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Friday, July 20, 2018

(6) NUOVO STATO SOCIALE: IL DRAMMA ‘CASE’

Posted by Rainero Schembri On ottobre - 20 - 2015 Commenti disabilitati su (6) NUOVO STATO SOCIALE: IL DRAMMA ‘CASE’

Quest’articolo fa parte del libretto ‘NUOVO STATO SOCIALE – Dai Comuni all’Europa’ di Rainero Schembri, edito dal nuovo Partito della Convergenza Socialista, con la prefazione del Segretario Generale Manuel Santoro. Insieme ai capitoli del libretto vengono pubblicati anche altri significativi articoli sull’argomento.

 

Grazie ai giornalisti del Corriere della Sera Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo la parola ‘casta’ è entrata nel gergo politico per indicare un gruppo di persone altamente privilegiate, che godono di stipendi e pensioni strepitose, che evadono le tasse, che possono compiere impunemente qualsiasi sopruso. Persone che per l’appartenenza a certe famiglie, per il potere economico che si sono creati, per i legami con i potentati, praticamente sono diventati degli intoccabili.

 

Purtroppo, insieme a questa casta di privilegiati convive un’altra ‘casta’, ugualmente ‘intoccabile’ ma per motivi esattamente opposti. Parliamo dei cittadini di serie Z, cioè, di quelli che non hanno diritto a nulla, nemmeno a votare. La loro colpa? Non avere una casa, un posto dove abitare, una residenza fissa. I cosiddetti ‘senza tetto’ se non hanno qualche istituzione religiosa o assistenziale disponibile a concedere a loro almeno una residenza fittizia non possono:
a) ottenere prestazioni previdenziali e assistenziali spettanti all’INPS;
b) accedere all’assistenza Sanitaria;
c) presentare domanda per l’accesso all’edilizia popolare;
d) iscrivere i propri figli a scuola;
e) firmare un contratto;
f) aprire una partita Iva;
g) avviare una propria attività;
h) ricevere una scheda elettorale.

 

In sostanza, anche loro sono degli ‘intoccabili’ ma nel senso che nessuno ha interesse a farsi toccare da loro, visto che non consumano, non pagano le tasse (perché non possono e non hanno nulla su cui farsi tassare) e, soprattutto, non votano. Se a queste persone non vengono offerte nemmeno gli strumenti essenziali per uscire da questa situazione allora moralmente siamo tutti un po’ cittadini di serie Z. Prima di andare avanti diamo uno sguardo veloce a ciò che avviene all’estero per quanto riguarda, in particolare, il problema casa.

 

Grecia. Paradossalmente su questo fronte l’Italia sta peggio della Grecia. Spiega l’Ambasciatore greco in Italia Themistoklis Demiris: “Ogni cittadino greco viene iscritto per legge, al momento della sua nascita, negli atti previsti dall’anagrafe. Oltre a questo, eventuali casi di cittadini senza tetto possono aver acceso all’assistenza sanitaria, se ricorrono in un ospedale pubblico in caso di urgenza. Tali cittadini possono anche votare, se sono iscritti nelle liste elettorali. Inoltre, i cittadini senza tetto possono fare la dichiarazione dei redditi e ovviamente possono firmare dei contratti che li vincolano legalmente. Essi possono anche usufruire dei servizi sociali finalizzati ai senza tetto predisposti dai diversi comuni del Paese, oppure dalla Chiesa o altri enti locali. La mancanza di una dimora permanente o di una residenza non costituisce un impedimento per una serie di atti in Grecia”. (1)

 

Francia. “Il diritto di voto di un cittadino”, spiega l’ex Ambasciatore francese in Italia Alain Le Roy, “non può essere leso a causa delle sue condizioni economiche e sociali. La Francia ha affrontato seriamente questo problema, impedendo alla discrezionalità di questo o quel comune di decidere del diritto di voto di un libero cittadino. Dal 1998, le persone senza residenza possono eleggere domicilio presso un centro comunale di azione sociale (CCAS) o qualsiasi organismo accreditato dalla Prefettura del loro Dipartimento. La domiciliazione ha permesso a persone disagiate di ricevere la loro posta e di far valere alcuni diritti, in particolare: il rilascio di un documento d’identità e l’iscrizione alle liste elettorali. Inoltre, possono usufruire delle seguenti prestazioni sociali: reddito di solidarietà attiva, assegno per adulto con handicap, sussidi personalizzati per l’autonomia”. (2)

 

Brasile. Dice l’Ambasciatore del Brasile in Italia Ricardo Neiva Tavares: “Creato nel 2009, il programma Minha Casa, Minha Vida (Mia Casa, Mia Vita), che contempla tanto le aree urbane come le rurali, si pone l’obiettivo di affrontare una delle grandi sfide del Brasile: il deficit abitativo. A tal fine, beneficia le famiglie brasiliane che desiderano acquistare il loro primo immobile e, sul versante rurale, consente l’acquisto di materiale per la costruzione di una casa nuova o la ristrutturazione dell’abitazione. Dal suo inizio”, dice ancora l’Ambasciatore, “il programma ha già acquisito più di 3,2 milioni di abitazioni e ne ha consegnate 1,5 milioni. Presenta, inoltre, importanti risultati nell’ambito economico e nella generazione di posti di lavoro. Stimola la catena produttiva dell’industria dell’edilizia, che è intensiva in mano d’opera. Nel 2012, si stima che il programma abbia avuto un impatto dello 0,8% nel PIL del Paese”. L’Ambasciatore ha poi ricordato che già nel 2013 era stato raggiunto il 75% dell’obiettivo programmato. (3)

 

 

Purtroppo, in questo momento storico in quasi tutti i Paesi il problema casa non riguarda solo i nullatenenti ma strati sempre più ampi della società. Pensiamo solo alle difficoltà e ai disagi a cui vanno incontro le nuove generazioni, desiderose di acquistare una casa per rendersi indipendenti o per creare una famiglia. Un crescente numero di giovani si vede così costretto a vivere a lungo con i genitori, nella consapevolezza di come senza aiuti familiari e con una situazione lavorativa sempre più precaria, sia diventato difficilissimo comprare o affittare una casa. Alla massa di questi giovani vanno poi aggiunti i divorziati (anch’essi in numero crescente) costretti a dormire in automobile, nonché gli anziani e i malati, spesso sballottati in strutture che sono dei veri lager. Visitarli per crederci. Il problema è che in Italia l’ultimo concreto progetto residenziale è stato avviato nel lontano dopo guerra, quando fu lanciato il Piano INA-casa, conosciuto anche come ‘Piano Fanfani’. Un progetto che in 14 anni ha occupato oltre 600.000 lavoratori con la costruzione di ben 350.000 alloggi.

 

 

Dalle parole a fatti possibili. Il problema casa andrebbe probabilmente affrontato tenendo conto che, come già avviene nei Paesi dell’Europa del nord, è possibile fare un largo ricorso e incentivo alle case prefabbricate (per non parlare delle case auto-edificate), che oltre ad essere ecologiche, sicure e ad alto risparmio energetico, costano decisamente meno: circa mille euro al metro quadrato. Naturalmente, come spesso accade in Italia, il vero problema non è di natura tecnica ma di scelta politica: occorre superare (cosa da non poco) le colossali resistenze di coloro che attualmente gravitano intorno all’edilizia.

 

Parliamo naturalmente dei grandi costruttori e palazzinari che non hanno alcun interesse a che s’affermi questo tipo di edilizia. Inoltre, occorre semplificare e rendere disponibile l’acquisto di terreni su cui edificare. Sul piano strettamente economico la questione andrebbe, comunque, affrontata tenendo presente due situazioni molto diverse: a) quella delle persone che non sono proprio povere ma che senza gli aiuti famigliari non ce la farebbero mai ad acquistare o affittare una casa; b) quella delle persone che non dispongono di alcun reddito.

 

Persone con ridotte possibilità economiche. Per i giovani e le persone che hanno una modesta disponibilità economica, una delle soluzioni ipotizzabili, oltre al prefabbricato, potrebbe essere quella di assicurare mutui a tassi estremamente ridotti concessi da un sistema bancario pubblico che, a differenza di quello privato, non dovrà perseguire la massimizzazone dei profitti.

 

Nullatenenti. Premesso che anche in questo caso molto dipenderà dall’introduzione o meno del Reddito di cittadinanza, per i nullatenenti occorre sfruttare soprattutto l’enorme quantità di immobili dismessi: parliamo di case abbandonate, fabbricati inutilizzati, caserme dismesse, ecc. Questi immobili andrebbero trasformati in Residenze sociali dove ogni stanza, come in un albergo, viene affittato dallo Stato. Il costo mensile di questo affitto non dovrebbe superare (alla pari del sostegno alimentare) il 25% del Reddito di cittadinanza, qualunque esso sia.
Queste Residenze sociali dovrebbero trasformarsi in piccole comunità di persone che già si conoscono o che diventano amici, che socializzano tra loro, che sfruttano gli spazi comuni, che si aiutano vicendevolmente.

 

Ogni Residenza eleggerà un responsabile della gestione economica e della manutenzione dell’immobile. Con questo spirito e proposito lo Stato e i comuni dovranno anche agevolare la costruzione di nuove case con tante stanze e servizi comuni. In questo modo si andrebbe, tra l’altro, a favorire la socializzazione e l’uscita dall’isolamento a cui sembrano condannati moltissimi cittadini. L’idea di vivere in una Comune è stata molto praticata verso la fine degli anni sessanta e chi ha avuto la fortuna di fare un’esperienza di questo tipo ne è rimasto spesso positivamente segnato per la vita.

 

Nella Comune ognuno ha i suoi spazi personali e quando si sente solo può andare nello spazio comune (in genere un grande salone) per incontrare e scambiare con altri le proprie sensazioni ed esperienze quotidiane. Anche i bambini in genere si trovano bene e in qualche modo diventano figli di tutti. Certo, affinché questo modo alternativo di vita possa funzionare occorre una buona dose di elasticità mentale e capacità di adattamento. In ogni caso, quando i problemi di convivenza diventano insormontabili, la soluzione più semplice è fare le valigie e trasferirsi in un’altra Comune.
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(1) http://puntocontinenti.it/?p=5503
(2) http://puntocontinenti.it/?p=5492
(3) http://puntocontinenti.it/?p=5499

 

 Rainero Schembri

 

Nota: In precedenza sono stati pubblicati:

(1) UN IMPEGNO ORMAI IMPROROGABILE –  http://puntocontinenti.it/?p=7462

(2) LE INQUIETUDINI DEL XXI SECOLI – http://puntocontinenti.it/?p=7610

(3) GARANTIRE I 6 BISOGNI  ESSENZIALI – http://puntocontinenti.it/?p=7775

(4) LA DURA LOTTA ALLA FAME – http://puntocontinenti.it/?p=8083

(5) I VERI STRAPPI SONO ALTRI – http://puntocontinenti.it/?p=8215

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I COSPIRATORI DEL PRIORATO: ROMANZO SHOCK DI VITO BRUSCHINI

Posted by Rainero Schembri On settembre - 7 - 2015 Commenti disabilitati su I COSPIRATORI DEL PRIORATO: ROMANZO SHOCK DI VITO BRUSCHINI

 Vito Bruschini (autore del libro I cospiratori del Priorato)

 

Ci sono due modi per leggere l’ultima fatica letteraria dello scrittore e regista Vito Bruschini intitolata ‘I cospiratori del Priorato’: la prima è quella di considerarlo semplicemente un appassionante romanzo che ha per oggetto la lotta per il potere mondiale tra le varie congregazioni segrete. Il lettore che farà questa scelta potrà stare tranquillo: nelle sue mani troverà 384 pagine scritte con grande maestria, piene di suspence e colpi di scena, nella più classica tradizione del miglior trilling internazionale.

 

A questi lettori ci permettiamo solo di dare un semplice consiglio: per semplificare notevolmente la lettura è opportuno scrivere su un foglio in maniera separata i nomi degli appartenenti: a) al Club Bilderberg; b) al Priorato; c) alla GEA, cioè, a coloro che tentano di contrastare le due congregazioni; d) agli appartenenti alle forze di polizia. Se consideriamo, infatti, che i personaggi del libro sono una trentina e che l’autore, con un po’ di sadismo, si diverte a indicarli alternativamente per nome e cognome, non sempre risulta facile inquadrarli ad ogni nuova apparizione.

 

Ma, come abbiamo detto, c’è anche un secondo modo per leggere il libro di Bruschini, sicuramente più impegnativo ma anche molto più istruttivo. In questo caso bisogna partire dalla premessa che il libro non nasce da un semplice parto della fantasia dell’autore ma da una sua lunga esperienza in materia di logge segrete, lotte sotterranee, gruppi criminali in conflitto. Non a caso tra i suoi maggiori successi  (1) figurano pubblicazioni come l’intrigante romanzo ‘I segreti del club Bilderberg’, del quale, come si legge nella presentazione, “I cospiratori del Priorato’ rappresenta un ideale seguito”.

 

Ma cosa significa, in sostanza, leggere in modo più impegnativo il libro di Bruschini?

 

Significa confrontarsi con una realtà storica che forse è entrata nella sua ultima fase: cioè, la conquista definitiva del potere universale da parte di un ristrettissimo gruppo di persone. Fantapolitica? Forse. Rimane il fatto che già oggi è stato calcolato che una ottantina di persone hanno un reddito equivalente alla metà della popolazione mondiale; che il Grande fratello, ideato da George Orwell, è sempre meno un personaggio immaginario; che L’uomo a una dimensione, preconizzato da Herbert Marcuse, s’identifica sempre di più con l’uomo contemporaneo, appiattito su una posizione di mero consumatore e che ha come unica libertà quella di scegliere tra molti prodotti simili e spesso inutili.

 

Nel suo romanzo Bruschini fa riferimento a una serie di realtà esistenti come, ad esempio, il gruppo Bilderberg, che si è costituito nel 1954; i discussi Protocolli dei Savi di Sion; la fondazione di Tavistock, creata nel 1946 in Inghilterra e che si occupa di ‘lavaggi di cervello’; i suicidi di massa che hanno avuto un esempio concreto nel 1978 a Jonestown (Guyana); gli inquietanti incontri notturni nella foresta californiana, meglio conosciuti come ‘Bohemien Grove, ai quali hanno partecipato e partecipano esponenti governativi e massimi rappresentanti del mondo della finanza internazionale (come ha documentato un impressionante filmato del giornalista americano Alex Jones), ecc.

 

Naturalmente non sveleremo come per Bruschini finirà questa lotta per il potere universale che ormai sovrasta gli Stati, la politica e i partiti, e che ha come obiettivo finale la nascita di un governo mondiale dotato di una sola moneta a servizio del grande capitale. Il vero finale, infatti, s’identifica con  il dubbio  che il libro fatalmente lascia nella testa dei lettori: è tutto solo fantapolitica o siamo invece di fronte alla descrizione romanzata di un progetto politico terribilmente vero.

 

(1) Vito Bruschini ha pubblicato anche:

‘The Father. Il padrino dei padrini’;

‘Valanzasca. Il romanzo non autorizzato del nemico pubblico numero uno’;

‘La strage. Il romanzo di piazza Fontana’;

‘Educazione criminale. La snaguinosa storia del clan dei Marsigliesi’;

‘Romanzo mafioso’.

(5) NUOVO STATO SOCIALE: I VERI STRAPPI SONO ALTRI

Posted by Rainero Schembri On settembre - 3 - 2015 Commenti disabilitati su (5) NUOVO STATO SOCIALE: I VERI STRAPPI SONO ALTRI

Quest’articolo fa parte del libretto ‘NUOVO STATO SOCIALE Dai Comuni all’Europa’ di Rainero Schembri, edito dal nuovo Partito della Convergenza Socialista, con la prefazione del Segretario Generale Manuel Santoro. Insieme ai capitoli del libretto vengono pubblicati su Punto Continenti anche altri significativi articoli sull’argomento.

 

Sin dai primordi della storia, l’uomo ha avuto la necessità di ripararsi dal freddo  pungente o dalle scottature solari e desertiche, con eccezione forse delle fortunate tribù residenti nei luoghi temperati e che fino ai giorni nostri hanno vissuto felicemente in semi nudità, come gli indios dell’Amazzonia. Col passare dei secoli, il vestiario oltre a servire come protezione contro il freddo e il caldo e a coprire le parti più intime del corpo (a seguito di un crescente pudore), si è trasformato anche in un fatto di moda, di prestigio sociale, di seduzione. In questa nuova visione l’abbigliamento è diventato gradualmente in un grande affare commerciale, capace di dare lavoro e sostentamento a tantissime persone, come lo testimonia, ad esempio, la storia della moda italiana che ha rappresentato e rappresenta ancora oggi una delle eccellenze mondiali.

 

Fin qui, tutto bene. Nessuno intende, infatti, negare l’importanza e il valore della moda. Allo stesso tempo, però, è bene tenere presente che lo scopo ‘essenziale’ di
ogni capo d’abbigliamento rimane sempre quello di proteggere il corpo contro le intemperanze climatiche. Il resto, per quanto apprezzabile, è solo un aspetto superfluo del quale potremmo privarci tranquillamente. In ogni caso, una società composta da tante persone che soffrono il freddo perché non hanno il necessario per ripararsi, potrà anche essere una società raffinata nei suoi tessuti e tagli ma resterà sempre una società arretrata e ingiusta sul piano sociale. Da non sottovalutare, poi, il fatto che chi è costretto a indossare degli stracci, magari strappati, e quindi a non avere un abbigliamento minimamente dignitoso, è soggetto automaticamente a una forma di discriminazione sociale. E qui non c’entra la moda ma la semplice constatazione che difficilmente un povero vestito da straccione troverà un lavoro. A sbarrargli la strada potrebbe essere proprio uno di quei signori ‘per bene’ che amano portare finti strappi sul pantalone: una moda che ha sempre avuto il sapore di uno sfregio verso chi è costretto a convivere con i veri strappi della povertà.

 

Simbolicamente una cosa che l’occidente potrebbe invidiare al mondo arabo e alle popolazioni più legate alle tradizioni, sono le comodissime tuniche lunghe spesso
abbinate a dei semplici sandali usati anche dalla classi più ricche. C’è qualcosa di più comodo, economico ed egalitario? Anche Gesù Cristo si vestiva con una normale tunica. Lo stesso faceva Buddha, che proveniva da una famiglia ricchissima. Simile scelta è stata ripetuta quasi mille e settecento anni dopo da San Francesco. E poi da Gandhi. In tutte le epoche storiche gli appartenenti alle comunità religiose e filosofiche, sia in oriente che occidente, si sono sempre vestite in una maniera semplicissima, ‘essenziale’. Anche le persone colte e spiritualmente elevate, hanno quasi sempre dedicato una scarsissima importanza all’abbigliamento. Detto ciò, obiettivamente appare difficile immaginare che in occidente possa prevalere da un giorno all’altro l’uso della tunica, sia per gli uomini che per le donne. Tuttavia, perché non immaginare una larga diffusione di un abbigliamento estremamente semplice, maneggevole e pratico. Un abbigliamento che potrebbe anche rispecchiare un particolare modo di pensare.

 

Qualcosa del genere è già accaduto negli anni scorsi. Facciamo riferimento a un abbigliamento di origine italiana: i blue jeans. Si, proprio i blue jeans che molti erroneamente credono che sia una cosa americana legata ai cowboys, e quindi lontana dalla cultura europea e, in particolare, da quella italiana. I primi blue jeans risalgono, infatti, al XV secolo quando a Genova i pantaloni venivano fatti con la tela blu usata per le vele. Del resto, la stessa parola jeans deriva da bleu de Genes, ovvero blu di Genova in lingua francese. E’ vero, invece, che solo nella seconda metà dell’ottocento, a seguito della scoperta dell’oro in California, i vestiti in jeans ebbero una grande diffusioni. Tuttavia, anche Garibaldi e i garibaldini fecero largo uso dei ‘genovesi’. Nel ventesimo secolo ci fu poi una vera esplosione dei jeans che presto, con l’introduzione di una serie di varianti e abbellimenti, divennero molto costosi tradendo così lo spirito originario dei jeans.

 

Da ricordare, giusto per la cronaca, che nel novembre del 2004 per commemorare la nascita di questo tessuto è stato disegnato a Genova dagli studenti del liceo artistico Nicolò Barabino (e realizzato dagli studenti dell’Istituto Professionale ‘Duchessa di Galliera’) un mega pantalone ‘blu di Genova’ alto 18 metri, realizzato con 600 paia di vecchi jeans e issato su un’alta gru del porto antico della città. Ebbene, perché non immaginare che altri studenti italiani o anche grandi case di moda progettino un nuovo abbigliamento ‘Made in Italy’ low cost, in grado di portare insieme alla stoffa anche una nuova concezione della vita, oltre a contribuire a risolvere uno dei più gravi problemi sociali.

 

Dalle parole a fatti possibili. La prima idea che spontaneamente viene in mente è quella di promuovere e sviluppare nell’ambito dei vari Comuni grandi centri di raccolta e smistamento di capi di abbigliamento suddivisi in due reparti: quello dell’usato e quello del nuovo low cost. Il reparto dell’usato verrebbe rifornito direttamente dalla popolazione e tutti i capi verrebbero venduti in maniera controllata (non più di tre a persona) a un prezzo simbolico di 1 euro. Il reparto del nuovo si baserebbe, invece, su una produzione di massa sovvenzionata dallo Stato. Per quanto riguarda la fattibilità economica occorre lavorare intorno a un’ipotesi che preveda che ogni cittadino possa vestirsi dignitosamente spendendo mensilmente l’equivalente al 10% del Reddito di cittadinanza.

 

Anche in questo caso (come già suggerito per l’alimentazione) importante è far accompagnare l’intera iniziativa da un’adeguata campagna di sensibilizzazione culturale. In sostanza, l’abbigliamento low cost non deve trasformarsi in una ‘divisa dei poveri’, perché sarebbe discriminatorio e umiliante, ma in una scelta di vita. Allo stesso modo che i jeans sono diventati un fenomeno popolare e trasversale tra le classi, così l’abbigliamento low cost potrebbe rispecchiare una certa filosofia di vita. Detto diversamente, sostituire ogni tanto l’abito firmato con un capo ‘low cost’ non solo sarebbe una scelta di praticità ma farebbe anche bene allo spirito. Sarebbe un po’ come praticare il digiuno per capire quanta sia dura la fame.

 Rainero Schembri

 

Nota: In precedenza sono stati pubblicati:

(1) UN IMPEGNO ORMAI IMPROROGABILE –  http://puntocontinenti.it/?p=7462

(2) LE INQUIETUDINI DEL XXI SECOLI – http://puntocontinenti.it/?p=7610

(3) GARANTIRE I 6 BISOGNI  ESSENZIALI – http://puntocontinenti.it/?p=7775

(4) LA DURA LOTTA ALLA FAME – http://puntocontinenti.it/?p=8083

Il primo libro di Convergenza Socialista dal titolo “NUOVO STATO SOCIALE – Dai Comuni all’Europa” e’ disponibile nei maggiori negozi online di e-books (presto anche in formato cartaceo).

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(4) NUOVO STATO SOCIALE: LA DURA LOTTA ALLA FAME

Posted by Rainero Schembri On luglio - 30 - 2015 Commenti disabilitati su (4) NUOVO STATO SOCIALE: LA DURA LOTTA ALLA FAME

Quest’articolo fa parte del libretto ‘NUOVO STATO SOCIALE Dai Comuni all’Europa’ di Rainero Schembri, edito dal nuovo Partito della Convergenza Socialista, con la prefazione del Segretario Generale Manuel Santoro. Insieme ai capitoli del libretto vengono pubblicati anche significativi articoli sull’argomento.

 

Il problema della fame non è ovviamente un problema italiano ma mondiale. Secondo un rapporto del World Food Programme, l’agenzia delle Nazioni Unite con sede principale a Roma e che si occupa di assistenza alimentare, il quadro generale si presenta così (1):

– 805 milioni di persone nel mondo non hanno abbastanza da mangiare. Questo numero è diminuito di 209 milioni dal 1990.

– La stragrande maggioranza delle persone che soffrono la fame (709 milioni) vive nei Paesi in via di sviluppo, dove il 13,5% della popolazione è denutrita.
– L’Asia ha la più alta percentuale di persone che soffrono la fame nel mondo (circa 525 milioni), ma questo numero si sta riducendo.
– Se le donne avessero lo stesso accesso degli uomini alle risorse, ci sarebbero 150 milioni di affamati in meno sulla terra.
– La scarsa alimentazione provoca quasi la metà (45%) dei decessi dei bambini sotto i cinque anni (3,1 milioni di bambini ogni anno).
– Nei paesi in via di sviluppo, un bambino su sei (sono circa 100 milioni) è sottopeso. Un bambino su quattro nel mondo soffre di deficit di sviluppo. Nei paesi in via di sviluppo, questa percentuale può crescere arrivando a un bambino su tre.
– L’80% dei bambini con deficit di sviluppo vive in 20 paesi.
– Nei paesi in via di sviluppo, 66 milioni di bambini in età scolare (23 milioni nella sola Africa) frequentano le lezioni a stomaco vuoto.
– Il WFP calcola che ogni anno sono necessari 3,2 miliardi di dollari per raggiungere i 66 milioni di bambini in età scolare vittime della fame.

E le prospettive future non sono certamente incoraggianti: secondo un gruppo di esperti del ‘Consiglio americano per le scienze e le tecnologie agricole’ nel 2020 la popolazione mondiale dovrebbe raggiungere i 7 miliardi e 700 milioni di persone e la maggior parte di questo aumento demografico (il 95%) dovrebbe avvenire nei Paesi in via di sviluppo. Una proiezione a dir poco preoccupante se si considera che già ora circa
800 milioni di persone sono malnutrite. immigrati clandestinamente. La situazione comincia ad essere drammatica anche nei Paesi più sviluppati, a cominciare dagli Stati Uniti dove su poco più di 316 milioni di abitanti, i poveri che vengono sfamati con i buoni pasto sono circa 4 milioni. Lo stesso vale per l’Europa.

Secondo un rapporto sulla crisi economica pubblicato il 10 ottobre del 2013 dalla Federazione internazionale della Croce Rossa, oggi nel continente europeo (comprendente tutti i Paesi e non solo quelli aderenti alla UE) su 742,5 milioni di abitanti (circa 11% della popolazione mondiale) ben 43 milioni di cittadini vivono con ‘insufficienti risorse alimentari’ e 120 milioni sono a rischio povertà, tanto da far parlare esplicitamente della “peggiore crisi umanitaria dal dopoguerra”. Solo in Italia, secondo l’Istat, le persone in povertà assoluta, cioè incapaci di
sostenere la spesa minima mensile per l’alimentazione, la casa, i vestiti, sono passate da 2,4 milioni del 2007 a sei milioni nel 2013.

Di fronte a questo disastro come ha reagito l’Unione Europea?

Purtroppo, riducendo i sostegni sociali. Nel 1987 vigeva, ad esempio, il programma europeo di aiuti alimentari agli indigenti (PEAD). In sostanza, l’UE acquistava le eccedenze per poi distribuire gratis le derrate ai vari Ministeri dell’Agricoltura che, a loro volta, passavano questi alimenti alle associazioni caritative. Contro questo sistema nel 2011 è stato presentato un ricorso alla Corte di giustizia europea da parte della
Germania con il sostegno di Svezia, Austria, Olanda e Gran Bretagna. Per questi Paesi, infatti, l’aiuto alimentare rimane un fatto di esclusiva competenza dei singoli Governi. In parole povere, ognuno deve pensare a se stesso.

Va detto, però, che dal 1 gennaio del 2014 al posto del PEAD è subentrato il FEAD, il nuovo fondo di aiuti europei per i bisognosi, con una dotazione economica ridotta, sicuramente non sufficiente (a detta dello stesso Comitato economico e sociale europeo) e non più vincolato ai soli aiuti alimentari. Il Fondo prevede la distribuzione di 3 miliardi e 800 milioni di euro da spalmare nel periodo 2014-2020. D’ora in poi ogni Stato membro può scegliere come utilizzare il proprio finanziamento FEAD (per l’Italia si parla di circa 40 milioni di euro l’anno) per combattere una o più forme di privazioni, dai cibi ai vestiti e libri scolastici. E chi ha già provveduto autonomamente con il proprio sistema sociale (com’è il caso dei Paesi nordici), può spendere questi soldi diversamente.

Tutti i Paesi dell’UE sono, comunque, tenuti a contribuire al rispettivo programma nella misura di almeno il 15% mediante cofinanziamenti nazionali. Ma prima di andare avanti, per completezza d’informazione diamo uno sguardo su come il problema della fame nel mondo, che continua a colpire oltre 800 milioni di persone, viene affrontato su scala internazionale e su come alcuni importanti Paesi stanno risolvendo la delicata questione.

Nazioni Unite. Oltre alle grandi agenzie internazionali come la FAO, l’IFAD, WFP (tutte con sede principale a Roma), dei problemi dell’alimentazione, della fame e dei disagi estremi si occupano varie agenzie umanitarie tra cui Medici Senza Frontiere (2), Croce Rossa Internazionale (3), Movimento della Mezzaluna Rossa (4), Save the children (5), Asia Onlus (6), Emergency (7), World Friends Onlus (8) e altri.

Stati Uniti. Negli USA vige dagli anni ’30 il sistema Snap (programma americano di assistenza per la nutrizione supplementare) che eroga i ‘Food Stamps’, cioè, buoni pasto che consentono almeno di mangiare. Secondo la CBO (l’agenzia indipendente che analizza i temi economici e di bilancio per conto del Campidoglio) nell’anno fiscale 2011 sono stati distribuiti buoni alimentari a quasi 45 milioni di americani, circa
uno su sette. I beneficiari del piano pubblico ricevono in media 134 dollari al mese dallo Stato per l’acquisto di cibo, semi e piante (alcool e tabacco esclusi), con punte di 668 e minimi di 16.

Cina e India. Due Paesi che hanno deciso di dare scacco matto alla fame sono la Cina e l’India. Secondo dati forniti dal Policy Institute International Food Research, nel periodo che va dal 1990 al 2012 la Cina ha fatto abbassare l’indice della fame dall’ 11,8 % al 5,1% della popolazione. Risultati meno incoraggianti ha registrato l’India anche se New Delhi ha lanciato un sostanzioso piano per sconfiggere la fame affidato al National Food Security Bill. Un piano che prevede una sovvenzione del 67% per l’acquisto di grano e riso (3 rupie, ovvero, 3 centesimi di euro per il riso), 2 rupie al chilo (2 centesimi di euro) per la farina e 1 rupia per un chilo di altri cereali secondari).

Brasile. La FAO ha riconosciuto che il Brasile è stato il Paese che maggiormente si è impegnato nella lotta alla fame. Spiega l’Ambasciatore del Brasile a Roma Ricardo Neiva Tavares: “Dalla sua creazione, il programma ‘Fome zero’ (Fame zero) è diventato strategia governativa per orientare le politiche economiche e sociali. La strategia del programma è il risultato dell’identificazione della fame come forma acuta di
povertà ed esclusione sociale ed economica. Le azioni del ‘Fome zero” e del ‘Bolsa família’ (Bonus famiglia), lanciate nel 2003, come pure i programmi ‘Brasil sem miséria’ (Brasile senza miseria) e ‘Brasil carinhoso’ (Brasile affettuoso), avviati nel 2011 e 2012, dimostrano l’impegno del Paese nelle politiche sociali a favore dei settori più sfavoriti”. Prosegue l’Ambasciatore: “Tra il 2003 e il 2013, 36 milioni di brasiliani sono
stati sottratti alla povertà assoluta. Il Piano ‘Brasil sem miséria’, lanciato nel 2011, ha costruito, partendo dal Programma ‘Bolsa família’, una piattaforma che opera su tre grandi assi: garanzia di reddito, inclusione produttiva e accesso a servizi pubblici”. (9)

Francia. Ci sono varie tipologie di aiuti sociali ‘diretti’, in natura (con cestini, pacchi) o finanziari (con sussidi per le mense, buoni alimentari, aiuti in denaro). Le persone può recarsi presso i Centri alimentari sociali ovvero negozi solidali di prodotti alimentari, o in ristoranti sociali. Questa vasta gamma di aiuti, offerta di fronte all’emergenza di alcune situazioni estreme, permette di dare una risposta precisa e appropriata a moltissime situazioni. Dice l’ex Ambasciatore francese a Roma Alain Le Roy; “Tramite il nuovo Fondo europeo per gli aiuti agli indigenti, la Francia mette delle derrate alimentari a disposizione delle banche alimentari e delle organizzazioni caritative come le Secours Populaire, les Restos du Coeur, la Croix Rouge. Inoltre, numerosi comuni hanno aperto dei ristoranti solidali e numerose reti di associazioni offrono un servizio di mense. Parigi”, sottolinea ancora l’Ambasciatore, “può contare su sette ristoranti solidali in vari
quartieri. Ogni ristorante può servire la sera fino a 150 pasti gratuiti. Inoltre, i ‘Restos du coeur’, finanziati per un terzo da denaro pubblico e per due terzi da donazioni private, è la più diffusa rete di mense per i poveri di Francia. Nel 2011, l’associazione ha servito oltre 109 milioni di pasti, a 860 mila beneficiari, grazie alla mobilitazione di 60 mila volontari in tutta la Francia”. (10)

Grecia. Interessante osservare come viene affrontato l’emergenza alimentare in uno dei Paesi dell’Unione Europea maggiormente colpiti dalla crisi. Spiega l’Ambasciatore greco a Roma Themistoklis Demiris; “Grazie a una fitta rete di solidarietà e di legami famigliari che in Grecia sono ancora molto forti, in genere l’estrema povertà non è accompagnata da fenomeni di degrado che si notano in altri Paesi”. A sentire l’Ambasciatore, gli sforzi del governo ellenico per venire incontro in materia alimentare al ceto più debole della popolazione si concentrano essenzialmente su: a) un programma pilota che garantisce il salario minimo in due aree del Paese con diverse caratteristiche socioeconomiche; b) la distribuzione di un sussidio sociale, che ammonta a 450 milioni di euro; c) l’efficace utilizzo del Fondo Europeo di Aiuti ai più bisognosi economicamente (FEAD). Alla Grecia spettano 249,3 milioni di euro che dovrebbero corrispondere, su base annua, a 41,5 milioni di euro. (11)

Italia. Come si è adeguato il nostro Paese ai cambiamenti in Europa per far fronte a una situazione interna che vede “la quota di individui in famiglie che non possono permettersi un pasto proteico adeguato ogni due giorni cresciuta dal 12,4% del 2011 al 16,8% nel 2013″? (secondo dati inseriri in una nota governativa inoltrata a Bruxelles). Prima di rispondere a questa domanda è bene soffermarsi sul fatto che gli italiani sono sempre più poveri. Le famiglie ‘indigenti’ sono passate, infatti, dal 20% al 28%. Ormai è stato raggiunto un livello di povertà preoccupante. Per quanto riguarda la creazione in Europa della FEAD, l’Italia ha risposto aprendo un ‘tavolo di discussione’ presieduto dal ministro del lavoro Giuliano Poletti al quale sono stati invitati sindacati, enti caritativi, Regioni, Comuni, altri interlocutori. Nella sostanza l’Italia si è trovata impreparata. Eppure “il blocco dei sussidi”, ha sostenuto Federico Fubini nell’inserto Economia e Finanza di Repubblica (12) “era talmente prevedibile che il governo di Enrico Letta aveva persino creato un fondo per garantire gli approvvigionamenti di quest’anno, ma non è servito: la Legge di stabilità lo finanzia con appena 10 milioni, un decimo delle somme necessarie”. Fubini ha ricordato, poi, che nessuno di questi poveri “è stato raggiunto dal bonus fiscale da 80 euro al mese deciso dal governo”. In ogni caso anche in Italia un lavoro prezioso viene eseguito da diversi enti come la Croce Rossa, la Caritas, la Comunità di S. Egidio o il Banco Alimentare Roma Onlus: quest’ultimo nato nel 1990 e presieduto da Massimo Perrotta. Il Banco da 24 anni, attraverso l’opera di un gruppo di volontari supporta prevalentemente a Roma e nel Lazio, famiglie e persone che non hanno il pur minimo sostentamento e che spesso sono dimenticate nella loro solitudine.

A tanta generosità ‘individuale’ non corrisponde, purtroppo, un’adeguato, efficiente e trasparente sostegno pubblico. I vari scandali che si sono succeduti nel tempo hanno dimostrato che la lotta alla povertà spesso si è trasformata in corruzione e guadagni illeciti per gruppi criminali. La stessa AGEA, Agenzia pubblica nata nel 1999 per le erogazioni in Agricoltura, e che svolge un’attività di Organismo di Coordinamento ed Ente pagatore, è stata investita da una serie di scandali e inchieste in merito alle sue responsabilità nella cattiva gestione delle multe latte che hanno pesato notevolmente sul bilancio dello Stato italiano. Ma su tutte queste vergognose distorsioni forse è meglio stendere un “velo pietoso”, per cercare di ragionare in termini positivi e, quindi, tentare di trovare delle soluzioni concrete.

Dalle parole a fatti possibili. Considerata l’assoluta necessità di garantire, comunque, un pasto adeguato ogni giorno, non è certamente immaginabile proporre, soprattutto in una prima fase, un qualsiasi intervento pubblico che ostacoli o solo complichi l’impegno quotidiano esercitato dai numerosi enti caritatevoli e dal volontariato. Allo stesso tempo, però, non è accettabile che in assoluto lo Stato affidi quasi integralmente la soluzione del problema al volontariato e agli enti caritatevoli. Inoltre, un Nuovo Stato Sociale non può limitarsi a cercare di distribuire dei pasti gratuitamente ma deve anche preoccuparsi di garantire la dignità delle persone. Deve, cioè, mettere tutti i cittadini in condizione di acquistare i beni alimentari ad uso personale e famigliare.

Occorre, quindi, creare una grande rete di mense pubbliche o ristoranti convenzionati in grado di distribuire delle portate a costi estremamente contenuti. Insomma, pranzi e cene veramente low cost. Detto diversamente, la spesa per usufruire di un’alimentazione
soddisfacente non dovrà mai superare il 25% dell’ammontare mensile stabilito dal Reddito di cittadinanza che, come già detto, dovrà essere erogato automaticamente a tutti coloro che sono disponibili a impegnarsi nei servizi sociali. Le mense sociali dovranno poi essere accessibili a tutti. Non dovranno, cioè, trasformarsi in ghetti riservati solo ai poveri ma in luoghi di socializzazione tra giovani e anziani, tra persone in condizioni normali e quelle in difficoltà, tra individui provenienti da luoghi e realtà diverse.

Queste mense non faranno concorrenza ai ristoranti tradizionali. Chi frequenterà le mense sociali lo farà, infatti, solo per due motivi: o perché non ha altre possibilità economiche (e quindi non andrà mai nei ristoranti) o per un fatto di sensibilità sociale. In quest’ultimo caso si tratterà probabilmente di una frequentazione saltuaria. Ultima annotazione: mentre moltitudini di persone cercano disperatamente di combattere la fame, ogni anno in Europa 89 milioni di tonnellate di cibi ancora perfettamente commestibili (un milione solo in Italia) finiscono nella spazzatura per un valore equivalente ai PIL di Turchia (821,1 miliardi USD nel 2013) e Svizzera (685 miliardi USD, sempre nel 2013). Secondo la FAO, complessivamente buttiamo nel mondo cibo per 750 miliardi di dollari e produciamo 3,3 miliardi di tonnellate di Co2. Nel frattempo 300 milioni di persone soffrono di obesità e 1 miliardo sono in sovrappeso (in Italia gli obesi sono 4 milioni, mentre in soprappeso sono ben 16 milioni).
———-
(01) http://it.wfp.org/wfp-cifre/wfp-cifre
(02) in Italia: http://www.medicisenzafrontiere.it/
(03) www.cri.it)
(4) http://www.redcross.int/
(05) http://www.savethechildren.it/
(06) http://www.asia-ngo.org/j15/)
(07) http://www.emergency.it/index.html
(08) http://www.world-friends.it/
(09) http://puntocontinenti.it/?p=5499
(10) intervista su http://puntocontinenti.it/?s=Alain+Le+Roy
(11) http://puntocontinenti.it/?p=5503
(12) 21 settembre 2014 

 

 Rainero Schembri (giornalista)

 

 

Nota: In precedenza è stato pubblicato:

(1) UN IMPEGNO ORMAI IMPROROGABILE –  http://puntocontinenti.it/?p=7462

(2) LE INQUIETUDINI DEL XXI SECOLI – http://puntocontinenti.it/?p=7610

(3 GARANTIRE I 6 BISOGNI  ESSENZIALI – http://puntocontinenti.it/?p=7775

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PAOLO ROZERA: UN BAMBINO SU DIECI CONVIVE CON LA GUERRA

Posted by Rainero Schembri On luglio - 10 - 2015 Commenti disabilitati su PAOLO ROZERA: UN BAMBINO SU DIECI CONVIVE CON LA GUERRA

Bresciano, sposato con due figli, laureato in Scienze politiche, 49 anni, docente presso la Luiss di Roma, Paolo Rozera dall’inizio del 2015 è il Direttore Generale di Unicef Italia, l’organizzazioni internazionale che si occupa di problemi dell’infanzia. In precedenza è stato Responsabile dell’Ufficio Risorse Umane e Organizzative. Nel 1996 ha organizzato e coordinato il Forum Internazionale della Gioventù in occasione del Summit Mondiale sull’Alimentazione. Tra il 1999 e il 2000 ha collaborato con la FAO.

 

Da registrare che il Comitato Italiano per l’UNICEF è parte integrante della struttura globale dell’Unicef, il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia, l’organo sussidiario dell’ONU che ha il mandato di tutelare e promuovere i diritti dei bambini e adolescenti (0-18 anni) in tutto il mondo, nonché di contribuire al miglioramento delle loro condizioni di vita. Dal 1974 il Comitato Italiano opera in Italia a nome e per conto dell’UNICEF, sulla base di un Accordo di Cooperazione stipulato con l’UNICEF Internazionale. Per capire un po’ meglio la reale situazione dell’infanzia in questo difficile momento storico abbiamo posto alcune domande a Rozera.

 

Nell’ambito di tutte le tragedie attraversate dall’umanità in questo momento (guerre, terrorismo, fame, sfruttamento sul lavoro, ecc..) la situazione dell’infanzia  è certamente quella più delicata. Ci può dare una fotografia complessiva di questa situazione nel mondo?

 

Il momento storico che stiamo affrontando è molto difficile, soprattutto per i più piccoli. Pensi che oggi nel mondo più di 1 bambino su 10 vive in paesi o aree colpite da conflitti armati, questo significa che in media sono 230 milioni: un numero altissimo. Da disastri naturali fatali, ai conflitti violenti, alle epidemie, oggi i bambini nel mondo si trovano ad affrontare una nuova generazione di crisi umanitarie. Ad esempio, in Siria e nella regione le vite di oltre 7,6 milioni di bambini da oltre quattro anni sono state colpite da violenza e morte. Questi bambini sono stati lasciati fuori dalle cose fondamentali della loro vita, come la salute, l’istruzione e la protezione. Sono stati negati loro i diritti fondamentali per una guerra che non hanno deciso di vivere.

 

In Sud Sudan,  in solo tre settimane a maggio, circa 129 bambini dello stato di Unity sono stati uccisi. I sopravvissuti hanno raccontato solo alcune delle violenze terribili perpetrate su quei 129 innocenti. Non ci dobbiamo dimenticare però che ci sono bambini in difficoltà anche a pochi passi da casa nostra, come in Ucraina, dove dall’inizio del conflitto sono stati uccisi oltre 240 bambini. Questi sono solo alcuni esempi, alcuni dati che ho voluto riportare perché l’attenzione verso queste emergenze non si abbassi, perché nessun bambino venga lasciato senza assistenza umanitaria.

 

Oltre ad assistere i bambini sul campo, l’UNICEF svolge anche un’attività di pressione sui governi nazionali per il raggiungimento di obiettivi precisi? In che modo e con quali risultati?

 

La diffusione della cultura dell’infanzia e il rafforzamento del consenso intorno all’attuazione dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza sono il principale impegno delle azioni di advocacy dell’UNICEF. Per il Comitato Italiano per l’UNICEF realizzare queste attività significa innanzitutto promuovere e partecipare al cambiamento della società nel suo insieme per i diritti dell’infanzia, a favore della costruzione di un mondo a misura di bambini e adolescenti. Sin dalla sua nascita l’UNICEF in Italia ha avuto l’ambizione di sviluppare tutte le possibili sinergie tra le attività di raccolta fondi a sostegno dei progetti dell’UNICEF internazionale e l’attività di promozione di una cultura dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza nel nostro Paese e nel mondo.

 

Tutte le attività portate avanti hanno come quadro di riferimento i principi e le indicazioni riportate  nella Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza. Questa è un’azione trasversale su diversi livelli di applicazione: quello internazionale, quello nazionale, il regionale e il locale. Fondamentale, inoltre, la costruzione di reti con tutti coloro che condividano gli stessi principi, gli obiettivi e i metodi sia che appartengano al mondo delle Istituzioni così come della società civile. In tutti i paesi lavoriamo a stretto contatto con i Governi per fare in modo che i bambini siano al centro delle agende politiche nazionali, perché i loro diritti vengano riconosciuti e rispettati

 

All’interno dell’enorme problema dell’immigrazione c’è la drammatica situazione dei bambini che arrivano senza i genitori. Come affrontate questo problema?

 

Ritorniamo alla questione della vicinanza, dei diritti dei bambini negati solo a pochi passi dalle nostre case. Iniziamo col ricordare che nel mondo oggi sono circa 35 milioni i migranti internazionali sotto i 20 anni che rappresentano circa il 15% della popolazione migrante totale. Come UNICEF sosteniamo una migrazione efficiente e ben gestita, diritto di asilo e politiche di frontiera, nel pieno rispetto dei diritti fondamentali, in particolare dei bambini, come previsto nella Convenzione sui Diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Proprio per questo, noi richiediamo a tutti gli Stati politiche per una migrazione inclusiva e sostenibile.

 

Tutti i bambini migranti, rifugiati o richiedenti asilo, in particolar modo quelli non accompagnati o separati dalle proprie famiglie, sono vulnerabili a sfruttamento e abuso, sia durante il transito sia una volta arrivati nel paese di destinazione.  Le azioni dei governi non dovrebbero quindi nuocere ulteriormente al benessere di questi bambini e delle loro famiglie, considerando che hanno già dovuto affrontare considerevoli pericoli durante il viaggio. Questi bambini dovrebbero avere lo stesso accesso ai servizi di base di tutti gli altri bambini e adolescenti nei paesi di transito e di destinazione. Dovrebbero vedere riconosciuto il diritto ad accedere ad assistenza sanitaria, istruzione e sostegno sociale, perché questi servizi possono contribuire a sostenere la loro sopravvivenza e benessere.

 

L’UNICEF Italia, attraverso l’azione di advocacy, promuove politiche e pratiche che garantiscano il superiore interesse di tutti i bambini, in particolar modo i più vulnerabili, come quelli coinvolti nelle migrazioni. Inoltre, in alcuni dei comuni italiani in cui sono presenti bambini migranti e le loro famiglie i nostri volontari stanno svolgendo attività di sostegno attraverso la raccolta e la distribuzione di beni di prima necessità proprio per garantire loro aiuto nelle condizioni delicate in cui si trovano.

 

Quali sono oggi le priorità assolute dell’UNICEF nel mondo e in Italia?

 

Per l’UNICEF c’è una sola priorità assoluta, per la quale lavoriamo ogni giorno con grande impegno, rispetto e passione: il benessere dei bambini in tutto il mondo. All’inizio di quest’anno la nostra risposta alle emergenze globali comprendeva diversi interventi, ne cito solo alcuni: curare 2,7 milioni di bambini dalla malnutrizione acuta grave; vaccinare 13,6 milioni di bambini contro il morbillo; fornire a 34,3 milioni di persone accesso all’acqua sicura; proteggere 2,3 milioni di bambini garantendo loro sostegno psicosociale; aiutare quasi 5 milioni di bambini a ricevere un’educazione formale e non formale; fornire a 257.000 persone accesso alle informazioni su HIV e AIDS; controlli e terapia; raggiungere 395.000 persone con assistenza in denaro.

 

Il contesto è però evoluto, perché a questi grandi e importanti obiettivi se ne sono aggiunti altri, sono scoppiate nuove emergenze, come per il Nepal ad Aprile, a causa dei due terremoti che si sono abbattuti sul paese o in Yemen, dove le violenze continuano ad acuirsi coinvolgendo anche i bambini.

 

Vede quando un’emergenza è in corso i numeri delle vittime e delle persone coinvolte cambiano di giorno in giorno. Sono poche, purtroppo, le buone notizie che ci arrivano in termini di grandi numeri, allo stesso tempo però ci sono tante storie: bambini che guariscono dalla malnutrizione, o paesi in cui si è riusciti a coinvolgere quante più donne in gravidanza in programmi per la prevenzione della trasmissione del virus dell’HIV al proprio bambino, o aiuti che come UNICEF abbiamo potuto distribuire alle popolazioni che hanno urgente bisogno. Queste storie, diventano per noi dei fari che tengono sempre vivo il nostro ultimo obiettivo, lavorare per sostenere i bambini in difficoltà e garantire loro un futuro sostenibile.

 

Come si presenta oggi la situazione dell’infanzia in Italia?

 

La situazione in Italia per i bambini è molto delicata, soprattutto se parliamo in termini di povertà. La crisi ha inciso abbondantemente sul loro futuro. Secondo l’ultimo Rapporto dell’UNICEF sul Benessere dei bambini nei paesi ricchi “Report Card 12”, l’Italia si colloca al 33° posto su 41 paesi dell’Unione Europea e/o dell’OCSE, nella terza fascia inferiore della classifica sulla povertà infantile.

 

Per quanto riguarda la riduzione del reddito dei nuclei familiari dal 2008 al 2012, l’Italia ha perso 8 anni di potenziali progressi economici. Troppi bambini italiani vivono in condizioni di grave deprivazione materiale cioè in famiglie che non sono in grado di permettersi almeno quattro delle nove voci seguenti: 1) pagare l’affitto, il mutuo o le utenze; 2) tenere l’abitazione adeguatamente riscaldata; 3) affrontare spese impreviste; 4) consumare regolarmente carne o proteine; 5) andare in vacanza; 6) possedere un televisore; 7) possedere una lavatrice; 8) possedere un’auto; 9) possedere un telefono.

 

La situazione è ancora più difficile per quanto riguarda i giovani che non studiano, non lavorano e non seguono corsi di formazione (NEET): l’Italia è al 37° posto su 41 paesi nella classifica relativa, quasi alla fine. Sintomo e concausa anche dell’aumento della disoccupazione giovanile. Per via della crisi, molti paesi ricchi hanno fatto ‘un grande passo indietro’  in termini di reddito e le conseguenze avranno ripercussioni a lungo termine per i bambini e le loro comunità. Il nostro Rapporto mostra che la forza delle politiche di protezione sociale sarebbe stata un fattore decisivo per prevenire la povertà. Tutti i paesi hanno bisogno di forti reti di sicurezza sociale per la protezione dei bambini sia durante congiunture negative sia durante quellepositive. I Paesi ricchi dovrebbero fare da esempio impegnandosi esplicitamente per eliminare la povertà infantile, sviluppando politiche per controbilanciare la regressione e facendo del benessere infantile la prima priorità.

 

Anche in virtù di questa situazione, siamo impegnati in Italia attraverso il programma “Italia Amica dei Bambini” per la piena attuazione della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Il concetto di amicizia indica una visione e una metodologia che riconosce la soggettività dei bambini e degli adolescenti, che sono cittadini attivi e hanno il diritto di partecipare ai processi decisionali che li riguardano. Il programma Italia Amica dei bambini comprende diversi ambiti di intervento:  Città Amiche dei bambini per coinvolgere in un processo partecipativo tutti i soggetti interessati delle comunità: le autorità locali, la società civile, gli esperti, le comunità e, in particolar modo, le bambine e i bambini; Sport Amico dei bambini per promuovere azioni e stili di vita sani, fondati sulla salute, fisica, mentale e psicologica dei bambini attraverso sport, svago e attività ricreative;  Scuola Amica dei bambini, per la promozione nelle scuole di progetti mirati a dare attuazione ai principi e ai diritti contenuti nella Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.

 

Siamo presenti anche nelle Università, attraverso corsi ad hoc realizzati dai diversi comitati UNICEF presenti sul territorio italiano, per promuovere le tematiche e i problemi dell’infanzia nel mondo;  e negli Ospedali e nelle Asl con il progetto Ospedali Amici dei bambini per la promozione dell’allattamento materno, che ha già coinvolto 60.000 neonati e le loro madri. Il futuro dei nostri bambini, inizia anche da qui.

 

 

 

 

ITINERA: PSICOLOGIA A SERVIZIO DELLA PROMOZIONE SOCIALE

Posted by Rainero Schembri On luglio - 8 - 2015 Commenti disabilitati su ITINERA: PSICOLOGIA A SERVIZIO DELLA PROMOZIONE SOCIALE

Quando si parla di giovani che si debbono rimboccare le maniche, di privato capace di sostituirsi al pubblico nel sociale, di alta professionalità esercitata con passione, l’Associazione Itinera ne  costituisce un esempio concreto. Parliamo di un gruppo di giovani psicologhe e psicoterapeute che a Roma è seriamente impegnata  sul fronte del benessere fisico, psichico e sociale della persona, soprattutto per quanto riguarda la parte più debole e sofferente della popolazione. I loro nomi: Silvia Loi, Silvia Camaiti, Mariangela Demarco, Giovanna Rodio Mariateresa Tucci  e Anna Lisa Fusco, con la quale ci siamo soffermati per capire un po’ meglio lo spirito che anima quest’associazione.  

 

Formatasi nell’area della psiconcologia presso l’IRC Regina Elena di Roma, la Fusco ha condotto gruppi di sostegno di pazienti oncologici presso l’ospedale Fatebenefratelli. In seguito ha acquisito una notevole esperienza nel campo della riabilitazione della disabilità psichica con particolare attenzione all’integrazione di minori con handicap psichici e fisici nella scuola elementare e dell’infanzia. Inoltre, ha maturato una lunga esperienza in ambito psico-pedagogico nella progettazione e realizzazione di progetti educativi, con bambini da 3 a 10 anni. Attualmente è impegnata anche in attività socio–culturali, ricreative ed educative per bambini presso biblioteche e altri contesti e si occupa di formazione degli adulti (in particolare insegnanti) .

 

Ci può raccontare, in estrema sintesi, come è nata la vostra associazione e quante persone gravitano intorno a quest’iniziativa?

 

L’Associazione Itinera nasce a Roma nel gennaio del 2011 dall’incontro di sei colleghe, psicologhe e psicoterapeute, accomunate dall’aver condiviso lo stesso percorso di formazione (la II Scuola di Specializzazione in Psicologia Clinica dell’Università La Sapienza) e unite dalla volontà di contribuire concretamente alla promozione della salute e del benessere fisico, psichico e sociale della persona, nonché dal desiderio di mettere insieme le diverse competenze acquisite nel percorso di formazione e di attività clinica al fine di realizzare un progetto comune che potesse offrire un’ampia varietà di servizi psicologici, essenziali per il miglioramento della qualità della vita.

 

Il nome Itinera è un rimando al percorso, al viaggio, in senso metaforico, come esplorazione, con valenza trasformativa, delle dinamiche intra e interpersonali dell’individuo o del gruppo.

 

Quali sono i vostri obiettivi principali e quali risultati avete raggiunto fino a questo momento?

 

Itinera, oltre alle attività di valutazione e consulenza psicologia e di psicoterapia,  promuove attività in ambito psico-socio-educativo, consulenziale, psico-diagnostico, clinico e del lavoro  e realizza incontri, seminari e corsi, utili ai fini del raggiungimento degli scopi di informazione e di diffusione della Psicologia e su tematiche di interesse sociale. Inoltre promuove, progetta e realizza interventi psicologici nelle istituzioni sociali, negli enti pubblici e privati.

 

In questi anni l’Associazione ha realizzato progetti che hanno coinvolto sia adulti che bambini. Tra questi si annovera la collaborazione con il Dipartimento Risorse Economiche di Roma Capitale (all’interno del progetto “OASI”) dove ha realizzato un intervento mirato alla riduzione dello Stress Lavoro Correlato; laboratori narrativi in collaborazione con  librerie per bambini; la collaborazione con i Servizi Sociali del Municipio VIII per interventi per soggetti svantaggiati e la partecipazione al coordinamento delle associazioni che operano sul territorio in ambito psico-educativo; la partecipazione alla Festa per la Cultura 2015 per la diffusione della cultura psicologica e attività di promozione. Attualmente sono in cantiere interventi rivolti alle scuole, con l’obiettivo di mettere a disposizione le competenze dei propri operatori, in modo da garantire consulenze e servizi rivolti agli insegnanti, agli alunni e ai genitori e Gruppi di Sostegno alla Genitorialità, con il patrocinio del Municipio VIII di Roma Capitale.

Ci può dare un’indicazione di massima di quanto costano le vostre sedute terapeutiche e se svolgete anche un’attività sociale e gratuita per le persone più povere?

 

I servizi che noi offriamo spesso risultano poco accessibili in ambito pubblico, per costi e disponibilità (lunghe liste d’attesa). La nostra Associazione, al fine di perseguire finalità di solidarietà, ha scelto di avere come scopo principale l’accoglienza, l’ascolto, la consulenza psicologica e la psicoterapia ad un costo “sostenibile”. Offriamo uno sportello di ascolto gratuito e servizi di consulenza e valutazione psicodiagnostica e di psicoterapia rivolti  agli individui (bambini, adolescenti e adulti), alle coppie, alle famiglie  e ai gruppi con costi che oscillano tra i 30  e i 40 euro.

 

Accogliamo anche le richieste di persone in condizione di svantaggio sociale ed economico, inviate, attraverso apposita procedura, dai servizi sociali territoriali. Offriamo in alcuni casi, valutando di volta in volta le necessità e i bisogni, dei servizi gratuiti per particolari fasce di utenti.

 

Che giudizio complessivo può esprimere sull’assistenza psicoterapeutica familiare in Italia, sia sul piano qualitativo che di prospettive lavorative? 

 

Il contributo della psicologia nella realtà sociale e sanitaria, dall’infanzia alla terza età, nei contesti scolastici, familiari e lavorativi, è sicuramente di grande utilità e rappresenta  uno strumento efficace di cambiamento sociale e culturale. Ciò nonostante, in Italia (a fronte di statistiche in cui gli psicologi italiani rappresentano un terzo degli psicologi di tutta Europa e che vedono l’Italia come il Paese con maggior numero di psicoterapeuti dell’intera Europa) la psicologia e la psicoterapia rappresentano ancora una realtà marginale. Sia a livello culturale (perché, nonostante ci sia stata sicuramente, negli ultimi decenni, una crescita importante della cultura psicologica, questa professionalità sembra ancora risentire di  pregiudizi e stereotipi), sia a livello istituzionale e d’investimento nelle politiche del welfare.

 

Il controllo sempre più penalizzante della spesa sanitaria, i continui tagli a carico dei servizi sociali, relegano questa importantissima area agli ultimi posti nell’attenzione pubblica, creando una situazione che non favorisce un reale positivo sviluppo e un processo di crescita dei servizi. Succede così che una gran quantità di risorse e di persone, a volte iper-specializzate in ambito psicologico, rimangono fuori dal mercato del lavoro e cercano, in ogni modo, di trovare una collocazione, “occupando” ogni possibile spazio lavorativo disponibile, a volte valorizzando le proprie competenze, altre volte dimenticandole e  allontanandosi da quell’equilibrio scientifico che la “professionalità” impone.

 

Per questa serie di motivi, Itinera con il suo progetto di promozione sociale, intende rinunciare a operazioni dirette di marketing in favore di un impulso nella ricerca e passione scientifica per la professionalità e la diffusione della cultura psicologica.

Foto: da sinistra verso destra, Mariangela Demarco, Anna Lisa Fusco, Silvia Loi, Mariateresa Tucci, Silvia Camaiti e Giovanna Rodio.

CARLOS CHERNIAK: L’ARGENTINA PUNTA SULL’INTEGRAZIONE

Posted by Rainero Schembri On giugno - 18 - 2015 Commenti disabilitati su CARLOS CHERNIAK: L’ARGENTINA PUNTA SULL’INTEGRAZIONE

Per i giornalisti italiani Carlos Cherniak, Ministro plenipotenziario presso l’Ambasciata argentina di Roma, è diventato negli ultimi anni un preciso punto di riferimento. A lui, profondo conoscitore delle problematiche politiche ed economiche, è spettato, ad esempio, l’ingrato compito di spiegare le ragioni del default in cui si è venuto a trovare il Paese per non aver pagato 1,3 miliardi di dollari (su 9,7 miliardi complessivi) agli Hedge fund americani che hanno acquistato titoli a prezzi stracciati dopo la crisi del 2001 e che poi hanno chiesto un rimborso pari al 100% del valore dei titoli. Da registrare che all’Argentina è stato impedito dalla sentenza del giudice americano Thomas Griesa di rimborsare le cedole ai possessori di tango bond: la priorità doveva essere data agli hedge fund. Da quel momento, inoltre, si sono chiusi tutti i rubinetti del credito internazionale.

 

Ora siamo al termine del secondo mandato della Presidentessa Cristina Kirchner. Le opposizioni già stanno affilando le armi. Molto criticata, ad esempio, è la produzione economica, ritenuta troppo sbilanciata verso il settore primario per l’esportazione delle materie prime agricole. Inoltre, l’inflazione è tornata a crescere sensibilmente e l’aumento della spesa pubblica rischia di riportare deficit e debito pubblico a livelli di guardia. In quest’intervista con Cherniak abbiamo cercato di affrontare il particolare momento attraversato dall’Argentina dove, è bene ricordarlo, vivono milioni di italiani.

 

In ottobre si voterà in Argentina. Dopo quasi un decennio in cui il PIL è aumentato dell’8% annuo il Paese sta fronteggiando nuovamente un periodo di sostanziale stagnazione. Secondo lei è sulla paura di una nuova crisi, simile a quella avvenuta nel 2001, che s’incentrerà il prossimo dibattito elettorale?

 

Non ha alcun senso mettere a confronto le due situazioni. Intanto l’Argentina continua a crescere di circa il 2% e il lavoro è stabile. Non dobbiamo, poi, sottovalutare la grande popolarità della Presidentessa Cristina Fernandez de Kirchner. Credo, invece, che il dibattito s’incentrerà sulla scelta che gli argentini dovranno compiere tra due modelli di sviluppo molto diversi: quello neo liberale antecedente alla grave crisi del 2001/2 e quello incentrato sui diritti umani e sull’inclusione sociale, intrapreso proprio per arginare quel disastro e che ha consentito al Paese di registrare uno sviluppo senza precedenti. Risultato ottenuto, tra l’altro, senza poter contare  sui finanziamenti internazionali, bloccati dalla vertenza sulla ristrutturazione del debito.

 

Nonostante le difficoltà di ogni genere non si può negare che abbiamo raggiunto  conquiste sociali di notevole importanza. Oltre a un sussidio per gli indigenti, è bene ricordare che in Argentina l’insegnamento è completamente gratuito dalle elementari fino all’Università, come è gratuita l’assistenza sanitaria. Inoltre abbiamo completato in maniera del tutto pacifica il processo di transizione dalla dittatura alla piena democrazia. Oggi l’Argentina ha riacquistato un importante ruolo e una notevole fiducia sulla scena internazionale. Lo dimostra il ruolo che gioca l´Argentina nella Regione sudamericana e anche i rapporti economici stabiliti con grandi potenze come, ad esempio, gli Accordi con la Cina e la Russia.

 

A proposito della crisi del 2001, rimane sempre aperta la questione dei rimborsi del debito argentino. Senza riepilogare la lunga vertenza giudiziaria internazionale che ha portato l’Argentina al default, cosa sente di dire concretamente ai creditori italiani che dopo 14 anni ancora aspettano di essere rimborsati?

 

Come dice lei, non è il caso di ripercorrere un’altra volta la lunga vertenza internazionale ormai abbastanza nota. Quello che posso dire è che la maggior parte degli italiani che ha accettato il piano argentino di ristrutturazione viene rimborsata. Chi non ha accettato deve necessariamente aspettare l’evolversi della situazione. Certo, capisco molto bene la sofferenza di chi ha perso tanti soldi in questa vicenda. Tuttavia, se mi permette, chi va al casinò deve mettere in conto anche di perdere. Non a caso molte banche in Italia sono state criticate per aver consigliato male i propri clienti. Purtroppo l’Argentina, dopo aver pagato una parte consistente del suo debito estero, per una serie di motivi non si è più trovata in condizione di rimborsare un prestito fatto a tassi esorbitanti. Ci siamo trovati in una situazione simile a quella vissuta oggi dalla Grecia.

 

I sindacati argentini hanno molto criticato l’affermazione fatta recentemente alla FAO dalla Presidente Kirchner e, cioè, che la povertà in Argentina è sotto il 5%. Per il leader della CTA, Pablo Micheli, ad esempio, in Argentina ci sono 11 milioni di lavoratori che guadagnano meno di 5.500 pesos (611 dollari) e solo nella provincia di Tucuman vivono più di mille bambini malnutriti. Nel recente passato ci sono stati anche diversi scioperi, ad esempio, nel settore dei trasporti. In sostanza esiste o no una grave situazione sociale in Argentina?

 

Innanzitutto, ci sono alcuni sindacati che hanno una posizione critica verso il Governo argentino ma la maggioranza delle parti sociali sostiene un modello economico che tutela il lavoro, il consumo e una economia di inclusione sociale.  Sarebbe assurdo negare il fatto che l’economia mondiale sta attraversando un momento difficile, e che le difficoltà generali hanno degli effetti negativi sulla nostra Regione e quindi anche sull’Argentina. Parliamo di una crisi che ha colpito, ad esempio, il Brasile, un grande importatore dei nostri prodotti.  La questione, a mio avviso, non è quella di rimarcare l’esistenza di problemi sociali ma di verificare l’impegno intrapreso dal Governo per risolvere questi problemi. Ebbene, a mio avviso, indipendentemente dagli orientamenti politici, occorre riconoscere che l’Argentina ha fatto molto per limitare le conseguenze negative di una crisi che è internazionale. Il ruolo dello Stato si è rivelato fondamentale e questo, ovviamente, lo si deve a precise scelte politiche del Governo.

 

Cambiamo argomento. Nel 2010 a Madrid furono ripresi i negoziati tra l’Unione Europea e il Mercosul (il Mercato comune dell’America del sud) avviati nel 1995 e che avrebbero dovuto portare entro il 2005 a una grande area di libero scambio. Dopo diverse interruzioni sembrava che la situazione si fosse finalmente sbloccata.  Eppure sono passati altri cinque anni e tutto è ancora fermo. Aldilà dei buoni propositi che si sentono in giro, si riuscirà in tempi ragionevoli a firmare questo accordo?

 

Indubbiamente la situazione è complicata. Credo, comunque, che oggi ci sia una maggiore disponibilità a trovare un accordo da parte dei Paesi del Mercosur piuttosto che da alcuni Paesi dell’Unione Europea. Ritengo che l´Unione Europea debba costruire una proposta capace di superare il problema del suo protezionismo agricolo. Del resto, è convinzione generale che un accordo senza discriminazioni potrebbe aprire delle prospettive economiche notevoli, oltre a riavvicinare due aree del mondo fortemente legate da vincoli storici e culturali. Va tuttavia,  riconosciuto, che il nuovo Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri, l’italiana Federica Mogherini, ha mostrato un forte interesse a portare a termine questo ambizioso obiettivo. Probabilmente quando l’Europa uscirà dalla crisi tutto diventerà più facile.

 

Per concludere, una riflessione sui problemi italiani. Notoriamente l’Argentina è stato un Paese che ha saputo accogliere milioni di immigranti, tra cui molti italiani. Secondo lei c’è qualcosa che l’Europa e, in particolare, l’Italia, potrebbero imparare dall’esperienza argentina?

 

E’ molto difficile dare dei consigli anche perché le situazioni sono sempre molto diverse, sia per quanto riguarda le realtà locali che in merito ai periodi storici. L’Argentina, come il Brasile, dispone di territori immensi. Inoltre, l’immigrazione avvenuta nel dopo guerra  era caratterizzata da una forte predominanza europea ed eravamo, come Paese, in una fase di sostanziale sviluppo. Quello che posso dire è  che nel suo complesso il processo d’integrazione da noi ha funzionato molto bene. Oggi ci sono, ad esempio, milioni di italiani o cittadini di origine italiana perfettamente inseriti a tutti i livelli nella società argentina. Più che dare consigli mi sento di formulare due riflessioni.

 

La prima è che facilitare l’integrazione significa dare diritti e anche creare ricchezza, puntando su un capitale umano che in prospettiva può dare molto. In Argentina i figli di immigranti diventano automaticamente argentini al momento della nascita. Ciò per dire che la tolleranza è cosa ben diversa dall’integrazione.   La seconda riflessione, è che il problema dell’immigrazione di massa è un problema globale che riguarda tutti i Continenti. Nessun Stato può risolvere il problema da solo. Occorre un impegno mondiale che da una parte cerchi di ridurre sensibilmente i numerosi conflitti in corso e dall’altro induca tutti i Governi a garantire almeno le condizioni essenziali di sopravvivenza, riducendo notevolmente il desiderio di espatriare.

 

Nota: l’intervista è  stata realizzata a Roma il 15 giugno 2015 insieme a un video (vedere  http://youtu.be/pevMlRbCKMQ )

 Carlos Cherniak

(3) NUOVO STATO SOCIALE: GARANTIRE I 6 BISOGNI ESSENZIALI

Posted by Rainero Schembri On giugno - 9 - 2015 Commenti disabilitati su (3) NUOVO STATO SOCIALE: GARANTIRE I 6 BISOGNI ESSENZIALI

Quest’articolo fa parte del libretto ‘NUOVO STATO SOCIALE Dai Comuni all’Europa’ di Rainero Schembri, edito dal nuovo Partito della Convergenza Socialista, con la prefazione di Manuel Santoro. Insieme ai capitoli del libretto vengono pubblicati anche significativi articoli sull’argomento. 

 

Creare un Nuovo Stato Sociale non significa puntare su un Nuovo Stato Assistenziale. La differenza è sostanziale. Nello Stato Assistenziale ci sono delle persone che sopravvivono solo grazie alla carità dei loro simili. Quindi si trovano in una situazione umiliante da un punto di vista fisico, psichico e morale. Sono costrette a dire sempre grazie per poter soddisfare i loro bisogni essenziali ai quali hanno invece diritto come cittadini. Lo Stato Sociale deve invece offrire a tutti la possibilità di guadagnare quel minimo indispensabile per vivere  dignitosamente. Parliamo, quindi, del cosiddetto Reddito di cittadinanza, che è uno dei cavalli di battaglia in Italia del Movimento 5 Stelle, e non solo, che va decisamente sostenuto anche se andrebbe sviluppato diversamente.

 

Cosa s’intende, infatti, per diritto a guadagnare il minimo necessario per vivere dignitosamente? Significa che chiunque lo desideri o ne abbia bisogno deve avere dallo Stato la possibilità di eseguire immediatamente dei lavori socialmente utili retribuiti. Il compenso, anche se contenuto, dovrà in ogni caso essere sufficiente a soddisfare i bisogni essenziali e non dovrà essere tassato o caricato di oneri sociali e previdenziali. Inoltre, non potrà essere erogato da privati o utilizzato per lavori che non abbiano finalità sociali. E non potrà essere cumulabile, ad esempio, con una pensione sociale di qualsiasi natura o con sussidi vari. Discorso a parte va fatto naturalmente per gli anziani, per le persone disabili o comunque impossibilitate ad esercitare una qualsiasi attività: per tutti coloro ogni forma di assistenza sociale va necessariamente erogata senza obblighi di prestazioni lavorative.

 

In sostanza, il Reddito di cittadinanza non dovrà mai trasformarsi in un elemento concorrenziale all’interno della naturale dinamica che regolamenta il costo del lavoro. Deve rappresentare essenzialmente un’ancora di salvezza per chiunque si trovi in gravi difficoltà. E’ come se lo Stato offrisse a tutti un ‘minimo garantito’ onde evitare che una parte della popolazione venga collocata definitivamente ai margine della società, zona dalla quale una volta entrati difficilmente si riesce a uscire.

 

In questa sede appare prematuro quantificare l’ammontare necessario per introdurre il Reddito di cittadinanza. Va, invece, ribadito che si tratta di un’esigenza assoluta e improrogabile, costi quel che costi. In altri termini, va compiuto ogni sforzo possibile affinché maturi un Nuovo Stato Sociale capace di garantire a tutti i sei bisogni fondamentali della vita: 1) nutrirsi; 2) vestirsi; 3) avere un tetto; 4) curarsi; 5) istruirsi; 6) difendersi legalmente. In questo sforzo collettivo, il presente Quaderno si propone da stimolo all’avvio di un’articolata campagna d’informazione e sensibilizzazione aperta a tutti coloro che sulla base delle proprie conoscenze ed esperienze abbiano qualcosa di concreto da trasmettere.

 

Il passo successivo sarà la creazione di un grande archivio di proposte innovative al quale tutti potranno attingere gratuitamente. L’obiettivo finale è di elaborare e far approvare delle leggi in grado di introdurre concretamente in Italia un Nuovo Stato Sociale che potrà rappresentare un modello anche per altri Paesi in Europa e nel mondo. In questo scenario Convergenza socialista rappresenta la punta di diamante di un impegno collettivo, nonché la naturale sponda politica di una proposta alla ricerca dei necessari consensi a livello comunale, nazionale, europeo e internazionale.

 

Economia parallela. Per raggiungere questo grande obiettivo appare fondamentale lavorare su due piani distinti anche se strettamente connessi. Il primo prevede la creazione di un’economia parallela e alternativa. Un’economia che certamente non punta sulla massimizzazione del profitto ma sulla minimizzazione dei costi, in modo da rendere accessibile i servizi essenziali a tutti i cittadini. Se volessimo semplificare al massimo questo concetto potremmo fare ricorso a una terminologia molto in voga: potremmo, cioè, puntare su uno Stato Sociale basato su una serie di servizi essenziali low cost. Del resto chi avrebbe potuto immaginare solo alcuni anni fa che un giorno sarebbe stato possibile, con pochissimi soldi, viaggiare da Roma a Londra, comunicare con tutto il mondo, avere un’enciclopedia universale a disposizione, scrivere libri, produrre e diffondere filmati e perfino creare giornali a diffusione internazionale? Allora, perché non dovrebbe essere ugualmente possibile mangiare, vestirsi, avere un tetto, curarsi, istruirsi o difendersi legalmente con pochi soldi? La conseguenza evidente è che se tutto costasse veramente poco o pochissimo diventerebbe anche più semplice introdurre e consolidare un Reddito di cittadinanza adeguato a soddisfare i bisogni essenziali.

 

Nuova filosofia di vita. L’introduzione di un’economia parallela, però, non è sufficiente. La creazione di un Nuovo Stato Sociale richiede anche l’affermazione di una nuova filosofia di vita, almeno nella parte più sensibile della popolazione. Solo la riscoperta di certi valori essenziali può rendere fertile il terreno e solide le basi di uno Stato sociale non basato certamente sul dio denaro. Distinguere i veri problemi dai falsi problemi, le vere fonti di arricchimento personale dal possesso effimero di beni spesso inutili, valorizzare gli esseri umani per quello che sono e non per quello che possiedono, sono solo alcuni dei segni distintivi di una persona filosoficamente essenzialista.

 

Naturalmente nessuno può avere la presunzione di esprimere una verità assoluta e universale, tanto meno credere di avere in tasca risposte definitive per problemi notoriamente secolari. Però, se molti si mettono a riflettere e a proporre soluzioni concrete s’innesca un motorino d’avviamento capace di modificare una realtà oggi profondamente ingiusta e squilibrata. Basta credere e partire dalla premessa che se c’è la buona volontà c’è sempre una soluzione per qualsiasi problema. Al potere politico occorre, invece, imporre questa nuova visione con la forza del ragionamento, della persuasione, della resistenza passiva, della convinzione incrollabile di chi sta nel giusto.

 

Contesto internazionale. Un’ultima questione riguarda il contesto internazionale. E’ indubbio che oggi sia quasi impossibile per un singolo Stato risolvere autonomamente problemi che nella realtà sono planetari. Però, da qualche parte bisogna pur cominciare. L’Italia deve ambire a diventare in questo campo un modello prima in Europa e poi nel mondo. E a proposito di Europa vale la pena di ricordare che uno dei contributi più elevati che il vecchio Continente ha dato al mondo è stata proprio la costruzione di un avanzato Stato Sociale. Uno Stato che, purtroppo, gradualmente viene smantellato sotto i colpi di un’economia rapace, disumanizzata, senza più valori e incurante dei diritti più elementari dell’uomo.

 

Gli italiani, con la loro fantasia e inventiva, potranno sicuramente dare un contributo decisivo alla rinascita di un efficiente sistema sociale in Europa. Del resto, discendono dall’Antica Roma, uno Stato multinazionale che già due mila anni fa, attraverso il sistema dell’Annona, aveva prodotto uno modello assistenziale tra i più avanzati dell’antichità e, diciamolo, ancora oggi non eguagliato in diversi Paesi nel mondo. Scrive, a questo proposito, nel suo libro ‘Il sogno di Roma’ il sindaco di Londra Boris Johnson: “Una folla affamata era una folla arrabbiata. Per questo lo Stato romano, nel 123 a.C. aveva istituito un’annona, ossia una pubblica distribuzione di grano. Ciascuno aveva un biglietto che poteva presentare all’ufficio dell’Annona e, se rientrava nei 200-250 mila maschi adulti aventi diritto, riceveva 33 chili di grano al mese, quantità più che sufficiente per un individuo adulto, ma non per una famiglia. Con il tempo, alla distribuzione del grano si aggiunsero elargizioni statali di vino, carne di suino e persino olio d’oliva”. (1)

 

Roma, comunque, non distribuiva solamente cibo ma offriva anche una serie di servizi gratuiti, dalla possibilità di andare in certi orari alle terme per lavarsi o ad assistere gratuitamente agli spettacoli. Inoltre, molti medici e avvocati per ambizioni politiche offrivano ai propri clienti assistenza gratuita. In alcuni casi c’era anche la possibilità di avere degli alloggi gratis. Quello dell’Antica Roma, ripetiamo, è stato uno dei modelli più avanzati di Stato assistenziale nella storia. Per molti anni lo è stato anche quello praticato in Europa. Ora è arrivato il momento di andare oltre. E non solo perché ‘una folla affamata è una folla arrabbiata’. Ultima considerazione: la necessità di creare un Nuovo Stato Sociale non riguarda solo la parte più debole della popolazione ma rappresenta anche un passo indispensabile per fare dell’Italia e dell’Europa una realtà molto più giusta, equilibrata e sicura, a tutti i livelli e per tutti i ceti sociali.

 

Per quanto riguarda l’Italia, una delle strade da percorrere, anche se piena di ostacoli, è sicuramente quella di fare ricorso alle leggi di iniziativa popolare. In pratica, dopo una fase di dibattito e approfondimento in varie località italiane con appassionati ed esperti di questioni sociali, andrebbero elaborati nei Dipartimenti di lavoro di Convergenza Socialista sei testi di legge riguardanti i diritti: 1) all’alimentazione; 2) al vestiario; 3) a un’abitazione; 4) all’assistenza sanitaria; 5) all’istruzione; 6) a un efficace patrocinio gratuito. Da registrare, per quanto riguarda le leggi di iniziativa popolare, che tra il 1979 e il 2014 sono state presentate 260 proposte alle Camere ma solo il 43% è arrivato ad essere discusso in commissione parlamentare mentre solo tre iniziative popolari sono diventate legge. Una delle cause della mancata attuazione della volontà popolare è collegabile alla lacuna rappresentata dall’assenza di un qualsiasi riferimento legislativo sui termini massimi entro cui portare in discussione una proposta di iniziativa popolare.

 

Vale la pena, a questo proposito, ricordare che la legge di iniziativa parlamentare è un istituto di democrazia diretta mediante il quale i cittadini possono presentare al Parlamento o a un ente amministrativo locale (Regione, Comune) un progetto di legge che sarà discusso e votato. In base all’articolo 71 della Costituzione il numero di firme necessarie a livello nazionale è di 50 mila da portare in Cassazione. Per quanto riguarda invece l’Europa, in base all’art.11, comma 4, del Trattato sull’Unione Europea i “Cittadini dell’Unione, in numero di almeno un milione, che abbiano la cittadinanza di un numero significativo di Stati membri, possono prendere l’iniziativa d’invitare la Commissione europea, nell’ambito delle sue attribuzioni, a presentare una proposta appropriata su materie in merito alle quali tali cittadini ritengono necessario un atto giuridico dell’Unione ai fini dell’attuazione dei trattati”.
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(1) ‘Il Sogno di Roma’, pag. 157 Garzanti editore.

 

   Rainero Schembri, giornalista

 

Nota: In precedenza è stato pubblicato:Rainero Schembr

(1) UN IMPEGNO ORMAI IMPROROGABILE –  http://puntocontinenti.it/?p=7462

(2) LE INQUIETUDINI DEL XXI SECOLI – http://puntocontinenti.it/?p=7610

 

Il primo libro di Convergenza Socialista dal titolo “NUOVO STATO SOCIALE – Dai Comuni all’Europa” e’ disponibile nei maggiori negozi online di e-books (presto anche in formato cartaceo).

Ecco dove e’ possibile acquistarlo:
1. Nuovo Stato Sociale su Amazon
2. Nuovo Stato Sociale su ITunes
3. Nuovo Stato Sociale su Google Play                                                                                                                                                                                                            4. Nuovo Stato Sociale su Google Libri

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EUROPA InCANTO? PER LIRICA PARTENDO DAI BAMBINI

Posted by Rainero Schembri On maggio - 22 - 2015 Commenti disabilitati su EUROPA InCANTO? PER LIRICA PARTENDO DAI BAMBINI

Gli unici a dimostrarsi un po’ distratti, manco a dirlo, sono stati i genitori, giusto per dare il ‘buon esempio’ di come si sta in teatro.  Al contrario i bambini, anche i più piccoli, la mattina del 20 maggio erano letteralmente entusiasti. Spesso a bocca aperta. “Anch’io, da grande, voglio fare il cantante”, ha sussurrato al padre, nell’intervallo tra il secondo e terzo atto della Traviata, il piccolo Matteo (avrà avuto al massimo 11 anni) che mi stava seduto vicino. Di cosa stiamo parlando?

 

Di una delle più originali, utili e ben organizzate manifestazioni culturali pensate per le scuole e intese a valorizzare e a far conoscere ai ‘piccoli’ forse la più tipica espressione artistica italiana: la lirica.  Siamo al Teatro Argentina di Roma che trasuda cultura e storia (proprio in questi paraggi oltre due mila anni fa venne ucciso Giulio Cesare). In scena ci va la Traviata di Verdi, riassunta e adattata ai bambini, pur nel rispetto della partitura originale e con una piccola ma efficiente orchestra. Il tutto integrato da un originale libro scritto per l’occasione e un cd propedeutico al canto con il quale, tra l’altro, è possibile ascoltare l’Opera ed eseguire uno stimolante gioco.

 

Gli interpreti principali sono tutti cantanti professionisti di buon livello che si sono prestati con entusiasmo a quest’iniziativa. I piccoli non si limitano, però, solo ad assistere alla rappresentazione: essi stessi partecipano cantando in coro e fanno parte integrante della scenografia. E’ tutta una grande festa, con bambini che salgono e scendono dal palcoscenico, insegnanti che li seguono ad ogni passo, genitori che fotografano e filmano tutto. A controllare con maestria questa meravigliosa baraonda è stata, per l’occasione, Valentina Lo Surdo, nota conduttrice di serate culturali.

 

Tutto ciò fa parte del progetto creato dall’Associazione Musicale Europa InCanto, ideato da Matteo Bonotto insieme a Ottavia Nocita, giunto alla sua quarta edizione, capace di coinvolgere oltre 14 mila bambini di 120 scuole del Lazio e del Veneto. Nelle precedenti edizioni sono state rappresentate Il Barbiere di Siviglia di Rossini, il Flauto Magico di Mozart e il Rigoletto di Verdi. “E’ nostra intenzione”, spiega Bonotto, “estendere questa nostra iniziativa ad altre Regioni italiane oltre a portare la lirica anche in scuole all’estero”.

 

Da precisare che il progetto è completamente autofinanziato, non gode di alcun sostegno pubblico e deve superare ogni anno, come avviene per ogni iniziativa lodevole in Italia, infiniti ostacoli burocratici. E visto che parliamo tanto di riforma della scuola, una riformetta in questa direzione certamente non guasterebbe.“Occorre”, aggiunge Bonotto, “modificare il piano formativo scolastico introducendo, sin dall’asilo nido, programmi e progetti che guardino alla musica come un nuovo linguaggio educativo. Il nostro progetto si propone di educare e formare piccoli e grandi attraverso la musica, quella colta, considerata da sempre appannaggio di un’elite”.

 

Ma ecco qualche maggiore dettaglio tecnico. Il Progetto. Scuola InCanto è articolato in più momenti. Si parte con la parte propedeutica dove i docenti delle scuole, attraverso laboratori e seminari, acquisiscono tutte le competenze che gli permetteranno di sviluppare in classe un percorso didattico mirato. E’ sicuramente uno dei punti di forza del progetto, perché maestre e professori comprendono quanto sia importante acquisire nozioni su argomenti considerati difficili come l’opera lirica e di quanto invece sia facile trasmetterle ai loro alunni. Successivamente alcuni esperti in didattica della musica e cantanti lirici approfondiscono il lavoro già svolto dai docenti attraverso degli incontri diretti in classe: i bambini lavorano sull’intonazione, sulla metrica, sulla storia dell’opera.

 

I corsi durano quasi un intero anno scolastico, da dicembre a maggio, proprio per dare modo agli studenti di poter approfondire le tematiche anche a livello interdisciplinare. Ai ragazzi non viene chiesto un vero e proprio impegno allo studio ma più che altro un impegno a divertirsi con la musica, ad apprendere in modo giocoso le storie e gli intrighi nascosti nella trama dell’opera che studieranno.  Agli studenti viene fornito un kit didattico contenente il libro e il cd audio che accompagna gli alunni in tutto il percorso di apprendimento, e con cui potranno ripassare i brani da cantare a casa, in macchina con i genitori, a scuola, e tutto quindi diventa molto fruibile e alla portata di ogni età: l’opera lirica, frequentemente considerata appannaggio di pochi, entra a far parte del bagaglio culturale delle nuove e vecchie generazioni. Per un percorso di apprendimento che dura circa 6 mesi la quota di partecipazione è di 15 euro per l’intero progetto comprensivo del Kit didattico. Ogni anno cerchiamo di mantenere inalterato questo costo minimo affinché tutti possano prendere parte al progetto intervenendo anche con molte gratuità.

 

Di seguito riportiamo i nomi di tutti i protagonisti che hanno partecipato all’edizione 2014-15 di Europa InCanto.

La Traviata di G. Verdi

Violetta:  Rossella Cerioni, Giulia De Blasis, Caterina Poggini

Alfredo: Dionigi D’Ostuni, Gilberto Mulargia, Jenishbek Ysmanov (Kirghizistan)

Giorgio Germont: Jacopo Bianchini, Alessio Potestio, Daniele Terenzi

Flora: Angela Giovio, Isabella Palermo

Gastone: Giorgio D’Andreis, Simone Lollobattista

Tutti i giovani cantanti coinvolti nel progetto hanno sostenuto un periodo di formazione artistica con Masterclass in preparazione vocale sotto la guida del M° Angelo Gabrielli

Narratrice Viviana Altieri, Valentina Lo Surdo

Direttore e Coordinatore bambini Dayana D’Aluisio, Annalisa Ferraro, Fabiana Rossi, David Barrios, Francesco Finori, Daniele Corizza

Regia Luca Bargagna

Assistente alla regia Irene Lepore

Scene, luci e direzione tecnica Andrea Tocchio

Costumi Francesco Morabito

Produzione Matteo Bonotto, Ottavia Nocita

Pianoforte Edina Bak (Ungheria), Mirca Rosciani

L’ensemble strumentale formata dagli allievi del Conservatorio di Santa Cecilia.

Primo Violino Livio De Angelis, Daniele Molino

Clarinetto Fabio Sepe, Rita Testani

Secondo Violino Florian Lekaj (Albania)

Viola  Tiziana Proietti

Violoncello Marco Valerio Cesaretti Salvi, Valentina Verzola

Contrabbasso Daniele De Angelis, Andrea Passini

Trucco e parrucco Fabiola Gibertini, Donatella Zancanaro

Sarte di scena Isabella Giannini, Luisa Panelli

Macchinisti e attrezzisti Renato Piacentini, Marco Guarrera

Ufficio Stampa Elisa Ragni

Informazioni Matteo Bonotto  www.europaincanto.it Cell. 347.6424376

 

VIDEO SULLA MANIFESTAZIONE

Il video è visibile in due modi:

1) andando su Videomondo di www.puntocontinenti.it (in alto a destra) poi al n. 25 (l’ultimo)

2) andando su Youtube: https://www.youtube.com/watch?v=SCsxc8ty8n8

Fotoun momento della rappresentazione. Riquadro: Matteo Bonotto. 

IMMIGRAZIONE(1): LA TRAGEDIA AI CONFINI DELLA GRECIA

Posted by Rainero Schembri On maggio - 20 - 2015 Commenti disabilitati su IMMIGRAZIONE(1): LA TRAGEDIA AI CONFINI DELLA GRECIA

Inutile girarci intorno: il problema dell’immigrazione è destinato a diventare il problema del secolo, in grado di condizionare ogni impostazione e progetto politico, tra cui quello di creare un Nuovo Stato Sociale. Premesso che nessuno ha la ricetta magica per trovare una soluzione soddisfacente e realistica, la cosa più seria, in questa fase di confusione generale, solo può essere quella di alimentare un grande dibattito aperto alle più svariate posizioni e ai più diversi orientamenti politici. Un dibattito che abbiamo deciso con Francesco De Palogiornalista, scrittore e ghostwriter. Oltre ad essere Direttore del mensile Prima di tutto Italiani e fondatore  del magazine Mondogreco, collabora con Il Fatto Quotidiano, Il Giornale, Osservatorio Balcani e Caucaso, Il Calendario del Popolo. Ma De Palo è soprattutto uno dei maggiori esperti della Grecia, un Paese che alla pari dell’Italia, sta affrontando una drammatica situazione lungo i suoi confini con la Turchia. Ma ecco cosa ha dichiarato a Punto Continenti.

Oggi si parla molto del problema dell’immigrazione in Europa pensando alla Libia, al Mediterraneo e all’Italia. E’ vero che esiste un problema molto più grave ai confini tra la Grecia e la Turchia? Ce lo può descrivere?

Sulle coste turche ci sono almeno un milione di migranti pronti a raggiungere l’Europa. Sono frontiere altamente permeabili e la guardia costiera ellenica, da sola, può fare poco. Alcuni di loro già usano rotte alternative al canale di Sicilia. Una di esse è quella balcanica: si muovono di notte come carovane di uomini e donne lungo le ferrovie attraversando tutta la Grecia verso Fyrom e solcando i Balcani, con destinazione Germania e Svezia. Di giorno dormono nei boschi o in vecchie fabbriche. Il fenomeno, ignorato dai grandi media, è stato attenzionato solo da Medici Senza Frontiere che vi ha dedicato un apposito piano di sostegno. Non chiedono la carta di identità di questi disperati, ma offrono loro acqua, cibo e medicinali. Sono loro il nuovo propellente umano per la malavita in cerca di business alternativi a cui l’Ue non fa neanche il solletico.

Come la Grecia sta cercando di risolvere questo problema?

Non può farlo, semplicemente perché è presa dalla trattativa con i creditori internazionali. E perché registra un più 300% di immigrazione clandestina in molte isole dove, a causa della crisi, non ci sono neanche più i presìdi medici essenziali e dove la guardia costiera non sa quale emergenza affrontare per prima. Secondo alcuni testimoni vi sarebbero, a nord, delle isole usate come cimitero di immigrati. Alcuni operatori delle forze dell’ordine non ricevono lo stipendio, non hanno mezzi e nessuna certezza sul proprio futuro, pur rischiando la vita ogni notte. Una contingenza che va solo a vantaggio dei mercanti di uomini che continuano a fare affari d’oro. Ricordo che a dicembre scorso, quando andò a fuoco il traghetto Norman Atlantic a largo di Corfù, poche ore dopo venne abbandonato dagli scafisti un cargo con centinaia di clandestini a bordo. I furfanti scapparono solo perché in quel fazzoletto di mare si erano concentrati i mezzi navali di soccorso e, in un modo o nell’altro, sarebbero stati scoperti anche loro. Provenivano dalla Turchia e stranamente fino a quel momento nessuno li aveva intercettati. Assurdo.

Come valuta la decisione della Grecia di chiudere tutti i CIE (Centri d’identificazione ed espulsione) e di alzare un muro sui confini con la Turchia?
I confini tra Turchia e Bulgaria e quelli tra Turchia e Grecia sono i più permeabili d’Europa anche grazie ad un sostanziale immobilismo diffuso. La Grecia non ha alzato un muro, ma una recinzione sul confine turco, anche per via del disinteresse turco verso questi flussi: in questo modo il traffico di rifugiati (siriani, afghani, iraqeni) si è spostato verso la Bulgaria. Recentemente è stata la Bulgaria ad erigere a sua volta una recinzione sul confine con la Turchia, come scritto un mese fa dal New York Times, mentre i media italiani si occupavano solo dell’italicum. Antropologicamente non mi piace l’idea del muro, preferisco quella dei ponti. Ma prendo atto che oggi l’agorà di un’Europa aperta non è sostenibile da queste istituzioni: impreparate, arruffone e in perenne ritardo rispetto a fatti, come la massiccia emigrazione, che si sono già verificati e incanalati verso una strutturazione uniforme.
Quanto alla decisione greca di voler chiudere i CIE, ricordo che i lager sono un’immagine devastante, anche se quando gli emigranti italiani un secolo fa arrivavano ad Ellis Island trovavano ad accoglierli un sistema efficiente di identificazione e di quarantena. Che nessuno si è mai sognato di etichettare come razzista.

Secondo lei, concretamente, come andrebbe affrontata la questione?

Se l’Europa avesse una politica comune di difesa e sicurezza un pezzo di strada sarebbe già stata percorsa, invece si cerca sempre una soluzione affannosa quando i buoi sono già scappati. Il nodo non è Mare Nostrum o Triton, non serve solo affrontare la contingenza con uomini, mezzi e risorse. Piuttosto va ripensata la strategia europea verso un Mediterraneo costantemente ignorato. Questi flussi sono il frutto della vacatio politica, di macroscopici errori di gestione delle primavere arabe, della guerra in Afghanistan e in Iraq, del caso siriano. E la Libia è ancora in attesa di esplodere completamente se si continuerà ad affidare ruoli sensibili a rispettabilissimi burocrati, come l’inviato dell’ONU Bernardino Leon, che però non conoscono a fondo il problema. E fino ad oggi non hanno contribuito a risolverlo, come dimostra il piano ad hoc respinto dalle tribù libiche che scorazzano nel post Gheddafi.

L’Europa non può chiudere entrambi gli occhi difronte a decisioni geopolitiche e poi scoprirsi inerme quando la conseguenza di quelle scelte si materializza come uno tsunami umano sulle nostre coste. Non è una questione di quote o ripartizioni, ma di strategie per immaginare che Mediterraneo ci sarà nel 2030. L’Italia, nonostante sia un molo naturale messo lì in quel grande lago salato che è il mare nostrum, ha ancora una volta scelto di non scegliere: come un qualsiasi Don Abbondio. Vorrei sapere cosa pensa ad esempio il nostro Premier dell’Isis, del nuovo ruolo “energetico” della Turchia, del binomio Mosca-Pechino, dell’isolamento della Tunisia, della pulizia etnica subìta dai cristiani in Medio Oriente, dei nuovi trattati americani con Ue e Asia e del rapporto con i Brics. Lì si gioca la partita, non altrove.

Come giudica il dibattito che si sta sviluppando in Italia sull’argomento?

Futile, populista e controproducente. Troppo facile e assolutamente pericoloso urlare contro il diverso e mettere da parte senso di responsabilità e lungimiranza politica. Altrettanto semplicistico sarebbe aprire scriteriatamente le frontiere all’universo mondo, come propone demagogicamente la sinistra. Il guaio della politica italiana 2.0 è che pensa solo a quanti mi piace otterrebbe da questa o quella dichiarazione. Mentre, nella vita reale, il peso di questa ecatombe lo pagano in solitario i lampedusani, lasciati soli ad accogliere, chi ci rimette la vita e le centinaia di volontari che svolgono un lavoro esemplare. Il risultato? Non può che essere il lancio delle uova come plastica raffigurazione di un tessuto sociale in necrosi, con nuovi eroi che passano il pomeriggio nei talk show, ed elettori sempre più stanchi di politici lobotomizzati. L’ente europeo preposto al tema, il Frontex, ha sede a Varsavia mentre invece, anche simbolicamente, dovrebbe essere spostato a Lampedusa.

La grave crisi economica che sta attraversando l’Europa ha rimesso sul tappeto la necessità di creare un Nuovo Stato Sociale. Secondo lei è possibile conciliare nei prossimi anni questo obiettivo con l’arrivo di una massa enorme di immigrati?

Un nuovo stato sociale è un obbligo per l’Europa immaginata dai padri fondatori Spinelli, Adenauer, De Gasperi, Schuman ma accanto a doveri per tutti, cittadini e istituzioni. Il problema è che oggi non abbiamo più né quegli statisti né quel continente. Le sfide sono altre: la globalizzazione che ha fatto irruzione in casa nostra senza chiedere il permesso, il ceto medio che si impoverisce e le imprese che chiudono anche per tasse che aumentano ad ogni nuovo esecutivo (rosso o nero che sia), il disinteresse verso il tema dell’Eurasia che invece è preponderante dappertutto, fatta eccezione per l’Italia dove si parla solo di italicum ed elezioni regionali. Il Quantitative Easing realizzato dal numero uno della Bce Mario Draghi, almeno nelle intenzioni, avrebbe voluto essere uno stimolo ma di fatto ha escluso chi sta peggio, come la Grecia. Questa è la solidarietà europea?

Nel 1953 venti stati europei (comprese Italia e Grecia) dissero sì al taglio del debito tedesco, impedendo il default di Berlino e gettando le basi per la successiva riunificazione. Il salario minimo garantito che impera sui media è un’altra soluzione di pancia che non risolve il problema: si accetta mentalmente di pagare qualcuno per non lavorare? L’unica speranza è di riaccendere il motore del mercato, rimettendo in pista una politica industriale seria che, fatta eccezione per la Fiat di Marchionne, per il resto è data per dispersa. Senza prodotti non c’è lavoro, senza lavoro non c’è welfare, senza welfare e senza lavoro non c’è dignità. Il tutto mentre una serie di posizioni lavorative sono misteriosamente carenti perché inoccupate.

Nel 2011 lei ha scritto il racconto ‘Onde-diario di un immigrato’ affrontando la problematica dello ‘ius soli’, cioè, della concessione della cittadinanza legata al luogo di nascita. Qual’è esattamente la sua posizione in merito?

Chi nasce in Italia imparando l’italiano, vi cresce, vi conclude almeno un ciclo di studi è italiano, anche se di padre americano o senegalese. Non lo dico io ma la logica. Credo sarebbe un errore però sia svendere la cittadinanza, tipico atteggiamento del buonismo ideologico che negli ultimi trent’anni ha ammalato l’Italia, sia invocare le ruspe per i campi rom, posto che rimangono una vergogna solo italiana, perché sotto la torre Eiffel non lo permetterebbero neanche gli integralisti dell’accoglienza. La cittadinanza è un diritto ma anche una conquista: si immagini una nuova e moderna commissione che valuti le richieste, pesi l’italianità del richiedente e agisca senza paraocchi ideologici o convenienze politiche, ma semplicemente per il bene dell’Italia e dei possibili nuovi italiani, come la rete G2, cioè, le seconde generazioni. Soprattutto, occorre che della materia se ne occupi gente seria e preparata, non chi per caso si trova nelle mani la delega all’immigrazione per via di equilibri da manuale Cencelli. Così come quando hanno fatto ministro delle riforme un anti italiano che faceva il chirurgo maxillo facciale, che poi ha prodotto – fisiologicamente – il Porcellum.

  Francesco De Palo

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