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Tuesday, April 24, 2018

PAOLO ROZERA: UN BAMBINO SU DIECI CONVIVE CON LA GUERRA

Posted by Rainero Schembri On luglio - 10 - 2015 Commenti disabilitati su PAOLO ROZERA: UN BAMBINO SU DIECI CONVIVE CON LA GUERRA

Bresciano, sposato con due figli, laureato in Scienze politiche, 49 anni, docente presso la Luiss di Roma, Paolo Rozera dall’inizio del 2015 è il Direttore Generale di Unicef Italia, l’organizzazioni internazionale che si occupa di problemi dell’infanzia. In precedenza è stato Responsabile dell’Ufficio Risorse Umane e Organizzative. Nel 1996 ha organizzato e coordinato il Forum Internazionale della Gioventù in occasione del Summit Mondiale sull’Alimentazione. Tra il 1999 e il 2000 ha collaborato con la FAO.

 

Da registrare che il Comitato Italiano per l’UNICEF è parte integrante della struttura globale dell’Unicef, il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia, l’organo sussidiario dell’ONU che ha il mandato di tutelare e promuovere i diritti dei bambini e adolescenti (0-18 anni) in tutto il mondo, nonché di contribuire al miglioramento delle loro condizioni di vita. Dal 1974 il Comitato Italiano opera in Italia a nome e per conto dell’UNICEF, sulla base di un Accordo di Cooperazione stipulato con l’UNICEF Internazionale. Per capire un po’ meglio la reale situazione dell’infanzia in questo difficile momento storico abbiamo posto alcune domande a Rozera.

 

Nell’ambito di tutte le tragedie attraversate dall’umanità in questo momento (guerre, terrorismo, fame, sfruttamento sul lavoro, ecc..) la situazione dell’infanzia  è certamente quella più delicata. Ci può dare una fotografia complessiva di questa situazione nel mondo?

 

Il momento storico che stiamo affrontando è molto difficile, soprattutto per i più piccoli. Pensi che oggi nel mondo più di 1 bambino su 10 vive in paesi o aree colpite da conflitti armati, questo significa che in media sono 230 milioni: un numero altissimo. Da disastri naturali fatali, ai conflitti violenti, alle epidemie, oggi i bambini nel mondo si trovano ad affrontare una nuova generazione di crisi umanitarie. Ad esempio, in Siria e nella regione le vite di oltre 7,6 milioni di bambini da oltre quattro anni sono state colpite da violenza e morte. Questi bambini sono stati lasciati fuori dalle cose fondamentali della loro vita, come la salute, l’istruzione e la protezione. Sono stati negati loro i diritti fondamentali per una guerra che non hanno deciso di vivere.

 

In Sud Sudan,  in solo tre settimane a maggio, circa 129 bambini dello stato di Unity sono stati uccisi. I sopravvissuti hanno raccontato solo alcune delle violenze terribili perpetrate su quei 129 innocenti. Non ci dobbiamo dimenticare però che ci sono bambini in difficoltà anche a pochi passi da casa nostra, come in Ucraina, dove dall’inizio del conflitto sono stati uccisi oltre 240 bambini. Questi sono solo alcuni esempi, alcuni dati che ho voluto riportare perché l’attenzione verso queste emergenze non si abbassi, perché nessun bambino venga lasciato senza assistenza umanitaria.

 

Oltre ad assistere i bambini sul campo, l’UNICEF svolge anche un’attività di pressione sui governi nazionali per il raggiungimento di obiettivi precisi? In che modo e con quali risultati?

 

La diffusione della cultura dell’infanzia e il rafforzamento del consenso intorno all’attuazione dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza sono il principale impegno delle azioni di advocacy dell’UNICEF. Per il Comitato Italiano per l’UNICEF realizzare queste attività significa innanzitutto promuovere e partecipare al cambiamento della società nel suo insieme per i diritti dell’infanzia, a favore della costruzione di un mondo a misura di bambini e adolescenti. Sin dalla sua nascita l’UNICEF in Italia ha avuto l’ambizione di sviluppare tutte le possibili sinergie tra le attività di raccolta fondi a sostegno dei progetti dell’UNICEF internazionale e l’attività di promozione di una cultura dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza nel nostro Paese e nel mondo.

 

Tutte le attività portate avanti hanno come quadro di riferimento i principi e le indicazioni riportate  nella Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza. Questa è un’azione trasversale su diversi livelli di applicazione: quello internazionale, quello nazionale, il regionale e il locale. Fondamentale, inoltre, la costruzione di reti con tutti coloro che condividano gli stessi principi, gli obiettivi e i metodi sia che appartengano al mondo delle Istituzioni così come della società civile. In tutti i paesi lavoriamo a stretto contatto con i Governi per fare in modo che i bambini siano al centro delle agende politiche nazionali, perché i loro diritti vengano riconosciuti e rispettati

 

All’interno dell’enorme problema dell’immigrazione c’è la drammatica situazione dei bambini che arrivano senza i genitori. Come affrontate questo problema?

 

Ritorniamo alla questione della vicinanza, dei diritti dei bambini negati solo a pochi passi dalle nostre case. Iniziamo col ricordare che nel mondo oggi sono circa 35 milioni i migranti internazionali sotto i 20 anni che rappresentano circa il 15% della popolazione migrante totale. Come UNICEF sosteniamo una migrazione efficiente e ben gestita, diritto di asilo e politiche di frontiera, nel pieno rispetto dei diritti fondamentali, in particolare dei bambini, come previsto nella Convenzione sui Diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Proprio per questo, noi richiediamo a tutti gli Stati politiche per una migrazione inclusiva e sostenibile.

 

Tutti i bambini migranti, rifugiati o richiedenti asilo, in particolar modo quelli non accompagnati o separati dalle proprie famiglie, sono vulnerabili a sfruttamento e abuso, sia durante il transito sia una volta arrivati nel paese di destinazione.  Le azioni dei governi non dovrebbero quindi nuocere ulteriormente al benessere di questi bambini e delle loro famiglie, considerando che hanno già dovuto affrontare considerevoli pericoli durante il viaggio. Questi bambini dovrebbero avere lo stesso accesso ai servizi di base di tutti gli altri bambini e adolescenti nei paesi di transito e di destinazione. Dovrebbero vedere riconosciuto il diritto ad accedere ad assistenza sanitaria, istruzione e sostegno sociale, perché questi servizi possono contribuire a sostenere la loro sopravvivenza e benessere.

 

L’UNICEF Italia, attraverso l’azione di advocacy, promuove politiche e pratiche che garantiscano il superiore interesse di tutti i bambini, in particolar modo i più vulnerabili, come quelli coinvolti nelle migrazioni. Inoltre, in alcuni dei comuni italiani in cui sono presenti bambini migranti e le loro famiglie i nostri volontari stanno svolgendo attività di sostegno attraverso la raccolta e la distribuzione di beni di prima necessità proprio per garantire loro aiuto nelle condizioni delicate in cui si trovano.

 

Quali sono oggi le priorità assolute dell’UNICEF nel mondo e in Italia?

 

Per l’UNICEF c’è una sola priorità assoluta, per la quale lavoriamo ogni giorno con grande impegno, rispetto e passione: il benessere dei bambini in tutto il mondo. All’inizio di quest’anno la nostra risposta alle emergenze globali comprendeva diversi interventi, ne cito solo alcuni: curare 2,7 milioni di bambini dalla malnutrizione acuta grave; vaccinare 13,6 milioni di bambini contro il morbillo; fornire a 34,3 milioni di persone accesso all’acqua sicura; proteggere 2,3 milioni di bambini garantendo loro sostegno psicosociale; aiutare quasi 5 milioni di bambini a ricevere un’educazione formale e non formale; fornire a 257.000 persone accesso alle informazioni su HIV e AIDS; controlli e terapia; raggiungere 395.000 persone con assistenza in denaro.

 

Il contesto è però evoluto, perché a questi grandi e importanti obiettivi se ne sono aggiunti altri, sono scoppiate nuove emergenze, come per il Nepal ad Aprile, a causa dei due terremoti che si sono abbattuti sul paese o in Yemen, dove le violenze continuano ad acuirsi coinvolgendo anche i bambini.

 

Vede quando un’emergenza è in corso i numeri delle vittime e delle persone coinvolte cambiano di giorno in giorno. Sono poche, purtroppo, le buone notizie che ci arrivano in termini di grandi numeri, allo stesso tempo però ci sono tante storie: bambini che guariscono dalla malnutrizione, o paesi in cui si è riusciti a coinvolgere quante più donne in gravidanza in programmi per la prevenzione della trasmissione del virus dell’HIV al proprio bambino, o aiuti che come UNICEF abbiamo potuto distribuire alle popolazioni che hanno urgente bisogno. Queste storie, diventano per noi dei fari che tengono sempre vivo il nostro ultimo obiettivo, lavorare per sostenere i bambini in difficoltà e garantire loro un futuro sostenibile.

 

Come si presenta oggi la situazione dell’infanzia in Italia?

 

La situazione in Italia per i bambini è molto delicata, soprattutto se parliamo in termini di povertà. La crisi ha inciso abbondantemente sul loro futuro. Secondo l’ultimo Rapporto dell’UNICEF sul Benessere dei bambini nei paesi ricchi “Report Card 12”, l’Italia si colloca al 33° posto su 41 paesi dell’Unione Europea e/o dell’OCSE, nella terza fascia inferiore della classifica sulla povertà infantile.

 

Per quanto riguarda la riduzione del reddito dei nuclei familiari dal 2008 al 2012, l’Italia ha perso 8 anni di potenziali progressi economici. Troppi bambini italiani vivono in condizioni di grave deprivazione materiale cioè in famiglie che non sono in grado di permettersi almeno quattro delle nove voci seguenti: 1) pagare l’affitto, il mutuo o le utenze; 2) tenere l’abitazione adeguatamente riscaldata; 3) affrontare spese impreviste; 4) consumare regolarmente carne o proteine; 5) andare in vacanza; 6) possedere un televisore; 7) possedere una lavatrice; 8) possedere un’auto; 9) possedere un telefono.

 

La situazione è ancora più difficile per quanto riguarda i giovani che non studiano, non lavorano e non seguono corsi di formazione (NEET): l’Italia è al 37° posto su 41 paesi nella classifica relativa, quasi alla fine. Sintomo e concausa anche dell’aumento della disoccupazione giovanile. Per via della crisi, molti paesi ricchi hanno fatto ‘un grande passo indietro’  in termini di reddito e le conseguenze avranno ripercussioni a lungo termine per i bambini e le loro comunità. Il nostro Rapporto mostra che la forza delle politiche di protezione sociale sarebbe stata un fattore decisivo per prevenire la povertà. Tutti i paesi hanno bisogno di forti reti di sicurezza sociale per la protezione dei bambini sia durante congiunture negative sia durante quellepositive. I Paesi ricchi dovrebbero fare da esempio impegnandosi esplicitamente per eliminare la povertà infantile, sviluppando politiche per controbilanciare la regressione e facendo del benessere infantile la prima priorità.

 

Anche in virtù di questa situazione, siamo impegnati in Italia attraverso il programma “Italia Amica dei Bambini” per la piena attuazione della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Il concetto di amicizia indica una visione e una metodologia che riconosce la soggettività dei bambini e degli adolescenti, che sono cittadini attivi e hanno il diritto di partecipare ai processi decisionali che li riguardano. Il programma Italia Amica dei bambini comprende diversi ambiti di intervento:  Città Amiche dei bambini per coinvolgere in un processo partecipativo tutti i soggetti interessati delle comunità: le autorità locali, la società civile, gli esperti, le comunità e, in particolar modo, le bambine e i bambini; Sport Amico dei bambini per promuovere azioni e stili di vita sani, fondati sulla salute, fisica, mentale e psicologica dei bambini attraverso sport, svago e attività ricreative;  Scuola Amica dei bambini, per la promozione nelle scuole di progetti mirati a dare attuazione ai principi e ai diritti contenuti nella Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.

 

Siamo presenti anche nelle Università, attraverso corsi ad hoc realizzati dai diversi comitati UNICEF presenti sul territorio italiano, per promuovere le tematiche e i problemi dell’infanzia nel mondo;  e negli Ospedali e nelle Asl con il progetto Ospedali Amici dei bambini per la promozione dell’allattamento materno, che ha già coinvolto 60.000 neonati e le loro madri. Il futuro dei nostri bambini, inizia anche da qui.

 

 

 

 

ITINERA: PSICOLOGIA A SERVIZIO DELLA PROMOZIONE SOCIALE

Posted by Rainero Schembri On luglio - 8 - 2015 Commenti disabilitati su ITINERA: PSICOLOGIA A SERVIZIO DELLA PROMOZIONE SOCIALE

Quando si parla di giovani che si debbono rimboccare le maniche, di privato capace di sostituirsi al pubblico nel sociale, di alta professionalità esercitata con passione, l’Associazione Itinera ne  costituisce un esempio concreto. Parliamo di un gruppo di giovani psicologhe e psicoterapeute che a Roma è seriamente impegnata  sul fronte del benessere fisico, psichico e sociale della persona, soprattutto per quanto riguarda la parte più debole e sofferente della popolazione. I loro nomi: Silvia Loi, Silvia Camaiti, Mariangela Demarco, Giovanna Rodio Mariateresa Tucci  e Anna Lisa Fusco, con la quale ci siamo soffermati per capire un po’ meglio lo spirito che anima quest’associazione.  

 

Formatasi nell’area della psiconcologia presso l’IRC Regina Elena di Roma, la Fusco ha condotto gruppi di sostegno di pazienti oncologici presso l’ospedale Fatebenefratelli. In seguito ha acquisito una notevole esperienza nel campo della riabilitazione della disabilità psichica con particolare attenzione all’integrazione di minori con handicap psichici e fisici nella scuola elementare e dell’infanzia. Inoltre, ha maturato una lunga esperienza in ambito psico-pedagogico nella progettazione e realizzazione di progetti educativi, con bambini da 3 a 10 anni. Attualmente è impegnata anche in attività socio–culturali, ricreative ed educative per bambini presso biblioteche e altri contesti e si occupa di formazione degli adulti (in particolare insegnanti) .

 

Ci può raccontare, in estrema sintesi, come è nata la vostra associazione e quante persone gravitano intorno a quest’iniziativa?

 

L’Associazione Itinera nasce a Roma nel gennaio del 2011 dall’incontro di sei colleghe, psicologhe e psicoterapeute, accomunate dall’aver condiviso lo stesso percorso di formazione (la II Scuola di Specializzazione in Psicologia Clinica dell’Università La Sapienza) e unite dalla volontà di contribuire concretamente alla promozione della salute e del benessere fisico, psichico e sociale della persona, nonché dal desiderio di mettere insieme le diverse competenze acquisite nel percorso di formazione e di attività clinica al fine di realizzare un progetto comune che potesse offrire un’ampia varietà di servizi psicologici, essenziali per il miglioramento della qualità della vita.

 

Il nome Itinera è un rimando al percorso, al viaggio, in senso metaforico, come esplorazione, con valenza trasformativa, delle dinamiche intra e interpersonali dell’individuo o del gruppo.

 

Quali sono i vostri obiettivi principali e quali risultati avete raggiunto fino a questo momento?

 

Itinera, oltre alle attività di valutazione e consulenza psicologia e di psicoterapia,  promuove attività in ambito psico-socio-educativo, consulenziale, psico-diagnostico, clinico e del lavoro  e realizza incontri, seminari e corsi, utili ai fini del raggiungimento degli scopi di informazione e di diffusione della Psicologia e su tematiche di interesse sociale. Inoltre promuove, progetta e realizza interventi psicologici nelle istituzioni sociali, negli enti pubblici e privati.

 

In questi anni l’Associazione ha realizzato progetti che hanno coinvolto sia adulti che bambini. Tra questi si annovera la collaborazione con il Dipartimento Risorse Economiche di Roma Capitale (all’interno del progetto “OASI”) dove ha realizzato un intervento mirato alla riduzione dello Stress Lavoro Correlato; laboratori narrativi in collaborazione con  librerie per bambini; la collaborazione con i Servizi Sociali del Municipio VIII per interventi per soggetti svantaggiati e la partecipazione al coordinamento delle associazioni che operano sul territorio in ambito psico-educativo; la partecipazione alla Festa per la Cultura 2015 per la diffusione della cultura psicologica e attività di promozione. Attualmente sono in cantiere interventi rivolti alle scuole, con l’obiettivo di mettere a disposizione le competenze dei propri operatori, in modo da garantire consulenze e servizi rivolti agli insegnanti, agli alunni e ai genitori e Gruppi di Sostegno alla Genitorialità, con il patrocinio del Municipio VIII di Roma Capitale.

Ci può dare un’indicazione di massima di quanto costano le vostre sedute terapeutiche e se svolgete anche un’attività sociale e gratuita per le persone più povere?

 

I servizi che noi offriamo spesso risultano poco accessibili in ambito pubblico, per costi e disponibilità (lunghe liste d’attesa). La nostra Associazione, al fine di perseguire finalità di solidarietà, ha scelto di avere come scopo principale l’accoglienza, l’ascolto, la consulenza psicologica e la psicoterapia ad un costo “sostenibile”. Offriamo uno sportello di ascolto gratuito e servizi di consulenza e valutazione psicodiagnostica e di psicoterapia rivolti  agli individui (bambini, adolescenti e adulti), alle coppie, alle famiglie  e ai gruppi con costi che oscillano tra i 30  e i 40 euro.

 

Accogliamo anche le richieste di persone in condizione di svantaggio sociale ed economico, inviate, attraverso apposita procedura, dai servizi sociali territoriali. Offriamo in alcuni casi, valutando di volta in volta le necessità e i bisogni, dei servizi gratuiti per particolari fasce di utenti.

 

Che giudizio complessivo può esprimere sull’assistenza psicoterapeutica familiare in Italia, sia sul piano qualitativo che di prospettive lavorative? 

 

Il contributo della psicologia nella realtà sociale e sanitaria, dall’infanzia alla terza età, nei contesti scolastici, familiari e lavorativi, è sicuramente di grande utilità e rappresenta  uno strumento efficace di cambiamento sociale e culturale. Ciò nonostante, in Italia (a fronte di statistiche in cui gli psicologi italiani rappresentano un terzo degli psicologi di tutta Europa e che vedono l’Italia come il Paese con maggior numero di psicoterapeuti dell’intera Europa) la psicologia e la psicoterapia rappresentano ancora una realtà marginale. Sia a livello culturale (perché, nonostante ci sia stata sicuramente, negli ultimi decenni, una crescita importante della cultura psicologica, questa professionalità sembra ancora risentire di  pregiudizi e stereotipi), sia a livello istituzionale e d’investimento nelle politiche del welfare.

 

Il controllo sempre più penalizzante della spesa sanitaria, i continui tagli a carico dei servizi sociali, relegano questa importantissima area agli ultimi posti nell’attenzione pubblica, creando una situazione che non favorisce un reale positivo sviluppo e un processo di crescita dei servizi. Succede così che una gran quantità di risorse e di persone, a volte iper-specializzate in ambito psicologico, rimangono fuori dal mercato del lavoro e cercano, in ogni modo, di trovare una collocazione, “occupando” ogni possibile spazio lavorativo disponibile, a volte valorizzando le proprie competenze, altre volte dimenticandole e  allontanandosi da quell’equilibrio scientifico che la “professionalità” impone.

 

Per questa serie di motivi, Itinera con il suo progetto di promozione sociale, intende rinunciare a operazioni dirette di marketing in favore di un impulso nella ricerca e passione scientifica per la professionalità e la diffusione della cultura psicologica.

Foto: da sinistra verso destra, Mariangela Demarco, Anna Lisa Fusco, Silvia Loi, Mariateresa Tucci, Silvia Camaiti e Giovanna Rodio.

CARLOS CHERNIAK: L’ARGENTINA PUNTA SULL’INTEGRAZIONE

Posted by Rainero Schembri On giugno - 18 - 2015 Commenti disabilitati su CARLOS CHERNIAK: L’ARGENTINA PUNTA SULL’INTEGRAZIONE

Per i giornalisti italiani Carlos Cherniak, Ministro plenipotenziario presso l’Ambasciata argentina di Roma, è diventato negli ultimi anni un preciso punto di riferimento. A lui, profondo conoscitore delle problematiche politiche ed economiche, è spettato, ad esempio, l’ingrato compito di spiegare le ragioni del default in cui si è venuto a trovare il Paese per non aver pagato 1,3 miliardi di dollari (su 9,7 miliardi complessivi) agli Hedge fund americani che hanno acquistato titoli a prezzi stracciati dopo la crisi del 2001 e che poi hanno chiesto un rimborso pari al 100% del valore dei titoli. Da registrare che all’Argentina è stato impedito dalla sentenza del giudice americano Thomas Griesa di rimborsare le cedole ai possessori di tango bond: la priorità doveva essere data agli hedge fund. Da quel momento, inoltre, si sono chiusi tutti i rubinetti del credito internazionale.

 

Ora siamo al termine del secondo mandato della Presidentessa Cristina Kirchner. Le opposizioni già stanno affilando le armi. Molto criticata, ad esempio, è la produzione economica, ritenuta troppo sbilanciata verso il settore primario per l’esportazione delle materie prime agricole. Inoltre, l’inflazione è tornata a crescere sensibilmente e l’aumento della spesa pubblica rischia di riportare deficit e debito pubblico a livelli di guardia. In quest’intervista con Cherniak abbiamo cercato di affrontare il particolare momento attraversato dall’Argentina dove, è bene ricordarlo, vivono milioni di italiani.

 

In ottobre si voterà in Argentina. Dopo quasi un decennio in cui il PIL è aumentato dell’8% annuo il Paese sta fronteggiando nuovamente un periodo di sostanziale stagnazione. Secondo lei è sulla paura di una nuova crisi, simile a quella avvenuta nel 2001, che s’incentrerà il prossimo dibattito elettorale?

 

Non ha alcun senso mettere a confronto le due situazioni. Intanto l’Argentina continua a crescere di circa il 2% e il lavoro è stabile. Non dobbiamo, poi, sottovalutare la grande popolarità della Presidentessa Cristina Fernandez de Kirchner. Credo, invece, che il dibattito s’incentrerà sulla scelta che gli argentini dovranno compiere tra due modelli di sviluppo molto diversi: quello neo liberale antecedente alla grave crisi del 2001/2 e quello incentrato sui diritti umani e sull’inclusione sociale, intrapreso proprio per arginare quel disastro e che ha consentito al Paese di registrare uno sviluppo senza precedenti. Risultato ottenuto, tra l’altro, senza poter contare  sui finanziamenti internazionali, bloccati dalla vertenza sulla ristrutturazione del debito.

 

Nonostante le difficoltà di ogni genere non si può negare che abbiamo raggiunto  conquiste sociali di notevole importanza. Oltre a un sussidio per gli indigenti, è bene ricordare che in Argentina l’insegnamento è completamente gratuito dalle elementari fino all’Università, come è gratuita l’assistenza sanitaria. Inoltre abbiamo completato in maniera del tutto pacifica il processo di transizione dalla dittatura alla piena democrazia. Oggi l’Argentina ha riacquistato un importante ruolo e una notevole fiducia sulla scena internazionale. Lo dimostra il ruolo che gioca l´Argentina nella Regione sudamericana e anche i rapporti economici stabiliti con grandi potenze come, ad esempio, gli Accordi con la Cina e la Russia.

 

A proposito della crisi del 2001, rimane sempre aperta la questione dei rimborsi del debito argentino. Senza riepilogare la lunga vertenza giudiziaria internazionale che ha portato l’Argentina al default, cosa sente di dire concretamente ai creditori italiani che dopo 14 anni ancora aspettano di essere rimborsati?

 

Come dice lei, non è il caso di ripercorrere un’altra volta la lunga vertenza internazionale ormai abbastanza nota. Quello che posso dire è che la maggior parte degli italiani che ha accettato il piano argentino di ristrutturazione viene rimborsata. Chi non ha accettato deve necessariamente aspettare l’evolversi della situazione. Certo, capisco molto bene la sofferenza di chi ha perso tanti soldi in questa vicenda. Tuttavia, se mi permette, chi va al casinò deve mettere in conto anche di perdere. Non a caso molte banche in Italia sono state criticate per aver consigliato male i propri clienti. Purtroppo l’Argentina, dopo aver pagato una parte consistente del suo debito estero, per una serie di motivi non si è più trovata in condizione di rimborsare un prestito fatto a tassi esorbitanti. Ci siamo trovati in una situazione simile a quella vissuta oggi dalla Grecia.

 

I sindacati argentini hanno molto criticato l’affermazione fatta recentemente alla FAO dalla Presidente Kirchner e, cioè, che la povertà in Argentina è sotto il 5%. Per il leader della CTA, Pablo Micheli, ad esempio, in Argentina ci sono 11 milioni di lavoratori che guadagnano meno di 5.500 pesos (611 dollari) e solo nella provincia di Tucuman vivono più di mille bambini malnutriti. Nel recente passato ci sono stati anche diversi scioperi, ad esempio, nel settore dei trasporti. In sostanza esiste o no una grave situazione sociale in Argentina?

 

Innanzitutto, ci sono alcuni sindacati che hanno una posizione critica verso il Governo argentino ma la maggioranza delle parti sociali sostiene un modello economico che tutela il lavoro, il consumo e una economia di inclusione sociale.  Sarebbe assurdo negare il fatto che l’economia mondiale sta attraversando un momento difficile, e che le difficoltà generali hanno degli effetti negativi sulla nostra Regione e quindi anche sull’Argentina. Parliamo di una crisi che ha colpito, ad esempio, il Brasile, un grande importatore dei nostri prodotti.  La questione, a mio avviso, non è quella di rimarcare l’esistenza di problemi sociali ma di verificare l’impegno intrapreso dal Governo per risolvere questi problemi. Ebbene, a mio avviso, indipendentemente dagli orientamenti politici, occorre riconoscere che l’Argentina ha fatto molto per limitare le conseguenze negative di una crisi che è internazionale. Il ruolo dello Stato si è rivelato fondamentale e questo, ovviamente, lo si deve a precise scelte politiche del Governo.

 

Cambiamo argomento. Nel 2010 a Madrid furono ripresi i negoziati tra l’Unione Europea e il Mercosul (il Mercato comune dell’America del sud) avviati nel 1995 e che avrebbero dovuto portare entro il 2005 a una grande area di libero scambio. Dopo diverse interruzioni sembrava che la situazione si fosse finalmente sbloccata.  Eppure sono passati altri cinque anni e tutto è ancora fermo. Aldilà dei buoni propositi che si sentono in giro, si riuscirà in tempi ragionevoli a firmare questo accordo?

 

Indubbiamente la situazione è complicata. Credo, comunque, che oggi ci sia una maggiore disponibilità a trovare un accordo da parte dei Paesi del Mercosur piuttosto che da alcuni Paesi dell’Unione Europea. Ritengo che l´Unione Europea debba costruire una proposta capace di superare il problema del suo protezionismo agricolo. Del resto, è convinzione generale che un accordo senza discriminazioni potrebbe aprire delle prospettive economiche notevoli, oltre a riavvicinare due aree del mondo fortemente legate da vincoli storici e culturali. Va tuttavia,  riconosciuto, che il nuovo Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri, l’italiana Federica Mogherini, ha mostrato un forte interesse a portare a termine questo ambizioso obiettivo. Probabilmente quando l’Europa uscirà dalla crisi tutto diventerà più facile.

 

Per concludere, una riflessione sui problemi italiani. Notoriamente l’Argentina è stato un Paese che ha saputo accogliere milioni di immigranti, tra cui molti italiani. Secondo lei c’è qualcosa che l’Europa e, in particolare, l’Italia, potrebbero imparare dall’esperienza argentina?

 

E’ molto difficile dare dei consigli anche perché le situazioni sono sempre molto diverse, sia per quanto riguarda le realtà locali che in merito ai periodi storici. L’Argentina, come il Brasile, dispone di territori immensi. Inoltre, l’immigrazione avvenuta nel dopo guerra  era caratterizzata da una forte predominanza europea ed eravamo, come Paese, in una fase di sostanziale sviluppo. Quello che posso dire è  che nel suo complesso il processo d’integrazione da noi ha funzionato molto bene. Oggi ci sono, ad esempio, milioni di italiani o cittadini di origine italiana perfettamente inseriti a tutti i livelli nella società argentina. Più che dare consigli mi sento di formulare due riflessioni.

 

La prima è che facilitare l’integrazione significa dare diritti e anche creare ricchezza, puntando su un capitale umano che in prospettiva può dare molto. In Argentina i figli di immigranti diventano automaticamente argentini al momento della nascita. Ciò per dire che la tolleranza è cosa ben diversa dall’integrazione.   La seconda riflessione, è che il problema dell’immigrazione di massa è un problema globale che riguarda tutti i Continenti. Nessun Stato può risolvere il problema da solo. Occorre un impegno mondiale che da una parte cerchi di ridurre sensibilmente i numerosi conflitti in corso e dall’altro induca tutti i Governi a garantire almeno le condizioni essenziali di sopravvivenza, riducendo notevolmente il desiderio di espatriare.

 

Nota: l’intervista è  stata realizzata a Roma il 15 giugno 2015 insieme a un video (vedere  http://youtu.be/pevMlRbCKMQ )

 Carlos Cherniak

(3) NUOVO STATO SOCIALE: GARANTIRE I 6 BISOGNI ESSENZIALI

Posted by Rainero Schembri On giugno - 9 - 2015 Commenti disabilitati su (3) NUOVO STATO SOCIALE: GARANTIRE I 6 BISOGNI ESSENZIALI

Quest’articolo fa parte del libretto ‘NUOVO STATO SOCIALE Dai Comuni all’Europa’ di Rainero Schembri, edito dal nuovo Partito della Convergenza Socialista, con la prefazione di Manuel Santoro. Insieme ai capitoli del libretto vengono pubblicati anche significativi articoli sull’argomento. 

 

Creare un Nuovo Stato Sociale non significa puntare su un Nuovo Stato Assistenziale. La differenza è sostanziale. Nello Stato Assistenziale ci sono delle persone che sopravvivono solo grazie alla carità dei loro simili. Quindi si trovano in una situazione umiliante da un punto di vista fisico, psichico e morale. Sono costrette a dire sempre grazie per poter soddisfare i loro bisogni essenziali ai quali hanno invece diritto come cittadini. Lo Stato Sociale deve invece offrire a tutti la possibilità di guadagnare quel minimo indispensabile per vivere  dignitosamente. Parliamo, quindi, del cosiddetto Reddito di cittadinanza, che è uno dei cavalli di battaglia in Italia del Movimento 5 Stelle, e non solo, che va decisamente sostenuto anche se andrebbe sviluppato diversamente.

 

Cosa s’intende, infatti, per diritto a guadagnare il minimo necessario per vivere dignitosamente? Significa che chiunque lo desideri o ne abbia bisogno deve avere dallo Stato la possibilità di eseguire immediatamente dei lavori socialmente utili retribuiti. Il compenso, anche se contenuto, dovrà in ogni caso essere sufficiente a soddisfare i bisogni essenziali e non dovrà essere tassato o caricato di oneri sociali e previdenziali. Inoltre, non potrà essere erogato da privati o utilizzato per lavori che non abbiano finalità sociali. E non potrà essere cumulabile, ad esempio, con una pensione sociale di qualsiasi natura o con sussidi vari. Discorso a parte va fatto naturalmente per gli anziani, per le persone disabili o comunque impossibilitate ad esercitare una qualsiasi attività: per tutti coloro ogni forma di assistenza sociale va necessariamente erogata senza obblighi di prestazioni lavorative.

 

In sostanza, il Reddito di cittadinanza non dovrà mai trasformarsi in un elemento concorrenziale all’interno della naturale dinamica che regolamenta il costo del lavoro. Deve rappresentare essenzialmente un’ancora di salvezza per chiunque si trovi in gravi difficoltà. E’ come se lo Stato offrisse a tutti un ‘minimo garantito’ onde evitare che una parte della popolazione venga collocata definitivamente ai margine della società, zona dalla quale una volta entrati difficilmente si riesce a uscire.

 

In questa sede appare prematuro quantificare l’ammontare necessario per introdurre il Reddito di cittadinanza. Va, invece, ribadito che si tratta di un’esigenza assoluta e improrogabile, costi quel che costi. In altri termini, va compiuto ogni sforzo possibile affinché maturi un Nuovo Stato Sociale capace di garantire a tutti i sei bisogni fondamentali della vita: 1) nutrirsi; 2) vestirsi; 3) avere un tetto; 4) curarsi; 5) istruirsi; 6) difendersi legalmente. In questo sforzo collettivo, il presente Quaderno si propone da stimolo all’avvio di un’articolata campagna d’informazione e sensibilizzazione aperta a tutti coloro che sulla base delle proprie conoscenze ed esperienze abbiano qualcosa di concreto da trasmettere.

 

Il passo successivo sarà la creazione di un grande archivio di proposte innovative al quale tutti potranno attingere gratuitamente. L’obiettivo finale è di elaborare e far approvare delle leggi in grado di introdurre concretamente in Italia un Nuovo Stato Sociale che potrà rappresentare un modello anche per altri Paesi in Europa e nel mondo. In questo scenario Convergenza socialista rappresenta la punta di diamante di un impegno collettivo, nonché la naturale sponda politica di una proposta alla ricerca dei necessari consensi a livello comunale, nazionale, europeo e internazionale.

 

Economia parallela. Per raggiungere questo grande obiettivo appare fondamentale lavorare su due piani distinti anche se strettamente connessi. Il primo prevede la creazione di un’economia parallela e alternativa. Un’economia che certamente non punta sulla massimizzazione del profitto ma sulla minimizzazione dei costi, in modo da rendere accessibile i servizi essenziali a tutti i cittadini. Se volessimo semplificare al massimo questo concetto potremmo fare ricorso a una terminologia molto in voga: potremmo, cioè, puntare su uno Stato Sociale basato su una serie di servizi essenziali low cost. Del resto chi avrebbe potuto immaginare solo alcuni anni fa che un giorno sarebbe stato possibile, con pochissimi soldi, viaggiare da Roma a Londra, comunicare con tutto il mondo, avere un’enciclopedia universale a disposizione, scrivere libri, produrre e diffondere filmati e perfino creare giornali a diffusione internazionale? Allora, perché non dovrebbe essere ugualmente possibile mangiare, vestirsi, avere un tetto, curarsi, istruirsi o difendersi legalmente con pochi soldi? La conseguenza evidente è che se tutto costasse veramente poco o pochissimo diventerebbe anche più semplice introdurre e consolidare un Reddito di cittadinanza adeguato a soddisfare i bisogni essenziali.

 

Nuova filosofia di vita. L’introduzione di un’economia parallela, però, non è sufficiente. La creazione di un Nuovo Stato Sociale richiede anche l’affermazione di una nuova filosofia di vita, almeno nella parte più sensibile della popolazione. Solo la riscoperta di certi valori essenziali può rendere fertile il terreno e solide le basi di uno Stato sociale non basato certamente sul dio denaro. Distinguere i veri problemi dai falsi problemi, le vere fonti di arricchimento personale dal possesso effimero di beni spesso inutili, valorizzare gli esseri umani per quello che sono e non per quello che possiedono, sono solo alcuni dei segni distintivi di una persona filosoficamente essenzialista.

 

Naturalmente nessuno può avere la presunzione di esprimere una verità assoluta e universale, tanto meno credere di avere in tasca risposte definitive per problemi notoriamente secolari. Però, se molti si mettono a riflettere e a proporre soluzioni concrete s’innesca un motorino d’avviamento capace di modificare una realtà oggi profondamente ingiusta e squilibrata. Basta credere e partire dalla premessa che se c’è la buona volontà c’è sempre una soluzione per qualsiasi problema. Al potere politico occorre, invece, imporre questa nuova visione con la forza del ragionamento, della persuasione, della resistenza passiva, della convinzione incrollabile di chi sta nel giusto.

 

Contesto internazionale. Un’ultima questione riguarda il contesto internazionale. E’ indubbio che oggi sia quasi impossibile per un singolo Stato risolvere autonomamente problemi che nella realtà sono planetari. Però, da qualche parte bisogna pur cominciare. L’Italia deve ambire a diventare in questo campo un modello prima in Europa e poi nel mondo. E a proposito di Europa vale la pena di ricordare che uno dei contributi più elevati che il vecchio Continente ha dato al mondo è stata proprio la costruzione di un avanzato Stato Sociale. Uno Stato che, purtroppo, gradualmente viene smantellato sotto i colpi di un’economia rapace, disumanizzata, senza più valori e incurante dei diritti più elementari dell’uomo.

 

Gli italiani, con la loro fantasia e inventiva, potranno sicuramente dare un contributo decisivo alla rinascita di un efficiente sistema sociale in Europa. Del resto, discendono dall’Antica Roma, uno Stato multinazionale che già due mila anni fa, attraverso il sistema dell’Annona, aveva prodotto uno modello assistenziale tra i più avanzati dell’antichità e, diciamolo, ancora oggi non eguagliato in diversi Paesi nel mondo. Scrive, a questo proposito, nel suo libro ‘Il sogno di Roma’ il sindaco di Londra Boris Johnson: “Una folla affamata era una folla arrabbiata. Per questo lo Stato romano, nel 123 a.C. aveva istituito un’annona, ossia una pubblica distribuzione di grano. Ciascuno aveva un biglietto che poteva presentare all’ufficio dell’Annona e, se rientrava nei 200-250 mila maschi adulti aventi diritto, riceveva 33 chili di grano al mese, quantità più che sufficiente per un individuo adulto, ma non per una famiglia. Con il tempo, alla distribuzione del grano si aggiunsero elargizioni statali di vino, carne di suino e persino olio d’oliva”. (1)

 

Roma, comunque, non distribuiva solamente cibo ma offriva anche una serie di servizi gratuiti, dalla possibilità di andare in certi orari alle terme per lavarsi o ad assistere gratuitamente agli spettacoli. Inoltre, molti medici e avvocati per ambizioni politiche offrivano ai propri clienti assistenza gratuita. In alcuni casi c’era anche la possibilità di avere degli alloggi gratis. Quello dell’Antica Roma, ripetiamo, è stato uno dei modelli più avanzati di Stato assistenziale nella storia. Per molti anni lo è stato anche quello praticato in Europa. Ora è arrivato il momento di andare oltre. E non solo perché ‘una folla affamata è una folla arrabbiata’. Ultima considerazione: la necessità di creare un Nuovo Stato Sociale non riguarda solo la parte più debole della popolazione ma rappresenta anche un passo indispensabile per fare dell’Italia e dell’Europa una realtà molto più giusta, equilibrata e sicura, a tutti i livelli e per tutti i ceti sociali.

 

Per quanto riguarda l’Italia, una delle strade da percorrere, anche se piena di ostacoli, è sicuramente quella di fare ricorso alle leggi di iniziativa popolare. In pratica, dopo una fase di dibattito e approfondimento in varie località italiane con appassionati ed esperti di questioni sociali, andrebbero elaborati nei Dipartimenti di lavoro di Convergenza Socialista sei testi di legge riguardanti i diritti: 1) all’alimentazione; 2) al vestiario; 3) a un’abitazione; 4) all’assistenza sanitaria; 5) all’istruzione; 6) a un efficace patrocinio gratuito. Da registrare, per quanto riguarda le leggi di iniziativa popolare, che tra il 1979 e il 2014 sono state presentate 260 proposte alle Camere ma solo il 43% è arrivato ad essere discusso in commissione parlamentare mentre solo tre iniziative popolari sono diventate legge. Una delle cause della mancata attuazione della volontà popolare è collegabile alla lacuna rappresentata dall’assenza di un qualsiasi riferimento legislativo sui termini massimi entro cui portare in discussione una proposta di iniziativa popolare.

 

Vale la pena, a questo proposito, ricordare che la legge di iniziativa parlamentare è un istituto di democrazia diretta mediante il quale i cittadini possono presentare al Parlamento o a un ente amministrativo locale (Regione, Comune) un progetto di legge che sarà discusso e votato. In base all’articolo 71 della Costituzione il numero di firme necessarie a livello nazionale è di 50 mila da portare in Cassazione. Per quanto riguarda invece l’Europa, in base all’art.11, comma 4, del Trattato sull’Unione Europea i “Cittadini dell’Unione, in numero di almeno un milione, che abbiano la cittadinanza di un numero significativo di Stati membri, possono prendere l’iniziativa d’invitare la Commissione europea, nell’ambito delle sue attribuzioni, a presentare una proposta appropriata su materie in merito alle quali tali cittadini ritengono necessario un atto giuridico dell’Unione ai fini dell’attuazione dei trattati”.
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(1) ‘Il Sogno di Roma’, pag. 157 Garzanti editore.

 

   Rainero Schembri, giornalista

 

Nota: In precedenza è stato pubblicato:Rainero Schembr

(1) UN IMPEGNO ORMAI IMPROROGABILE –  http://puntocontinenti.it/?p=7462

(2) LE INQUIETUDINI DEL XXI SECOLI – http://puntocontinenti.it/?p=7610

 

Il primo libro di Convergenza Socialista dal titolo “NUOVO STATO SOCIALE – Dai Comuni all’Europa” e’ disponibile nei maggiori negozi online di e-books (presto anche in formato cartaceo).

Ecco dove e’ possibile acquistarlo:
1. Nuovo Stato Sociale su Amazon
2. Nuovo Stato Sociale su ITunes
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EUROPA InCANTO? PER LIRICA PARTENDO DAI BAMBINI

Posted by Rainero Schembri On maggio - 22 - 2015 Commenti disabilitati su EUROPA InCANTO? PER LIRICA PARTENDO DAI BAMBINI

Gli unici a dimostrarsi un po’ distratti, manco a dirlo, sono stati i genitori, giusto per dare il ‘buon esempio’ di come si sta in teatro.  Al contrario i bambini, anche i più piccoli, la mattina del 20 maggio erano letteralmente entusiasti. Spesso a bocca aperta. “Anch’io, da grande, voglio fare il cantante”, ha sussurrato al padre, nell’intervallo tra il secondo e terzo atto della Traviata, il piccolo Matteo (avrà avuto al massimo 11 anni) che mi stava seduto vicino. Di cosa stiamo parlando?

 

Di una delle più originali, utili e ben organizzate manifestazioni culturali pensate per le scuole e intese a valorizzare e a far conoscere ai ‘piccoli’ forse la più tipica espressione artistica italiana: la lirica.  Siamo al Teatro Argentina di Roma che trasuda cultura e storia (proprio in questi paraggi oltre due mila anni fa venne ucciso Giulio Cesare). In scena ci va la Traviata di Verdi, riassunta e adattata ai bambini, pur nel rispetto della partitura originale e con una piccola ma efficiente orchestra. Il tutto integrato da un originale libro scritto per l’occasione e un cd propedeutico al canto con il quale, tra l’altro, è possibile ascoltare l’Opera ed eseguire uno stimolante gioco.

 

Gli interpreti principali sono tutti cantanti professionisti di buon livello che si sono prestati con entusiasmo a quest’iniziativa. I piccoli non si limitano, però, solo ad assistere alla rappresentazione: essi stessi partecipano cantando in coro e fanno parte integrante della scenografia. E’ tutta una grande festa, con bambini che salgono e scendono dal palcoscenico, insegnanti che li seguono ad ogni passo, genitori che fotografano e filmano tutto. A controllare con maestria questa meravigliosa baraonda è stata, per l’occasione, Valentina Lo Surdo, nota conduttrice di serate culturali.

 

Tutto ciò fa parte del progetto creato dall’Associazione Musicale Europa InCanto, ideato da Matteo Bonotto insieme a Ottavia Nocita, giunto alla sua quarta edizione, capace di coinvolgere oltre 14 mila bambini di 120 scuole del Lazio e del Veneto. Nelle precedenti edizioni sono state rappresentate Il Barbiere di Siviglia di Rossini, il Flauto Magico di Mozart e il Rigoletto di Verdi. “E’ nostra intenzione”, spiega Bonotto, “estendere questa nostra iniziativa ad altre Regioni italiane oltre a portare la lirica anche in scuole all’estero”.

 

Da precisare che il progetto è completamente autofinanziato, non gode di alcun sostegno pubblico e deve superare ogni anno, come avviene per ogni iniziativa lodevole in Italia, infiniti ostacoli burocratici. E visto che parliamo tanto di riforma della scuola, una riformetta in questa direzione certamente non guasterebbe.“Occorre”, aggiunge Bonotto, “modificare il piano formativo scolastico introducendo, sin dall’asilo nido, programmi e progetti che guardino alla musica come un nuovo linguaggio educativo. Il nostro progetto si propone di educare e formare piccoli e grandi attraverso la musica, quella colta, considerata da sempre appannaggio di un’elite”.

 

Ma ecco qualche maggiore dettaglio tecnico. Il Progetto. Scuola InCanto è articolato in più momenti. Si parte con la parte propedeutica dove i docenti delle scuole, attraverso laboratori e seminari, acquisiscono tutte le competenze che gli permetteranno di sviluppare in classe un percorso didattico mirato. E’ sicuramente uno dei punti di forza del progetto, perché maestre e professori comprendono quanto sia importante acquisire nozioni su argomenti considerati difficili come l’opera lirica e di quanto invece sia facile trasmetterle ai loro alunni. Successivamente alcuni esperti in didattica della musica e cantanti lirici approfondiscono il lavoro già svolto dai docenti attraverso degli incontri diretti in classe: i bambini lavorano sull’intonazione, sulla metrica, sulla storia dell’opera.

 

I corsi durano quasi un intero anno scolastico, da dicembre a maggio, proprio per dare modo agli studenti di poter approfondire le tematiche anche a livello interdisciplinare. Ai ragazzi non viene chiesto un vero e proprio impegno allo studio ma più che altro un impegno a divertirsi con la musica, ad apprendere in modo giocoso le storie e gli intrighi nascosti nella trama dell’opera che studieranno.  Agli studenti viene fornito un kit didattico contenente il libro e il cd audio che accompagna gli alunni in tutto il percorso di apprendimento, e con cui potranno ripassare i brani da cantare a casa, in macchina con i genitori, a scuola, e tutto quindi diventa molto fruibile e alla portata di ogni età: l’opera lirica, frequentemente considerata appannaggio di pochi, entra a far parte del bagaglio culturale delle nuove e vecchie generazioni. Per un percorso di apprendimento che dura circa 6 mesi la quota di partecipazione è di 15 euro per l’intero progetto comprensivo del Kit didattico. Ogni anno cerchiamo di mantenere inalterato questo costo minimo affinché tutti possano prendere parte al progetto intervenendo anche con molte gratuità.

 

Di seguito riportiamo i nomi di tutti i protagonisti che hanno partecipato all’edizione 2014-15 di Europa InCanto.

La Traviata di G. Verdi

Violetta:  Rossella Cerioni, Giulia De Blasis, Caterina Poggini

Alfredo: Dionigi D’Ostuni, Gilberto Mulargia, Jenishbek Ysmanov (Kirghizistan)

Giorgio Germont: Jacopo Bianchini, Alessio Potestio, Daniele Terenzi

Flora: Angela Giovio, Isabella Palermo

Gastone: Giorgio D’Andreis, Simone Lollobattista

Tutti i giovani cantanti coinvolti nel progetto hanno sostenuto un periodo di formazione artistica con Masterclass in preparazione vocale sotto la guida del M° Angelo Gabrielli

Narratrice Viviana Altieri, Valentina Lo Surdo

Direttore e Coordinatore bambini Dayana D’Aluisio, Annalisa Ferraro, Fabiana Rossi, David Barrios, Francesco Finori, Daniele Corizza

Regia Luca Bargagna

Assistente alla regia Irene Lepore

Scene, luci e direzione tecnica Andrea Tocchio

Costumi Francesco Morabito

Produzione Matteo Bonotto, Ottavia Nocita

Pianoforte Edina Bak (Ungheria), Mirca Rosciani

L’ensemble strumentale formata dagli allievi del Conservatorio di Santa Cecilia.

Primo Violino Livio De Angelis, Daniele Molino

Clarinetto Fabio Sepe, Rita Testani

Secondo Violino Florian Lekaj (Albania)

Viola  Tiziana Proietti

Violoncello Marco Valerio Cesaretti Salvi, Valentina Verzola

Contrabbasso Daniele De Angelis, Andrea Passini

Trucco e parrucco Fabiola Gibertini, Donatella Zancanaro

Sarte di scena Isabella Giannini, Luisa Panelli

Macchinisti e attrezzisti Renato Piacentini, Marco Guarrera

Ufficio Stampa Elisa Ragni

Informazioni Matteo Bonotto  www.europaincanto.it Cell. 347.6424376

 

VIDEO SULLA MANIFESTAZIONE

Il video è visibile in due modi:

1) andando su Videomondo di www.puntocontinenti.it (in alto a destra) poi al n. 25 (l’ultimo)

2) andando su Youtube: https://www.youtube.com/watch?v=SCsxc8ty8n8

Fotoun momento della rappresentazione. Riquadro: Matteo Bonotto. 

IMMIGRAZIONE(1): LA TRAGEDIA AI CONFINI DELLA GRECIA

Posted by Rainero Schembri On maggio - 20 - 2015 Commenti disabilitati su IMMIGRAZIONE(1): LA TRAGEDIA AI CONFINI DELLA GRECIA

Inutile girarci intorno: il problema dell’immigrazione è destinato a diventare il problema del secolo, in grado di condizionare ogni impostazione e progetto politico, tra cui quello di creare un Nuovo Stato Sociale. Premesso che nessuno ha la ricetta magica per trovare una soluzione soddisfacente e realistica, la cosa più seria, in questa fase di confusione generale, solo può essere quella di alimentare un grande dibattito aperto alle più svariate posizioni e ai più diversi orientamenti politici. Un dibattito che abbiamo deciso con Francesco De Palogiornalista, scrittore e ghostwriter. Oltre ad essere Direttore del mensile Prima di tutto Italiani e fondatore  del magazine Mondogreco, collabora con Il Fatto Quotidiano, Il Giornale, Osservatorio Balcani e Caucaso, Il Calendario del Popolo. Ma De Palo è soprattutto uno dei maggiori esperti della Grecia, un Paese che alla pari dell’Italia, sta affrontando una drammatica situazione lungo i suoi confini con la Turchia. Ma ecco cosa ha dichiarato a Punto Continenti.

Oggi si parla molto del problema dell’immigrazione in Europa pensando alla Libia, al Mediterraneo e all’Italia. E’ vero che esiste un problema molto più grave ai confini tra la Grecia e la Turchia? Ce lo può descrivere?

Sulle coste turche ci sono almeno un milione di migranti pronti a raggiungere l’Europa. Sono frontiere altamente permeabili e la guardia costiera ellenica, da sola, può fare poco. Alcuni di loro già usano rotte alternative al canale di Sicilia. Una di esse è quella balcanica: si muovono di notte come carovane di uomini e donne lungo le ferrovie attraversando tutta la Grecia verso Fyrom e solcando i Balcani, con destinazione Germania e Svezia. Di giorno dormono nei boschi o in vecchie fabbriche. Il fenomeno, ignorato dai grandi media, è stato attenzionato solo da Medici Senza Frontiere che vi ha dedicato un apposito piano di sostegno. Non chiedono la carta di identità di questi disperati, ma offrono loro acqua, cibo e medicinali. Sono loro il nuovo propellente umano per la malavita in cerca di business alternativi a cui l’Ue non fa neanche il solletico.

Come la Grecia sta cercando di risolvere questo problema?

Non può farlo, semplicemente perché è presa dalla trattativa con i creditori internazionali. E perché registra un più 300% di immigrazione clandestina in molte isole dove, a causa della crisi, non ci sono neanche più i presìdi medici essenziali e dove la guardia costiera non sa quale emergenza affrontare per prima. Secondo alcuni testimoni vi sarebbero, a nord, delle isole usate come cimitero di immigrati. Alcuni operatori delle forze dell’ordine non ricevono lo stipendio, non hanno mezzi e nessuna certezza sul proprio futuro, pur rischiando la vita ogni notte. Una contingenza che va solo a vantaggio dei mercanti di uomini che continuano a fare affari d’oro. Ricordo che a dicembre scorso, quando andò a fuoco il traghetto Norman Atlantic a largo di Corfù, poche ore dopo venne abbandonato dagli scafisti un cargo con centinaia di clandestini a bordo. I furfanti scapparono solo perché in quel fazzoletto di mare si erano concentrati i mezzi navali di soccorso e, in un modo o nell’altro, sarebbero stati scoperti anche loro. Provenivano dalla Turchia e stranamente fino a quel momento nessuno li aveva intercettati. Assurdo.

Come valuta la decisione della Grecia di chiudere tutti i CIE (Centri d’identificazione ed espulsione) e di alzare un muro sui confini con la Turchia?
I confini tra Turchia e Bulgaria e quelli tra Turchia e Grecia sono i più permeabili d’Europa anche grazie ad un sostanziale immobilismo diffuso. La Grecia non ha alzato un muro, ma una recinzione sul confine turco, anche per via del disinteresse turco verso questi flussi: in questo modo il traffico di rifugiati (siriani, afghani, iraqeni) si è spostato verso la Bulgaria. Recentemente è stata la Bulgaria ad erigere a sua volta una recinzione sul confine con la Turchia, come scritto un mese fa dal New York Times, mentre i media italiani si occupavano solo dell’italicum. Antropologicamente non mi piace l’idea del muro, preferisco quella dei ponti. Ma prendo atto che oggi l’agorà di un’Europa aperta non è sostenibile da queste istituzioni: impreparate, arruffone e in perenne ritardo rispetto a fatti, come la massiccia emigrazione, che si sono già verificati e incanalati verso una strutturazione uniforme.
Quanto alla decisione greca di voler chiudere i CIE, ricordo che i lager sono un’immagine devastante, anche se quando gli emigranti italiani un secolo fa arrivavano ad Ellis Island trovavano ad accoglierli un sistema efficiente di identificazione e di quarantena. Che nessuno si è mai sognato di etichettare come razzista.

Secondo lei, concretamente, come andrebbe affrontata la questione?

Se l’Europa avesse una politica comune di difesa e sicurezza un pezzo di strada sarebbe già stata percorsa, invece si cerca sempre una soluzione affannosa quando i buoi sono già scappati. Il nodo non è Mare Nostrum o Triton, non serve solo affrontare la contingenza con uomini, mezzi e risorse. Piuttosto va ripensata la strategia europea verso un Mediterraneo costantemente ignorato. Questi flussi sono il frutto della vacatio politica, di macroscopici errori di gestione delle primavere arabe, della guerra in Afghanistan e in Iraq, del caso siriano. E la Libia è ancora in attesa di esplodere completamente se si continuerà ad affidare ruoli sensibili a rispettabilissimi burocrati, come l’inviato dell’ONU Bernardino Leon, che però non conoscono a fondo il problema. E fino ad oggi non hanno contribuito a risolverlo, come dimostra il piano ad hoc respinto dalle tribù libiche che scorazzano nel post Gheddafi.

L’Europa non può chiudere entrambi gli occhi difronte a decisioni geopolitiche e poi scoprirsi inerme quando la conseguenza di quelle scelte si materializza come uno tsunami umano sulle nostre coste. Non è una questione di quote o ripartizioni, ma di strategie per immaginare che Mediterraneo ci sarà nel 2030. L’Italia, nonostante sia un molo naturale messo lì in quel grande lago salato che è il mare nostrum, ha ancora una volta scelto di non scegliere: come un qualsiasi Don Abbondio. Vorrei sapere cosa pensa ad esempio il nostro Premier dell’Isis, del nuovo ruolo “energetico” della Turchia, del binomio Mosca-Pechino, dell’isolamento della Tunisia, della pulizia etnica subìta dai cristiani in Medio Oriente, dei nuovi trattati americani con Ue e Asia e del rapporto con i Brics. Lì si gioca la partita, non altrove.

Come giudica il dibattito che si sta sviluppando in Italia sull’argomento?

Futile, populista e controproducente. Troppo facile e assolutamente pericoloso urlare contro il diverso e mettere da parte senso di responsabilità e lungimiranza politica. Altrettanto semplicistico sarebbe aprire scriteriatamente le frontiere all’universo mondo, come propone demagogicamente la sinistra. Il guaio della politica italiana 2.0 è che pensa solo a quanti mi piace otterrebbe da questa o quella dichiarazione. Mentre, nella vita reale, il peso di questa ecatombe lo pagano in solitario i lampedusani, lasciati soli ad accogliere, chi ci rimette la vita e le centinaia di volontari che svolgono un lavoro esemplare. Il risultato? Non può che essere il lancio delle uova come plastica raffigurazione di un tessuto sociale in necrosi, con nuovi eroi che passano il pomeriggio nei talk show, ed elettori sempre più stanchi di politici lobotomizzati. L’ente europeo preposto al tema, il Frontex, ha sede a Varsavia mentre invece, anche simbolicamente, dovrebbe essere spostato a Lampedusa.

La grave crisi economica che sta attraversando l’Europa ha rimesso sul tappeto la necessità di creare un Nuovo Stato Sociale. Secondo lei è possibile conciliare nei prossimi anni questo obiettivo con l’arrivo di una massa enorme di immigrati?

Un nuovo stato sociale è un obbligo per l’Europa immaginata dai padri fondatori Spinelli, Adenauer, De Gasperi, Schuman ma accanto a doveri per tutti, cittadini e istituzioni. Il problema è che oggi non abbiamo più né quegli statisti né quel continente. Le sfide sono altre: la globalizzazione che ha fatto irruzione in casa nostra senza chiedere il permesso, il ceto medio che si impoverisce e le imprese che chiudono anche per tasse che aumentano ad ogni nuovo esecutivo (rosso o nero che sia), il disinteresse verso il tema dell’Eurasia che invece è preponderante dappertutto, fatta eccezione per l’Italia dove si parla solo di italicum ed elezioni regionali. Il Quantitative Easing realizzato dal numero uno della Bce Mario Draghi, almeno nelle intenzioni, avrebbe voluto essere uno stimolo ma di fatto ha escluso chi sta peggio, come la Grecia. Questa è la solidarietà europea?

Nel 1953 venti stati europei (comprese Italia e Grecia) dissero sì al taglio del debito tedesco, impedendo il default di Berlino e gettando le basi per la successiva riunificazione. Il salario minimo garantito che impera sui media è un’altra soluzione di pancia che non risolve il problema: si accetta mentalmente di pagare qualcuno per non lavorare? L’unica speranza è di riaccendere il motore del mercato, rimettendo in pista una politica industriale seria che, fatta eccezione per la Fiat di Marchionne, per il resto è data per dispersa. Senza prodotti non c’è lavoro, senza lavoro non c’è welfare, senza welfare e senza lavoro non c’è dignità. Il tutto mentre una serie di posizioni lavorative sono misteriosamente carenti perché inoccupate.

Nel 2011 lei ha scritto il racconto ‘Onde-diario di un immigrato’ affrontando la problematica dello ‘ius soli’, cioè, della concessione della cittadinanza legata al luogo di nascita. Qual’è esattamente la sua posizione in merito?

Chi nasce in Italia imparando l’italiano, vi cresce, vi conclude almeno un ciclo di studi è italiano, anche se di padre americano o senegalese. Non lo dico io ma la logica. Credo sarebbe un errore però sia svendere la cittadinanza, tipico atteggiamento del buonismo ideologico che negli ultimi trent’anni ha ammalato l’Italia, sia invocare le ruspe per i campi rom, posto che rimangono una vergogna solo italiana, perché sotto la torre Eiffel non lo permetterebbero neanche gli integralisti dell’accoglienza. La cittadinanza è un diritto ma anche una conquista: si immagini una nuova e moderna commissione che valuti le richieste, pesi l’italianità del richiedente e agisca senza paraocchi ideologici o convenienze politiche, ma semplicemente per il bene dell’Italia e dei possibili nuovi italiani, come la rete G2, cioè, le seconde generazioni. Soprattutto, occorre che della materia se ne occupi gente seria e preparata, non chi per caso si trova nelle mani la delega all’immigrazione per via di equilibri da manuale Cencelli. Così come quando hanno fatto ministro delle riforme un anti italiano che faceva il chirurgo maxillo facciale, che poi ha prodotto – fisiologicamente – il Porcellum.

  Francesco De Palo

(2) NUOVO STATO SOCIALE: LE INQUIETUDINI DEL XXI SECOLO

Posted by Rainero Schembri On maggio - 16 - 2015 Commenti disabilitati su (2) NUOVO STATO SOCIALE: LE INQUIETUDINI DEL XXI SECOLO

I primi due decenni del XXI secolo hanno visto accendere in varie parti del mondo una serie di focolai e rivolte popolari intese a modificare radicalmente le condizioni sociali e politiche di diversi Paesi. Ad esempio, nell’ex Unione Sovietica abbiamo assistito alle cosiddette Rivoluzioni colorate: parliamo, quindi, della rivoluzione dei Bulldozer (Serbia 2000); la rivoluzione delle Rose (Georgia 2003); la rivoluzione Arancione (Ucraina 2004); la rivoluzione dei Tulipani (Kirghizstan 2005).

 

Oltre a queste quattro rivoluzioni vi sono stati altri tentativi rivoluzionari che però sono abortiti sul nascere: in Azerbaijan (2005), in Mongolia (2005) e soprattutto in Bielorussia con il movimento Zubr e la cosiddetta ‘Rivoluzione dei Jeans’. Attualmente assistiamo al drammatico e pericoloso confronto nell’est ucraino, con una forte contrapposizione tra l’Europa e gli Stati Uniti da una parte e la Russia dall’altra. In Europa, soprattutto a seguito della crisi economica del   2007 – 2008, hanno preso corpo diverse aspirazioni secessionistiche che hanno portato, tra l’altro, al referendum sull’indipendenza della Scozia e ai tentativi separatisti della Catalogna e dei Paesi Baschi.

 

Si è cercato, in sostanza, di ripetere ciò che era avvenuto nel 1993 nella ex Cecoslovacchia la quale pacificamente riuscì a dividersi in Repubblica Ceca e Slovacchia. Attualmente sul tappeto c’è il dramma Grecia, Paese che si trova ai limiti del collasso economico e non solo per colpe proprie. Da non sottovalutare poi la progressiva disaffezione di molti cittadini per l’Unione Europea, nonché la volontà di abbandonare l’Euro. Scelte che rappresenterebbe la fine di un grande sogno nato sulle ceneri di due tremende guerre mondiali.

 

Anche in Africa e Asia si sono verificate diverse sommosse, catalogate in parte come la primavera araba e che hanno coinvolto numerosi Paesi tra cui la Siria, la Libia, l’Egitto, la Tunisia, lo Yemen, l’Algeria, l’Iraq, il Bahrein, la Giordania e Gibuti, mentre ci sono stati moti minori in Mauritania, Arabia Saudita, Oman, Sudan, Somalia, Marocco e Kuwait. In questo contesto è esploso il fanatismo ed estremismo religioso, di cui l’Isis è solo una delle espressioni più drammatiche, pericolose e irrazionali.

 

In America Latina nel corso degli ultimi anni si è assistito a una grande svolta ideologica ed economica con il tentativo di un consistente gruppo di Paesi (Venezuela, Bolivia, Ecuador, Brasile, Argentina, Uruguay, Nicaragua e altri) di affrancarsi dalle rigide regole del Fondo Monetario Internazionale e dal dominio delle grandi imprese multinazionali che in molti casi rendevano quasi impossibile ogni sviluppo in chiave sociale. Questa svolta è stata anche presentata come un tentativo di creare il nuovo socialismo del XXI secolo.

 

La maggior parte di questi sommovimenti (molti dei quali fomentati e pilotati da Paesi esteri), alla fine si è rivelata fallimentare, anche se ha fatto cadere diverse teste di dittatori e tiranni. Quest’instabilità generale ha facilitato il diffondersi del terrorismo internazionale e alimentato la conflittualità con la parte più radicale del mondo musulmano, a testimonianza di una cattiva gestione dello stato di sofferenza patita dalla componente più povera della popolazione.

 

Del resto, il passaggio da una pacifica protesta a una rivolta violenta è quasi sempre il frutto di una miopia e incapacità delle forze politiche a intervenire in tempo, onde evitare di portare i cittadini alla disperazione.

 

Purtroppo, in questa difficile fase storica moltissima gente, anche in Italia, si è venuta a trovare, da un momento all’altro, in gravissime condizioni sociali ed economiche. Quindi, se si vuole evitare di correre il rischio di innescare una reazione violenta e incontrollata occorre procedere subito sulla strada di una grande ‘rivoluzione pacifica’.

 

Una rivoluzione basata su due pilastri fondamentali: l’attivazione di un profondo e radicale cambiamento di mentalità (con il conseguente recupero di una serie di valori perduti) e la costruzione di un Nuovo Stato Sociale capace di soddisfare le esigenze più elementari della popolazione. Sono due pilastri strettamente collegati. Senza un profondo cambio di mentalità, senza una diffusa sensibilità nei riguardi delle cose essenziali della vita, diventa quasi impossibile creare un Nuovo Stato Sociale. E se non risolviamo i problemi della parte più debole della popolazione sarà anche molto difficile tenere in piedi senza forti scossoni l’intera architettura dello Stato. Non ci può essere, infatti, un benessere duraturo basato sulla sofferenza altrui.

 

Ma chi può compiere questa rivoluzione tanto radicale quanto pacifica?

 

Tutti coloro che hanno una particolare sensibilità verso i problemi di giustizia sociale, che credono nella forza della persuasione, che amano Gandhi e la resistenza passiva, che non giustificano in nessun modo la violenza che può solo generare altra violenza, che antepongono a tutto sentimenti apparentemente semplici ma determinanti, come l’amicizia, la lealtà, l’amore e il rispetto per il prossimo.

 

Queste persone si trovano in tutti gli ordini sociali, in tutte le culture e in tutte confessioni religiose. Si tratta di unire queste persone in nome di un ideale superiore che potremmo anche chiamare socialista. Ciò significa usare il termine socialismo nella sua concezione più nobile, che non ha nulla a che vedere con chi in passato ha usato il pensiero socialista per fini ignobili e personalistici.

 

Nella sua visione più ampia il socialismo non è il frutto solo dei grandi pensatori dell’ottocento ma trova le sue radici spirituali e filosofiche nell’antica Grecia, nel cristianesimo, in tutti coloro che sotto diverse bandiere e nel corso dei secoli hanno lottato e dato anche la vita per una società migliore e più giusta.

 

 Rainero Schembri, giornalista

 

Nota: In precedenza è stato pubblicato:

(1) UN IMPEGNO ORMAI IMPROROGABILE –  http://puntocontinenti.it/?p=7462

 

Il primo libro di Convergenza Socialista dal titolo “NUOVO STATO SOCIALE – Dai Comuni all’Europa” e’ disponibile nei maggiori negozi online di e-books (presto anche in formato cartaceo).

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ALLA FEDERLAZIO PRESENTATA L’INDIA DI MODI

Posted by Rainero Schembri On aprile - 27 - 2015 Commenti disabilitati su ALLA FEDERLAZIO PRESENTATA L’INDIA DI MODI

Un pomeriggio particolare dedicato a un gigante: l’India. A promuoverla è stata Maria Conny Puletti esponente del Consorzio Rome che aderisce alla Federlazio, la dinamica associazione che raggruppa quasi 4 mila imprese del Lazio ed è diretta da Luciano Mocci. Per l’occasione, oltre all’Ambasciatore dell’India in Italia, Basant Kumar Gupta è stato invitato come relatore e ospite d’eccezione Maurizio Miranda, Presidente dell’Indo Italian Institute for Trade and Technology IIITT), nonché uno dei maggiori esperti di economia indiana.

 

In trent’anni di attività l’IIITT ha condotto per mano centinaia di imprese su questo grande mercato mondiale, abitato da oltre un miliardo e 200 milioni di persone e che oggi rappresenta la dodicesima economia in termini nominali e la quarta in termini di potere d’acquisto. Inoltre l’Istituto ha favorito la nascita di diverse società miste italo-indiano, investimenti italiani in India e indiani in Italia, nonché la quotazione di imprese italiane nella importante borsa di Bombay.

 

“Importante”, ha spiegato Miranda, “è affrontare il colosso indiano tenendo ben presente che si tratta di un’Unione di 29 Stati e 7 territori, con un’ampia autonomia anche per quanto riguarda lo sviluppo economico. In questo Paese è fondamentale creare una struttura sul posto, individuare molto bene le varie priorità territoriali, legarsi alle banche e istituti finanziari più adatti al proprio settore, rispettare alcune regole precise sul piano dei rapporti commerciali e conoscere molto bene la mentalità indiana. Apparentemente può sembrare molto complicato entrare in India ma poi ci si accorge che muovendosi bene le opportunità da cogliere sono tantissime”.

 

Miranda ha poi sottolineato che ancora oggi l’attenzione delle imprese italiane è molto più attratta dalla Cina quando nella realtà l’India presenta una realtà per diversi aspetti più vantaggiosa e accessibile, se non altro perché la lingua unificante di tutto il Paese è l’inglese. Da segnalare che nella sua relazione Miranda ha fatto riferimento ai primi collegamenti tra l’Italia e l’India avvenuti già all’epoca di Augusto. Una riflessione che è servita successivamente per richiamare l’attenzione su due settori che potrebbero interessare moltissimo l’Italia: il restauro archeologico e il turismo culturale. Interessanti prospettive si presentano, comunque, anche nei settori di punta, come l’aeorospazio e l’edilizia  tecnologicamente d’avanguardia.

 

Prima della relazione di Miranda è intervenuto anche il Direttore Generale della Federlazio Luciano Mocci che oltre a fare gli onori di casa ha sottolineato come la Federlazio sia fortemente impegnata ad agevolare il processo di internazionalizzazione delle sue imprese, soprattutto per quanto riguarda i grandi mercati con ampie prospettive come è il caso dell’India. “Proprio in questo momento difficile”, ha sottolineato Mocci, “guardare all’estero diventa una carta vincente”.

 

Nel suo intervento, l’Ambasciatore dell’India Gupta ha voluto innanzitutto ricordare il grande convegno organizzato recentemente dall’Ambasciata per celebrare i trent’anni  dell’Indo Italian Institute for Trade and Technology (nato su iniziativa di diversi organismi pubblici indiani) per poi richiamare l’attenzione degli imprenditori sul fatto che il nuovo Governo presieduto da Narendra Modi sta compiendo uno sforzo enorme per snellire l’intero sistema burocratico nonché per facilitare in ogni suo aspetto la nascita di nuove relazioni economiche tra le imprese indiane e quelle estere.

 

“Non perdete quest’occasione’ è stato il suo richiamo finale, accolto con grande interesse da parte degli imprenditori presenti in sala e che alla fine dell’incontro hanno sottoposto il relatore Miranda a un fuoco incrociato di domande tecniche in campo economico, finanziario, fiscale e distributivo. Alla fine, tra le più soddisfatte è sembrata l’organizzatrice dell’incontro Maria Puletti, che da molti anni è impegnata nel difficile lavoro di aprire all’estero per le imprese consorziate i canali più giusti e produttivi.

 

 Maurizio Miranda, Presidente dell’Indo Italian Institute for Trade and Technology

5 STELLE: UN’ALBA LATINOAMERICANA PER UNA NUOVA EUROPA

Posted by Rainero Schembri On marzo - 14 - 2015 Commenti disabilitati su 5 STELLE: UN’ALBA LATINOAMERICANA PER UNA NUOVA EUROPA

Il Movimento 5 Stelle ha organizzato nella nuova Aula dei Gruppi Parlamentari un incontro per discutere sul fenomeno ALBA, l’ Alternativa Bolivariana per le Americhe. All’incontro hanno partecipato diversi diplomatici, studiosi, ricercatori e alcuni giornalisti. Non c’è stata, invece, un qualsiasi rappresentanza delle altre forze politiche, nonostante l’invito fosse stato esteso a tutti. E questo è un segnale evidente di quanto interesse susciti in Italia la politica estera, soprattutto per quanto riguarda l’America Latina dove, è bene ricordarlo, vivono oltre 30 milioni di italiani e oriundi italiani.

 

Ma cos’è l’ALBA?

 

E’ un progetto di cooperazione politica, sociale ed economica siglato il 14 dicembre del 2004 tra i Paesi dell’America Latina e i Paesi caraibici, promossa da Venezuela e Cuba in alternativa all’Area di libero commercio delle Americhe (Alca) voluta dagli Stati Uniti. L’aggettivo ‘Bolivariana’ si riferisce al general Simon Bolivar, l’eroe della liberazione di diversi Paesi sudamericani dal colonialismo spagnolo. Ne fanno parte Antigua e Barbuda, Bolivia, Cuba, Dominica (Stato insulare da non confondere con la Repubblica Dominicana), Ecuador, Nicaragua, Saint Vincent e Grenadine, Venezuela. L’Honduras è invece uscito po di Stato che ha dimesso il Presidente Manuel Zelaya.

 

In estrema sintesi l’ALBA si propone di combattere con azioni concrete la povertà, l’analfabetismo, l’esclusione sociale, la disoccupazione, le discriminazioni verso le donne, le politiche protezionistiche, gli aiuti strumentali e dannosi praticati da alcuni paesi industrializzati, i danni determinati all’agricoltura delle importazioni sovvenzionate, le privatizzazioni selvagge, le disuguaglianze tra i vari Paesi. Inoltre, l’ALBA è decisamente favorevole all’integrazione latino americana.

 

Da segnalare, poi, che il Venezuela ha sottoscritto con quasi una ventina di Paesi dei Caraibi e dell’America centrale un’alleanza denominata Petrocaribe: in sostanza questo accordo consente la vendita a basso costo del Petrolio (185 mila barili al giorno) e altri prodotti energetici in cambio dell’invio di medici (cubani) o generi alimentari. L’obiettivo principale è quello di diminuire la povertà e le disuguaglianze dell’area con concreti aiuti alla popolazione. Sempre a proposito di Venezuela, il M5S ha manifestato l’intenzione di invitare l’Ambasciatore Julian Isaias Rodriguez Diaz (presente in sala) a illustrare davanti alla commissione esteri la posizione del suo Governo in merito al recente arresto del Sindaco di Caracas Antonio Ledezma: opportunità che già è  stata offerta alla figlia del Sindaco.

 

Tutti questi aspetti sono stati affrontati dai Bernardo Alvarez (Segretario Generale ALBA),  Luiz Sanches (Segretario d’Affari dell’Ambasciata della Repubblica Boliviana), Juan F. Holguìn, (Ambasciatore della Repubblica dell’Ecuador), Roger Lopez (Consigliere politico Ambasciata di Cuba); Veronica Rojas Berrios (Viceministra del Ministero degli Affari Esteri della Repubblica del Nicaragua), Gianni Minà (giornalista e scrittore), Luciano Vasapollo (Professore di Economia all’Università La Sapienza di Roma e Direttore del Centro Studi Cestes), Joaquin Arriola (docente di economia all’Università del Pais Vasco).

 

Quello che è emerso nitidamente dal dibattito è che l’esperimento ALBA sembra interessare poco al mondo politico e all’opinione pubblica italiana. Purtroppo, possiamo aggiungere, invece di guardare, studiare e forse imparare da quest’esperienza concreta avviata in nome di ‘un’altra America possibile’, la maggioranza dei nostri giornali e talk show televisivi preferisce concentrarsi e dilungarsi a oltranza sulle ‘prospettive’ offerte dal ‘Patto del Nazareno’. Ma se continuiamo con queste chiusure sarà anche molto improbabile che che si avvii un serio dibattito su come costruire ‘un’altra Europa possibile’.

 

A fare gli onori di casa sono stati i Parlamentari di M5S Manlio Di Stefano e Alessandro Di Battista, che ha fatto un brillante intervento, peccato che poi nella riunione ristretta con la stampa non ha resistito alla solita tentazione di fare una battuta ad effetto quando ha parlato di un’economia nazista praticata dalla Germania odierna: una battuta, a nostro avviso, decisamente sopra le righe, soprattutto se pronunciata in un’Aula parlamentare e nella veste di vicepresidente della Commissione Affari Esteri.

 

ooooooooooo

Nota: Per chi fosse interessato ad avere maggiori informazioni sui Paesi dell’Alba suggeriamo di leggere le nostre interviste con l’Ambasciatore della Bolivia Antolin Ayaviri Gomez ( http://puntocontinenti.it/?p=7297 ) e l’Ambasciatore del Venezuela Julian Isaias Rodriguez Diaz ( http://puntocontinenti.it/?p=7316 ), nonché di vedere il video con il Presidente della Bolivia Evo Morales ( https://www.youtube.com/watch?v=H4pgDy5FTOo&feature=youtu.be ).

 

JULIAN ISAIAS RODRIGUEZ DIAZ: ‘ECCO LE SFIDE DEL VENEZUELA’

Posted by Rainero Schembri On marzo - 5 - 2015 Commenti disabilitati su JULIAN ISAIAS RODRIGUEZ DIAZ: ‘ECCO LE SFIDE DEL VENEZUELA’

Classe 1942, originario di Guarico, avvocato con specializzazione in diritto del lavoro, professore universitario, l’attuale Ambasciatore del Venezuela in Italia, Julián Isaías Rodríguez Díaz, durante la Presidenza di Ugo Chavez è stato nel 2000 per un anno anche vicepresidente della Repubblica Bolivariana. Inoltre, per sette anni è stato Procuratore Generale e poi giudice della ‘Sala Costituzionale del Tribunale Supremo’.

 

Isaias ha iniziato la sua attività politica nel 1967 fondando insieme a Luis Beltran Prieto Figueroa il Movimento elettorale del Popolo, un’esperienza proseguita fino al 1981. Da quel momento ha svolto la sua attività nel partito PSUV, il Partito Socialista Unito del Venezuela. Prima di essere nominato Ambasciatore in Italia nel 2011 è stato Ambasciatore in Spagna.

 

Questa intervista è stata rilasciata in un momento drammatico per il Paese: il 19 febbraio scorso la Procura Generale del Venezuela ha chiesto al Tribunale penale la custodia cautelare per Antonio Ledezma, Sindaco di Caracas, accusato di tentativo di colpo di Stato.  Le immagini del suo arresto hanno fatto il giro per il mondo. Per l’Ambasciatore Isaias siamo di fronte all’ennesima ricerca di rovesciare un Governo eletto democraticamente. Comunque, vedremo come si evolverà la situazione. Con l’Ambasciatore abbiamo preferito affrontare la complessa situazione che sta vivendo da alcuni anni il  Paese.

 

Il Venezuela è stato uno degli Stati che ha sofferto maggiormente la caduta del prezzo del Petrolio che nell’economia venezuelana svolge un ruolo fondamentale. Come mai non si è creato in questi anni una produzione industriale alternativa?

 

Nessuno ha mai pensato che fare una rivoluzione sia facile. La cosa meno difficile in una rivoluzione è quella di raggiungere il potere mentre cercare di trasformare la società richiede trasformazioni che trascendono l’economia. Questa è la verità ed è questo che abbiamo vissuto. Il dibattito per sviluppare una strategia industriale orientata a sostituire in maniera efficace le importazioni e per promuovere una politica delle esportazioni nel medio e lungo termine ancora non è stato completato. Il settore industriale non petrolifero che abbiamo trovato nel 1998 si è volatizzato di fronte alla tranquilla prospettiva di puntare sulle importazioni. Abbiamo cercato di introdurre un nuovo modello basato su un’economia sociale e sulla democratizzazione della produzione senza ottenere i risultati sperati, soprattutto a causa della debolezza dei settori agricolo e dell’allevamento di bestiame, con un Paese che importa circa il 70% del suo cibo. Abbiamo compiuto ogni sforzo in questa direzione, molto prima della caduta del prezzo del petrolio.

 

In Venezuela permane una forte conflittualità interna. Le posizioni tra Governo e opposizione sembrano inconciliabili. Cosa impedisce di arrivare a un accordo accettabile da entrambe le parti nell’interesse comune del Paese?

 

Abbiamo cercato tutte le riconciliazioni possibili. Il presidente Chavez nel 2007 ha emanato, su autorizzazione del Parlamento, un decreto di amnistia con l’intento di perdonare tutti i delitti collegati al colpo di Stato e allo sciopero petrolifero. Le concessioni per evitare nuovi conflitti  sociali hanno portato alla pressoché totale impunità. E’ dal 2001 che viviamo in uno stato di guerra continua, al punto che nel corso del 2014 si è arrivati a chiedere pubblicamente l’uso della violenza per porre fine allo stato di diritto. Chiediamo il dialogo ma non abbiamo otteniamo alcun risultato. Per siglare un accordo occorre essere in due.

 

Quali sono state le principali conquiste sociali conseguite dall’ex Presidente Ugo Chavez?

 

Investimento nel sociale. Tra il 1985 e il 1998 la spesa sociale è stata di 78 miliardi e 540 milioni di dollari (36.82%) mentre tra il 1999 e il 2012, le spese sociali sono salite a 551 miliardi e 639 milioni di dollari (62.46%). Nel 1998 la povertà estrema era del 21%, scesa al  5,5% nel  2014.  Nel 1998 il Venezuela aveva 5.360 centri sanitari che sono diventati 13.731 nel 2011. L’ 82,4% della popolazione riceve assistenza medica gratuita. L’UNESCO ha dichiarato il Venezuela Paese esente da analfabetismo. La rivoluzione ha aumentato i campus per l’istruzione da 19.682 a 24.516.

 

La Rivoluzione ha creato il Centro della diversità culturale, l’Istituto di Arti dello Spettacolo e della Musica (IAEM), la Fondazione dei Musei Nazionali, il Sistema Simón Bolívar per le orchestre,  la Casa del cinema e il Programma Nazionale di formazione Cinematografica, che ha consentito a 78 film venezuelani  di partecipare a 121 festival internazionali ottenendo 36 riconoscimenti. Negli ultimi dodici anni sono stati investiti nello sport più di 6 miliardi e 830 milioni di bolivar che hanno permesso di costruire o recuperare 2.885 impianti, la costruzione di tre stadi di calcio e la  modernizzare altri 6. Inoltre, è stata creata l’Università Iberoamericana dello Sport. Mentre nel 1988 il paese aveva 342 stazioni radiofoniche (331 private, 11 dello Stato e nessuna locale) nel 2012 questa cifra è salita a 843 (508 privati, 86 pubbliche e 249 locali), con un incremento complessivo del 146%. Inoltre è stata creata Vive TV e Telesur alle quali dobbiamo aggiungere l’avvio di Radio Sud e la nascita del Correo del Orinoco.

 

Altro dato importante: il tasso di malnutrizione è sceso dal 13,5% a meno del 5%. La FAO ha riconosciuto l’impegno del governo venezuelano a ridurre al minimo i livelli di fame e denutrizione. A 17.554.442 persone è stato facilitato l’accesso al cibo sovvenzionato dallo Stato. Si stima che sono state distribuite 8.059.414 tonnellate di cibo attraverso 16.626 punti vendita. La Grande Missione Casa Venezuela a partire dal 2011 ha consegnato più di 600 mila alloggi decenti, con un minimo di 70 metri quadrati. Molte di queste case sono completamente attrezzate e arredate, con spazi riservati all’educazione, alla salute, alla cultura e allo sport. Non mancano poi spazi attrezzati per bambini fino a 6 anni, scuole, centri diagnostici integrali (CDI) e campi sportivi. Attualmente ci sono in Venezuela oltre 2.521.750 pensionati, mentre solo 16 anni fa non erano 300 mila.

 

Anche se molto legato a Chavez c’è da immaginare che l’attuale Presidente Nicolas Maduro cerchi di dare una propria impronta al suo governo. Secondo lei quali saranno le principali novità nei prossimi anni?

 

Sicuramente una produzione industriale alternativa, la definitiva stabilizzazione del paese, il consolidamento della politica d’integrazione nell’America Latina, un notevole incremento della produzione e dell’esportazione di petrolio, una politica internazionale di pace attraverso il rispetto dei diritti umani, la ricerca di nuovi mercati per il petrolio venezuelano, il consolidamento nel ruolo di riferimento mondiale nella costruzione di un socialismo senza violenza.

 

Quali prospettive presentano attualmente i rapporti tra l’Italia e il Venezuela?

 

Le prospettive sono ottime. Abbiamo bisogno della vostra tecnologia agro alimentare e dell’esperienza maturata con i distretti industriali, nonché l’esperienza e le tecnologia collegate al settore ferroviario. Di fronte all’ostilità dell’attuale governo spagnolo abbiamo proposto di fare dell’Italia la porta d’ingresso del Venezuela in Europa. Ci troviamo, infatti, più in sintonia con l’Italia che con altre esperienze europee. Siamo il terzo paese latino americano con il maggior numero di italiani, la nostra cucina è talmente similare che proporzionalmente siamo il secondo paese al mondo per consumo di pasta. Il trattamento che abbiamo ricevuto dai precedenti governi italiani è stato rispettoso e, come si sa, l’amore viene ripagato con amore.

 Ambasciatore Julián Isaías Rodríguez Díaz

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