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Monday, September 16, 2019

STEFANO SCHEMBRI: VERDI Sì I MA CON PROGETTI CONCRETI

Posted by Stefano Schembri On agosto - 25 - 2019 Commenti disabilitati su STEFANO SCHEMBRI: VERDI Sì I MA CON PROGETTI CONCRETI

Nel riquadro Stefano Schembri

 

Non v’è dubbio che il mega incendio in Amazzonia ha provocato in tutto il mondo un forte scalpore e uno stato di ansietà collettiva. Del resto, stiamo parlando di uno degli eventi naturali più devastanti degli ultimi tempi. Detto ciò è bene ricordare, però, che si tratta solo di una delle tante catastrofi che negli ultimi anni stanno letteralmente sgretolando il nostro Pianeta (in allegato riportiamo, per buona memoria, un piccolo e quindi incompleto elenco di queste tragedie). Ed è stato proprio per arrestare questa follia, quasi sempre causata dalla mano dell’uomo, che a partire dai primi anni settanta in vari Paesi sono nati dei movimenti e partiti con una chiara ed esclusiva connotazione ambientalista.

 

Nascita dei Verdi. Il primo partito Verde è nato in Tasmania (a sud dell’Australia) seguito dal Value Partydella Nuova Zelanda. In Europa l’avanzata dei Verdi è iniziata in Svizzera con il Movimento popolare per l’ambientee nel Regno Unito con il Partito dei Verdi del Regno Unito PEOPLE. Nel 1980 ha visto la luce il Partito dei Verdi tedeschi (Grunen), seguito da analoghe formazioni in Finlandia, Olanda, Belgio, Francia, Irlanda e altri Paesi. Sul fronte europeo, nel  1984 è stato dato l’avvio al Coordinamento Europeo dei Partiti Verdi (CEPV), che nel giugno del 1993 si trasformerà in Federazione Europea dei Partiti Verdi (FEPV) e, nel febbraio del 2004 a Roma, nel Partito Verde Europeo (PVE).

 

Caratteristiche del movimento.  In quasi tutti i Paesi la coscienza ambientalista ha trovato una forte spinta tra le donne e i giovani: due aspetti oggi personificati molto bene dalla sedicenne attivista svedese Greta Thunberg, diventata ormai una vera icona internazionale, tanto da essere stata invitata a tenere nel mese di settembre a New York una conferenza al Summit dell’ecologia promosso dall’ONU.  Altro aspetto caratterizzante dei verdi riguarda la capacità di collegare le questioni ambientali a quelle sociali. Tipo: le battaglie in Germania per avere alloggi a prezzi ragionevoli, un salario minimo garantito, una web tax o la fine della dipendenza energetica dai combustibili fossili. Da registrare, inoltre, che sin dalla loro nascita i quattro pilatri dei verdi nel mondo sono sempre stati: 1) la sostenibilità ecologica; 2) la giustizia sociale; 3) la democrazia partecipativa; 4) la non violenza. Inoltre, in molti Paesi è stato compiuto uno sforzo notevole sul piano della comunicazione e dell’informazione, sia a carattere internazionale che locale.

 

Italia: la illustre assente. Anche se ormai quasi tutti i partiti e movimenti politici italiani si dichiarano ambientalisti (soprattutto in occasione delle elezioni) l’Italia rimane uno dei pochi Paesi europei sprovvisto di un forte partito Verde. Lo certificano anche i dati delle ultime elezioni europee, dove i Verdi tedeschi (ormai diventati il secondo partito) hanno raggiunto il 20, 50%, quelli francesi il 13,47% (terzo partito) e quelli inglesi l’11,10% (quarto partito), mentre i Verdi italiani si sono dovuti accontentare di un misero 2,29%, senza riuscire nemmeno a superare la soglia di sbarramento. Come mai? Secondo Antonio Villafranca, Responsabile Europa dell’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) le ragioni sono essenzialmente tre: primo, i verdi italiani non hanno saputo darsi un’adeguata struttura;  secondo, non sono riusciti a compiere un salto di qualità collegando le sfide ambientaliste alla contemporaneità, allo sviluppo, all’innovazione (tradotto: sono rimasti fermi ai messaggi dei primi anni novanta), terzo, non sono riusciti, a differenza di Germania e Francia, a intercettare i voti di chi nelle piazze e manifestazioni è ambientalista ma che al momento di votare confida maggiormente nei partiti tradizionali.

 

Come rafforzare l’impegno ambientalista italiano. Una delle tesi maggiormente accreditate è che occorre innanzitutto convincere il potenziale elettore che senza un forte partito verde difficilmente le istanze ambientaliste troveranno uno spazio adeguato sul piano politico. Non bastano, infatti, le varie attività compiute da organizzazioni strutturate e articolate come il WWF Italia, FAI (Fondo Ambiente Italiano) o la Legambiente. Non basta nemmeno fare semplicemente affidamento sulle volenterose anime ambientaliste annidate, ormai, in quasi tutti i partiti. Occorre, invece, presentare progetti verdi concreti in grado di dimostrare, ad esempio, che un’economia verde può incrementare notevolmente l’occupazione proprio in un momento in cui le nuove tecnologiche rischiano di falciare nei prossimi anni milioni di posti di lavoro in tutto il mondo.

 

Progetti concreti potranno, ad esempio, riguardare la gestione dell’acqua, la conservazione di foreste e boschi, lo sviluppo della biodiversità, la lotta all’inquinamento, la conservazione dei beni naturali, la corretta produzione di cibo e sementi, lo smaltimento dei rifiuti urbani, la corretta gestione della pesca, ecc. Solo in questo modo, secondo gli esperti, sarà possibile evitare le morti premature a causa dell’inquinamento, le migrazioni di milioni di persone o l’invivibilità delle città (ormai corrose dall’inquinamento dell’aria, dalla congestione del traffico, dall’inquinamento visivo e acustico, ecc. Ricordiamoci che Papa Francesco con la sua Enciclica ‘Laudato Sì’ ha messo in chiara evidenza lo stretto rapporto esistente tra le problematiche ambientalistiche e le condizioni sociali delle varie popolazioni nel mondo. In parole povere, migliorare l’ambiente significa contribuire sensibilmente a migliorare anche lo Stato Sociale.

 

Tutti possono fare qualcosa. Sul piano individuale è fondamentale cercare di informarsi e di informare gli altri sui temi ambientali. Tradotto in termini concreti:

  1. a) occorre seguire attentamente tutto ciò che avviene nel mondo sul piano ambientale;
  2. b) suggerire comportamenti apparentemente semplici ma di grande efficacia sul piano collettivo (piccolo esempio: come evitare l’uso di materiale plastico o di carta, come ridurre il consumo d’acqua, come differenziare correttamente i rifiuti, come evitare gli sprechi alimentari, come utilizzare maggiormente il trasporto pubblico, come risparmiare sull’energia elettrica, ecc.);
  3. c) individuare molto bene chi sono i veri nemici dell’ambiente;
  4. d) vigilare e segnalare mediaticamente a livello locale tutti gli abusi, le scorrettezze e le violazioni ambientali che avvengono nelle vicinanze.

Diceva San Francesco: Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile.

 

ALLEGATI

 

ALCUNI DISASTRI STORICI 

ECUADOR(1964 – 1992) La Compagnia Texaco (acquisita nel 2001 dalla Chevron) sversa miliardi di litri tossici nella foresta pluviale del Paese Latinoamericano;

INDIA(1984). A Bhopal in India una fuga di pesticidi da una fabbrica della Union Carbide causa la morte di 4 mila persone 50mila feriti gravemente;

ITALIA (1976). Una nube tossica colpisce 37mila persone e 80mila animali vengono macellati;

RUSSIA(1986). Esplosione del reattore nucleare di Cernobyl provoca 56mila morti;

GOLFO DEL MESSICO(2010). La piattaforma petrolifera Deepwater Horizon sversa in mare quasi un milione di tonnellate di greggio;

USA (2015), 11 milioni di litri di fango vengono accidentalmente riversati nel fiume Animas;

GIAPPONE 2011, a Fukushima quattro gravi incidenti nella centrale nucleare omonima dopo il terremoto dell’11 marzo 2011 a cui era seguito anche uno tsunami.

 

DISASTRI IN CORSO

AMAZZONIA.  Secondo i dati dell’Istituto Nazionale per la Ricerca Spaziale (Inpe) del Brasile, tra gennaio e agosto 2019 si sono verificati 72mila incendi contro i 40mila dello stesso periodo del 2018, con un aumento dell’83%.

GROENLANDIA. Ha perso 11 miliardi di tonnellate di ghiaccio in un solo giorno (4 agosto 2019). Tra una ventina di anni l’artico potrebbe restare senza ghiacci;

ALPI. Entro pochi decenni potremmo dire addio ai ghiacciai delle Alpi;

SIBERIA. Sta andando a fuoco mandando tonnellate di gas serra nell’atmosfera;

SURRISCALDAMENTO. Secondo l’agenzia europea sul cambiamento climatico Copernicus, il mese di luglio del 2019 è stato il mese più caldo mai registrato.  Diverse parti del pianeta densamente popolate rischiano di diventare invivibili a causa del caldo.

MANCANZA DI ACQUA. Presto un quarto della popolazione mondiale rimarrà senza acqua. Secondo il Pacific Institute, specializzato nell’analisi dell’approvvigionamento idrico, a livello globale il numero di conflitti legati alla carenza d’acqua è passato da 16 negli anni novanta a circa 73 negli ultimi cinque anni.

PANORAMA LATINO AMERICANO DI STEFANO SCHEMBRI (2)

Posted by Stefano Schembri On ottobre - 20 - 2015 Commenti disabilitati su PANORAMA LATINO AMERICANO DI STEFANO SCHEMBRI (2)

Stefano Schembri cura per Punto Continenti la rubrica Panorama Latino Americano. Autore dei  volumi  ‘Mercosur-UE: Storia e Prospettive di un accordo Intercontinentale’ e ‘East meets West’ (scritto in inglese), Schembri, laureato in Scienze Politiche alla Luiss di Roma,  nonostante la giovane età ha già maturato importanti esperienze nell’ambito di organismo internazionali, tra cui l’Istituto Italo Latino Americano (IILA), la Corte di Giustizia Europea, il World Food Programme (WFP), l’International Fund for Agriculture Development (Ifad) e la multinazionale Unilever. 

ARGENTINA 

Elezioni presidenziali. Il 25 ottobre si vota in Argentina per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, in sostituzione di Cristina de Kirchner che non può ricandidarsi per la terza volta. Il 9 agosto ci sono state le primarie aperte, simultanee e obbligatorie (PASO). Il leader della coalizione ‘Frente per la Victoria’, Daniel Scioli (appoggiato dalla Kirchner) ha ottenuto il 38,67% dei voti, mentre Mauricio Macri (coalizione ‘Cambiemos’) ha ottenuto il 30, 12%. Al terzo posto si è collocato Sergio Massa (coalizione UNA) con il 20,57% dei votanti. Se il 25 ottobre nessuno dei candidati raggiungerà il 40%, come prevista dalla Costituzione, o uno scarto di almento 10 punto rispetto al diretto concorrente, si andrà al ballottaggio, come è molto probabile.

 

BOLIVIA

Inaugurato mega impianto di rigassificazione. A compensare le forti preoccupazioni boliviane per il calo del prezzo degli idrocarburi, che potrebbero far diminuire di quasi un terzo le entrate delle esportazioni di gas nel 2015, c’è l’inaugurazione di un importante impianto di rigassificazione destinato a potenziare l’export verso il Paraguay e il Perù. L’impianto di produzione di gas liquefatto Gran Chaco, nel Dipartimento di Tarija, è destinato a soddisfare al 100% il fabbisogno verso il Paraguay e larga parte del mercato peruviano, e in maniera ridotta quello argentino e brasiliano. La produzione di questo impianto consentirà inoltre alla Bolivia di aumentare i proprie entrate stimate entro il 2025 in circa 2,5 miliardi di dollari. Sul fronte degli investimenti entro il 2015 toccheranno il record di 7 miliardi, il 23% del PIL.

 

BRASILE

BRASILIA, 19 (ANSA)- El dólar subía hoy a 3,91 reales en la apertura de una semana en la que el mercado proyecta una recesión del 3% en 2015 y observadores consideran que el ministro de Hacienda, Joaquim Levy, perdió capacidad de maniobra para implementar su plan económico.

La moneda norteamericana tipo comercial se cotizaba a 3,91 reales, con una suba del 0,99 %, a las 11.30 horas locales (13.15 GMT) cuando el euro se vendía a 4,43 reales mostrando una valorización del 0,44 %.

 

Previsioni economiche negative. Secondo le ultime proiezioni ufficiali nel 2015 vi sarà una contrazione del PIL pari all’1,5% (2,44% secondo analisti privati), un’inflazione pari al 9% (il doppio dell’obiettivo previsto) e un aumento della disoccupazione, attestatasi a luglio al 7,5% con una perdita netta negli ultimi 12 mesi di circa 780 mila posti di lavoro.

 

CILE

In difficoltà la Presidente Bachelet. Il governo ha ribassato le stime della crescita per l’anno in corso al 2,5%. Arrivano ancora dati negativi dalla produzione industriale, con una flessione a giugno della manifattura. Continua a rimanere bassa la popolarità della Presidente Michelle Bachelet che secondo un sondaggio della società Mori, si attesta al 19%, con un tasso di disapprovazione in forte incremento, al 56%.

 

COLOMBIA

Moody’s è ottimista. Il Banco Central della Colombia ha ridotto le previsioni di crescita al 2,8% nel 2015 (dal 3,2% della precedente previsione). In compenso l’agenzia Moody’s, sostiene che nonostante la crisi del prezzo del petrolio e delle materie prime, il sistema colombiano non avrà grossi problemi, perché ha solide riserve esterne. Inoltre, la riforma fiscale implementata nell’ultimo anno, ha consentito di ridurre il gap deficit/PIL, a favore di una maggiore stabilità del sistema. Infine, hanno giovato al sistema colombiano gli importanti piani di investimenti pubblici in infrastrutture.

 

 CUBA

Lingua italiana: inizia a Cuba la settimana mondiale. La semana anual mundial de la lengua italiana comenzó hoy en Cuba, en el contexto de un creciente interés por ese idioma, que se imparte en cursos de la televisión educativa y en escuelas privadas de idiomas en La Habana.

La semana mundial, la número 15 dedicada a esa lengua europea, es promovida desde 2001 por el Ministerio de Asuntos Exteriores italiano, la Accademia della Crusca, y la Sociedad Dante Alighieri, bajo el Alto Patronato del Presidente de la República Italiana.

 

ECUADOR

Salvezza Petroamazonas. Attraverso Petroamazonas il Governo dell’Ecuador, guidato da Rafael Correa, potrà raggiungere un’ottimizzazione dei costi di produzione petrolifera in grado  di aumentare i margini di guadagno per lo Stato. Si tratta di una notizia positiva, in un momento di forte preoccupazione per le ripercussioni generate dal crollo del prezzo del petrolio. Secondo quanto affermato dal Direttore Generale di Petroamazonas, Oswaldo Madrid, il costo si limiterà a 23,49 dollari per barile, contrariamente ai 27 stimati, grazie ad operazioni di ottimizzazione degli investimenti e maggior sfruttamento dei giacimenti.

 

EL SALVADOR

Lotta alla violenza. Continua l’ondata di violenza in El Salvador determinando un record nel mese di agosto per quantità di omicidi, il cui tasso è cresciuto del 67,3 % nei primi otto mesi dell’anno. Secondo i dati forniti dall’Instituto de Medicina Legal infatti, nel 2015 si sono registrati 4.246 omicidi, rispetto ai 2.537 del 2014. La Polizia salvadoregna sostiene che l’80% sia correlato alle lotte fra bande locali, le quali sono state definite gruppi terroristi dalla Corte Suprema di Giustizia.

 

GUATEMALA

Un comico favorito per la presidenza. Dopo le dimissioni di cinque Ministri, la destituzione dell’ex Vice Presidente Roxana Baldetti e dell’ex Presidente Otto Pérez Molina, in stato di arresto, il 6 settembre si è tenuto il primo turno delle elezioni presidenziali, a cui hanno partecipato 5.318.847 votanti (record storico). In testa è risultato  il comico e conduttore televisivo, Jimmy Morales, del Frente de Convergencia Nacional (FCN), con il 23,86% (1.162.734 voti). Il secondo turno si svolgerà il 25 ottobre.

 

HONDURAS

La dura lotta alla criminalità. Diminuisce in Honduras il tasso di omicidi. Dal 2014 al 2015 la riduzione dei delitti in uno dei paesi storicamente più afflitti dalla violenza, è motivo di speranza per il Presidente Juan Orlando Hernandez, il quale ha dichiarato che le Forze Armate hanno giocato e giocano un ruolo fondamentale nel recupero della pace nel paese.

 

MESSICO

Il bilancio del Presidente. Il Presidente del Messico, Enrique Peña Nieto, ha presentato al Parlamento il bilancio del suo mandato a tre anni dal suo insediamento e in coincidenza con l’avvio del secondo triennio. Da un lato ha segnalato il riconoscimento di alcuni limiti dell’attuale azione di governo, nonostante il consistente piano di riforme realizzato negli anni passati. A preoccupare soprattutto il rallentamento della crescita e il peso di alcune tragedie, a circa un anno dalla tragica ‘sparizione’ dei 43 studenti di Iguala, e a solo poco più di un mese dalla fuga del bandito El Chapo Guzman.

 

NICARAGUA

Previsioni della Banca Centrale. La Banca Centrale del Nicaragua ha ridotto dello 0,2% le previsioni di crescita economica del paese nel 2015, stimate tra il 4,3% e il 4,8%. Il tasso di inflazione è passato, invece, da un range compreso tra il 6% e il 7% ad uno tra il 4,5% e il 5,5%. La riduzione delle stime di crescita è motivata dal minor dinamismo economico degli Stati Uniti, che costituiscono il principale mercato del Nicaragua, e delle altre economie emergenti e in via di sviluppo.

 

PANAMA

Canale: varo del terzo gruppo di chiuse. A metà agosto, vi è stato lo storico varo del terzo gruppo di chiuse, la cui apertura ha consentito l’ingresso dell’oceano Pacifico nel lago Miraflores. Rimane comunque aperto, il nuovo contenzioso sorto tra il gruppo italiano Salini-Impregilo e il governo.

 

PARAGUAY

Crescita del 4%. Standard & Poor’s ha elevato la qualifica del Paraguay da “stabile” a “positiva”. Secondo i dati del Banco Central l’economia si è contratta dell’1,2% nel secondo trimestre del 2015, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, a causa di un minor dinamismo dell’attività di esportazione di elettricità, soja e carne. Il PIL tuttavia si è espanso del 2,2% nel secondo trimestre e le Autorità mantengono stabili le proiezioni di crescita del 4% per l’anno corrente.

 

PERÙ

Il dopo Humala. È iniziato in Perù l’ultimo anno di mandato del Presidente Ollanta Humala, che terminerà il prossimo 28 luglio 2016.Per quanto riguarda i sondaggi per il voto dell’anno prossimo, si consolida la candidatura di Keiko Fujimori, in testa con il 30%, seguita dall’ex Ministro delle Finanze Pedro Pablo Kuczynski al 13% e dall’ex Presidente Alan Garcia con il 10%.

 

REPUBBLICA DOMINICANA

Potenziamento del sistema sanitario. È stato definito un piano di sviluppo del sistema sanitario nazionale, il quale prevede investimenti in tecnologia, acquisto di macchinari e formazione per il personale medico. All’interno del piano di sviluppo rientra anche la costruzione del maxiospedale Princess Margaret, alla cui realizzazione sono stati destinati dal Ministero della Salute e dell’Ambiente quasi 20 milioni di dollari.

 

URUGUAY

Piano del Governo. Il nuovo governo di Tabaré Vazquez in Uruguay ha predisposto il Bilancio per i primi due anni del quinquennio 2015-2020. Come annunciato dal Ministro dell’Economia e Finanza, Danilo Astori, il bilancio è stato incrementato di 470 milioni di dollari, cifra destinata alle priorità definite nel programma elettorale della coalizione Frente Amplio. Il 39% sarà indirizzato all’Istruzione, il 16% al Sistema Nacional de Cuidado, il 10% alle Infrastrutture, il 7% alla salute, il 5% alla sicurezza, il restante al Sistema de responsabilidad penal adolescente, alla decentralizzazione, alle Intendenze dipartimentali, alla Secretaria de Deportes e alla ricerca.

 

VENEZUELA

Conflitto alla frontiera con la Colombia. A sorpresa il Venezuela ha deciso ad agosto la chiusura della frontiera con la Colombia, nello Stato di Tachira, e la proclamazione dello stato di emergenza in sei comuni. Ciò ha comportato la deportazione/espulsione di circa 1.300 colombiani residenti nei villaggi di frontiera. La misura è stata adottata dal governo di Caracas come reazione a un presunto attacco alle truppe venezuelane di stanza sul confine, che sarebbe stato realizzato da gruppi paramilitari colombiani appoggiati dalle organizzazioni del contrabbando. Attualmente si è in attesa di una possibile mediazione, guidata da Argentina e Brasile.

PANORAMA LATINO AMERICANO DI STEFANO SCHEMBRI (1)

Posted by Stefano Schembri On settembre - 16 - 2015 Commenti disabilitati su PANORAMA LATINO AMERICANO DI STEFANO SCHEMBRI (1)

Da questo numero Stefano Schembri curerà per Punto Continenti la rubrica Panorama Latino Americano. Autore dei  volumi  ‘Mercosur-UE: Storia e Prospettive di un accordo Intercontinentale’ e ‘East meets West’ (scritto in inglese), Stefano Schembri, laureato in Scienze Politiche alla Luiss di Roma,  nonostante la giovane età ha già maturato importanti esperienze nell’ambito di organismo internazionali, tra cui l’Istituto Italo Latino Americano (IILA), la Corte di Giustizia Europea, il World Food Programme (WFP), l’International Fund for Agriculture Development (Ifad) e la multinazionale Unilever. 

 

ARGENTINA 

Elezioni presidenziali. Il 25 ottobre si vota in Argentina per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, in sostituzione di Cristina de Kirchner che non può ricandidarsi per la terza volta. Il 9 agosto ci sono state le primarie aperte, simultanee e obbligatorie (PASO). Il leader della coalizione ‘Frente per la Victoria’, Daniel Scioli (appoggiato dalla Kirchner) ha ottenuto il 38,67% dei voti, mentre Mauricio Macri (coalizione ‘Cambiemos’) ha ottenuto il 30, 12%. Al terzo posto si è collocato Sergio Massa (coalizione UNA) con il 20,57% dei votanti. Se il 25 ottobre nessuno dei candidati raggiungerà il 40%, come prevista dalla Costituzione, o uno scarto di almento 10 punto rispetto al diretto concorrente, si andrà al ballottaggio, come è molto probabile.

 

BOLIVIA

Inaugurato mega impianto di rigassificazione. A compensare le forti preoccupazioni boliviane per il calo del prezzo degli idrocarburi, che potrebbero far diminuire di quasi un terzo le entrate delle esportazioni di gas nel 2015, c’è l’inaugurazione di un importante impianto di rigassificazione destinato a potenziare l’export verso il Paraguay e il Perù. L’impianto di produzione di gas liquefatto Gran Chaco, nel Dipartimento di Tarija, è destinato a soddisfare al 100% il fabbisogno verso il Paraguay e larga parte del mercato peruviano, e in maniera ridotta quello argentino e brasiliano. La produzione di questo impianto consentirà inoltre alla Bolivia di aumentare i proprie entrate stimate entro il 2025 in circa 2,5 miliardi di dollari. Sul fronte degli investimenti entro il 2015 toccheranno il record di 7 miliardi, il 23% del PIL.

 

BRASILE

Previsioni economiche negative. Secondo le ultime proiezioni ufficiali nel 2015 vi sarà una contrazione del PIL pari all’1,5% (2,44% secondo analisti privati), un’inflazione pari al 9% (il doppio dell’obiettivo previsto) e un aumento della disoccupazione, attestatasi a luglio al 7,5% con una perdita netta negli ultimi 12 mesi di circa 780 mila posti di lavoro.

 

CILE

In difficoltà la Presidente Bachelet. Il governo ha ribassato le stime della crescita per l’anno in corso al 2,5%. Arrivano ancora dati negativi dalla produzione industriale, con una flessione a giugno della manifattura. Continua a rimanere bassa la popolarità della Presidente Michelle Bachelet che secondo un sondaggio della società Mori, si attesta al 19%, con un tasso di disapprovazione in forte incremento, al 56%.

 

COLOMBIA

Moody’s è ottimista. Il Banco Central della Colombia ha ridotto le previsioni di crescita al 2,8% nel 2015 (dal 3,2% della precedente previsione). In compenso l’agenzia Moody’s, sostiene che nonostante la crisi del prezzo del petrolio e delle materie prime, il sistema colombiano non avrà grossi problemi, perché ha solide riserve esterne. Inoltre, la riforma fiscale implementata nell’ultimo anno, ha consentito di ridurre il gap deficit/PIL, a favore di una maggiore stabilità del sistema. Infine, hanno giovato al sistema colombiano gli importanti piani di investimenti pubblici in infrastrutture.

 

ECUADOR

Salvezza Petroamazonas. Attraverso Petroamazonas il Governo dell’Ecuador, guidato da Rafael Correa, potrà raggiungere un’ottimizzazione dei costi di produzione petrolifera in grado  di aumentare i margini di guadagno per lo Stato. Si tratta di una notizia positiva, in un momento di forte preoccupazione per le ripercussioni generate dal crollo del prezzo del petrolio. Secondo quanto affermato dal Direttore Generale di Petroamazonas, Oswaldo Madrid, il costo si limiterà a 23,49 dollari per barile, contrariamente ai 27 stimati, grazie ad operazioni di ottimizzazione degli investimenti e maggior sfruttamento dei giacimenti.

 

EL SALVADOR

Lotta alla violenza. Continua l’ondata di violenza in El Salvador determinando un record nel mese di agosto per quantità di omicidi, il cui tasso è cresciuto del 67,3 % nei primi otto mesi dell’anno. Secondo i dati forniti dall’Instituto de Medicina Legal infatti, nel 2015 si sono registrati 4.246 omicidi, rispetto ai 2.537 del 2014. La Polizia salvadoregna sostiene che l’80% sia correlato alle lotte fra bande locali, le quali sono state definite gruppi terroristi dalla Corte Suprema di Giustizia.

 

GUATEMALA

Un comico favorito per la presidenza. Dopo le dimissioni di cinque Ministri, la destituzione dell’ex Vice Presidente Roxana Baldetti e dell’ex Presidente Otto Pérez Molina, in stato di arresto, il 6 settembre si è tenuto il primo turno delle elezioni presidenziali, a cui hanno partecipato 5.318.847 votanti (record storico). In testa è risultato  il comico e conduttore televisivo, Jimmy Morales, del Frente de Convergencia Nacional (FCN), con il 23,86% (1.162.734 voti). Il secondo turno si svolgerà il 25 ottobre.

 

HONDURAS

La dura lotta alla criminalità. Diminuisce in Honduras il tasso di omicidi. Dal 2014 al 2015 la riduzione dei delitti in uno dei paesi storicamente più afflitti dalla violenza, è motivo di speranza per il Presidente Juan Orlando Hernandez, il quale ha dichiarato che le Forze Armate hanno giocato e giocano un ruolo fondamentale nel recupero della pace nel paese.

 

MESSICO

Il bilancio del Presidente. Il Presidente del Messico, Enrique Peña Nieto, ha presentato al Parlamento il bilancio del suo mandato a tre anni dal suo insediamento e in coincidenza con l’avvio del secondo triennio. Da un lato ha segnalato il riconoscimento di alcuni limiti dell’attuale azione di governo, nonostante il consistente piano di riforme realizzato negli anni passati. A preoccupare soprattutto il rallentamento della crescita e il peso di alcune tragedie, a circa un anno dalla tragica ‘sparizione’ dei 43 studenti di Iguala, e a solo poco più di un mese dalla fuga del bandito El Chapo Guzman.

 

NICARAGUA

Previsioni della Banca Centrale. La Banca Centrale del Nicaragua ha ridotto dello 0,2% le previsioni di crescita economica del paese nel 2015, stimate tra il 4,3% e il 4,8%. Il tasso di inflazione è passato, invece, da un range compreso tra il 6% e il 7% ad uno tra il 4,5% e il 5,5%. La riduzione delle stime di crescita è motivata dal minor dinamismo economico degli Stati Uniti, che costituiscono il principale mercato del Nicaragua, e delle altre economie emergenti e in via di sviluppo.

 

PANAMA

Canale: varo del terzo gruppo di chiuse. A metà agosto, vi è stato lo storico varo del terzo gruppo di chiuse, la cui apertura ha consentito l’ingresso dell’oceano Pacifico nel lago Miraflores. Rimane comunque aperto, il nuovo contenzioso sorto tra il gruppo italiano Salini-Impregilo e il governo.

 

PARAGUAY

Crescita del 4%. Standard & Poor’s ha elevato la qualifica del Paraguay da “stabile” a “positiva”. Secondo i dati del Banco Central l’economia si è contratta dell’1,2% nel secondo trimestre del 2015, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, a causa di un minor dinamismo dell’attività di esportazione di elettricità, soja e carne. Il PIL tuttavia si è espanso del 2,2% nel secondo trimestre e le Autorità mantengono stabili le proiezioni di crescita del 4% per l’anno corrente.

 

PERÙ

Il dopo Humala. È iniziato in Perù l’ultimo anno di mandato del Presidente Ollanta Humala, che terminerà il prossimo 28 luglio 2016.Per quanto riguarda i sondaggi per il voto dell’anno prossimo, si consolida la candidatura di Keiko Fujimori, in testa con il 30%, seguita dall’ex Ministro delle Finanze Pedro Pablo Kuczynski al 13% e dall’ex Presidente Alan Garcia con il 10%.

 

REPUBBLICA DOMINICANA

Potenziamento del sistema sanitario. È stato definito un piano di sviluppo del sistema sanitario nazionale, il quale prevede investimenti in tecnologia, acquisto di macchinari e formazione per il personale medico. All’interno del piano di sviluppo rientra anche la costruzione del maxiospedale Princess Margaret, alla cui realizzazione sono stati destinati dal Ministero della Salute e dell’Ambiente quasi 20 milioni di dollari.

 

URUGUAY

Piano del Governo. Il nuovo governo di Tabaré Vazquez in Uruguay ha predisposto il Bilancio per i primi due anni del quinquennio 2015-2020. Come annunciato dal Ministro dell’Economia e Finanza, Danilo Astori, il bilancio è stato incrementato di 470 milioni di dollari, cifra destinata alle priorità definite nel programma elettorale della coalizione Frente Amplio. Il 39% sarà indirizzato all’Istruzione, il 16% al Sistema Nacional de Cuidado, il 10% alle Infrastrutture, il 7% alla salute, il 5% alla sicurezza, il restante al Sistema de responsabilidad penal adolescente, alla decentralizzazione, alle Intendenze dipartimentali, alla Secretaria de Deportes e alla ricerca.

 

VENEZUELA

Conflitto alla frontiera con la Colombia. A sorpresa il Venezuela ha deciso ad agosto la chiusura della frontiera con la Colombia, nello Stato di Tachira, e la proclamazione dello stato di emergenza in sei comuni. Ciò ha comportato la deportazione/espulsione di circa 1.300 colombiani residenti nei villaggi di frontiera. La misura è stata adottata dal governo di Caracas come reazione a un presunto attacco alle truppe venezuelane di stanza sul confine, che sarebbe stato realizzato da gruppi paramilitari colombiani appoggiati dalle organizzazioni del contrabbando. Attualmente si è in attesa di una possibile mediazione, guidata da Argentina e Brasile.

 

 Stefano Schembri

INTERNAZIONALIZZAZIONE? PER L’ITALIA RIMANE UN MIRAGGIO

Posted by Stefano Schembri On maggio - 14 - 2015 Commenti disabilitati su INTERNAZIONALIZZAZIONE? PER L’ITALIA RIMANE UN MIRAGGIO

Sono 276 pagine ricche di notizie, grafici e dati statistici sulle partecipazioni delle aziende italiane all’estero e su quelle estere in Italia. Parliamo del volume ‘Italia Multinazionale 2014 curato dai professori Sergio Mariotti del Politecnico di Milano e Marco Mutinelli dell’Università di Brescia (editore Rubbettino, costo 24 euro), presentato all’ICE, l’Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane. Al Seminario ha partecipato anche Sandro De Poli, Presidente e AD di General Electric Italia.

 

Nell’edizione di quest’anno dello studio è stata inserita un’ampia riflessione sulla capacità dell’Italia di attrarre le multinazionali estere e sui fattori attraverso cui passa il recupero di competitività del Paese. Non mancano poi alcune lineee guida per l’implementazione di una ‘politica specifica’ di attrazione, con riguardo sia al campo d’azione in cui si collocano i possibili interventi, sia alle leve strategiche da utilizzare.

 

Purtroppo, come ha rilevato il Presidente dell’Ice Riccardo Maria Monti, sul piano dell’internazionalizzazione l’Italia ancora deve compiere diversi passi molto significativi. “Nonostante”, si legge nel rapporto, “una ripresa dei flussi di IDE (Investimento diretto estero, ndr.) in uscita e in entrata nel 2013, il grado di internazionalizzazione, sia attiva che passiva del Paese continua a essere significativamente inferiore a quello dei suoi maggiori partner europei. Secondo gli ultimi dati disponibili (UNCTAD 2014), nel 2013 il rapporto percentuale tra lo stock degli IDE in uscita e il prodotto interno lordo era pari per l’Italia al 28,9 %, valore inferiore a quello della Germania (47%) e Spagna (47,3%), nonché alla media dell’intera Europa (47,1%)”.

 

Prosegue il rapporto: “Anche sul lato degli investimenti dall’estero la posizione dell’Italia è modesta, come riflesso della persistente bassa attrattività internazionale del Paese. Il rapporto tra lo strock dell’IDE in entrata e il Pil (19,5% nel 2013) rimane significativamente inferiore alle medie mondiali (34,3%), europea (36,4%) e UE-27 (49,4%), nonché a quello dei principali competitors europei (Regno Unito, 63,3%), Spagna (52,7%), Francia (39,5%), Germania (23,4%)”. Conseguenza: la quota dell’Italia è scesa da una media del 3,5% del totale mondiale nel periodo precrisi al 2,1% del periodo più recente.

 

Per fortuna non mancano anche i dati positivi. Ad esempio, accanto alla buona tenuta all’estero delle grandi imprese aumenta la presenza italiana in Nord America e cresce il coinvolgimento delle nostre piccole imprese nei processi di internazionalizzazione produttiva. In ogni caso rendere l’Italia più attrattiva per gli investitori esteri rimane sempre uno dei grandi obiettivi da raggiungere e chiesto con insistenza dal  mondo delle imprese alla politica.

 

 

INDIA – AMERICA LATINA: UN MATRIMONIO CHE INTERESSA L’ITALIA

Posted by Stefano Schembri On agosto - 11 - 2014 Commenti disabilitati su INDIA – AMERICA LATINA: UN MATRIMONIO CHE INTERESSA L’ITALIA

 Stefano Schembri

 

Di Stefano Schembri

Il prossimo 16 – 17 ottobre sta per celebrarsi a New Delhi un grande matrimonio economico tra l’India e i 33 Paesi dell’America Latina e Caraibi. Il fidanzamento, possiamo dire, è stato gestito dalla Federazione indiana delle Camere di commercio e dell’Industria e che dopo un ‘primo incontro’ combinato nel 2012 ora intende portare a frutto le immense possibilità offerte da entrambi i partner. Possibilità che potrebbero coinvolgere, anche a breve termine, altri partner, come l’Unione europea e, in particolare l’Italia che già è presente in numerosi Paesi latino americani e che da qualche anno sta decisamente cercando di rafforzare i rapporti culturali, economici e imprenditoriali con l’India, anche nell’ambito delle piccole medie imprese. Ma torniamo all’incontro America Latina e India.

 

Non v’è dubbio che il subcontinente americano è stata una delle aree che si è difeso meglio nel corso dell’ultima grave crisi economica mondiale. In media i Paesi ALC sono cresciuti del 3,5 – 4%. (negli ultimi dieci anni l’aumento è stato del 25%). Solo nel 2012 gli investimenti esteri sono saliti da 126 miliardi di dollari a 189 miliardi. Verso quest’area l’India ha mostrato un grande interesse, soprattutto verso i Paesi dell’alleanza del Pacifico (Messico, Perù, Cile e Colombia): Paesi con una connotazione fortemente liberale, bassi indici di inflazione e una legislazione incentivante per i commerci e gli investimenti.

 

Per il Ministero del Commercio e dell’Industria Indiano ci sono ottime condizioni per investire (anche nell’estrazione delle materie prime), creare società miste, trasferire tecnologia, costituire società di servizi e incrementare gli scambi commerciali con l’America  Latina. Del resto, l’India già gode di un accordo commerciale preferenziale con il Mercosur (il mercato comune che raggruppa Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay e Venezuela) nonché dello Status di Osservatore’ nell’ambito della Nuova alleanza del Pacifico.

 

Per quanto riguarda l’Italia, vale la pena di ricordare che il 2011 fu definito dalla Confindustria  l’anno dell’India. Infatti, una serie di missioni governative e imprenditoriali avevano creato le premesse per incrementare notevolmente gli scambi commerciali tra i due Paesi, con l’intento di  portarli entro il 2015 a 15 miliardi euro.  Purtroppo, sui tradizionali rapporti di amicizia tra i due Paesi è calata nel 2012 la scure del caso Marò, cioè, dei due fucilieri di marina italiani accusati di aver ucciso due pescatori imbarcati su un peschereccio indiano scambiato per un battello dedito alla pirateria. Caso che, incredibilmente, ancora non è stato risolto ma che praticamente ha bloccato i rapporti politici e ostacolato quelli economici.

 

Oggi India e America Latina stanno creando insieme un nuovo polo di attrazione economica. Un polo aperto alla collaborazione di altri partner come l’Italia che in diversi settori produttivi, come l’agro alimentare, macchinario agricolo, design, ecc, potrebbe perfettamente trovare il suo spazio collaborando contemporaneamente con le imprese indiane e latino americane. Sarebbe, infatti, un vero peccato se perdessimo questo treno che tra i suoi vagoni di testa ha sicuramente la Federazione indiana delle camere di commercio e industrie insieme allo spirito d’iniziativa di molti imprenditori indiani, latino americani e, speriamo, italiani.

 

UN PROGETTO PER 400 MILIONI DI PERSONE IN AMERICA LATINA

Posted by Stefano Schembri On agosto - 1 - 2014 Commenti disabilitati su UN PROGETTO PER 400 MILIONI DI PERSONE IN AMERICA LATINA

  Stefano Schembri

 

Di Stefano Schembri

Gli ultimi incontri che hanno riguardato il Mercosur, il Mercato Comune dell’America Meridionale  e la Celac, la Comunità degli Stati Latino Americani e dei Caraibi, hanno portato a un’ importante svolta nel lento e faticoso processo d’integrazione dell’intero Continente Latino Americano. Ad esempio, il Venezuela con il suo Presidente Nicolas Maduro sta spingendo in maniera consistente sul pedale della nascita di una grande zona economica che unisca il Mercosur all’Alba (progetto di cooperazione tra i Paesi dell’America Latina e dei Caraibi, siglato nel 2004) e il Petrocaribe (un’alleanza tra vari Stati Caraibici con il Venezuela).

 

Se questo progetto prenderà forma riguarderà oltre 400 milioni di persone. Per il Venezuela del dopo Chavez sarebbe un’importante vittoria politica, dopo la piena adesione al Mercosur ottenuta nel 2012, nonostante il prolungato veto del Paraguay: Paese che a lungo era stato sospeso dagli altri membri del Mercosur (Argentina, Brasile e Uruguay), a causa dell’ improvvisa destituzione del  democratico Presidente Fernando Lugo. Il completamento della pratica di adesione del Venezuela (non necessaria ma formalmente significativa) è avvenuto con l’approvazione del ‘Protocollo di adesione’ da parte della Camera dei deputati del Paraguay, dopo che i  paraguaiani sono tornati ad essere membri effettivi dell’Associazione.

 

Tornando alla possibile nascita di una nuova Associazione economica va rilevato che l’obiettivo di tutti i Paesi Latino Americani, anche se con sfumature diverse, è quello di incidere sul nuovo ordine economico internazionale con una grande unione basata sulla complementarietà, sullo sviluppo equilibrato e sostenibile. Naturalmente parliamo di un processo molto difficile e pieno di ostacoli anche a causa delle diverse impostazioni politiche ed economiche dei vari Paesi. Non mancano, infatti, forti contrasti sul piano economico come, ad esempio, tra i due giganti dell’America Meridionale: Brasile e Argentina. Inoltre, molti vedono con sospetto le iniziative intraprese dal Venezuela ritenendo che Caracas tenda sempre a privilegiare negli accordi l’aspetto politico rispetto a quello economico.

 

In effetti, nel sub Continente americano spesso la forte idealizzazione e politicizzazione degli accordi economici e commerciali ha creato dei veri macigni da superare per il raggiungimento di risultati concreti. Solo l’assoluta necessità di arrivare, comunque, a una maggiore integrazione economica e politica fa sperare che alla fine prevalga in tutti un forte senso di realismo.

 

Nota. Stefano Schembri è autore del volume ‘Mercosur-UE: Storia e Prospettive di un accordo Intercontinentale.

 

AMERICA LATINA ED EUROPA INSIEME CON L’EUROSOCIAL

Posted by Stefano Schembri On agosto - 1 - 2014 Commenti disabilitati su AMERICA LATINA ED EUROPA INSIEME CON L’EUROSOCIAL

Di Stefano Schembri

L’esperienza europea di coesione sociale viaggia per l’America Latina con il programma dell’Unione Europea EUROSOCIAL, rivolto a tutti i paesi latinoamericani e che punta a rafforzare le politiche pubbliche con più diretto impatto sulla coesione sociale. Lo strumento principale è lo scambio di esperienze e la collaborazione tra amministrazioni pubbliche europee e latinoamericane (ma anche tra paesi latinoamericani) in quattro settori definiti insieme ai governi della Regione: politiche sociali, sistemi fiscali, governance democratica e giustizia e sicurezza.

 

L’Italia ha la massima responsabilità di conduzione del programma, insieme a Spagna, Francia e Germania, Brasile, Colombia e SICA (Centroamerica). Questo ruolo è svolto dall’IILA, che coordina tutte le attività del settore ‘politiche sociali’, vale a dire sui sistemi di protezione sociale, le politiche attive del lavoro e l’educazione. I risultati del programma, a detta delle istituzioni dell’America Latina, sono molto apprezzabili. Anche per questo la Commissione Europea ha voluto organizzare recentemente un incontro di alto livello, a Bruxelles per presentare il programma agli europarlamentari e ai servizi della stessa Commissione.

 

Questo incontro  intitolato “Sostenendo politiche, collegando istituzioni. Dialogo euro-latinoamericano sulle politiche pubbliche per la coesione sociale”  si è proposto di contribuire alla definizione della nuova agenda di cooperazione europea con l’America Latina, affrontando in particolare la questione della vulnerabilità sociale di ampi strati della popolazione latinoamericana che, nonostante la forte crescita economica e i grandi successi in campo sociale, vivono in una condizione di fragilità che potrebbe farli retrocedere nella povertà.   Sono state già messe in campo 160 attività di supporto alle politiche latinoamericane negli ambiti coordinati dall’IILA.

 

Per esempio, in Colombia sono stati inaugurati i primi Servizi per l’Impiego del Ministero del Lavoro colombiano, con l’assistenza tecnica di Italia Lavoro. In Guatemala si sta rafforzando il Ministero dello Sviluppo Sociale attraverso la formazione dei suoi funzionari e la regolamentazione dei principali programmi sociali.   In Brasile, l’INPS sta fornendo assistenza tecnica al Ministero della Previdenza Sociale per una riforma tecnica che porti alla gestione unificata dei contributi previdenziali e alla regolarizzazione dei rapporti di lavoro nel settore del lavoro domestico L’IILA sta per promuovere anche una riflessione più ampia tra l’Europa e l’America Latina sulle riforme dei sistemi di welfare e su temi di particolare interesse per il nostro paese, come le misure di sostegno al reddito combinate con servizi di accompagnamento all’inclusione sociale e lavorativa.

 

In questo senso l’IILA agisce come un canale di diffusione in Europa delle più significative innovazioni prodotte in America Latina. Il merito di EUROSOCIAL e del lavoro coordinato dall’IILA è che questa iniziativa non impone ricette o modelli. Tutte le attività si basano anzi sulle priorità espresse dai governi latinoamericani.   Il programma incentiva fortemente lo scambio e la cooperazione “tra pari”. In un’epoca di crisi e ripensamento del modello sociale europeo, inoltre, può servire anche per far conoscere da noi le migliori esperienze latinoamericane.   La attività di EUROSOCIAL coinvolgono un gran numero di istituzioni europee e latinoamericane. Per l’Italia, partecipano attivamente il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, il Ministero di Giustizia, l’INPS, Italia Lavoro, l’Istituto Superiore della Sanità, il Formez P.A, etc.

MARTELLO E ZICCARI SPIEGANO COME FARE AFFARI IN INDIA

Posted by Stefano Schembri On agosto - 1 - 2014 Commenti disabilitati su MARTELLO E ZICCARI SPIEGANO COME FARE AFFARI IN INDIA

  Stefano Schembri

 

Di Stefano Schembri

‘Fare Busineess in India’ è un libro rivolto soprattutto ai piccoli e medi imprenditori interessati a confrontarsi con uno dei giganti dell’economia mondiale. Sono 160 pagine ben curate da Stefano Martello e Sergio Zicari pubblicate da Franco Angeli. Di facile lettura, ricca di testimonianze reali, il libro affronta in maniera scientifica uno dei mercati sicuramente più interessanti e ricco di prospettive, anche se molto complesso. Del resto, parlare dell’India significa soffermarsi su un Continente fatto da infinite sfumature, abitudini, regolamentazioni e mentalità, spesso molto diverse tra i vari Stati che compongono l’Unione Indiana. Senza, quindi, un’adeguata informazione e preparazione diventa estremamente difficile cogliere le numerose opportunità offerte dal mercato indiano. Ed è proprio da questo punto di vista che l’ultimo sforzo compiuto dai due esperti risulta decisamente molto utile.

 

Stefano Martello è un consulente nell’ambito della comunicazione. Per FrancoAngeli ha pubblicato Come comunicare il Terzo Settore (con P. Citarello, G. Vecchiato e S.Zicari, 2010) e Il controllo di gestione nel terzo settore (con F. Di Paolo e S. Zicarim 2012). Sergio Zicari è consulente senior di Akòn  Comunicazione e Marketing. Socio Ferpi, scrive sui temi della comunicazione, del marketing e delle vendite. Per FrancoAngeli ha pubblicato Il primo incontro non si scorda mai (con G. Vecchiato, 2009), Come comunicare il Terzo Settore(con P. Citarella, S. Martello e G. Vecchiato, 2010) e Il controllo di gestione nel terzo Settore (con F. Di Polo e S. Martello, 2012).

 

La prefazione è stata affidata a Stefano Caldirola, docente di Storia contemporanea dell’Asia presso l’Università di Bergamo e responsabile ricerche e formazione presso la Camera di Commercio Indiana per l’Italia (ICCI).

 

Il libro è suddiviso in sette capitoli: Riflessioni per la comprensione dello scenario di fondo; valori e stili di business nella società indiana; la fase di pianificazione; gli adempimenti e le regole giuridiche per il personale in India; la fase di attuazione; la negoziazione e istruzioni per l’uso; legittimare il principio di partnership. Non mancano poi sei schede pratiche: enti utili; contratti in rete; valutazione e motivazione dei membri del gruppo di progetto; tutelare marchi, brevetti e design in India; il visto d’ingresso; le società di consulenza. Alla fine del libro si può trovare anche una breve e interessante bibliografia.

L’EXPORT ITALIANO CRESCE IN CINA E NEL MERCOSUR

Posted by Stefano Schembri On agosto - 1 - 2014 Commenti disabilitati su L’EXPORT ITALIANO CRESCE IN CINA E NEL MERCOSUR

 Stefano Schembri

 

Di Stefano Schembri

Osservando le aree internazionali extra UE che hanno assorbito più made in Italy nel 2013 spicca il Mercosur, il mercato comune dell’America meridionale che comprende Argentina, Brasile, Uruguay, Venezuela, Bolivia, Cile, Perù, Colombia, Ecuador e Venezuela, con un incremento del 14,8% su base annua; molto forte anche la Cina (+9,5%), la Russia (+8,2%) e il Giappone (+7,0%) mentre i paesi Opec (+6,3%) e i paesi Eda,  Singapore, Corea del Sud, Taiwan, Hong Kong, Malaysia e Thailandia (+5,4%) confermano un trend ormai pluriennale di crescita.

 

“L’export verso i Paesi extra UE mostra ancora di poter crescere. I dati diffusi sono incoraggianti per due motivi: perché indicano un positivo effetto sul saldo commerciale della caduta dei prezzi petroliferi e un aumento dell’interscambio con la Cina grazie all’accelerazione delle vendite”. Questo il commento del Presidente dell’Agenzia ICE Riccardo Monti ai dati di Commercio dell’Italia con le aree extra Ue relativi a settembre 2013, diffusi oggi dall’Istat.

 

Anche se la situazione rimane difficile il 2013 ha chiuso con un +1,3% sul 2012 spingendo il controvalore delle esportazioni al di fuori dei confini europei a 180,6 miliardi di euro. Ciò ha consentito in soli quattro anni di registrare una crescita media annua del 10%, dai 123,7 miliardi del 2009, e di incrementare in modo sostanziale il saldo commerciale annuale: grazie anche alla contrazione delle importazioni, il surplus 2013 è balzato a 20 miliardi di euro, contro gli 800 milioni realizzati nel 2012.

 

SPERANZE E OSTACOLI ALL’INDIPENDENTISMO IN EUROPA

Posted by Stefano Schembri On agosto - 1 - 2014 Commenti disabilitati su SPERANZE E OSTACOLI ALL’INDIPENDENTISMO IN EUROPA

 Stefano Schembri

Di Stefano Schembri

A poche settimane dal referendum sull’indipendenza della Scozia (18 settembre) si riapre il grande dibattito sulle due tendenze contrapposte che stanno caratterizzando lo sviluppo politico dell’Europa: da un lato la continua ricerca di una maggiore autonomia locale e dall’altra la necessità di una più marcata integrazione continentale. In altri termini, in un mondo sempre più globalizzato, con una crescente integrazione in una svariata serie di settori, non mancano le forze centrifughe. Ed è proprio all’interno dell’Unione Europea, di cui molti avvertono l’assoluta esigenza di una maggiore integrazione per contrastare maglio colossi come gli Stati Uniti, Russia, Cina, India e Brasile,  politica e fiscale, si trovano correnti indipendentiste che minacciano la già limitata sovranità dei 27.

 

Attraverso le diverse prospettive di casi rappresentativi come Catalogna, Paesi Baschi e Scozia, cerchiamo di analizzare come si evolverebbe la partecipazione di eventuali regioni, in secessione da paesi europei, all’interno delle varie Organizzazioni Internazionali, con un occhio di riguardo alla fattispecie più controversa, ossia l’eventuale adesione all’Unione Europea.

 

Attualità

In una Spagna dove perfino la monarchia è messa in discussione, il tema degli indipendentismi è oggi più in voga che mai. A partire dalla punta occidentale Galiziana fino a quella orientale Catalana, dai nordici Paesi Baschi fino all’estremo sud Andaluso, senza tralasciare le Isole Canarie, simboli come la bandiera e l’inno di Spagna, vengono spesso visti con diffidenza.

 

Le diverse identità spagnole si sono alimentate notevolmente in questi 30 anni di autonomie e mentre alcune convergono sull’ipotesi di un federalismo, altre si spingono a parlare di secessione, riportandoci alla mente la Spagna delle taifas, i piccoli regni feudali in cui si spezzettavano gli imperi musulmani iberici.

 

La distanza fra Madrid e le altre 16 comunità autonome sta però aumentando soprattutto per via della crisi che dal 2007 colpisce l’Europa. La disoccupazione sempre maggiore e le manovre impopolari del Governo Rajoy delegittimano le istituzioni alimentando i movimenti di protesta, che da un lato hanno confluito nelle manifestazioni di piazza degli ormai noti indignados, dall’altro rivendicano localismi e nazionalismi periferici. È così che mentre Bruxelles e Banca Centrale Europea pretendono austerity e rigore dalla Spagna, Madrid ne chiede altrettanto alle sue autonomie, che rifiutano scaricando le responsabilità sul Governo centrale.

 

L’esempio più lampante è quello catalano dove l’indipendentismo negli ultimi anni è in forte ascesa.

 

La mobilitazione politica del biennio 2009/2011 ha, con i referendum sovranisti, dato rilevanza ad una rivendicazione sempre esistita, ma a lungo tenuta a tacere. Le tornate referendarie svoltesi nelle varie province Catalane hanno portato alle urne il 21% degli aventi diritto, il quale ha votato SI con percentuali superiori al 90%. La massiccia affluenza (foto a fianco) alla manifestazione per l’indipendenza, svoltasi a Barcellona l’11 settembre 2012 (la Diada Nacional de Catalunya) con lo slogan “Catalunya, nou estat d’Europa” (Catalogna, nuovo stato d’Europa) è il simbolo del desiderio comune catalano.

 

Nel gennaio 2013 la Catalogna ha compiuto il primo passo giuridico verso l’indipendenza. Con 85 voti favorevoli e 41 contrari il Parlamento ha approvato una dichiarazione che la proclama soggetto politico e giuridico sovrano e prevede un referendum (9 novembre) nel 2014 per l’autodeterminazione. Manca tuttavia l’indispensabile via libera del governo centrale di Madrid, il quale sta tenendo un braccio di ferro con il governatore della Generalitat de Catalunya, Artur Mas, di cui è difficile pronosticare l’esito.

 

Simile è il caso del Regno Unito. Da sempre uno degli stati dell’Unione Europea più restii alle cessioni di sovranità, presenta al suo interno forze centrifughe più forti che mai. È in particolare la Scozia del First Minister (dizione adottata per differenziarsi dal termine Prime Minister, riferito ai Primi Ministri del Regno Unito) Alex Salmond, a rivendicare maggiori sovranità.

 

A differenza della Catalogna, nell’ottobre 2012 è stato raggiunto uno storico accordo fra Salmond e il Premier britannico David Cameron. L’accordo prevede, per la data del 18 ottobre 2014 (esattamente 700 anni dopo la prima guerra di indipendenza scozzese culminata con il successo nella battaglia di Bannockburn del 1314), un referendum sull’indipendenza della Scozia dal Regno Unito.

 

Al quesito referendario “Do you agree that Scotland should be an independent country?” risponderanno anche i sedicenni e diciassettenni scozzesi, nonché i detenuti (i quali solitamente non hanno diritto di voto in Regno Unito). Alla richiesta di aggiungere un secondo quesito, il cosiddetto “devo max”, che darebbe alla Scozia un’autonomia fiscale pressoché totale ma non l’indipendenza politica, si è opposto David Cameron nella speranza che le spinte del radicalismo nazionalista incontrino i timori e le paure della popolazione scozzese.

 

Nel caso il referendum passasse, è previsto un processo di transizione che garantirebbe una piattaforma costituzionale per una Scozia indipendente nel marzo 2016, prima della campagna elettorale 2016, così da dare ai nuovi eletti Parlamento e Governo la totalità dei poteri di cui avrebbero bisogno. La Scozia, come ad esempio l’Australia, otterrebbe l’indipendenza politica da Westminister, ma manterrebbe come capo di stato la Regina Elisabetta II.

 

Un risultato positivo del referendum potrebbe alimentare le velleità indipendentiste anche del Galles, il quale dagli anni ‘60 ad oggi ha visto triplicarsi il consenso per il Plaid Cymru, il“Partito dei Gallesi” spiccatamente indipendentista.

 

Adesione alle Organizzazioni Internazionali

Secondo il Diritto Internazionale, come decretato dalla Corte Internazionale di Giustizia in merito all’indipendenza del Kosovo dalla Serbia, non vi è alcuna proibizione generale a una dichiarazione d’indipendenza. La secessione non è né un atto legale, né un atto illegale, ma semplicemente un atto neutrale. Analizziamo però quali sarebbero gli scenari che si presenterebbero nel caso in cui eventuali regioni ottenessero l’indipendenza, per quanto riguarda l’adesione alle principali Organizzazioni Internazionali, partendo dalla più spinosa e intricata, quella all’Unione Europea.

 

Il rapporto fra le comunità autonome Basche e Catalane e l’Unione Europea è sempre stato buono. Nel corso degli anni i fondi comunitari hanno aiutato la Spagna a colmare il gap economico con il resto d’Europa, ma osservando attentamente la loro distribuzione si può anche affermare che hanno accentuato le disparità tra i poli più ricchi (Madrid, Barcellona, Bilbao) e quelli più arretrati (Siviglia, Asturie, Canarie). Legittimate dall’UE, le comunità hanno sempre guardato a Bruxelles come fonte di risorse, potere o autonomie a discapito di Madrid, i cui politici a loro volta hanno fatto a gara a chi concedeva più autonomie in cambio di maggiore potere al centro.

 

Il Governatore catalano, Artur Mas, Mercoledì 7 novembre 2012 ha sfidato l’ambivalenza dell’UE in merito alla crescita dei regionalismi nell’Unione, affermando che: “sarebbe illogico non accettare Stati piccoli, ricchi, pro-UE, come la Catalogna nel caso secedesse. Non sarebbero chiare le ragioni per cui un paese che fa parte dell’Unione Europea, che rispetta gli impegni ed è un contribuente rilevante, possa esser lasciato fuori”.

 

Anche il Lehendakari (governatore) dei Paesi Baschi, Iñigo Urkullu ha aperto le porte a una futura adesione all’Unione Europea, ma il tema a Bilbao resta in secondo piano vista la fase più arretrata del processo d’indipendenza rispetto a Barcellona.

 

La reazione di Madrid, il cui veto impedirebbe l’adesione di Catalogna e Paesi Baschi, è stata di natura completamente opposta. Il Premier, Mariano Rajoy, ha, infatti, definito le derive indipendentiste come delle “pazzie di proporzioni colossali”.

 

Ancora migliore è il rapporto fra Unione Europea e Scozia. Uno dei primi passi che il First Minister scozzese, Alex Salmond, ha promesso, nel caso passasse il referendum per l’indipendenza scozzese, è quello di fare richiesta di adesione all’UE, dimostrandosi totalmente contrario alla linea politica di David Cameron, il quale ha invece proposto un referendum per l’uscita del Regno Unito dall’UE. Secondo Salmond, se tale referendum fosse approvato, sarebbe un errore imperdonabile, ed un motivo in più per la Scozia per secedere dal Regno Unito e non perdere il proprio posto in Europa.

 

La vera domanda è però se l’Unione Europea è preparata a offrire soluzioni a “Paesi” sorti da secessioni. La divisione di uno stato membro in più parti, come potrebbe succedere anche con Italia e Padania o con Belgio e Fiandre, porrebbe nuovi quesiti all’Unione in un campo ancora mai toccato. L’unico precedente che viene in mente è la secessione algerina dalla Francia nel 1962, ma le analogie sono veramente poche.

 

Ci si chiede se il nuovo Stato dovrebbe ricominciare da capo l’iter comunitario, o otterrebbe lo status di membro automaticamente. Ma soprattutto si cerca di capire se tale dinamica possa portare a una crescita dell’Unione o a una sua erosione.

 

A favore degli indipendentisti sta che molti dei Paesi di ridotte dimensioni e popolazioni, come le repubbliche baltiche o i paesi scandinavi, hanno dimostrato di essere più efficienti, omogenei e governabili, e hanno avuto un ruolo positivo nella ripresa economica europea.

 

Il parere della vicepresidente della Commissione Europea, Viviane Reding, è però negativo in merito all’ipotesi di un’adesione automatica. Essa ha infatti scritto, in una lettera indirizzata al quotidiano spagnolo El Pais, che secondo la Commissione, una Catalogna indipendente non potrebbe far parte automaticamente dell’Unione Europea.

 

La sua linea di pensiero in realtà non è nuova. Nel settembre scorso, il presidente della Commissione Europea, José Manuel Barroso, rispondendo all’eurodeputata della Lega Nord, Mara Bizzotto, ha precisato che un Paese che si sarebbe reso indipendente non avrebbe avuto alcuna scorciatoia ma avrebbe dovuto seguire tutti i procedimenti standard per l’adesione. Da registrare che la risposta di Barroso però ha suscitato delle reazioni entusiaste anche negli esponenti dei partiti indipendentisti, riuniti al Parlamento Europeo nel Gruppo Europa della Libertà e della Democrazia, per via del fatto che uno spiraglio è stato per la prima volta lasciato aperto, quando Barroso ha affermato che nell’ipotetico caso di una secessione, la soluzione sarebbe stata cercata e negoziata secondo il diritto internazionale.

 

Già nel 2004, ai tempi del suo predecessore, Romano Prodi, fu trattato l’argomento. Interpellato sulla medesima questione dal parlamentare gallese Eluned Morganabout, la risposta dell’ex Premier italiano fu che quando una parte del territorio di uno Stato membro smette di farne parte, i trattati non si applicano al nuovo stato, il quale sarà considerato paese terzo rispetto all’UE e ai trattati comunitari, e pertanto dovrà ricominciare il processo di adesione. A tal proposito, l’articolo 49 del Trattato dell’Unione Europea, è molto chiaro.

 

Affinché tale processo si concreti, è però necessario il consenso unanime degli stati membri, e dunque anche della Spagna e del Regno Unito. L’intransigenza di Madrid non sembra al momento negoziabile. I sensori sono dati dall’atteggiamento che il governo spagnolo sta tenendo nei confronti di altre Regioni indipendentiste, come appunto la Scozia. Rappresentanti di Madrid hanno infatti dichiarato che qualora la Scozia ottenesse l’indipendenza, la Spagna non la riconoscerebbe, proprio come non riconosce l’indipendenza del Kosovo dalla Serbia. Vi sono poche ragioni per credere che la Spagna abbia controversie particolari con Scozia o Kosovo. Le sue posizioni sono invece facilmente riconducibili a una politica dimostrativa, contraria agli indipendentismi in generale.

 

Diverso è il caso britannico. Il Premier Cameron, si è mostrato molto aperto nei negoziati per il referendum terminati nell’ottobre 2012. Pur dichiarandosi contrario a una indipendenza scozzese, ha tenuto a precisare che la volontà del popolo scozzese sarà rispettata e che non verrà fatto ostruzionismo ad una eventuale richiesta di adesione all’Unione Europea. C onsiderando poi l’altro referendum di cui si parla inerente l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, qualora venisse approvato, il consenso del Regno Unito non sarebbe più necessario all’entrata della Scozia nell’UE.

 

Una riflessione è opportuno farla: l’Unione Europea sarebbe veramente contraria all’accesso di Regioni economicamente fiorenti come Catalogna, Paesi Baschi, Fiandre, Scozia e Padania? Lascerebbe davvero a Spagna, Belgio, Regno Unito e Italia, la possibilità, con il proprio eventuale veto, di non farle entrare nel mercato comune? Secondo molti, difronte a eventuali secessioni, l’UE non si permetterebbe di perdere Regioni così produttive, ma minaccia tale comportamento onde scoraggiare i movimenti indipendentistici, in un momento in cui si cerca una maggiore integrazione.

 

Anche per quanto riguarda l’adesione alle Nazioni Unite, il procedimento che Catalogna, Paesi Baschi e Scozia dovrebbero intraprendere sarebbe quello di una trattativa per l’ammissione che parta da zero e segua le norme stabilite dall’articolo 4 della Carta delle Nazioni Unite. Un esempio  è il caso del Pakistan, il quale separatosi dall’India nel 1947, dovette entrare all’ONU secondo la procedura dell’art. 4. Più recente ma analogo, è il caso del Sud Sudan, resosi indipendente dal Sudan ed ammesso alle Nazioni Unite nel 2011.

 

Diversa è la procedura che la Carta prevede nell’eventualità di uno smembramento di uno Stato membro.Nei casi in cui, un Paese si divida in due o più Stati, e nessuno dei nuovi presenti una certa fisionomia o consistenza con quello precedente, tutti dovranno accedere alle Nazioni Unite mediante le procedure standard, com’è stato fatto da Repubblica Ceca e Slovacchia a seguito dello smembramento della Cecoslovacchia nel 1993. Nel determinare se uno Stato possa considerarsi successore del precedente, vengono tenuti in considerazione alcuni fattori come il possesso della maggior parte del territorio dello Stato precedente alla separazione, della maggioranza della popolazione, delle risorse, delle forze armate, della sede del governo e delle istituzioni, ecc.

 

Questo tuttavia è un problema che non si porrebbe a Spagna e Regno Unito, i quali molto probabilmente manterrebbero la propria partecipazione come fece l’India nel 1947.

 

Da menzionare le forti e influenti dichiarazioni del Segretario Generale ONU, Ban Ki Moon: “Il referendum catalano per l’indipendenza non solo è legale, ma è un processo strettamente legato al discorso dei diritti umani e della dignità delle persone che l’ONU rispetta e promuove nel mondo”.

 

Il processo di adesione all’Organizzazione Mondiale del Commercio è fissato dall’articolo 12 dell’Accordo Istitutivo dell’organizzazione (Accordo di Marrakesh), il quale stabilisce che: “qualsiasi Stato può accedere all’OMC. Tuttavia perché ciò avvenga, è necessario che la maggioranza qualificata degli altri membri dell’Organizzazione (i 2/3) si pronunci a favore“. Per Regioni ricche e produttive come Catalogna e Paesi Baschi, nonostante un eventuale veto della Spagna, trovare i due terzi dei Paesi favorevoli al loro ingresso non dovrebbe essere un problema, così come non dovrebbe esserlo per la Scozia.

 

Per aderire alla NATO, il discorso è lo stesso dell’Unione Europea, ovvero serve il consenso tutti i paesi membri. Catalogna e Paesi Baschi potrebbero dunque incontrare l’opposizione del Governo spagnolo così come la Scozia potrebbe incontrare quello, meno probabile, del Regno Unito.

 

Prospettive future

Al momento le Regioni in Europa più vicine a un’eventuale secessione sono la Scozia e la Catalogna. Nel caso raggiungessero l’agognata indipendenza, lo scenario più probabile, a fronte delle motivazioni sin qui citate, sarebbe il seguente: entrambe non dovrebbero avere problemi ad aderire alle Nazioni Unite, all’Organizzazione Mondiale del Commercio, al Consiglio d’Europa, e ad altre Organizzazioni Internazionali. Il loro destino sarebbe invece diverso per quanto riguarda l’adesione all’Unione Europea.

 

Da un lato la Scozia, non dovendo fare i conti con ‘veti reali’, come quello ipotetico del Regno Unito, potrebbe, negoziando, ottenere il consenso dei 27 membri dell’Unione Europea, dovendo solo superare l’ostacolo dei ‘veti simbolici’: cioè, dei paesi contrari alle indipendenze, come la già citata  Spagna o come Cipro (il quale ha dei problemi con la richiesta di indipendenza della Repubblica Turca di Cipro del Nord).

 

Dall’altro lato, invece, stando alle dichiarazioni ufficiali, la Catalogna (832.114 Kmq, 7,571 milioni abitanti, Pil 209,7 miliardi di dollari) rischierebbe un’esclusione per via del veto che le verrebbe posto dalla Spagna.

 

A quel punto la Catalogna probabilmente continuerebbe ad usare l’Euro come valuta nazionale (come attualmente fa il Montenegro, senza far parte dell’Unione Europea) e potrebbe aderire all’Associazione Europea di Libero Scambio (di cui fanno parte Svizzera, Norvegia, Islanda e Liechtenstein) il che le darebbe la possibilità di partecipare al Mercato Europeo Comune senza essere membro dell’Unione Europea, grazie agli accordi AELS – UE del 1994.

 

Non v’è dubbio, in conclusione, che la questione dei separatismi e delle secessioni farà parte nei prossimi anni dell’agenda politica europea, paradossalmente proprio nel momento in cui appare più evidente la necessità di rafforzare l’unione politica europea, oltre che quella finanziaria. Cronologicamente l’appuntamento più vicino è quello del referendum per l’indipendenza scozzese nell’autunno 2014. L’eventuale esito positivo potrebbe influenzare, a seconda dello sviluppo economico e del ruolo internazionale che essa si ritaglierà una volta indipendente, molte altre regioni, il cui processo indipendentista è in fase più arretrata.

 

Sul piano generale l’esperienza storica ci insegna che gli indipendentismi trovano i loro maggiori consensi nei periodi di crisi economica. Con ciò, non si vuole mettere in dubbio la spinta identitaria/ideologica, la quale ad esempio in Catalogna è molto forte (dall’energica difesa dell’idioma, al forte utilizzo di simboli come la bandiera Estelada, o la celebrazione di ricorrenze ed eventi propri). Tuttavia, se l’Europa saprà uscire dalla crisi, che da qualche anno ha fatto alzare inesorabilmente i tassi di povertà e disoccupazione, contemporaneamente si dovrebbe anche assistere ad una diminuzione delle probabilità di successo dei referendum indipendentisti o, come minimo, ad un affievolimento di queste tematiche dal punto di vista mediatico e di affluenza elettorale.

INDIPENDENTISMI NEL MONDO

Il tentativo di creare nuovi Stati non è ovviamente un fenomeno solo europeo, come emerge anche dalla recente guida  ai nuovi Stati elaborata dal giornale americano Boston Globe. Alcuni già sono Stati ma non riconosciuti come il Somaliland nel Corno d’Africa.  Altri vivono in una situazione del tutto precaria come il Sud Sudan, Abcasia, Ossezia, Transnistria. A questi vanno aggiunti i movimenti irridentisti della Corsica, delle Fiandre, dell’Irlanda del Nord, del Cossovo, della Cecenia, del Tibet, del Kasmir e perfino della Groelandia.  Ma ecco alcuni esempi:

Nuova Caledonia (18.576 Kmq, 240.586 abitanti, Pil9,8 miliardi di dollari). Con un’economia basata sull’agricoltura, turismo e nichel, la Nuova Caledonia (a 1500 km nel Pacifico) intende emanciparsi dalla Francia. E’ previsto un nuovo referendum nel 2018. Il primo tentativo venne respinto negli anni ’80.

Sahara Occidentale (226mila kmq, 500mila abitanti, Pil 906,5 milioni di dollari). Nel 1986 il Fronte Polisario ha proclamato la Repubblica democratica araba Sahrawi, staccata dal Marocco e riconosciuta da circa 80 Paesi e dall’Unione Africana.

Bouganville (9.318 kmq, 137mila abitanti, Pil …). Una delle isole maggiori delle Salomone intende staccarsi dalla Papua Nuova Guinea. Le lotte per l’indipendenza hanno già creato 20 mila vittime.

Kurdistan iracheno (40.643 kmq, 4,691 milioni di abitanti Pil 100 miliardi di dollari).  Le antiche aspirazioni indipendentiste del Kurdistan iracheno debbono oggi fare fronte alla pericolosa avanzata degli islamisti dell’ISIS e al loro obiettivo di creare un Kalifato.

 

 

 

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