzarle tutte anche attraverso il ricorso a sponsor esterni. Per fortuna l’’IILA gode ancora di una buona immagine e quindi potrebbe coinvolgere nelle sue iniziative importanti organismi italiani e latino americani. Molto, e questo va detto, dipende anche dagli Ambasciatori degli Stati membri dell’IILA. Anch’essi debbono fare la loro parte convincendo, ad esempio, i propri Governi dell’opportunità offerta dalla presenza dell’IILA in Italia.

 

Se è vero, poi, che il nostro Istituto può servire soprattutto ai Paesi più piccoli per far sentire la loro voce è anche vero che quando si tratta di problemi generali, che riguardano vaste aree come l’America centrale o l’America del Sud, parlare a nome collettivo attraverso l’IILA può risultare molto utili ai grandi Paesi. Il mio sforzo principale sarà proprio quello di mettere in evidenza quanto l’IILA potrebbe essere utile sia per l’Italia che per tutti gli Stati latino americani.

 

Per chiudere, due parole sul suo Paese, il Guatemala, che ha visto arrivare recentemente alla presidenza della Repubblica Jimmy Morales, un comico che è riuscito ad affermarsi come Grillo in Italia.

 

E’ vero che l’ascesa di Morales è stata sorprendente e per molti versi folgorante. La sua candidatura ha preso corpo, come è avvenuto in varie parti del mondo,  sull’onda della protesta e indignazione popolare a causa soprattutto di alcuni fenomeni di corruzione. Anche se è troppo presto per esprimere dei giudizi debbo dire il Presidente attraverso i suoi primi passi ha mostrato una natura saggia, equilibrata e fermamente intenzionata a portare a termine i profondi cambiamenti auspicati dalla gente. E qui sta la grande vera novità del Guatemala: dopo essere uscita dalla guerra civile e dopo aver ottenuta nel 1996 la pace sociale, ora il popolo guatemalteco è fermamente intenzionato a raggiungere alcuni importanti obiettivi sul piano sociale, sanitario, educativo, assistenziale, ecc.

 

Suggerirei all’Italia e agli operatori economici italiani di seguire con molta attenzione ciò che sta avvenendo in Guatemala. Il Paese ha intrapreso con decisione la via della democrazia e della modernizzazione e quindi si stanno apprendo interessanti prospettive in settori come la meccanica, l’ambiente, le energie rinnovabili, ecc. E’ vero che siamo un piccolo Paese ma è anche vero che in questo momento siamo inseriti in una delle aree più interessanti e con maggiori prospettive di crescita. In questo contesto si tratta di approfittare, ad esempio, dell’accordo di Associazione tra l’Unione europea e l’America centrale e della legge di riforma della cooperazione italiana, con la costituzione di un fondo per le Joint Ventures delle piccole e medie imprese. Ecco, questa è una tipica situazione in cui l’IILA può svolgere un ruolo importantissimo.

MEHEDI HASAN: IL BANGLADESH STA SCONFIGGENDO LA FAME

Posted by Rainero Schembri On novembre - 29 - 2015 Commenti disabilitati su MEHEDI HASAN: IL BANGLADESH STA SCONFIGGENDO LA FAME

 Mehedi Hasan

 

Con una popolazione che supera i 160 milioni di persone la Repubblica Popolare del Bangladesh (che significa Paese del Bengala) confina oltre che con l’India anche con la Birmania nell’estremo sud. La sua capitale è Dacca. Si tratta di uno dei Paesi più popolati del mondo per densità e che per molti anni è stato anche poverissimo. Da ricordare che mentre la civiltà della regione del Bengala risale a ben 4 mila anni fa, la storia del Bangladesh moderno porta la data del 26 marzo del 1971, quando è diventato indipendente. In precedenza faceva parte del Pakistan che, a sua volta, si era staccato dall’India nel 1947. Per molti anni, infatti, lo Stato del Pakistan é rimasto suddiviso in due territori non confinanti: quello occidentale e quello orientale.  

 

Il Bangladesh è una Repubblica parlamentare e democratica guidata dal primo ministro Sheikh Hasina, mentre il Capo di Stato è una donna, Abdul Hamid. La maggioranza della popolazione è di fede islamica (i cristiani, in prevalenza cattolici, rappresentano circa l’1%) ma esiste un’ampia libertà religiosa. Negli ultimi anni il Paese ha registrato importanti risultati sul piano dell’alfabetizzazione, dell’assistenza sociale, dei diritti delle donne e dello sviluppo economico.

 

Per scambiare qualche opinione sul nuovo Bangladesh abbiamo sentito Mehdi Hassan, uno studente in contabilità e finanza del business, residente nella capitale Dacca (14,5 milioni di abitanti) e che recentemente si è messo in contatto con l’Osservatorio sullo Stato Sociale ( www.facebook.com/osservatoriostatosociale ). Da registrare che in Italia, tra regolari e irregolari, vive la più grande comunità di cittadini del Bangladesh in Europa, circa 150 mila (15 mila solo a Roma).   

 

Come giudica la lotta intrapresa dal Governo alla fame nel Paese?

 

Direi positiva. Nel periodo che va dal 1997 al 2002 la povertà riguardava il 48,9% della popolazione. Oggi siamo intorno al 24,8%. Possiamo dire che il Governo è fortemente impegnato a ridurre il problema della fame. Teniamo, comunque, presente che il Bangladesh è un Paese essenzialmente agricolo. Siamo, ad esempio, il quinto Paese produttore di pesce e l’anno scorso abbiamo esportato riso allo Sri Lanka. Il Governo prevede dei prestiti agevolati nell’agricoltura e ha elaborato una visione Paese orientata fino al 2021. Inoltre, nel Bangladesh si sta rafforzando sempre di più la classe media.

 

E per quanto riguarda il vestiario? 

 

A questo proposito è bene ricordare che il Bangladesh è uno dei maggiori esportatori del mondo di capi di abbigliamento.  Da noi, quindi, non è difficile trovare qualche abbigliamento a un costo bassissimo.

 

Cosa ci può dire invece per quanto riguarda il problema abitativo?

 

So che sono stati assegnati diversi appartamenti alla parte più povera della popolazione. Ci sono poi diversi mutui agevolati erogati dalla banche per l’acquisto di case popolari.

 

Come giudica il sistema sanitario?

 

Oltre a una trentina di Ospedali universitari pubblici abbiamo diversi centri medici dislocati in varie parti del Paese. Per fortuna il costo di una prestazione sanitaria è abbastanza contenuto.

 

Cosa prevede il sistema scolastico?

 

Fino a un certo livello, l’Istruzione è gratuita come anche la distribuzione dei libri scolastici. Abbiamo, poi, molte università pubbliche. Anch’io frequento una di esse: l’Università Nazionale del Bangladesh.

 

Ritiene efficiente il sistema giudiziario?

 

Esiste il patrocinio gratuito per i più poveri. L’intero sistema giudiziario è, comunque, abbastanza complicato e aggravato da una diffusa corruzione. Inoltre, i tempi decisionali sono spesso lunghissimi.

 

Avete una stampa libera?

 

Generalmente si. Naturalmente alcuni organi di stampa fanno riferimento ai singoli partiti politici.

 

 

 

MAURO MOSCATI CON ‘ABILE 2.0’ APRE GLI OCCHI AI VEDENTI

Posted by Rainero Schembri On novembre - 26 - 2015 Commenti disabilitati su MAURO MOSCATI CON ‘ABILE 2.0’ APRE GLI OCCHI AI VEDENTI

 Mauro Moscati

 

Negli ultimi tampi la stampa si è occupata più volte dei ‘finti’ ciechi. E ha fatto bene. Tuttavia, sarebbe auspicabile che la stessa stampa si occupasse ugualmente anche dei numerosi problemi dei ‘veri’ non vedenti. In uno Stato Sociale moderno, infatti, queste persone meriterebbero sicuramente un’attenzione speciale, anche sul piano  dell’assistenza che può fornire la tecnologia. Ed è questo che ha messo in evidenza Mauro Moscati con il suo mediometraggio ‘Abile2.O’. Nato in provincia di Milano nel 1978, Moscati ha frequentato le scuole elementari e medie (integrate per bambini ipo/non-vedenti e normovedenti) a Milano, le superiori a Rho e ora studia Ingegneria Informatica al Politecnico di Milano. Informatico fino al midollo Moscati ha iniziato a “studiare” la programmazione fin dalle elementari e nonostante abbia il problema della vista ha sempre creduto nella “forza” delle arti multimediali. Negli ultimi anni ha scritto alcuni racconti (alcuni autopubblicati) e viaggiato “da solo”, sviluppando diversi siti Internet. Ma sentiamo come si è sviluppata questa sua ultima esperienza.

 

Come è nata l’idea di realizzare il mediometraggio?

Il concepimento di “Abile 2.0” è piuttosto anomalo. Un anno e mezzo fa circa mi trovavo in un negozio di informatica di un centro commerciale che frequento ormai da anni e parlando con alcuni impiegati ho raccontato loro di un documentario amatoriale che avevo realizzato una decina di anni or sono e, prima di uscire dal negozio, mi hanno proposto di produrre un video (usando i loro applicativi) così da poterne proiettare alcuni minuti all’interno di un evento che si sarebbe tenuto nel loro negozio.   L’idea mi piaceva; avevo già prodotto un documentario, un videoclip e alcuni reportage ma nulla di troppo impegnativo anche perché non ho alle mie spalle una struttura produttiva e il mio problema di vista mi ha sempre imposto un profilo “basso” (tutto quello che so sulla produzione foto/cinemato-grafica l’ho appreso da autodidatta grazie al web e ad alcuni corsi a fascicoli).

 

Uscito dal negozio avevo quindi la scusa per realizzare un film “organico” con una trama e dei personaggi; avevo il pretesto per produrre qualcosa. Il problema era cosa produrre. Per trovare la storia da raccontare mi sono rivolto ai miei amici e ho chiesto loro di proporre un soggetto. Alla fine ho scelto ben tre temi proposti: giornalismo e finti ciechi; in che modo la tecnologia può facilitare la vita ai ciechi; la tecnologia studiata per i ciechi come ausilio anche per i normovedenti.

Cosa racconta il filmato?

‘Abile 2.0’ racconta una storia inventata che parte però da alcuni spunti reali. Il tema principale è quello relativo al giornalismo e ai finti ciechi. Anni fa ero a cena con Egle Clivio, co-sceneggiatrice e collaboratrice a vario titolo alla produzione del film, quando le raccontai del malessere che provavo ogni qualvolta leggevo o sentivo certi articoli relativi ai finti ciechi (una piaga del nostro Stato) nei quali venivano (e purtroppo vengono tutt’ora) descritte alcune azioni compiute da tali soggetti e nel farlo si lasciava intendere che tali azioni non possono essere compiute da una persona che abbia realmente dei seri problemi di vista. Il mio sfogo la colpì e tornata a casa fece una ricerca online, una mezz’ora più tardi mi scrisse un messaggio nel quale concordava pienamente con me. Sia ben chiaro: io non ce l’ho coi giornalisti che producono articoli sui finti ciechi, piuttosto su come vengono presentati certi casi. 

 

Basta fare una ricerca online per trovare articoli che contengono, a volte anche nel titolo, frasi del tipo “finto cieco giocava al lotto”, “finto cieco attraversava la strada”, “finto cieco scendeva le scale” o, la mia preferita, “finto cieco beveva al bar”. Sia ben chiaro: se una persona dichiarata cieca è in grado di compilare da sola e senza ausili la schedina del lotto ci vede più di quel che dovrebbe ma se entra in una ricevitoria e dice alla cassiera quali numeri segnare sulla schedina non sta forse giocando al lotto? Personalmente attraverso decine di strade ogni settimana, certo, ho fatto un corso, uso un bastone bianco per gli ostacoli e mi aiuto con i rumori del traffico ma ciò non significa che io ci veda.

 

Partendo da queste riflessioni abbiamo sviluppato la storia principale: una giovane neolaureata è in cerca di un lavoro stabile come giornalista, in seguito all’ennesimo rifiuto decide di provare con un sito web che però richiede la presentazione di un articolo da parte del candidato; alla ricerca di una storia da raccontare inizia a pedinare un ragazzo all’apparenza non vedente i cui atteggiamenti appaiono però equivoci; incuriosita decide di avvicinarlo e di chiedergli un’intervista durante la quale lui le racconta alcuni aspetti della sua vita ed il suo rapporto con la tecnologia.

Come pensate di divulgarlo?

La divulgazione/distribuzione è, purtroppo, un problema ancora in sospeso. Di sicuro ci piacerebbe presentarlo a qualche festival e quasi sicuramente lo pubblicheremo online. Per il resto ogni opzione è aperta: trasmissioni televisive, pubbliche proiezioni, distribuzione tramite DVD, … 

Quali sono i suoi progetti futuri?

Per quel che mi riguarda il prossimo traguardo sarà l’esame di Elettronica, del resto mi mancano sei esami per la laurea magistrale in Ingegnerie Informatica mentre per la carriera nel mondo del cinema .. beh, vedremo.


TRINIDAD: IN GUATEMALA VINCE LA RIVOLUZIONE DEI CITTADINI

Posted by Rainero Schembri On novembre - 2 - 2015 Commenti disabilitati su TRINIDAD: IN GUATEMALA VINCE LA RIVOLUZIONE DEI CITTADINI

 Alfredo Trinidad

 

E’ forse l’epoca in cui i molti politici sono diventati comici (per non dire patetici) mentre i veri comici diventano politici. Dopo Grillo in Italia un altro comico è diventato non solo un politico ma addirittura il Capo dello Stato. Parliamo di Jimmy Morales, eletto recentemente Presidente del Guatemala. Per parlare di questo ‘fenomeno’ e presentare il nuovo volto del Guatemala (uscito da un passato caratterizzato da una feroce guerra civile) abbiamo intervistato Alfredo Trinidad, ex Ambasciatore a Roma ed ex Presidente dell’Istituto Italo Latino Americano. In passato Trinidad è stato anche due volte vice Ministro degli esteri e ha occupato diversi incarichi statali e Universitari, nonché ruoli importanti in organismi internazionali coma la Fao e il Fondo Internazionale per lo sviluppo agricolo. E’ stato, poi, anche il rappresentante del Guatemala all’Expo di Milano.    

 Attualmente Trinidad è impegnato a Città del Guatemala con le riforme dello Stato nell’ambito di centri di ricerca, ordini professionali e all’interno della Piattaforma Nazionale per la riforma dello Stato, organismo promosso dalle più autorevoli Università del Guatemala. A questa Piattaforma hanno aderito le nove Università Statali del Guatemala, coordinate dal Rettore Magnifico della storica (oltre trecento anni) Università di San Carlo. In Italia Trinidad si è distinto per un grande lavoro di coordinamento tra l’Ambasciata, gli uffici consolari (anche quelli onorari) e il mondo delle imprese italiane. 

 

Nel corso della sua campagna elettore Jimmy Morales aveva lanciato lo slogan “Vi ho fatto ridere come comico, non vi farò piangere come Presente”.  Secondo lei sarà così?

 

C’è una realtà nel contesto guatemalteco chiamata ‘Rivoluzione dei cittadini’ che si è espressa nelle principali piazze dei capoluoghi di provincia, da sabato 25 Aprile 2015 fino al 29 agosto, prima del primo e del secondo turno delle elezioni e che ha provocato inizialmente le dimissioni della Vice Presidente Roxana Baldetti (8 maggio) e poi la rinuncia del Presidente Otto Pérez Molina. Tutto ciò ha innescato un processo di riforma del sistema politico. Il margine di manovra per garantire la governabilità del Presidente eletto Jimmy Morales dipende dalla sua capacità di mantenere la promesse in materia di lotta alla corruzione e all’impunità. “Né corrotto, nè ladro” è stato, infatti, uno dei suoi slogan in campagna elettorale.

 

Anche in Italia un comico, Beppe Grillo, ha rivoluzionato la politica creando il Movimento 5 Stelle che è diventato il secondo partito italiano. Secondo lei ci sono delle analogie tra le due realtà e i due personaggi?

 

L’unica somiglianza esistente è che Beppe Grillo capitalizza come Jimmy Morales il malcontento dei cittadini contro i sistemi politici esistenti. In Guatemala, al cospetto di un sistema politico dominato da gruppi illegali e apparati clandestini di sicurezza, che hanno operato come reti di scambio basati su fondi pubblici, è nato un movimento di cittadini, composto prevalentemente da giovani, in una maniera molto simile alla Primavera egiziana. Dalla rete sociale il movimento si è esteso a 22 piazze di 22 Province. Il Presidente eletto Jimmy Morales è un prodotto del movimento dei cittadini.

 

Quali sono i maggiori problemi che nei prossimi mesi il Guatemala dovrà affrontare?

 

Tra le molte sfide c’è anche la tenuta e la rappresentatività del partito del Presidente, il ‘Frente de Convergencia Nacional’, presente nel Congresso della Repubblica con soli 11 deputati in rappresentanza del 7% dei voti. Le sfide principali sono: l’approvazione del bilancio generale della Nazione (per il periodo 2016) e le riforme della legge elettorale e dei partiti politici, nonché la legge sugli appalti e sul servizio civile dello Stato.

Poi c’è la situazione riguardante il bilancio dello Stato. Il Guatemala è il paese con la tassazione più bassa dell’America Latina: 11,3 %. Inoltre, il Paese registra i peggiori livelli di sviluppo sociale; più della metà della sua popolazione (56%) vive in condizioni di povertà, il 16%  in condizioni di estrema povertà. In un certo senso, gli accordi di pacificazione nazionale hanno tracciato dei percorsi che il Paese dovrebbe seguire per superare queste condizioni, ma debbono essere assunti come impegni dello Stato.

 

Non c’è dubbio che la grande corruzione politica che ha travolto l’ex Presidente Otto Perez Molina ha favorito la vittoria del uomo venuto dal nulla. Però l’onestà è importante ma non sufficiente. Fino a che punto Morales è anche preparato?

 

Il Presidente Jimmy Morales deve confrontarsi con i processi guidati dal movimento dei cittadini. La sfida principale della società guatemalteca riguarda il cambiamento del modello di sviluppo e questo è un processo già iniziato con la Piattaforma nazionale per la riforma. Il Presidente si trova a combattere con reti di corruzione e impunità, delle quali già alcuni membri si trovano in stato di detenzione come, ad esempio, i membri appartenenti alla rete delle frodi all’Autorità Fiscale guidata dall’ex Presidente Otto Pérez Molina, dall’ex Vice Presidente Roxana Baldetti, e per altri reati dall’ex Presidente del Congresso della Repubblica, Pedro Muadi, nonché dal Segretario Generale della Presidenza, da ex Sindaci e Deputati, da funzionari e fornitori dell’Istituto di Previdenza Sociale. In ogni caso, già nella fase di transizione e ancora prima di assumere la Presidenza, sono diminuite le critiche sulla preparazione politica di Morales.

 

Nel 2012 Morales ha fatto parte, appunto, del Fronte di convergenza nazionale (Fcn), piccolo partito espressione dei veterani dell’esercito. Un settore estremista di destra, che nega la selvaggia repressione e lo sterminio dei contadini maya durante la guerra civile degli anni ’80. Questo suo passato suscita qualche perplessità in Europa. Lei cosa ne pensa?

 

Morales ha partecipato nel 2011 come candidato a Sindaco di Mixco vicino a Città del Guatemala senza riuscire a essere eletto. Nell’attuale contesa politica ha iniziato con una bassa percentuale di voti, ma la crisi del sistema politico iniziata nel mese di aprile ha dato un largo spazio all’anti-voto. Così Morales è risultato il più eletto sia nel primo turno che in occasione del ballottaggio. La percezione è che se è vero che il Fronte nazionale di convergenza è nato dall’Associazione dei Veterani militari del Guatemala (NGF) è anche vero che in passato non ha mai avuto un significativo ruolo nella politica nazionale. Il voto che ha fatto eleggere il presidente Morales è essenzialmente il voto dei giovani cresciuti al di fuori del conflitto armato. Questi giovani sono immersi in una nuova dinamica e hanno un modo diverso di vedere le cose. Inoltre, l’Esercito per la prima volta da quando è stato istituito nel 1871, è completamente assente dalla crisi politica del paese.

 

Uno dei problemi maggiori per il Guatemala è rappresentato dall’insicurezza e dalla violenza. Non c’è il pericolo che il Presidente nell’affrontare questo problema finisca per sconfinare in un nuovo autoritarismo anti democratico?

 

Non esistono più nel paese le condizioni per soluzioni autoritarie non democratiche. La questione della violenza ha diverse radici: una è legata alla struttura stessa dello Stato e al dibattito sul suo fallimento. L’altra riguarda i livelli e le condizioni di crescita del Guatemala. Inoltre, siamo un Paese di transito per il traffico della droga. La questione della violenza riguarda la responsabilità della società nel suo insieme. La violenza spinge i nostri emigranti, compresi i minorenni, a trasferirsi negli Stati Uniti d’America. In questo contesto s’inserisce positivamente il processo d’ integrazione centroamericana nell’ambito dell’accordo-quadro sulla sicurezza democratica.

 

Lei che conosce molto bene l’Italia, come vede il futuro della collaborazione imprenditoriale e commerciale tra i due Paesi?

 

Esistono due strumenti importanti: l’accordo di Associazione tra l’Unione europea e l’America centrale e la legge di riforma della cooperazione italiana, con la costituzione di un fondo per le Joint Ventures delle piccole e medie imprese e che vede l’IILA svolgere un’attività d’eccellenza. I risultati dipendono dai nostri Paesi. Nel caso del Guatemala si sta dando corso al Piano Sperimentale realizzato con i Consoli onorari. I risultati sono ancora limitati a causa della crisi dell’Unione europea e della situazione economica italiana. Ad ogni modo, l’Enel ha mantenuto, ad esempio, la sua presenza nel settore dell’energia idroelettrica. C’è, poi, un progetto di promozione delle tecnologie italiane portata avanti dall’Agenzia di cooperazione Asti con la promozione in Guatemala di iniziative nel settore del trattamento delle acque reflue, degli zuccherifici, del trattamento dei rifiuti urbani e della meccanizzazione dell’agricoltura e dell’agroalimentare. Infine, segnalo la grande attività esercitata dalla Camera di Commercio italo-guatemalteca.

ALBERTO AGGIO: ‘L’ALTRA FACCIA DEL BRASILE’

Posted by Rainero Schembri On novembre - 1 - 2015 Commenti disabilitati su ALBERTO AGGIO: ‘L’ALTRA FACCIA DEL BRASILE’

  Alberto Aggio

 

 Nel corso di un recente e interessante convegno sulla situazione del Brasile (svoltosi a Roma all’Istituto della Enciclopedia Italiana-Treccani) e condotto da Donato di Santo, ha destato una particolare attenzione l’intervento del professore brasiliano Alberto Aggio davanti a numerosi Ambasciatori, politici e studiosi di questo grande Paese latino americano.  In contrasto con l’intervento dell’Ambasciatore brasiliano Ricardo Neiva Tavares (che Punto Continenti ha pubblicato per intero – http://puntocontinenti.it/?p=8598) Aggio ha descritto una realtà molto diversa del suo Paese e quindi ci è sembrato particolarmente interessante andare a intervistarlo.

 

 Professore di Storia Contemporanea nello Stato di San Paolo del Brasile, Aggio ha compiuto studi e seminari a Valencia in Spagna e all’Università di Roma 3, oltre a insegnare all’Università di Santiago del Cile e di Compostela in Spagna. Collaboratore del prestigioso giornale di San Paolo ‘O Estado de Sao Paolo’ Aggio scrive per numerosi giornali e riviste in molti Paesi. Inoltre è autore di diversi libri di successo tra cui ‘Democrazia e socialismo: l’esperienza cilena’, ‘Fronte popolare’, ‘Radicalismo e rivoluzione passiva in Cile’, ‘Una nuova cultura politica’, ‘Gramsci e la vitalità di un pensiero’, ‘Politica e società in Brasile’, ‘Pensare il Secolo XX’, ‘Gramsci nel suo tempo’. Il suo libro più recente è ‘Un posto nel mondo – Saggio di storia politica latino-americana’. Attualmente collabora con il Sito Gramsci e il Brasile (www.gramsci.org) ed è membro della redazione della rivista ‘Politica Democratica’ edita dalla Fondazione Astrojildo Pereira.  

 

In questo momento il Brasile si trova in una situazione economica difficile. Ciò dipende soprattutto dalla congiuntura internazionale o anche da fattori interni?

 

La crisi brasiliana non deriva direttamente dalla crisi economica internazionale. Essa dipende da scelte sbagliate realizzate nel corso del primo mandato della Presidente Dilma Rousseff. Queste decisioni hanno inciso sulla gestione finanziaria del Governo generando un forte deficit e rendendo complicato il finanziamento di progetti pubblici infrastrutturali e la stessa gestione della macchina governativa.

 

Dopo la vittoria elettorale nell’ottobre del 2014, Dilma ha dovuto cambiare rotta e adottare misure che non erano inserite nel suo programma o nei discorsi effettuati in campagna elettorale, con tagli in diverse aree, tra cui la Sanità e l’Istruzione. Ciò si è rivelato abbastanza condizionante e ha colpito l’immagine e la popolarità della Presidente. A causa di questo inganno elettorale è diminuita la sua popolarità e la credibilità. La crisi ha, quindi, radici interne. La crisi politica ha avuto ripercussioni sul piano economico e nel 2015 la recessione è arrivata al 3% del Pil, mentre si prevede un 2% per il 2016. Altri Paesi Latino americani, come ad esempio il Cile, il Perù e la Colombia, non si trovano nella situazione del Brasile.

 

I giornali parlano molto di impeachment contro la Presidente Dilma Roussef del Partito dei Lavoratori (PT) per aver utilizzato impropriamente fondi bancari per programmi sociali. Secondo lei il pericolo di una destituzione esiste concretamente?

 

E’ in corso tutta una battaglia politica per le strade e in Parlamento che tra le altre cose chiede l’impeachment della Presidente. E’ possibile che questa richiesta vada avanti o no. Molto dipende da come la battaglia si svilupperà. C’è tuttavia un equivoco nella domanda: Dilma non ha usato le risorse delle banche pubbliche per finanziare programmi sociali. Già è stato dimostrato che non fu così. Queste risorse sono state usate per investimenti in società private che beneficiano di linee di credito dalle banche pubbliche. Ciò evidenzia uno squilibrio nell’utilizzo  delle risorse pubbliche nonché una scelta discutibile sul piano giuridico.

 

In questi giorni Dilma riesce a mantenersi a gala grazie alla fedeltà in Parlamento del suo alleato il Partito del Movimento Democratico Brasiliano (PMDB). Questo partito esprime il vice Presidente della Repubblica Michel Temer, che sarebbe il diretto beneficiario nel caso della proclamazione di impedimento della Presidente. Ma il partito sa anche che la situazione economica e finanziaria del Paese è compromessa e che non può assumere il potere in assenza di una reale alternativa. Per questo il PMDB non rompe con il PT, passando all’opposizione. Di conseguenza l’impeachment rimane in sospeso. D’ora in poi il Paese avrà una serie di Governi tampone, con cambiamenti di Ministri che cercano di evitare l’impedimento e recuperare qualche credibilità, con l’obiettivo di sopravvivere fino al 2018, quando sperano di tornare al potere con Lula.

 

Molti sostengono che la caduta della Roussef generebbe un vero caos politico. Già oggi ci sono 28 partiti in Parlamento che hanno grandi difficoltà ad accordarsi. Come si uscirà da questa situazione?

 

Non credo che una eventuale caduta di Dilma provocherebbe un caos politico. L’Istituto dell’impeachment fa parte della Costituzione del 1988 ed è stata utilizzata contro il Presidente Collor de Melo. Il problema è politico nel senso che si tratta di capire fino a che punto il PT e la sinistra, che si oppone ad esso ma lo sostiene, riuscirà a resistere e in che forma. Non si sta, comunque, alimentando una lotta di classe aperta contro un governo rivoluzionario. I Governi del PT non sono stati e non sono di questa natura. Tanto meno si sta pianificando un golpe. L’impedimento di qualsiasi Presidente del Brasile è parte dell’Ordine Costituzionale vigente, quello che si sta facendo è pienamente legittimo.

 

Dall’altro lato la frantumazione politica è un fatto reale. Comunque, non sono i piccoli partiti a complicare la situazione ma i grandi. La situazione politica è drammatica in ragione del fatto che i grandi orientamenti politici del Paese non riescono a costruire un consenso politico. La causa principale è che non c‘è più alcuna fiducia tra gli imprenditori, la classe media, i lavoratori e altri nel Goveno guidato dalla Dilma e nel PT. E’ un equivoco sostenere che la crisi è determinata dall’opposizione o dalla frammentazione politica. La crisi politica e la perdita di credibilità è stata provocata all’interno del Governo e non al suo esterno.

 

In questo momento Lula, che è l’eminenza grigia del Governo Dilma, ha assunto il comando politico del Paese e cerca di rinsaldare il PT per tutelare il Ministro delle Finanze e la sua proposta di riaggiustamento fiscale, che è l’unico modo per recuperare la credibilità tra gli imprenditori, per evitare l’esplosione dell’inflazione e per fermare la recessione. Più di questo il Governo Dilma non è in grado di fare, oltre a compiere manovre per impedire l’impeachment.

 

A proposito di Lula si parla di un possibile accordo con l’ex  Presidente Enrique Cardoso, cioè, con l’altro grande ‘vecchio’della politica brasiliana. Lo ritiene possibile?

 

E’ un sogno che non si può più avverare. Ritengo del tutto improbabile un accordo tra Lula e Cardoso. Lula da molto tempo ha scelto quale strategia perseguire: fare alleanze e sottomettere gli alleati. Come si dice in Brasile: il PT non cerca alleati ma sudditi. E Cardoso non si presta a questo gioco. Gli alleati del PT si stanno muovendo per mantenere il coltello il più vicino possibile alla gola di Dilma e del PT. Il PMDB ha già annunciato che alle prossime elezioni presidenziali del 2018 avrà un candidato proprio e non starà più con il PT. Di conseguenza il Partito dei Lavoratori è un attore che sta vivendo il suo declino storico.

 

Come vede il futuro del Brasile?

 

E’ molto difficile fare previsioni certe in questi giorni. Il Paese si è sempre compiaciuto di essere il Paese del futuro. Per alcuni anni ha vissuto nell’illusione che il futuro fosse arrivato. L’attuale crisi dimostra che questa convinzione non era vera e che i profeti di ieri si sono sbagliati. L’industria brasiliana è tornata ai valori degli anni quaranta. Il nostro sistema educativo è scadente, alla pari di quello della sanità e della sicurezza. Si è creduto che la modernità coincidesse con l’innalzamento del consumo privato e niente più. Questo è stato l’eden di Lula. Ora, invece, il Paese si rende conto che la realtà è più complessa. Di conseguenza…

(6) NUOVO STATO SOCIALE: IL DRAMMA ‘CASE’

Posted by Rainero Schembri On ottobre - 20 - 2015 Commenti disabilitati su (6) NUOVO STATO SOCIALE: IL DRAMMA ‘CASE’

Quest’articolo fa parte del libretto ‘NUOVO STATO SOCIALE – Dai Comuni all’Europa’ di Rainero Schembri, edito dal nuovo Partito della Convergenza Socialista, con la prefazione del Segretario Generale Manuel Santoro. Insieme ai capitoli del libretto vengono pubblicati anche altri significativi articoli sull’argomento.

 

Grazie ai giornalisti del Corriere della Sera Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo la parola ‘casta’ è entrata nel gergo politico per indicare un gruppo di persone altamente privilegiate, che godono di stipendi e pensioni strepitose, che evadono le tasse, che possono compiere impunemente qualsiasi sopruso. Persone che per l’appartenenza a certe famiglie, per il potere economico che si sono creati, per i legami con i potentati, praticamente sono diventati degli intoccabili.

 

Purtroppo, insieme a questa casta di privilegiati convive un’altra ‘casta’, ugualmente ‘intoccabile’ ma per motivi esattamente opposti. Parliamo dei cittadini di serie Z, cioè, di quelli che non hanno diritto a nulla, nemmeno a votare. La loro colpa? Non avere una casa, un posto dove abitare, una residenza fissa. I cosiddetti ‘senza tetto’ se non hanno qualche istituzione religiosa o assistenziale disponibile a concedere a loro almeno una residenza fittizia non possono:
a) ottenere prestazioni previdenziali e assistenziali spettanti all’INPS;
b) accedere all’assistenza Sanitaria;
c) presentare domanda per l’accesso all’edilizia popolare;
d) iscrivere i propri figli a scuola;
e) firmare un contratto;
f) aprire una partita Iva;
g) avviare una propria attività;
h) ricevere una scheda elettorale.

 

In sostanza, anche loro sono degli ‘intoccabili’ ma nel senso che nessuno ha interesse a farsi toccare da loro, visto che non consumano, non pagano le tasse (perché non possono e non hanno nulla su cui farsi tassare) e, soprattutto, non votano. Se a queste persone non vengono offerte nemmeno gli strumenti essenziali per uscire da questa situazione allora moralmente siamo tutti un po’ cittadini di serie Z. Prima di andare avanti diamo uno sguardo veloce a ciò che avviene all’estero per quanto riguarda, in particolare, il problema casa.

 

Grecia. Paradossalmente su questo fronte l’Italia sta peggio della Grecia. Spiega l’Ambasciatore greco in Italia Themistoklis Demiris: “Ogni cittadino greco viene iscritto per legge, al momento della sua nascita, negli atti previsti dall’anagrafe. Oltre a questo, eventuali casi di cittadini senza tetto possono aver acceso all’assistenza sanitaria, se ricorrono in un ospedale pubblico in caso di urgenza. Tali cittadini possono anche votare, se sono iscritti nelle liste elettorali. Inoltre, i cittadini senza tetto possono fare la dichiarazione dei redditi e ovviamente possono firmare dei contratti che li vincolano legalmente. Essi possono anche usufruire dei servizi sociali finalizzati ai senza tetto predisposti dai diversi comuni del Paese, oppure dalla Chiesa o altri enti locali. La mancanza di una dimora permanente o di una residenza non costituisce un impedimento per una serie di atti in Grecia”. (1)

 

Francia. “Il diritto di voto di un cittadino”, spiega l’ex Ambasciatore francese in Italia Alain Le Roy, “non può essere leso a causa delle sue condizioni economiche e sociali. La Francia ha affrontato seriamente questo problema, impedendo alla discrezionalità di questo o quel comune di decidere del diritto di voto di un libero cittadino. Dal 1998, le persone senza residenza possono eleggere domicilio presso un centro comunale di azione sociale (CCAS) o qualsiasi organismo accreditato dalla Prefettura del loro Dipartimento. La domiciliazione ha permesso a persone disagiate di ricevere la loro posta e di far valere alcuni diritti, in particolare: il rilascio di un documento d’identità e l’iscrizione alle liste elettorali. Inoltre, possono usufruire delle seguenti prestazioni sociali: reddito di solidarietà attiva, assegno per adulto con handicap, sussidi personalizzati per l’autonomia”. (2)

 

Brasile. Dice l’Ambasciatore del Brasile in Italia Ricardo Neiva Tavares: “Creato nel 2009, il programma Minha Casa, Minha Vida (Mia Casa, Mia Vita), che contempla tanto le aree urbane come le rurali, si pone l’obiettivo di affrontare una delle grandi sfide del Brasile: il deficit abitativo. A tal fine, beneficia le famiglie brasiliane che desiderano acquistare il loro primo immobile e, sul versante rurale, consente l’acquisto di materiale per la costruzione di una casa nuova o la ristrutturazione dell’abitazione. Dal suo inizio”, dice ancora l’Ambasciatore, “il programma ha già acquisito più di 3,2 milioni di abitazioni e ne ha consegnate 1,5 milioni. Presenta, inoltre, importanti risultati nell’ambito economico e nella generazione di posti di lavoro. Stimola la catena produttiva dell’industria dell’edilizia, che è intensiva in mano d’opera. Nel 2012, si stima che il programma abbia avuto un impatto dello 0,8% nel PIL del Paese”. L’Ambasciatore ha poi ricordato che già nel 2013 era stato raggiunto il 75% dell’obiettivo programmato. (3)

 

 

Purtroppo, in questo momento storico in quasi tutti i Paesi il problema casa non riguarda solo i nullatenenti ma strati sempre più ampi della società. Pensiamo solo alle difficoltà e ai disagi a cui vanno incontro le nuove generazioni, desiderose di acquistare una casa per rendersi indipendenti o per creare una famiglia. Un crescente numero di giovani si vede così costretto a vivere a lungo con i genitori, nella consapevolezza di come senza aiuti familiari e con una situazione lavorativa sempre più precaria, sia diventato difficilissimo comprare o affittare una casa. Alla massa di questi giovani vanno poi aggiunti i divorziati (anch’essi in numero crescente) costretti a dormire in automobile, nonché gli anziani e i malati, spesso sballottati in strutture che sono dei veri lager. Visitarli per crederci. Il problema è che in Italia l’ultimo concreto progetto residenziale è stato avviato nel lontano dopo guerra, quando fu lanciato il Piano INA-casa, conosciuto anche come ‘Piano Fanfani’. Un progetto che in 14 anni ha occupato oltre 600.000 lavoratori con la costruzione di ben 350.000 alloggi.

 

 

Dalle parole a fatti possibili. Il problema casa andrebbe probabilmente affrontato tenendo conto che, come già avviene nei Paesi dell’Europa del nord, è possibile fare un largo ricorso e incentivo alle case prefabbricate (per non parlare delle case auto-edificate), che oltre ad essere ecologiche, sicure e ad alto risparmio energetico, costano decisamente meno: circa mille euro al metro quadrato. Naturalmente, come spesso accade in Italia, il vero problema non è di natura tecnica ma di scelta politica: occorre superare (cosa da non poco) le colossali resistenze di coloro che attualmente gravitano intorno all’edilizia.

 

Parliamo naturalmente dei grandi costruttori e palazzinari che non hanno alcun interesse a che s’affermi questo tipo di edilizia. Inoltre, occorre semplificare e rendere disponibile l’acquisto di terreni su cui edificare. Sul piano strettamente economico la questione andrebbe, comunque, affrontata tenendo presente due situazioni molto diverse: a) quella delle persone che non sono proprio povere ma che senza gli aiuti famigliari non ce la farebbero mai ad acquistare o affittare una casa; b) quella delle persone che non dispongono di alcun reddito.

 

Persone con ridotte possibilità economiche. Per i giovani e le persone che hanno una modesta disponibilità economica, una delle soluzioni ipotizzabili, oltre al prefabbricato, potrebbe essere quella di assicurare mutui a tassi estremamente ridotti concessi da un sistema bancario pubblico che, a differenza di quello privato, non dovrà perseguire la massimizzazone dei profitti.

 

Nullatenenti. Premesso che anche in questo caso molto dipenderà dall’introduzione o meno del Reddito di cittadinanza, per i nullatenenti occorre sfruttare soprattutto l’enorme quantità di immobili dismessi: parliamo di case abbandonate, fabbricati inutilizzati, caserme dismesse, ecc. Questi immobili andrebbero trasformati in Residenze sociali dove ogni stanza, come in un albergo, viene affittato dallo Stato. Il costo mensile di questo affitto non dovrebbe superare (alla pari del sostegno alimentare) il 25% del Reddito di cittadinanza, qualunque esso sia.
Queste Residenze sociali dovrebbero trasformarsi in piccole comunità di persone che già si conoscono o che diventano amici, che socializzano tra loro, che sfruttano gli spazi comuni, che si aiutano vicendevolmente.

 

Ogni Residenza eleggerà un responsabile della gestione economica e della manutenzione dell’immobile. Con questo spirito e proposito lo Stato e i comuni dovranno anche agevolare la costruzione di nuove case con tante stanze e servizi comuni. In questo modo si andrebbe, tra l’altro, a favorire la socializzazione e l’uscita dall’isolamento a cui sembrano condannati moltissimi cittadini. L’idea di vivere in una Comune è stata molto praticata verso la fine degli anni sessanta e chi ha avuto la fortuna di fare un’esperienza di questo tipo ne è rimasto spesso positivamente segnato per la vita.

 

Nella Comune ognuno ha i suoi spazi personali e quando si sente solo può andare nello spazio comune (in genere un grande salone) per incontrare e scambiare con altri le proprie sensazioni ed esperienze quotidiane. Anche i bambini in genere si trovano bene e in qualche modo diventano figli di tutti. Certo, affinché questo modo alternativo di vita possa funzionare occorre una buona dose di elasticità mentale e capacità di adattamento. In ogni caso, quando i problemi di convivenza diventano insormontabili, la soluzione più semplice è fare le valigie e trasferirsi in un’altra Comune.
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(1) http://puntocontinenti.it/?p=5503
(2) http://puntocontinenti.it/?p=5492
(3) http://puntocontinenti.it/?p=5499

 

 Rainero Schembri

 

Nota: In precedenza sono stati pubblicati:

(1) UN IMPEGNO ORMAI IMPROROGABILE –  http://puntocontinenti.it/?p=7462

(2) LE INQUIETUDINI DEL XXI SECOLI – http://puntocontinenti.it/?p=7610

(3) GARANTIRE I 6 BISOGNI  ESSENZIALI – http://puntocontinenti.it/?p=7775

(4) LA DURA LOTTA ALLA FAME – http://puntocontinenti.it/?p=8083

(5) I VERI STRAPPI SONO ALTRI – http://puntocontinenti.it/?p=8215

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I COSPIRATORI DEL PRIORATO: ROMANZO SHOCK DI VITO BRUSCHINI

Posted by Rainero Schembri On settembre - 7 - 2015 Commenti disabilitati su I COSPIRATORI DEL PRIORATO: ROMANZO SHOCK DI VITO BRUSCHINI

 Vito Bruschini (autore del libro I cospiratori del Priorato)

 

Ci sono due modi per leggere l’ultima fatica letteraria dello scrittore e regista Vito Bruschini intitolata ‘I cospiratori del Priorato’: la prima è quella di considerarlo semplicemente un appassionante romanzo che ha per oggetto la lotta per il potere mondiale tra le varie congregazioni segrete. Il lettore che farà questa scelta potrà stare tranquillo: nelle sue mani troverà 384 pagine scritte con grande maestria, piene di suspence e colpi di scena, nella più classica tradizione del miglior trilling internazionale.

 

A questi lettori ci permettiamo solo di dare un semplice consiglio: per semplificare notevolmente la lettura è opportuno scrivere su un foglio in maniera separata i nomi degli appartenenti: a) al Club Bilderberg; b) al Priorato; c) alla GEA, cioè, a coloro che tentano di contrastare le due congregazioni; d) agli appartenenti alle forze di polizia. Se consideriamo, infatti, che i personaggi del libro sono una trentina e che l’autore, con un po’ di sadismo, si diverte a indicarli alternativamente per nome e cognome, non sempre risulta facile inquadrarli ad ogni nuova apparizione.

 

Ma, come abbiamo detto, c’è anche un secondo modo per leggere il libro di Bruschini, sicuramente più impegnativo ma anche molto più istruttivo. In questo caso bisogna partire dalla premessa che il libro non nasce da un semplice parto della fantasia dell’autore ma da una sua lunga esperienza in materia di logge segrete, lotte sotterranee, gruppi criminali in conflitto. Non a caso tra i suoi maggiori successi  (1) figurano pubblicazioni come l’intrigante romanzo ‘I segreti del club Bilderberg’, del quale, come si legge nella presentazione, “I cospiratori del Priorato’ rappresenta un ideale seguito”.

 

Ma cosa significa, in sostanza, leggere in modo più impegnativo il libro di Bruschini?

 

Significa confrontarsi con una realtà storica che forse è entrata nella sua ultima fase: cioè, la conquista definitiva del potere universale da parte di un ristrettissimo gruppo di persone. Fantapolitica? Forse. Rimane il fatto che già oggi è stato calcolato che una ottantina di persone hanno un reddito equivalente alla metà della popolazione mondiale; che il Grande fratello, ideato da George Orwell, è sempre meno un personaggio immaginario; che L’uomo a una dimensione, preconizzato da Herbert Marcuse, s’identifica sempre di più con l’uomo contemporaneo, appiattito su una posizione di mero consumatore e che ha come unica libertà quella di scegliere tra molti prodotti simili e spesso inutili.

 

Nel suo romanzo Bruschini fa riferimento a una serie di realtà esistenti come, ad esempio, il gruppo Bilderberg, che si è costituito nel 1954; i discussi Protocolli dei Savi di Sion; la fondazione di Tavistock, creata nel 1946 in Inghilterra e che si occupa di ‘lavaggi di cervello’; i suicidi di massa che hanno avuto un esempio concreto nel 1978 a Jonestown (Guyana); gli inquietanti incontri notturni nella foresta californiana, meglio conosciuti come ‘Bohemien Grove, ai quali hanno partecipato e partecipano esponenti governativi e massimi rappresentanti del mondo della finanza internazionale (come ha documentato un impressionante filmato del giornalista americano Alex Jones), ecc.

 

Naturalmente non sveleremo come per Bruschini finirà questa lotta per il potere universale che ormai sovrasta gli Stati, la politica e i partiti, e che ha come obiettivo finale la nascita di un governo mondiale dotato di una sola moneta a servizio del grande capitale. Il vero finale, infatti, s’identifica con  il dubbio  che il libro fatalmente lascia nella testa dei lettori: è tutto solo fantapolitica o siamo invece di fronte alla descrizione romanzata di un progetto politico terribilmente vero.

 

(1) Vito Bruschini ha pubblicato anche:

‘The Father. Il padrino dei padrini’;

‘Valanzasca. Il romanzo non autorizzato del nemico pubblico numero uno’;

‘La strage. Il romanzo di piazza Fontana’;

‘Educazione criminale. La snaguinosa storia del clan dei Marsigliesi’;

‘Romanzo mafioso’.

(5) NUOVO STATO SOCIALE: I VERI STRAPPI SONO ALTRI

Posted by Rainero Schembri On settembre - 3 - 2015 Commenti disabilitati su (5) NUOVO STATO SOCIALE: I VERI STRAPPI SONO ALTRI

Quest’articolo fa parte del libretto ‘NUOVO STATO SOCIALE Dai Comuni all’Europa’ di Rainero Schembri, edito dal nuovo Partito della Convergenza Socialista, con la prefazione del Segretario Generale Manuel Santoro. Insieme ai capitoli del libretto vengono pubblicati su Punto Continenti anche altri significativi articoli sull’argomento.

 

Sin dai primordi della storia, l’uomo ha avuto la necessità di ripararsi dal freddo  pungente o dalle scottature solari e desertiche, con eccezione forse delle fortunate tribù residenti nei luoghi temperati e che fino ai giorni nostri hanno vissuto felicemente in semi nudità, come gli indios dell’Amazzonia. Col passare dei secoli, il vestiario oltre a servire come protezione contro il freddo e il caldo e a coprire le parti più intime del corpo (a seguito di un crescente pudore), si è trasformato anche in un fatto di moda, di prestigio sociale, di seduzione. In questa nuova visione l’abbigliamento è diventato gradualmente in un grande affare commerciale, capace di dare lavoro e sostentamento a tantissime persone, come lo testimonia, ad esempio, la storia della moda italiana che ha rappresentato e rappresenta ancora oggi una delle eccellenze mondiali.

 

Fin qui, tutto bene. Nessuno intende, infatti, negare l’importanza e il valore della moda. Allo stesso tempo, però, è bene tenere presente che lo scopo ‘essenziale’ di
ogni capo d’abbigliamento rimane sempre quello di proteggere il corpo contro le intemperanze climatiche. Il resto, per quanto apprezzabile, è solo un aspetto superfluo del quale potremmo privarci tranquillamente. In ogni caso, una società composta da tante persone che soffrono il freddo perché non hanno il necessario per ripararsi, potrà anche essere una società raffinata nei suoi tessuti e tagli ma resterà sempre una società arretrata e ingiusta sul piano sociale. Da non sottovalutare, poi, il fatto che chi è costretto a indossare degli stracci, magari strappati, e quindi a non avere un abbigliamento minimamente dignitoso, è soggetto automaticamente a una forma di discriminazione sociale. E qui non c’entra la moda ma la semplice constatazione che difficilmente un povero vestito da straccione troverà un lavoro. A sbarrargli la strada potrebbe essere proprio uno di quei signori ‘per bene’ che amano portare finti strappi sul pantalone: una moda che ha sempre avuto il sapore di uno sfregio verso chi è costretto a convivere con i veri strappi della povertà.

 

Simbolicamente una cosa che l’occidente potrebbe invidiare al mondo arabo e alle popolazioni più legate alle tradizioni, sono le comodissime tuniche lunghe spesso
abbinate a dei semplici sandali usati anche dalla classi più ricche. C’è qualcosa di più comodo, economico ed egalitario? Anche Gesù Cristo si vestiva con una normale tunica. Lo stesso faceva Buddha, che proveniva da una famiglia ricchissima. Simile scelta è stata ripetuta quasi mille e settecento anni dopo da San Francesco. E poi da Gandhi. In tutte le epoche storiche gli appartenenti alle comunità religiose e filosofiche, sia in oriente che occidente, si sono sempre vestite in una maniera semplicissima, ‘essenziale’. Anche le persone colte e spiritualmente elevate, hanno quasi sempre dedicato una scarsissima importanza all’abbigliamento. Detto ciò, obiettivamente appare difficile immaginare che in occidente possa prevalere da un giorno all’altro l’uso della tunica, sia per gli uomini che per le donne. Tuttavia, perché non immaginare una larga diffusione di un abbigliamento estremamente semplice, maneggevole e pratico. Un abbigliamento che potrebbe anche rispecchiare un particolare modo di pensare.

 

Qualcosa del genere è già accaduto negli anni scorsi. Facciamo riferimento a un abbigliamento di origine italiana: i blue jeans. Si, proprio i blue jeans che molti erroneamente credono che sia una cosa americana legata ai cowboys, e quindi lontana dalla cultura europea e, in particolare, da quella italiana. I primi blue jeans risalgono, infatti, al XV secolo quando a Genova i pantaloni venivano fatti con la tela blu usata per le vele. Del resto, la stessa parola jeans deriva da bleu de Genes, ovvero blu di Genova in lingua francese. E’ vero, invece, che solo nella seconda metà dell’ottocento, a seguito della scoperta dell’oro in California, i vestiti in jeans ebbero una grande diffusioni. Tuttavia, anche Garibaldi e i garibaldini fecero largo uso dei ‘genovesi’. Nel ventesimo secolo ci fu poi una vera esplosione dei jeans che presto, con l’introduzione di una serie di varianti e abbellimenti, divennero molto costosi tradendo così lo spirito originario dei jeans.

 

Da ricordare, giusto per la cronaca, che nel novembre del 2004 per commemorare la nascita di questo tessuto è stato disegnato a Genova dagli studenti del liceo artistico Nicolò Barabino (e realizzato dagli studenti dell’Istituto Professionale ‘Duchessa di Galliera’) un mega pantalone ‘blu di Genova’ alto 18 metri, realizzato con 600 paia di vecchi jeans e issato su un’alta gru del porto antico della città. Ebbene, perché non immaginare che altri studenti italiani o anche grandi case di moda progettino un nuovo abbigliamento ‘Made in Italy’ low cost, in grado di portare insieme alla stoffa anche una nuova concezione della vita, oltre a contribuire a risolvere uno dei più gravi problemi sociali.

 

Dalle parole a fatti possibili. La prima idea che spontaneamente viene in mente è quella di promuovere e sviluppare nell’ambito dei vari Comuni grandi centri di raccolta e smistamento di capi di abbigliamento suddivisi in due reparti: quello dell’usato e quello del nuovo low cost. Il reparto dell’usato verrebbe rifornito direttamente dalla popolazione e tutti i capi verrebbero venduti in maniera controllata (non più di tre a persona) a un prezzo simbolico di 1 euro. Il reparto del nuovo si baserebbe, invece, su una produzione di massa sovvenzionata dallo Stato. Per quanto riguarda la fattibilità economica occorre lavorare intorno a un’ipotesi che preveda che ogni cittadino possa vestirsi dignitosamente spendendo mensilmente l’equivalente al 10% del Reddito di cittadinanza.

 

Anche in questo caso (come già suggerito per l’alimentazione) importante è far accompagnare l’intera iniziativa da un’adeguata campagna di sensibilizzazione culturale. In sostanza, l’abbigliamento low cost non deve trasformarsi in una ‘divisa dei poveri’, perché sarebbe discriminatorio e umiliante, ma in una scelta di vita. Allo stesso modo che i jeans sono diventati un fenomeno popolare e trasversale tra le classi, così l’abbigliamento low cost potrebbe rispecchiare una certa filosofia di vita. Detto diversamente, sostituire ogni tanto l’abito firmato con un capo ‘low cost’ non solo sarebbe una scelta di praticità ma farebbe anche bene allo spirito. Sarebbe un po’ come praticare il digiuno per capire quanta sia dura la fame.

 Rainero Schembri

 

Nota: In precedenza sono stati pubblicati:

(1) UN IMPEGNO ORMAI IMPROROGABILE –  http://puntocontinenti.it/?p=7462

(2) LE INQUIETUDINI DEL XXI SECOLI – http://puntocontinenti.it/?p=7610

(3) GARANTIRE I 6 BISOGNI  ESSENZIALI – http://puntocontinenti.it/?p=7775

(4) LA DURA LOTTA ALLA FAME – http://puntocontinenti.it/?p=8083

Il primo libro di Convergenza Socialista dal titolo “NUOVO STATO SOCIALE – Dai Comuni all’Europa” e’ disponibile nei maggiori negozi online di e-books (presto anche in formato cartaceo).

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(4) NUOVO STATO SOCIALE: LA DURA LOTTA ALLA FAME

Posted by Rainero Schembri On luglio - 30 - 2015 Commenti disabilitati su (4) NUOVO STATO SOCIALE: LA DURA LOTTA ALLA FAME

Quest’articolo fa parte del libretto ‘NUOVO STATO SOCIALE Dai Comuni all’Europa’ di Rainero Schembri, edito dal nuovo Partito della Convergenza Socialista, con la prefazione del Segretario Generale Manuel Santoro. Insieme ai capitoli del libretto vengono pubblicati anche significativi articoli sull’argomento.

 

Il problema della fame non è ovviamente un problema italiano ma mondiale. Secondo un rapporto del World Food Programme, l’agenzia delle Nazioni Unite con sede principale a Roma e che si occupa di assistenza alimentare, il quadro generale si presenta così (1):

– 805 milioni di persone nel mondo non hanno abbastanza da mangiare. Questo numero è diminuito di 209 milioni dal 1990.

– La stragrande maggioranza delle persone che soffrono la fame (709 milioni) vive nei Paesi in via di sviluppo, dove il 13,5% della popolazione è denutrita.
– L’Asia ha la più alta percentuale di persone che soffrono la fame nel mondo (circa 525 milioni), ma questo numero si sta riducendo.
– Se le donne avessero lo stesso accesso degli uomini alle risorse, ci sarebbero 150 milioni di affamati in meno sulla terra.
– La scarsa alimentazione provoca quasi la metà (45%) dei decessi dei bambini sotto i cinque anni (3,1 milioni di bambini ogni anno).
– Nei paesi in via di sviluppo, un bambino su sei (sono circa 100 milioni) è sottopeso. Un bambino su quattro nel mondo soffre di deficit di sviluppo. Nei paesi in via di sviluppo, questa percentuale può crescere arrivando a un bambino su tre.
– L’80% dei bambini con deficit di sviluppo vive in 20 paesi.
– Nei paesi in via di sviluppo, 66 milioni di bambini in età scolare (23 milioni nella sola Africa) frequentano le lezioni a stomaco vuoto.
– Il WFP calcola che ogni anno sono necessari 3,2 miliardi di dollari per raggiungere i 66 milioni di bambini in età scolare vittime della fame.

E le prospettive future non sono certamente incoraggianti: secondo un gruppo di esperti del ‘Consiglio americano per le scienze e le tecnologie agricole’ nel 2020 la popolazione mondiale dovrebbe raggiungere i 7 miliardi e 700 milioni di persone e la maggior parte di questo aumento demografico (il 95%) dovrebbe avvenire nei Paesi in via di sviluppo. Una proiezione a dir poco preoccupante se si considera che già ora circa
800 milioni di persone sono malnutrite. immigrati clandestinamente. La situazione comincia ad essere drammatica anche nei Paesi più sviluppati, a cominciare dagli Stati Uniti dove su poco più di 316 milioni di abitanti, i poveri che vengono sfamati con i buoni pasto sono circa 4 milioni. Lo stesso vale per l’Europa.

Secondo un rapporto sulla crisi economica pubblicato il 10 ottobre del 2013 dalla Federazione internazionale della Croce Rossa, oggi nel continente europeo (comprendente tutti i Paesi e non solo quelli aderenti alla UE) su 742,5 milioni di abitanti (circa 11% della popolazione mondiale) ben 43 milioni di cittadini vivono con ‘insufficienti risorse alimentari’ e 120 milioni sono a rischio povertà, tanto da far parlare esplicitamente della “peggiore crisi umanitaria dal dopoguerra”. Solo in Italia, secondo l’Istat, le persone in povertà assoluta, cioè incapaci di
sostenere la spesa minima mensile per l’alimentazione, la casa, i vestiti, sono passate da 2,4 milioni del 2007 a sei milioni nel 2013.

Di fronte a questo disastro come ha reagito l’Unione Europea?

Purtroppo, riducendo i sostegni sociali. Nel 1987 vigeva, ad esempio, il programma europeo di aiuti alimentari agli indigenti (PEAD). In sostanza, l’UE acquistava le eccedenze per poi distribuire gratis le derrate ai vari Ministeri dell’Agricoltura che, a loro volta, passavano questi alimenti alle associazioni caritative. Contro questo sistema nel 2011 è stato presentato un ricorso alla Corte di giustizia europea da parte della
Germania con il sostegno di Svezia, Austria, Olanda e Gran Bretagna. Per questi Paesi, infatti, l’aiuto alimentare rimane un fatto di esclusiva competenza dei singoli Governi. In parole povere, ognuno deve pensare a se stesso.

Va detto, però, che dal 1 gennaio del 2014 al posto del PEAD è subentrato il FEAD, il nuovo fondo di aiuti europei per i bisognosi, con una dotazione economica ridotta, sicuramente non sufficiente (a detta dello stesso Comitato economico e sociale europeo) e non più vincolato ai soli aiuti alimentari. Il Fondo prevede la distribuzione di 3 miliardi e 800 milioni di euro da spalmare nel periodo 2014-2020. D’ora in poi ogni Stato membro può scegliere come utilizzare il proprio finanziamento FEAD (per l’Italia si parla di circa 40 milioni di euro l’anno) per combattere una o più forme di privazioni, dai cibi ai vestiti e libri scolastici. E chi ha già provveduto autonomamente con il proprio sistema sociale (com’è il caso dei Paesi nordici), può spendere questi soldi diversamente.

Tutti i Paesi dell’UE sono, comunque, tenuti a contribuire al rispettivo programma nella misura di almeno il 15% mediante cofinanziamenti nazionali. Ma prima di andare avanti, per completezza d’informazione diamo uno sguardo su come il problema della fame nel mondo, che continua a colpire oltre 800 milioni di persone, viene affrontato su scala internazionale e su come alcuni importanti Paesi stanno risolvendo la delicata questione.

Nazioni Unite. Oltre alle grandi agenzie internazionali come la FAO, l’IFAD, WFP (tutte con sede principale a Roma), dei problemi dell’alimentazione, della fame e dei disagi estremi si occupano varie agenzie umanitarie tra cui Medici Senza Frontiere (2), Croce Rossa Internazionale (3), Movimento della Mezzaluna Rossa (4), Save the children (5), Asia Onlus (6), Emergency (7), World Friends Onlus (8) e altri.

Stati Uniti. Negli USA vige dagli anni ’30 il sistema Snap (programma americano di assistenza per la nutrizione supplementare) che eroga i ‘Food Stamps’, cioè, buoni pasto che consentono almeno di mangiare. Secondo la CBO (l’agenzia indipendente che analizza i temi economici e di bilancio per conto del Campidoglio) nell’anno fiscale 2011 sono stati distribuiti buoni alimentari a quasi 45 milioni di americani, circa
uno su sette. I beneficiari del piano pubblico ricevono in media 134 dollari al mese dallo Stato per l’acquisto di cibo, semi e piante (alcool e tabacco esclusi), con punte di 668 e minimi di 16.

Cina e India. Due Paesi che hanno deciso di dare scacco matto alla fame sono la Cina e l’India. Secondo dati forniti dal Policy Institute International Food Research, nel periodo che va dal 1990 al 2012 la Cina ha fatto abbassare l’indice della fame dall’ 11,8 % al 5,1% della popolazione. Risultati meno incoraggianti ha registrato l’India anche se New Delhi ha lanciato un sostanzioso piano per sconfiggere la fame affidato al National Food Security Bill. Un piano che prevede una sovvenzione del 67% per l’acquisto di grano e riso (3 rupie, ovvero, 3 centesimi di euro per il riso), 2 rupie al chilo (2 centesimi di euro) per la farina e 1 rupia per un chilo di altri cereali secondari).

Brasile. La FAO ha riconosciuto che il Brasile è stato il Paese che maggiormente si è impegnato nella lotta alla fame. Spiega l’Ambasciatore del Brasile a Roma Ricardo Neiva Tavares: “Dalla sua creazione, il programma ‘Fome zero’ (Fame zero) è diventato strategia governativa per orientare le politiche economiche e sociali. La strategia del programma è il risultato dell’identificazione della fame come forma acuta di
povertà ed esclusione sociale ed economica. Le azioni del ‘Fome zero” e del ‘Bolsa família’ (Bonus famiglia), lanciate nel 2003, come pure i programmi ‘Brasil sem miséria’ (Brasile senza miseria) e ‘Brasil carinhoso’ (Brasile affettuoso), avviati nel 2011 e 2012, dimostrano l’impegno del Paese nelle politiche sociali a favore dei settori più sfavoriti”. Prosegue l’Ambasciatore: “Tra il 2003 e il 2013, 36 milioni di brasiliani sono
stati sottratti alla povertà assoluta. Il Piano ‘Brasil sem miséria’, lanciato nel 2011, ha costruito, partendo dal Programma ‘Bolsa família’, una piattaforma che opera su tre grandi assi: garanzia di reddito, inclusione produttiva e accesso a servizi pubblici”. (9)

Francia. Ci sono varie tipologie di aiuti sociali ‘diretti’, in natura (con cestini, pacchi) o finanziari (con sussidi per le mense, buoni alimentari, aiuti in denaro). Le persone può recarsi presso i Centri alimentari sociali ovvero negozi solidali di prodotti alimentari, o in ristoranti sociali. Questa vasta gamma di aiuti, offerta di fronte all’emergenza di alcune situazioni estreme, permette di dare una risposta precisa e appropriata a moltissime situazioni. Dice l’ex Ambasciatore francese a Roma Alain Le Roy; “Tramite il nuovo Fondo europeo per gli aiuti agli indigenti, la Francia mette delle derrate alimentari a disposizione delle banche alimentari e delle organizzazioni caritative come le Secours Populaire, les Restos du Coeur, la Croix Rouge. Inoltre, numerosi comuni hanno aperto dei ristoranti solidali e numerose reti di associazioni offrono un servizio di mense. Parigi”, sottolinea ancora l’Ambasciatore, “può contare su sette ristoranti solidali in vari
quartieri. Ogni ristorante può servire la sera fino a 150 pasti gratuiti. Inoltre, i ‘Restos du coeur’, finanziati per un terzo da denaro pubblico e per due terzi da donazioni private, è la più diffusa rete di mense per i poveri di Francia. Nel 2011, l’associazione ha servito oltre 109 milioni di pasti, a 860 mila beneficiari, grazie alla mobilitazione di 60 mila volontari in tutta la Francia”. (10)

Grecia. Interessante osservare come viene affrontato l’emergenza alimentare in uno dei Paesi dell’Unione Europea maggiormente colpiti dalla crisi. Spiega l’Ambasciatore greco a Roma Themistoklis Demiris; “Grazie a una fitta rete di solidarietà e di legami famigliari che in Grecia sono ancora molto forti, in genere l’estrema povertà non è accompagnata da fenomeni di degrado che si notano in altri Paesi”. A sentire l’Ambasciatore, gli sforzi del governo ellenico per venire incontro in materia alimentare al ceto più debole della popolazione si concentrano essenzialmente su: a) un programma pilota che garantisce il salario minimo in due aree del Paese con diverse caratteristiche socioeconomiche; b) la distribuzione di un sussidio sociale, che ammonta a 450 milioni di euro; c) l’efficace utilizzo del Fondo Europeo di Aiuti ai più bisognosi economicamente (FEAD). Alla Grecia spettano 249,3 milioni di euro che dovrebbero corrispondere, su base annua, a 41,5 milioni di euro. (11)

Italia. Come si è adeguato il nostro Paese ai cambiamenti in Europa per far fronte a una situazione interna che vede “la quota di individui in famiglie che non possono permettersi un pasto proteico adeguato ogni due giorni cresciuta dal 12,4% del 2011 al 16,8% nel 2013″? (secondo dati inseriri in una nota governativa inoltrata a Bruxelles). Prima di rispondere a questa domanda è bene soffermarsi sul fatto che gli italiani sono sempre più poveri. Le famiglie ‘indigenti’ sono passate, infatti, dal 20% al 28%. Ormai è stato raggiunto un livello di povertà preoccupante. Per quanto riguarda la creazione in Europa della FEAD, l’Italia ha risposto aprendo un ‘tavolo di discussione’ presieduto dal ministro del lavoro Giuliano Poletti al quale sono stati invitati sindacati, enti caritativi, Regioni, Comuni, altri interlocutori. Nella sostanza l’Italia si è trovata impreparata. Eppure “il blocco dei sussidi”, ha sostenuto Federico Fubini nell’inserto Economia e Finanza di Repubblica (12) “era talmente prevedibile che il governo di Enrico Letta aveva persino creato un fondo per garantire gli approvvigionamenti di quest’anno, ma non è servito: la Legge di stabilità lo finanzia con appena 10 milioni, un decimo delle somme necessarie”. Fubini ha ricordato, poi, che nessuno di questi poveri “è stato raggiunto dal bonus fiscale da 80 euro al mese deciso dal governo”. In ogni caso anche in Italia un lavoro prezioso viene eseguito da diversi enti come la Croce Rossa, la Caritas, la Comunità di S. Egidio o il Banco Alimentare Roma Onlus: quest’ultimo nato nel 1990 e presieduto da Massimo Perrotta. Il Banco da 24 anni, attraverso l’opera di un gruppo di volontari supporta prevalentemente a Roma e nel Lazio, famiglie e persone che non hanno il pur minimo sostentamento e che spesso sono dimenticate nella loro solitudine.

A tanta generosità ‘individuale’ non corrisponde, purtroppo, un’adeguato, efficiente e trasparente sostegno pubblico. I vari scandali che si sono succeduti nel tempo hanno dimostrato che la lotta alla povertà spesso si è trasformata in corruzione e guadagni illeciti per gruppi criminali. La stessa AGEA, Agenzia pubblica nata nel 1999 per le erogazioni in Agricoltura, e che svolge un’attività di Organismo di Coordinamento ed Ente pagatore, è stata investita da una serie di scandali e inchieste in merito alle sue responsabilità nella cattiva gestione delle multe latte che hanno pesato notevolmente sul bilancio dello Stato italiano. Ma su tutte queste vergognose distorsioni forse è meglio stendere un “velo pietoso”, per cercare di ragionare in termini positivi e, quindi, tentare di trovare delle soluzioni concrete.

Dalle parole a fatti possibili. Considerata l’assoluta necessità di garantire, comunque, un pasto adeguato ogni giorno, non è certamente immaginabile proporre, soprattutto in una prima fase, un qualsiasi intervento pubblico che ostacoli o solo complichi l’impegno quotidiano esercitato dai numerosi enti caritatevoli e dal volontariato. Allo stesso tempo, però, non è accettabile che in assoluto lo Stato affidi quasi integralmente la soluzione del problema al volontariato e agli enti caritatevoli. Inoltre, un Nuovo Stato Sociale non può limitarsi a cercare di distribuire dei pasti gratuitamente ma deve anche preoccuparsi di garantire la dignità delle persone. Deve, cioè, mettere tutti i cittadini in condizione di acquistare i beni alimentari ad uso personale e famigliare.

Occorre, quindi, creare una grande rete di mense pubbliche o ristoranti convenzionati in grado di distribuire delle portate a costi estremamente contenuti. Insomma, pranzi e cene veramente low cost. Detto diversamente, la spesa per usufruire di un’alimentazione
soddisfacente non dovrà mai superare il 25% dell’ammontare mensile stabilito dal Reddito di cittadinanza che, come già detto, dovrà essere erogato automaticamente a tutti coloro che sono disponibili a impegnarsi nei servizi sociali. Le mense sociali dovranno poi essere accessibili a tutti. Non dovranno, cioè, trasformarsi in ghetti riservati solo ai poveri ma in luoghi di socializzazione tra giovani e anziani, tra persone in condizioni normali e quelle in difficoltà, tra individui provenienti da luoghi e realtà diverse.

Queste mense non faranno concorrenza ai ristoranti tradizionali. Chi frequenterà le mense sociali lo farà, infatti, solo per due motivi: o perché non ha altre possibilità economiche (e quindi non andrà mai nei ristoranti) o per un fatto di sensibilità sociale. In quest’ultimo caso si tratterà probabilmente di una frequentazione saltuaria. Ultima annotazione: mentre moltitudini di persone cercano disperatamente di combattere la fame, ogni anno in Europa 89 milioni di tonnellate di cibi ancora perfettamente commestibili (un milione solo in Italia) finiscono nella spazzatura per un valore equivalente ai PIL di Turchia (821,1 miliardi USD nel 2013) e Svizzera (685 miliardi USD, sempre nel 2013). Secondo la FAO, complessivamente buttiamo nel mondo cibo per 750 miliardi di dollari e produciamo 3,3 miliardi di tonnellate di Co2. Nel frattempo 300 milioni di persone soffrono di obesità e 1 miliardo sono in sovrappeso (in Italia gli obesi sono 4 milioni, mentre in soprappeso sono ben 16 milioni).
———-
(01) http://it.wfp.org/wfp-cifre/wfp-cifre
(02) in Italia: http://www.medicisenzafrontiere.it/
(03) www.cri.it)
(4) http://www.redcross.int/
(05) http://www.savethechildren.it/
(06) http://www.asia-ngo.org/j15/)
(07) http://www.emergency.it/index.html
(08) http://www.world-friends.it/
(09) http://puntocontinenti.it/?p=5499
(10) intervista su http://puntocontinenti.it/?s=Alain+Le+Roy
(11) http://puntocontinenti.it/?p=5503
(12) 21 settembre 2014 

 

 Rainero Schembri (giornalista)

 

 

Nota: In precedenza è stato pubblicato:

(1) UN IMPEGNO ORMAI IMPROROGABILE –  http://puntocontinenti.it/?p=7462

(2) LE INQUIETUDINI DEL XXI SECOLI – http://puntocontinenti.it/?p=7610

(3 GARANTIRE I 6 BISOGNI  ESSENZIALI – http://puntocontinenti.it/?p=7775

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PAOLO ROZERA: UN BAMBINO SU DIECI CONVIVE CON LA GUERRA

Posted by Rainero Schembri On luglio - 10 - 2015 Commenti disabilitati su PAOLO ROZERA: UN BAMBINO SU DIECI CONVIVE CON LA GUERRA

Bresciano, sposato con due figli, laureato in Scienze politiche, 49 anni, docente presso la Luiss di Roma, Paolo Rozera dall’inizio del 2015 è il Direttore Generale di Unicef Italia, l’organizzazioni internazionale che si occupa di problemi dell’infanzia. In precedenza è stato Responsabile dell’Ufficio Risorse Umane e Organizzative. Nel 1996 ha organizzato e coordinato il Forum Internazionale della Gioventù in occasione del Summit Mondiale sull’Alimentazione. Tra il 1999 e il 2000 ha collaborato con la FAO.

 

Da registrare che il Comitato Italiano per l’UNICEF è parte integrante della struttura globale dell’Unicef, il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia, l’organo sussidiario dell’ONU che ha il mandato di tutelare e promuovere i diritti dei bambini e adolescenti (0-18 anni) in tutto il mondo, nonché di contribuire al miglioramento delle loro condizioni di vita. Dal 1974 il Comitato Italiano opera in Italia a nome e per conto dell’UNICEF, sulla base di un Accordo di Cooperazione stipulato con l’UNICEF Internazionale. Per capire un po’ meglio la reale situazione dell’infanzia in questo difficile momento storico abbiamo posto alcune domande a Rozera.

 

Nell’ambito di tutte le tragedie attraversate dall’umanità in questo momento (guerre, terrorismo, fame, sfruttamento sul lavoro, ecc..) la situazione dell’infanzia  è certamente quella più delicata. Ci può dare una fotografia complessiva di questa situazione nel mondo?

 

Il momento storico che stiamo affrontando è molto difficile, soprattutto per i più piccoli. Pensi che oggi nel mondo più di 1 bambino su 10 vive in paesi o aree colpite da conflitti armati, questo significa che in media sono 230 milioni: un numero altissimo. Da disastri naturali fatali, ai conflitti violenti, alle epidemie, oggi i bambini nel mondo si trovano ad affrontare una nuova generazione di crisi umanitarie. Ad esempio, in Siria e nella regione le vite di oltre 7,6 milioni di bambini da oltre quattro anni sono state colpite da violenza e morte. Questi bambini sono stati lasciati fuori dalle cose fondamentali della loro vita, come la salute, l’istruzione e la protezione. Sono stati negati loro i diritti fondamentali per una guerra che non hanno deciso di vivere.

 

In Sud Sudan,  in solo tre settimane a maggio, circa 129 bambini dello stato di Unity sono stati uccisi. I sopravvissuti hanno raccontato solo alcune delle violenze terribili perpetrate su quei 129 innocenti. Non ci dobbiamo dimenticare però che ci sono bambini in difficoltà anche a pochi passi da casa nostra, come in Ucraina, dove dall’inizio del conflitto sono stati uccisi oltre 240 bambini. Questi sono solo alcuni esempi, alcuni dati che ho voluto riportare perché l’attenzione verso queste emergenze non si abbassi, perché nessun bambino venga lasciato senza assistenza umanitaria.

 

Oltre ad assistere i bambini sul campo, l’UNICEF svolge anche un’attività di pressione sui governi nazionali per il raggiungimento di obiettivi precisi? In che modo e con quali risultati?

 

La diffusione della cultura dell’infanzia e il rafforzamento del consenso intorno all’attuazione dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza sono il principale impegno delle azioni di advocacy dell’UNICEF. Per il Comitato Italiano per l’UNICEF realizzare queste attività significa innanzitutto promuovere e partecipare al cambiamento della società nel suo insieme per i diritti dell’infanzia, a favore della costruzione di un mondo a misura di bambini e adolescenti. Sin dalla sua nascita l’UNICEF in Italia ha avuto l’ambizione di sviluppare tutte le possibili sinergie tra le attività di raccolta fondi a sostegno dei progetti dell’UNICEF internazionale e l’attività di promozione di una cultura dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza nel nostro Paese e nel mondo.

 

Tutte le attività portate avanti hanno come quadro di riferimento i principi e le indicazioni riportate  nella Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza. Questa è un’azione trasversale su diversi livelli di applicazione: quello internazionale, quello nazionale, il regionale e il locale. Fondamentale, inoltre, la costruzione di reti con tutti coloro che condividano gli stessi principi, gli obiettivi e i metodi sia che appartengano al mondo delle Istituzioni così come della società civile. In tutti i paesi lavoriamo a stretto contatto con i Governi per fare in modo che i bambini siano al centro delle agende politiche nazionali, perché i loro diritti vengano riconosciuti e rispettati

 

All’interno dell’enorme problema dell’immigrazione c’è la drammatica situazione dei bambini che arrivano senza i genitori. Come affrontate questo problema?

 

Ritorniamo alla questione della vicinanza, dei diritti dei bambini negati solo a pochi passi dalle nostre case. Iniziamo col ricordare che nel mondo oggi sono circa 35 milioni i migranti internazionali sotto i 20 anni che rappresentano circa il 15% della popolazione migrante totale. Come UNICEF sosteniamo una migrazione efficiente e ben gestita, diritto di asilo e politiche di frontiera, nel pieno rispetto dei diritti fondamentali, in particolare dei bambini, come previsto nella Convenzione sui Diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Proprio per questo, noi richiediamo a tutti gli Stati politiche per una migrazione inclusiva e sostenibile.

 

Tutti i bambini migranti, rifugiati o richiedenti asilo, in particolar modo quelli non accompagnati o separati dalle proprie famiglie, sono vulnerabili a sfruttamento e abuso, sia durante il transito sia una volta arrivati nel paese di destinazione.  Le azioni dei governi non dovrebbero quindi nuocere ulteriormente al benessere di questi bambini e delle loro famiglie, considerando che hanno già dovuto affrontare considerevoli pericoli durante il viaggio. Questi bambini dovrebbero avere lo stesso accesso ai servizi di base di tutti gli altri bambini e adolescenti nei paesi di transito e di destinazione. Dovrebbero vedere riconosciuto il diritto ad accedere ad assistenza sanitaria, istruzione e sostegno sociale, perché questi servizi possono contribuire a sostenere la loro sopravvivenza e benessere.

 

L’UNICEF Italia, attraverso l’azione di advocacy, promuove politiche e pratiche che garantiscano il superiore interesse di tutti i bambini, in particolar modo i più vulnerabili, come quelli coinvolti nelle migrazioni. Inoltre, in alcuni dei comuni italiani in cui sono presenti bambini migranti e le loro famiglie i nostri volontari stanno svolgendo attività di sostegno attraverso la raccolta e la distribuzione di beni di prima necessità proprio per garantire loro aiuto nelle condizioni delicate in cui si trovano.

 

Quali sono oggi le priorità assolute dell’UNICEF nel mondo e in Italia?

 

Per l’UNICEF c’è una sola priorità assoluta, per la quale lavoriamo ogni giorno con grande impegno, rispetto e passione: il benessere dei bambini in tutto il mondo. All’inizio di quest’anno la nostra risposta alle emergenze globali comprendeva diversi interventi, ne cito solo alcuni: curare 2,7 milioni di bambini dalla malnutrizione acuta grave; vaccinare 13,6 milioni di bambini contro il morbillo; fornire a 34,3 milioni di persone accesso all’acqua sicura; proteggere 2,3 milioni di bambini garantendo loro sostegno psicosociale; aiutare quasi 5 milioni di bambini a ricevere un’educazione formale e non formale; fornire a 257.000 persone accesso alle informazioni su HIV e AIDS; controlli e terapia; raggiungere 395.000 persone con assistenza in denaro.

 

Il contesto è però evoluto, perché a questi grandi e importanti obiettivi se ne sono aggiunti altri, sono scoppiate nuove emergenze, come per il Nepal ad Aprile, a causa dei due terremoti che si sono abbattuti sul paese o in Yemen, dove le violenze continuano ad acuirsi coinvolgendo anche i bambini.

 

Vede quando un’emergenza è in corso i numeri delle vittime e delle persone coinvolte cambiano di giorno in giorno. Sono poche, purtroppo, le buone notizie che ci arrivano in termini di grandi numeri, allo stesso tempo però ci sono tante storie: bambini che guariscono dalla malnutrizione, o paesi in cui si è riusciti a coinvolgere quante più donne in gravidanza in programmi per la prevenzione della trasmissione del virus dell’HIV al proprio bambino, o aiuti che come UNICEF abbiamo potuto distribuire alle popolazioni che hanno urgente bisogno. Queste storie, diventano per noi dei fari che tengono sempre vivo il nostro ultimo obiettivo, lavorare per sostenere i bambini in difficoltà e garantire loro un futuro sostenibile.

 

Come si presenta oggi la situazione dell’infanzia in Italia?

 

La situazione in Italia per i bambini è molto delicata, soprattutto se parliamo in termini di povertà. La crisi ha inciso abbondantemente sul loro futuro. Secondo l’ultimo Rapporto dell’UNICEF sul Benessere dei bambini nei paesi ricchi “Report Card 12”, l’Italia si colloca al 33° posto su 41 paesi dell’Unione Europea e/o dell’OCSE, nella terza fascia inferiore della classifica sulla povertà infantile.

 

Per quanto riguarda la riduzione del reddito dei nuclei familiari dal 2008 al 2012, l’Italia ha perso 8 anni di potenziali progressi economici. Troppi bambini italiani vivono in condizioni di grave deprivazione materiale cioè in famiglie che non sono in grado di permettersi almeno quattro delle nove voci seguenti: 1) pagare l’affitto, il mutuo o le utenze; 2) tenere l’abitazione adeguatamente riscaldata; 3) affrontare spese impreviste; 4) consumare regolarmente carne o proteine; 5) andare in vacanza; 6) possedere un televisore; 7) possedere una lavatrice; 8) possedere un’auto; 9) possedere un telefono.

 

La situazione è ancora più difficile per quanto riguarda i giovani che non studiano, non lavorano e non seguono corsi di formazione (NEET): l’Italia è al 37° posto su 41 paesi nella classifica relativa, quasi alla fine. Sintomo e concausa anche dell’aumento della disoccupazione giovanile. Per via della crisi, molti paesi ricchi hanno fatto ‘un grande passo indietro’  in termini di reddito e le conseguenze avranno ripercussioni a lungo termine per i bambini e le loro comunità. Il nostro Rapporto mostra che la forza delle politiche di protezione sociale sarebbe stata un fattore decisivo per prevenire la povertà. Tutti i paesi hanno bisogno di forti reti di sicurezza sociale per la protezione dei bambini sia durante congiunture negative sia durante quellepositive. I Paesi ricchi dovrebbero fare da esempio impegnandosi esplicitamente per eliminare la povertà infantile, sviluppando politiche per controbilanciare la regressione e facendo del benessere infantile la prima priorità.

 

Anche in virtù di questa situazione, siamo impegnati in Italia attraverso il programma “Italia Amica dei Bambini” per la piena attuazione della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Il concetto di amicizia indica una visione e una metodologia che riconosce la soggettività dei bambini e degli adolescenti, che sono cittadini attivi e hanno il diritto di partecipare ai processi decisionali che li riguardano. Il programma Italia Amica dei bambini comprende diversi ambiti di intervento:  Città Amiche dei bambini per coinvolgere in un processo partecipativo tutti i soggetti interessati delle comunità: le autorità locali, la società civile, gli esperti, le comunità e, in particolar modo, le bambine e i bambini; Sport Amico dei bambini per promuovere azioni e stili di vita sani, fondati sulla salute, fisica, mentale e psicologica dei bambini attraverso sport, svago e attività ricreative;  Scuola Amica dei bambini, per la promozione nelle scuole di progetti mirati a dare attuazione ai principi e ai diritti contenuti nella Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.

 

Siamo presenti anche nelle Università, attraverso corsi ad hoc realizzati dai diversi comitati UNICEF presenti sul territorio italiano, per promuovere le tematiche e i problemi dell’infanzia nel mondo;  e negli Ospedali e nelle Asl con il progetto Ospedali Amici dei bambini per la promozione dell’allattamento materno, che ha già coinvolto 60.000 neonati e le loro madri. Il futuro dei nostri bambini, inizia anche da qui.

 

 

 

 

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