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Saturday, December 16, 2017

MIRELLA SANTAMATO E LA SUA INIZIAZIONE SEGRETA ALLA FELICITA’

Posted by Varo De Maria On novembre - 29 - 2017 Commenti disabilitati su MIRELLA SANTAMATO E LA SUA INIZIAZIONE SEGRETA ALLA FELICITA’

Foto: Copertina del libro e Mirella Santamato

 

Scrittrice, poetessa e giornalista, Mirella Santamato ha pubblicato vari libri di successo tra cui ‘L’altro centesimo del Cielo’ (ed. Inedito), ‘Io sirena fuor d’acqua’ (ed. Mondadori), ‘The Texas Death Row Hotel’ (ed. Phoebus), ‘La Trappola Invisibile’ ( ed. M.I.R.), ‘Il Segreto della Vita’ ( ed; Hobby & Work) da cui è stata tratta una pièce teatrale dal titolo “VIOLA”, ‘L’Uomo che non c’è – Perché l’uomo non c’è?’ (Equilibrisospesi), ‘Le Principesse Ignoranti’, ed. La Nuova, da cui è stato tratto uno spettacolo di Teatro Iniziatico dal titolo ‘Il labirinto degli archetipi’, ‘Quando Troia era solo una città’, edito da Unoeditori con Prefazione di Mauro Biglino. Ora, con lo stesso editore, presenta il nuovo libro dal titolo intrigante: con prefazione Gudrun Dalla Via. Sentiamo direttamente dall’autrice il messaggio che questa ricerca vuole trasmettere.  

 

Cominciamo dal titolo. Perché ‘iniziazione’ e perché ‘segreta’?

 

La parola “iniziazione” è una parola poco conosciuta oggi, e molti non sanno neanche a che cosa si riferisse nel lontano passato. Anticamente, prima dell’avvento delle religioni monoteiste attuali, esistevano delle Scuole Iniziatiche, definite anche Scuole Misteriche. Molto famosi erano i Misteri Eleusini, i misteri Orfici e quelli Dionisiaci. Tutte queste iniziazioni portavano conoscenza di come condure una vita felice e una morte serena. Queste antiche conoscenze si sono completamente perdute nel corso dei millenni o si sono “nascoste” da qualche parte? Credo che si siano tramandate oralmente, con pazienza infinita, da una generazione all’altra sotto una particolare forma narrativa che io definisco, nel libro, Fiaba Iniziatica.

 

Nel suo libro lei parla di una falsa narrazione del mondo. In che senso?

Nel senso che i libri di storia andrebbero completamente riscritti, visto che le narrazioni del mondo sono state tramandate con una distorsione di fondo spaventosa, cioè al fine di esaltare la Guerra e il Dominio. Tutta la Storia che abbiamo studiato a scuola è una lunga, ininterrotta sequenza di battaglie, di guerre, di genocidi e distruzioni che devono essere considerate “vittorie”.

 

Gli eroi sono quelli che muoiono dilaniati in battaglia. L’esaltazione della morte e del sacrificio umano ha preso il posto della  bellezza e dell’amore. Adoriamo come simbolo religioso uno strumento di tortura, perché tale era una croce. Sarebbe come se oggi mettessimo sull’altare una sedia elettrica e dicessimo che questo oggetto è sacro. Quale distorsione è mai questa?

 

Perché attribuisce tanta importanza alle fiabe per raggiungere la felicità?

Perché sono le uniche narrazioni che ci giungono da un lontanissimo passato che portano conoscenza di come “vivere felici e contenti”. Ovviamente il potere, per neutralizzare il loro insegnamento profondo, ci ha detto che sono roba per bambini, quindi stupida e inutile. Addirittura la parola Favola è sinonimo di Falsità. Quale luogo migliore per nascondere la verità, laddove nessuno più sarebbe andato ad indagare? Inoltre, il potere, non pago di aver, in questo modo, praticamente cancellato tutta la conoscenza umana della felicità, ha creato molte altre narrazioni di tipo fiabesco, che non sono iniziatiche, creando così ancora più confusione ed impedendo, definitivamente, a chiunque di venirne a conoscenza. E’ chiaro che una persona infelice è debole e manipolabile, mentre una felice è libera e vede gli inganni, quindi diventa pericolosa.

 

Secondo Lei oggi l’essere umano, sul piano generale, è più o meno felice rispetto al passato?

 

Credo che nell’ultimo secolo si sia fatto un grande passo avanti per la ricerca della felicità. Dopo l’ultima, devastante Guerra Mondiale, per alcuni decenni l’umanità ha cercato finalmente di stare bene ed, immediatamente, ci è riuscita, almeno in questa parte del mondo. Poi, man mano si è tornati indietro, verso un mondo sempre più buio, dominato dal potere delle droghe e dei soldi.

 

Credo che la più grande rivoluzione possibile sia essere felici. Chi è felice non si ammala e quindi se una grande massa critica di persone fosse felice, tutte le multinazionali del farmaco salterebbero. Stesso discorso per tutte le altre categorie di Potere. Ecco perché tutto il sistema di dominanza ormai imperante non vuole che le persone raggiungano questo grado di consapevolezza, ed è per questo, invece, che io scrivo questi libri!!!

 

Qual è il principale messaggio che il libro si propone di trasmettere al lettore

 

Credo che quelle pochissime storie (sono solo quattro, ma famosissime) che sono giunte fino a noi da un remoto passato, raccontate con pazienza di generazione in generazione per millenni, contengano la chiave per rivoluzionare la vita e vivere felici. Gli insegnamenti nascosti in queste Fiabe Iniziatiche sono terribili e ci vuole molto coraggio per superare tutte le prove, ma, alla fine il dono di Conoscenza ripaga tutte le fatiche. È chiaro che non è data felicità senza il coraggio di andare nell’ignoto e incontrare tutti i personaggi malvagi che la vita ci porta a conoscere. Dante era un grande Iniziato e anche lui, come Cappuccetto Rosso o Biancaneve, deve entrare nella “selva oscura”, dove anche lui incontra la Lupa… non notate qualcosa di simile, anzi di identico? Gli archetipi sono sempre gli stessi, solo che quelli della Fiabe sono più semplici da capire, perché pensati per bambini.  Perché non approfittarne?

 

INIZIAZIONE SEGRETA ALLA FELICITA

Autrice Mirella Santamato

Prefazione Gudrun Dalla Via

Unoeditori

 

 

 

 

 

 

RADIO E TV AL BIVIO. LIBRO-INTERVISTA CON ANTONIO DIOMEDE

Posted by Varo De Maria On novembre - 20 - 2017 Commenti disabilitati su RADIO E TV AL BIVIO. LIBRO-INTERVISTA CON ANTONIO DIOMEDE

Foto: Schembri mentre intervista Diomede

 

Come si presenta il futuro delle radio e televisioni? Che ruolo stanno giocando le grandi società di telecomunicazioni nell’ambito del processo di concentrazione dell’informazione a livello mondiale? Per quale motivo il 90% delle emittenti locali italiane rischia di chiudere nei prossimi anni? In che misura la libertà d’informazione rappresenta un elemento fondamentale per la nascita di un nuovo ed efficiente Stato Sociale? Queste sono solo alcune delle 50 domande alle quali Antonio Diomede, Presidente della REA (Radiotelevisioni Europee Associate) cerca di dare una risposta nel libro Radio e Tv al Bivio (acquistabile su Amazon, prezzo di copertina € 9,57).  La pubblicazione nasce in un momento molto delicato per l’informazione, sia in Italia che nel mondo. Stiamo, infatti, assistendo alla più grande concentrazione del potere mediatico a livello internazionale.

 

Oltre all’intervista con Diomede, curata dal giornalista Rainero Schembri, il libro contiene 47 articoli e interviste con personaggi importanti italiani e stranieri operanti nel campo del giornalismo, del sociale, della cultura, della produzione. Molti degli interventi riguardano il rapporto tra la libertà di stampa e i diritti sociali. Ma andiamo per ordine.

 

Nella prima parte del libro Diomede, descrive le varie tappe di un disegno politico che partendo da lontano rientra perfettamente in una logica internazionale voluta da alcuni grandi gruppi economici (operanti soprattutto nel campo delle telecomunicazioni) intenzionati a restringere notevolmente la libertà d’informazione, ultimo argine alla più grande concentrazione del potere politico ed economico della storia.

 

La grande ventata d’innovazione e libertà avviata in Italia verso la fine degli anni settanta con la nascita delle radio e televisioni locali rischia di svanire completamente nei prossimi anni. Le piccole e medie emittenti (circa 480 Tv e 1.200 radio locali) si trovano davanti a un bivio: o riescono a coinvolgere e ottenere il sostegno dell’opinione pubblica nella loro battaglia per la sopravvivenza o sono destinate a sparire in larga misura, a seguito di una serie di provvedimenti legislativi penalizzanti. E con loro verranno cancellati non solo migliaia di posti di lavoro ma anche una grande fetta del pluralismo informativo.

 

RADIO E TV AL BIVIO. Antonio Diomede intervistato da Rainero Schembri

Reperibile su AMAZON

Pagg. 162

EUR 9,57

 

GRAZIA PATELLA RACCONTA OPERA IN PIAZZA DI ODERZO

Posted by Varo De Maria On luglio - 13 - 2017 Commenti disabilitati su GRAZIA PATELLA RACCONTA OPERA IN PIAZZA DI ODERZO

Foto: il pubblico di Opera in Piazza; nel riquadro la nota ballerina Carla Fracci con il microfono, la Patella e il regista Beppe Menegatti, marito della Fracci.

 

Gli ingredienti sono essenzialmente tre: primo, una suggestiva e operosa località a 50 km. da Venezia; secondo, la magia della lirica; terzo, l’impegno di una straordinaria coppia di artisti. Parliamo di Oderzo in provincia di Treviso; di Opera in Piazza (uno spettacolo che si ripete da oltre 25 anni) e di Maria Grazia Patella (soprano e Presidente dell’Associazione culturale Oder Atto II), sposata con Miro Solman, tenore di livello internazionale. Insieme questi due artisti hanno fatto qualcosa di straordinario, coinvolgendo il Teatro nazionale di Maribor (Slovenia) e la Fondazione Arena di Verona. Il risultato è che ogni anno nel mese di luglio vengono organizzati 2 o 3 spettacoli che oltre ad attirare turisti da vari Paesi si collocano ormai al top delle manifestazioni liriche estive, senza temere confronti, ad esempio, con il teatro di Caracalla a Roma o l’Arena di Verona.

 

Quest’anno Opera in Piazza ha presentato un famosissimo balletto: Zorba il Greco, musicata da Mikis Theodorakis. Poco prima dell’inizio dello spettacolo abbiamo incontrato la vera anima della manifestazione: Maria Grazia Patella. Affianco al marito, il direttore artistico Miro Solman, la Patella è diventata un vero personaggio del mondo musicale, riuscendo con il suo particolare modo di fare a risolvere tanti problemi e a superare i numerosi ostacoli che la burocrazia italiana normalmente frappone a ogni buona iniziativa privata.

 

Signora Patella, ci racconti in estrema sintesi la storia di Opera in Piazza? 

 

Opera in Piazza è nata nel 1991 con la trasferta per la prima volta nella storia di un teatro sloveno da noi. Insieme abbiamo fatto la Traviata. Nel ’93 abbiamo inaugurato la Piazza Nuova di Oderzo con il Nabucco di Verdi. Dopodiché sono trascorsi 27 anni durante i quali il festival è cresciuto notevolmente. Dal 2008, poi, è diventato Opera in Piazza Giuseppe Di Stefano per volontà della moglie Monica Kurth Di Stefano che è la nostra madrina.  

 

Per la cronaca, l’ultima apparizione pubblica di Di Stefano (dotato secondo molti della più bella voce della storia della lirica)  è stata proprio a Opera in Piazza di Oderzo nel 2004, alla vigilia del suo viaggio in Kenya a Diany, dove lui e la moglie sono stati assaliti da un gruppo di balordi. Di Stefano venne colpito da un terribile pugno che lo lasciò in uno stato di semi coscienza fino alla sua morte, avvenuta il 3 marzo del 2008. Ma torniamo alla Patella.

 

Siete soddisfatti del risultati raggiunti?

 

Siamo arrivati a un livello qualitativo eccellente. Abbiamo collaborato, ad esempio,  con la fondazione Arena di Verona per l’allestimento di una splendida Aida,  con una Piramide alta 27 metri e scenografie prime di Ettore Fagiuoli del 1913. Quest’anno abbiamo sostituito l’Opera con un balletto in chiave moderna: parliamo di Zorba il Greco. La madrina di questo avvenimento è stata la grande

étoile Carla Fracci che è rimasta entusiasta della qualità dell’evento ed è rimasta fortemente impressionata anche da un fatto molto particolare: il ballerino che interpretava la parte di John è stato un giovanissimo artista giapponese Yuya  Omaki che in tre giorni ha imparato il ruolo di John perché il titolare  Anton Bogov ha avuto un incidente a un piede. Straordinario.

 

E per il futuro?

 

Abbiamo tantissimi progetti molto importanti. L’obiettivo è di portare qui un personaggio di fama internazionale: un personaggio che ci deve aiutare a ricordare, nel decimo anno della sua scomparsa, la voce più bella del mondo, quella di Giuseppe Di Stefano.

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Vedere il video sulla Storia di Opera in Piazza

 

KATIA ANEDDA: IL DRAMMA DEGLI ITALIANI ARRESTATI ALL’ESTERO

Posted by Varo De Maria On aprile - 13 - 2017 Commenti disabilitati su KATIA ANEDDA: IL DRAMMA DEGLI ITALIANI ARRESTATI ALL’ESTERO

Foto: Katia Anedda con la copertina del suo libro.

 

Nell’ambito del progetto di costituzione di un nuovo e forte Stato Sociale promosso dalla REA, Radiotelevisioni Europee Associate,  come Sesto Bisogno Capitale viene indicata la possibilità di difendersi legalmente (gli altri Bisogni riguardano: la necessità di nutrirsi; vestirsi; avere un tetto; curarsi; istruirsi; avere una corretta informazione). Ebbene, questa tutela legale non può limitarsi a chi risiede in Italia ma deve estendersi a tutti coloro che sono di passaggio o che vivono stabilmente all’estero. Eppure dei diritti di questi italiani se ne parla molto poco, quasi per niente.

 

Una delle pochissime persone che invece si batte da anni per i detenuti all’estero è Katia Anedda, Presidente della Onlus ‘Progionieri del Silenzio” e autrice dell’importante volume ‘Prigionieri dimenticati” (edito da Historia) e del lavoro teatrale Legami – A morte Don Giovanni. . “Le ragioni”, spiega la Anedda, “che ci hanno indotto a dar vita all’associazione sono evidenti: spesso i detenuti italiani vengono sottoposti a condizioni di vita lesive dei più elementari diritti dell’uomo e assolutamente non sono compatibili con l’obiettivo della riabilitazione cui la pena deve essere finalizzata”.

 

L’autrice del libro parla sicuramente con cognizione di causa: per anni ha seguito l’assurda vicenda di Carlo Parlanti (con il quale all’epoca era legata sentimentalmente) e che negli Stati Uniti è stato condannato a 9 anni di prigione per aver, secondo l’accusa, violentato e picchiato una donna: un processo talmente iniquo e, per certi versi assurdo, che la sua esperienza è diventata col tempo un caso emblematico, alimentando numerosi articoli e libri. La sua storia è stata più volte accostata a quella di Chico Forti, altro italiano in prigione  e sempre negli Stati Uniti, per un omicidio dai contorni a dir poco oscuri e dubbiosi.

 

Attualmente gli italiani all’estero sono poco meno di 3.500. “Può sembrare un numero esiguo”, dice la Anedda, ”ma dietro ognuna di queste storie ci sono almeno dieci persone che soffrono, tra parenti e amici. Quindi parliamo di un fenomeno che riguarda circa 35 mila persone”. Nel suo libro (che può contare su una significativa presentazione dell’ex ministro degli esteri e Ambasciatore Giulio Terzi di Sant’Agata),  la Anedda racconta unidici storie emblematiche: due si sono svolte negli Stati Uniti, le altre in Canada, Messico, Colombia, Venezuela, Marocco, Mali, Filippine, Grecia e Spagna. Storie che in certi casi hanno visto come protagonisti ingenui ragazzi inclini a una qualche bravata ma anche persone preparate e colte, come l’Ambasciatore Daniele Bosio, che è stato vittima di circostanze imprevedibili e totalmente artefatte. Comunque, la Anedda non esprime mai dei giudizi sulla colpevolezza o meno degli imputati: si limita a descrivere situazioni oggettive di mancanza di ogni forma di rispetto umano e di garanzie giuridiche.

 

“Purtroppo”, conclude la scrittrice, “mancano idonei strumenti di assistenza, con la conseguenza che sovente i detenuti all’estero non ricevono neppure le cure mediche del caso, né un’appropriata difesa legale. L’Italia, non prevede infatti, per i nostri cittadini l’istituto del gratuito patrocinio e anche gli aiuti che possono essere concessi dai Consolati italiani sono solo facoltativi. In Italia si fanno tanti e giusti cortei per il sovraffollamento delle carceri ma quasi nessuno s’interessa dei nostri concittadini imprigionati all’estero, spesso innocenti”. Forse l’amara consolazione finale è che probabilmente nella ‘patria del diritto’ ancora oggi il detenuto sul piano generale viene rispettato più che in tanti altri Paesi, anche del mondo occidentale e sviluppato.

 

Note:

Per maggiori informazioni: www.prigionieridelsilenzio.com

Vedere il video Katia Anedda e gli italiani prigionieri all’estero

 

 

IL BENEGIORNALE: RIVOLUZIONARIO FORMAT DI MASSIMO MARZI

Posted by Varo De Maria On febbraio - 13 - 2017 Commenti disabilitati su IL BENEGIORNALE: RIVOLUZIONARIO FORMAT DI MASSIMO MARZI

Foto: copertina del libro e Massimo Marzi

 

Se il format riuscirà ad andare in porto sarà una conquista rivoluzionaria: parliamo del progetto che Massimo Marzi ha elaborato nell’ambito del suo libro Il BeneGiornale  edito dalla Armando Editore. Si tratta di un volume ponderoso (303 pagine) in otto capitoli: Scenari mediatici: un cambiamento indispensabile; Comunità collettiva: miglioramenti possibili; La persona al centro di un nuovo sistema valoriale; relazioni e forme di comunicazione; Informazione: nutrimento per l conoscenza; Il tempo una risorsa preziosa: usiamolo bene; Copertura informativa a 360°. Format il BeneGiornale; il nostro rapporto con i media.

 

Le analisi di contesto sviluppate da Marzi  sugli attuali scenari mediatici dimostrano come sia necessario e urgente cominciare a promuovere e diffondere  buone notizie, esempi di umanità eccellenti, principi etici e valori che ai nostri giorni sono ignorati dal giornalismo omologato e distratto…occorre dire basta alla dilagante diffusione di notizie negative su omicidi, corruzione, disastri, violenze, atti terroristici, ecc. Dirigente d’azienda dal 1988 nel settore della multimedialità, Marzi ha acquisito una lunga esperienza nella gestione delle informazioni, nella comunicazione e nella formazione in campo militare e manageriale. Ora ha deciso  di implementare una nuova informazione “valoriale”e cross-mediale, capace di portare un profondo cambiamento (positivo ed ottimistico) dei contenuti da trasmettere  attraverso tutti i media: radio, televisione, web, stampa, telefonia mobile ecc.

 

Cosa l’ha spinta ad avventurarsi in un campo così complesso e difficile?

 

Mi piacciono le sfide, sono un uomo di fede, amo la ricerca  e sono abituato ad occuparmi  di innovazione e progresso; la mia idea è partita dal disagio indotto dai moderni palinsesti dei “TELEGIORNALI”  e dalla evidente percezione  che il  mondo dell’informazione  è monopolizzato dalle cronache del peggio; purtroppo  oggi la televisione racconta una sola parte della vita: si dedica alla realtà “negativa” e ignora quella positiva. L’immagine che esce ed è reiterata dai media è quella di un Paese in mano a delinquenti, a corrotti e corruttori, a persone ignobili e indegne. Invece, la situazione è completamente diversa. La stragrande maggioranza delle persone è responsabile, onesta, paga le tasse, lavora con impegno e dedizione. Il problema è che queste persone non fanno, come si suol dire, notizia, non hanno voce né spazio nelle cronache quotidiane… tutto questo “sbilanciamento informativo” sta producendo dei danni  significativi  sul clima sociale e sui comportamenti  relazionali.

 

In che senso?

 

Dare un’immagine falsata e parzializzata della realtà comporta automaticamente da parte della gente un senso di sfiducia, di negatività, di impotenza. Gli effetti possono essere catastrofici soprattutto sulla psiche dei giovani. Se cresce la convizione che chi è onesto è stupido e che contro la prepotenza dei disonesti non si può fare nulla, insieme alla rassegnazione si alimenta nuova criminalità ed il dilagare  della nostra incurabile furbizia . Gli esempi che vengono dall’alto non sono incoraggianti  per questo occorre divulgare anche tutto quello che di bello e buono esiste nella nostra società: dobbiamo mettere in moto un circolo virtuoso di azioni esemplari e  reazioni  di buon senso. Voglio dire, se è vero che violenza genera violenza, è altrettanto vero che la valorizzazione delle buone azioni crea quel clima di fiducia, di speranza e volontà  indispensabili per contribuire a migliorare il senso civico ed i rapporti interpersonali.

 

In estrema sintesi, il suo format si propone di raccontare le buone azioni 24 ore su 24. E’ così?

 

Non 24 ore su 24  ma ogni giorno sui media per diffondere “quanto basta”  per alimentare la speranza, sviluppare  una volontà di miglioramento, suggerire con esempi eccellenti le giuste vie da seguire per conquistare il benessere individuale e collettivo…le pagine del libro raccontano  i dettagli di questo ambizioso e strutturato progetto.

 

Comunque più che raccontare le singole buone azioni, la mia intenzione è quella di mettere in rilievo tutti i processi sociali, tecnologici e culturali positivi che potrebbero nascere o che sono già nati ma che non trovano il loro spazio e sostegno proprio per il clima di paura e sfiducia che tiene bloccato l’intero Paese. Dire come stanno esattamente le cose, nelle loro giuste proporzioni, ridimensionare quella sensazione che tutto è negativo può determinare un’inversione di tendenza con esiti molto incoraggianti. L’attuale sfiducia generalizzata, induce ad esempio molti giovani a rischiare di intraprendere un’attività lavorativa all’estero, con tutti i problemi pratici ed affettivi connessi, obbligando ad abitudini e modi di vita spesso completamente diversi, piuttosto che poter essere riconosciuti ed inseriti adeguatamente nel proprio Paese.

 

Concretamente, considerando la mentalità esistente, che possibilità di successo prevede per l’affermazione del suo format?

 

Il suo dubbio è fondato nel clima di “inerzia al cambiamento” a cui dobbiamo sottostare tutte le volte che cerchiamo di migliorare qualcosa in questo Paese.  Io  penso sempre in modo positivo, so che niente riesce al primo tentativo e che comunque dopo un periodo di gestazione i buoni progetti  riescono ad avere applicazione e a conquistare il successo. Non ho certezze, ma posso affermare a seguito di contatti preliminari  che per fortuna esistono  menti illuminate disposte a investire sul BeneGiornale (la faccia migliore dell’informazione) completamente alternativo agli attuali MaleGiornali. Ho in corso diverse trattative e sto scoprendo che ci sono tantissime persone orientate al bene comune con la  volontà di mettere nell’impresa B.G. cuore, intelligenza e capitali.

 

Spero di poter dare presto la prima grande notizia positiva: cari italiani ecco finalmente il vero BeneGiornale  che aspettavamo, che ci meritiamo e che sa raccontare  anche le nostre numerose virtù.

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Video consigliato su youtube: Il Seme di un nuovo Stato Sociale

 https://www.youtube.com/watch?v=WqI_YhRpNpU

RADIO MAMBO: IL TEMPIO DELLA MUSICA LATINO AMERICANA

Posted by Varo De Maria On novembre - 30 - 2016 Commenti disabilitati su RADIO MAMBO: IL TEMPIO DELLA MUSICA LATINO AMERICANA

Punto Continenti, in collaborazione con la REA (Radiotelevisioni Europee Associate), ha avviato una breve indagine sulle piccole e medio radio e televisioni che, in questo momento stanno affrontando un momento estremamente difficile. Foto: il titolare Renato Dionisio all’interno degli studi romani di Radio Mambo; nel riquadro il giornalista boliviano Luis Flores.

 

 

E’ sicuramente una delle Radio più seguite a Roma. Già il nome è tutto un programma: Mambo, che sta per una danza originaria dell’isola di Haiti, simile alla rumba, ma con un ritmo caratteristico, ottenuto dalla fusione di elementi folcloristici con la musica jazz. In genere viene ballata da due ballerini a distanza ravvicinata, di rado allacciati.

 

Protagonista di questa Radio con sede in via Ludovico di Savoia (FM 106.9, tel. 0670495829 mail diretta@mambo.it) è Renato Dionisi, appassionato di musica e dell’America  Latina. “Tutto è cominciato”, ci spiega, “a seguito di un viaggio di piacere a Santo Domingo. In quella occasione mi sono accorto che la maggior parte dei turisti era fatta da italiani entusiasti del Paese e della sua musica. A questo punto, su suggerimento anche di mia moglie, Simonetta Marocco,  che ha sempre avuto il senso pratico, ho deciso di aprire una radio dedicata alla musica di questo fantastico continente”.

 

Tutto ciò è avvenuto nel 1993. Nella realtà Dionisi di radio si occupa già dal 1976 quando decise di lasciare il suo lavoro di commerciante per avventurarsi nel mondo delle radio con radio M 100 che poi è stata venduta. Ma torniamo a Radio Mambo, molto seguita a Roma e nel litorale laziale.

 

Come vanno le cose?

 

Ma sul piano generale le radio hanno sofferto come tutti la crisi economica. Noi un po’ ci siamo salvati perché siamo una radio specializzata, nel senso che siamo gli unici a dedicare la radio esclusivamente alla musica. Ci sono poi le radio sportive ma la maggior parte è di tipo generalista.

 

Una scelta premiante?

 

In certi momenti direi di si anche se c’è sempre il rovescio della medaglia. In Italia gli sponsor preferiscono le radio generalista nella convinzione che il possibile acquirente di scarpe, giusto per fare un esempio, non viene attratto dalla radio che si occupa di musica. Come se l’amante del ballo non indossasse anche lui delle scarpe normali.

 

Chi è l’ascoltatore tipo di Radio Mambo?

 

Prevalgono certamente i giovani dai 18 ai 35 anni. Per quanto riguarda la nazionalità, italiani e latino americani residenti in Italiana si dividono a metà.

 

Ma voi non date notizie?

 

Abbiamo ben 12 brevi notiziari al giorno. L’unico vero programma di intrattenimento riguarda Sentir Latino che è condotto dal bravo giornalista boliviano Luis Flores. Va in onda ogni lunedì mercoledì e venerdì dalle 20 e 30 alle 22 e 30. In questa trasmissione, molto seguita, vengono affrontati con ospiti illustri problemi politici, economici e culturali riguardanti l’America Latina. Una particolare attenzione viene poi dedicata alle problematiche sociali e a quello che si sta facendo nei vari Paesi. A questo proposito vorrei sottolineare che sotto molti aspetti gli italiani dovrebbero seguire con grande attenzioni i profondi cambiamenti che stanno avvenendo in America Latina e che in diversi casi potrebbero rappresentare un ottimo esempio anche per l’Italia.

LA VERITA’ SUL CASO ORLANDI NEL LIBRO DI VITO BRUSCHINI

Posted by Varo De Maria On ottobre - 17 - 2016 Commenti disabilitati su LA VERITA’ SUL CASO ORLANDI NEL LIBRO DI VITO BRUSCHINI

La copertina del libro insieme all’autore.

 

Può un romanzo dare un concreto contributo alla verità? Se firmato Vito Bruschini ci sono ottime probabilità di SI. Soprattutto se riferito al suo ultimo libro: La verità sul caso Orlandi (Newton Compton Editore, 318 pagine, costo Euro 9,90). Questa volta Bruschini si cimenta con uno dei più oscuri misteri irrisolti dell’Italia del dopoguerra. Gli ingredienti ci sono tutti: intrighi internazionali, incredibili depistaggi, servizi segreti deviati e non, logge massoniche (perfino in Vaticano), criminalità organizzata e, purtroppo, anche vittime innocenti: da Emanuela Orlandi a Mirella Gregori.

 

Questa terribile vicenda, che ha colpito nel profondo i sentimenti moltissimi italiani, ruota intorno a una ragazzina quindicenne figlia di un commesso del Vaticano scomparsa il 22 giugno del 1983 dopo che era uscita dalla scuola di musica. Per la giustizia il caso ormai è archiviato: impossibile trovare i colpevoli. Per la gente comune si tratta di una ferita aperta che prima o poi dovrà essere rimarginata. Nel corso degli anni ci hanno provato in tanti: alcuni in buona fede, molti con il solo obiettivo di sviare le indagini.

 

Recentemente il regista Roberto Faenza è tornato sull’argomento con il film La verità sta in cielo che sostanzialmente si basa su dati ufficiali e accertati. Bruschini, invece, si spinge molto più in là. Per l’autore la verità sta in terra, probabilmente all’interno del faldone gelosamente custodito all’interno delle mura vaticane e che, nonostante una promessa formale, non è stato mai consegnato alla giustizia italiana.

 

E qui subentra la perizia di Bruschini che, con la scusa di scrivere un romanzo,  elabora una serie di ipotesi che non hanno il timbro dell’accertamento ufficiale, ma presentano una realtà molto verosimile, tutta basata su accostamenti logici. Una verità terribile che vede un Papa, Giovanni Paolo II sotto ricatto, l’arcivescovo americano Marcinkus mantenere rapporti con personaggi mafiosi, i servizi segreti russi e bulgari avvalersi della Banda della Magliana (inaugurando la stagione di Mafia Capitale), un criminale come Enrico De Pedis sepolto nella basilica di Sant’Apollinare, a 30 metri dalla scuola di musica della Orlandi.

 

Bruschini ricostruisce anche l’ultima volta che è stata vista la sfortunata ragazza. Immagina quali siano state le sue sofferenze. Collega il suo rapimento alla misteriosa uccisione in Vaticano del comandante delle guardie svizzere (probabilmente una spia dell’est) e di sua moglie da parte di un vice caporale (misteriosamente poi suicidatosi), al ruolo esercitato dal cardinale e Segretario di Stato Agostino Casaroli e dalla loggia Ecclesia, alla lotta cruenta all’interno di un territorio che tutti, a cominciare dai genitori e fratelli di Emanuela, ritenevano il più sicuro del mondo, alla morte della Gregori, un’altra ragazzina sparita misteriosamente nei giorni precedenti.

 

L’ultima speranza, a questo punto, è che un Papa coraggioso come Papa Francesco, che ha avuto la forza di smantellare lo IOR, la Banca Vaticana al centro di gravi scandali, e di affrontare di petto il gravissimo fenomeno della pedofilia all’interno della chiesa, sollevi finalmente il velo anche su questa triste, angosciante e per molti versi squallida storia italo-vaticana.

 

Vito Bruschini ha pubblicato anche:

‘The Father. Il padrino dei padrini’;

‘Valanzasca. Il romanzo non autorizzato del nemico pubblico numero uno’;

‘La strage. Il romanzo di piazza Fontana’;

‘Educazione criminale. La snaguinosa storia del clan dei Marsigliesi’;

‘Romanzo mafioso’;

I Segreti del Club Bilderberg;

I Cospiratori del Priorato;

Il Monastero del Vangelo proibito.

 

Vedere anche il filmato

 

EAST MEETS WEST: NUOVO LIBRO DI STEFANO SCHEMBRI

Posted by Varo De Maria On settembre - 19 - 2016 Commenti disabilitati su EAST MEETS WEST: NUOVO LIBRO DI STEFANO SCHEMBRI

Nei riquadri la copertina del libro e Stefano Schembri 

 

È uscito East Meets West, il nuovo libro di Stefano Schembri, scritto in inglese. Disponibile su Apple iBooks, Amazon e Amazon Kindle, il libro analizza come le differenze culturali fra occidentali ed asiatici (in particolar modo gli asiatici “confuciani”, ovvero Cinesi e Giapponesi), influenzino le negoziazioni internazionali e il management. Unendo analisi teoriche ad esempi concreti e reali, viene mostrato come le teorie dei grandi pensatori delle due aree (Confucio, Lao Tzu e Buddha da una parte, Socrate, Platone, Aristotele e Gesù Cristo dall’altra) si tramutino al giorno d’oggi in comportamenti diversi sia sul posto di lavoro che nelle negoziazioni. Non mancano, a questo punto, consigli utili per chi approccia una negoziazione con una controparte asiatica: accuratezze da tenere a mente per rispettare usi e costumi diversi, tecniche di approccio, gestione dei rapporti interpersonali e conduzione della trattativa.

L’autore parte dalla premessa che la recente trasformazione di numerose aziende internazionali in multinazionali rende la gestione delle diversità culturali sempre più necessaria. Infatti, per quanto la globalizzazione contribuisca ad avvicinare culturalmente le popolazioni geograficamente distanti migliaia di chilometri, non v’è manager o negoziatore internazionale che non sostenga l’enorme importanza del formare una conoscenza culturale, prima di intavolare una trattativa.

Dal punto di vista interno di un’organizzazione, la composizione multiculturale della forza lavoro richiede un’attenzione specifica: non deve essere dato per scontato che le persone provenienti da paesi diversi, con diverse abitudini e stili di lavoro, possano cooperare al meglio spontaneamente. Dal punto di vista esterno, invece, le diversità culturali vanno tenute strettamente a mente quando si tratta di negoziazioni internazionali, ora sempre più frequenti per via della globalizzazione. Molte organizzazioni, infatti, hanno aumentato le relazioni con i clienti, gli investitori e i fornitori stranieri, ma non hanno capito l’importanza per il proprio business dello sviluppare queste competenze “cross-culturali”.

Il libro è diviso in due parti. Nel corso del primo capitolo l’attenzione è focalizzata sulle conseguenze di una “ignoranza interculturale”. Ciò consente di scorgere come spesso la ragione dietro un mancato accordo non è dovuta a una distanza materiale tra le parti, ma a errori culturali dovuti ad una scarsa conoscenza della controparte, per quanto concerne valori, credenze, usi e costumi, modi di pensare, norme sociali e religiose. Questi errori possono avere implicazioni economiche, non solo nei negoziati, ma anche nella pianificazione strategica, nella valutazione dei progetti e degli investimenti, e in questioni legali. È un dato di fatto: molti fallimenti nel commercio internazionale (ma anche nella diplomazia) sono causati da errori culturali.

Il libro analizza i diversi stili di comunicazione, compreso l’umorismo, l’uso delle pause e dei silenzi, l’importanza del contesto e del linguaggio del corpo. Successivamente evidenzia l’importanza del protocollo e delle tradizioni. Infine, chiama in causa le analisi compiute da specialisti Cross-Culturali internazionali su come le diverse culture nel mondo divergono su argomenti come l’individualismo, l’accettazione delle disuguaglianze, la mascolinità, la tolleranza al rischio, l’orientamento a breve o lungo termine, l’esposizione delle proprie emozioni, il rapporto con le regole.

Nel secondo capitolo, l’autore analizza le differenze principali tra la civiltà orientale e quella occidentale. Seguendo il metodo comparativo teorizzato da Franco Mazzei e Vittorio Volpi, basato sulle variabili interculturali, mette a confronto due antiche e gloriose civiltà situate alle estremità dell’Eurasia: l’occidentale, originatasi nelle aree mediterranee, e la confuciana (o sinica), originatasi nel nord della Cina e gradualmente allargatasi nei paesi limitrofi (Taiwan, Giappone, Corea e Vietnam).

Per Schembri l’importanza di analizzare queste due civiltà risiede innanzitutto nel fatto che possono essere considerate le due principali macro-culture sulla terra, lasciando fuori solamente quella musulmana. Infatti, nonostante le molte differenze tra gli europei stessi, e tra gli europei e i latinoamericani, nordamericani e australiani, non vi è dubbio che in ultima analisi, tutti appartengono a una “civiltà occidentale”, e condividono molti tratti comuni, specie se confrontati con una “civiltà confuciana “. In questo contesto una conoscenza adeguata della cultura orientale sta diventando sempre più importante per i manager occidentali, soprattutto a causa dello sviluppo dei paesi asiatici in diversi settori: politico, culturale e soprattutto economico.

Ma come mai esistono tante differenze fra queste civiltà?

L’autore spiega molto bene che spesso queste differenze fra orientali e occidentali non sono geneticamente ereditate, ma si sviluppano a causa delle diverse circostanze esterne a cui orientali e occidentali sono esposti sin dalla infanzia. In effetti, fin dalla nascita siamo tutti sottoposti a una forte influenza culturale. Dello stesso parere è anche l’esperto in materia, Richard Lewis: “Pensiamo” ha sostenuto Lewis, “che le nostre menti siano libere, ma, come i piloti americani imprigionati nel Vietnam siamo stati sottoposti a un intenso lavaggio del cervello. Fin da quando eravamo nella nostra culla, passando per l’asilo, la scuola e sul posto di lavoro, siamo stati convinti che noi siamo i normali e gli altri siano quelli strani”. A questa riflessione si potrebbe aggiungere che più invecchiamo e più crediamo nelle regole che la nostra società ci propone, perché ci fanno stare tranquilli e ci sentiamo accettati dagli altri.

Tuttavia, al fine di comprendere perché l’ambiente esterno, quello che ci influenza, è così diverso in oriente e occidente è necessaria un’analisi più approfondita. Nel libro si parla, ad esempio, delle influenze causate dalla geografia e dal clima. Poi l’attenzione viene spostata su come si differenzino i principi confuciani da quelli occidentali, influenzando la percezione del mondo e le relazioni tra le persone. Se da un lato, in oriente, si sono sviluppati un monismo organico, una dialettica “ying-yang”, un approccio collettivista interdipendente e un’attitudine olistica, dall’altro, in Occidente, si sono sviluppati un dualismo ontologico, una logica aristotelica/hegeliana, un approccio individualistico indipendente e un’attitudine analitica.

Infine per Schembri nel corso dei secoli, questi principi si sono evoluti in concetti peculiari in Cina, in Giappone e in altri paesi orientali (come la famosa “Guanxi” Cinese), mentre in occidente gli insegnamenti dei filosofi greci e della Chiesa hanno formato altri pensieri. Il libro si conclude con una ricapitolazione dei diversi approcci ai negoziati da parte dei manager orientali e dei manager occidentali, fornendo inoltre una guida comparativa valida per le relazioni e i negoziati internazionali.

—————

Stefano Schembri. Nato a Roma nel 1989, Schembri si è laureato in Scienze Politiche con Master’s Degree in Relazioni internazionali all’Università Luiss di Roma. La sua passione per i rapporti economici e culturali internazionali lo ha spinto ad apprendere ben cinque lingue e a compiere diversi viaggi. Nell’ambito della sua attività lavorativa ha avuto la possibilità di operare presso diverse organizzazioni internazionali e confrontarsi con differenti stili, comportamenti e abitudini. In particolare ha lavorato presso la Corte Europea per i Diritti dell’Uomo, l’Istituto Italo Latino Americano, l’Agenzia delle Nazioni Unite per la lotta alla fame (WFP), il Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (IFAD). Queste esperienze sono state da stimolo e hanno influenzato la stesura del libro East Meets West. Prima di quest’opera Schembri ha pubblicato il volume MERCOSUR-UE: Storia e prospettive di un accordo Intercontinentale. Attualmente Schembri lavora presso la multinazionale anglo-olandese UNILEVER.

NOTA

EAST MEET WEST. Pagine 218, costo Euro 12,94

Per acquistare il libro, accedere alla rispettiva pagina amazon:  http://amzn.to/2c5lev8 .

Per contattare l’autore, inviare una mail a schembristefano4@gmail.com o aggiungerlo su twitter twitter.com/SteJSche

VITO BRUSCHINI E IL MONASTERO DEL VANGELO PROIBITO

Posted by Varo De Maria On agosto - 31 - 2016 Commenti disabilitati su VITO BRUSCHINI E IL MONASTERO DEL VANGELO PROIBITO

 

 Foto: Goreme Turchia (Cappadocia); nei riquadri, la copertina del libro e l’Autore Bruschini.

 

Apparentemente questa volta il giornalista Vito Bruschini con il suo ‘Il Monastero del Vangelo proibito’ si presenta come un semplice romanziere. Infatti, a differenza di altri suoi libri come, ad esempio,  ‘I cospiratori del priorato’ o ‘I segreti del club Bilderberg’ non sono i fatti reali a ispirare il suo romanzo ma è il romanzo che, molto alla larga, prende spunto da qualche realtà. Il guaio, o forse la fortuna del libro, è che questa realtà,  in coincidenza con la pubblicazione, è stata completamente stravolta. Bruschini parla di una Turchia che ancora non aveva subito il tentativo di golpe con la grave repressione che ne ha fatto seguito.

 

E’ chiaro che, a questo punto, che la realtà dei conflitti e della concorrenza tra il Presidente e il suo ministro della cultura, tra il capo dei servizi segreti e il capo della polizia di Istanbul, del ruolo della CIA, degli studiosi, dell’Islam, dei criminali, degli ingenui, si presentano in una maniera del tutto diversa. Oggi il Paese si trova praticamente appiattito sulle posizioni dell’ex calciatore e venditore di limonata per strada, l’attuale Presidente Tayyip Erdogan.

 

Questo spiega anche perché nell’intricata storia di Bruschini manca un personaggio centrale come Fethullah Gulen, che vive negli Stati Uniti e che secondo Erdogan sarebbe stato il vero ispiratore del tentato golpe con l’appoggio degli americani. Gulen non ci poteva stare semplicemente perché il presunto capo oscuro di milioni di turchi, era fino a ieri solo un esiliato politico praticamente sconosciuto fuori dai confini turchi.

 

Tutto ciò significa che il libro ‘Il Monastero del Vangelo proibito’ era già superato al momento di andare in stampa?

 

Assolutamente No. Nel descrivere i contesti, la mentalità, la vita, gli usi e le contraddizioni che caratterizzano la Turchia moderna (che non deve essere identificata con la occidentale Istanbul) possiamo intuire molto bene il clima nel quale è maturato il golpe e il contro golpe. Nella sua ricerca di un manoscritto in possesso di una congregazione millenaria, il Vangelo proibito, e nel desiderio di individuare dove realmente si è incagliata l’arca di Noè, lo studioso italiano Brenno Branciforte si vede costretto a confrontarsi con criminali, terroristi, appartenenti al famigerato Califfato, con jihadisti, politici corrotti, ecc. Ed è in queste descrizioni di ambienti, umori e misteri di località mistiche come la Cappadocia, che la penna di Bruschini diventa quasi imbattibile.

 

Al lettore diamo solo tre consigli: primo, sin dalla prima pagina è consigliabile leggere il libro prendendo contemporaneamente appunti sui nomi e luoghi, altrimenti si rischia seriamente di perdersi; due, non dare mai per scontato che le cose scritte da Bruschini siano solo il parto della sua fantasia (spesso fatti e situazioni, anche paradossali, hanno una base reale); terzo, cercare di leggere il libro in tempi possibilmente ravvicinati  (come ogni thriller è un crescendo che non può essere interrotto troppo spesso).

 

Ma anche all’autore ci permettiamo di dare un consiglio: non eccedere in virtuosismi tecnici e nella versatilità di scrittura. Ad esempio, la capacità di Branciforte di liberarsi in continuazioni dai tranelli dei suoi persecutori, molto dei quali assassini professionisti incalliti, appare decisamente spettacolare in certi passaggi e degni di un James Bond cinematografico, ma poco credibili se adattati a uno studioso, anche se con un passato di ex falsario. In compenso il testo ha il grande merito di collegare il nostro presente a un passato remoto che poi rappresenta la culla della nostra civiltà. Infatti, senza questo tuffo, senza la piena comprensione di questo passato, sarà molto difficile costruire un futuro migliore nelle relazioni tra i popoli e le diverse culture e religioni.

 

Il Monastero del Vangelo Proibito

Newton Compton Editori

335 pagine

Costo Euro 9,90

(1) Vito Bruschini ha pubblicato anche:

‘The Father. Il padrino dei padrini’;

‘Valanzasca. Il romanzo non autorizzato del nemico pubblico numero uno’;

‘La strage. Il romanzo di piazza Fontana’;

‘Educazione criminale. La snaguinosa storia del clan dei Marsigliesi’;

‘Romanzo mafioso’.

I Segreti del Club Bilderberg

I Cospiratori del Priorato.

 

POLEMICA SU ALBERTAZZI? AL TEATRO DI VOLTERRA CALA IL SIPARIO

Posted by Varo De Maria On agosto - 30 - 2016 Commenti disabilitati su POLEMICA SU ALBERTAZZI? AL TEATRO DI VOLTERRA CALA IL SIPARIO

 Simone Migliorini con Giorgio Albertazzi.

 

Certamente l’ultima cosa che Simone Migliorini (Direttore artistico del Festival di Volterra) si poteva aspettare era di essere coinvolto in un’infuocata polemica alimentata sulla stampa nazionale e locale per aver ospitato all’interno del suo Festival la cerimonia di consegna della Cittadinanza onoraria a Giorgio Albertazzi. Onorificenza decisa da questo suggestivo Comune toscano prima della recente scomparsa del grande attore (uno dei più incisivi del teatro italiano del dopo guerra) consegnata in questa occasione alla moglie Pia.

 

A sollevare la protesta è stata l’ANPI, l’Associazione Nazionale dei Partigiani Italiani che ha ritenuto che il Comune non dovesse assegnare questa onorificenza a causa del passato fascista di Albertazzi e di una sua presunta partecipazione a una fucilazione. Per parlare di questa vicenda e per fare un bilancio dell’edizione 2016 del Festival siamo andati a sentire Migliorini, che è stato anche uno dei principali protagonisti della rinascita dell’antico Teatro Romano di Volterra.

 

Dica la verità, Lei si è un po’ pentito per aver inserito nella serata riservata ai Premi ombra della sera la cerimonia di consegna della Cittadinanza onoraria a Giorgio Albertazzi?

 

Per niente. Ritengo, invece, che l’intera vicenda sia un po’ paradossale per non dire fuori luogo, almeno nella tempistica. Basti ricordare che la ‘Cittadinanza onoraria’ è stata conferita ben tre anni fa quando Giorgio era ancora in vita: un riconoscimento avvenuto con il consenso di tutte le forze politiche, sia di maggioranza che di opposizione del Consiglio Comunale della precedente legislatura. Ne è stata data notizia su tutta la stampa e nessuno in quella circostanza ha protestato. Guarda caso, la polemica scoppia solo ora quando lui non è più in vita e quindi non può nemmeno difendersi.

 

Se ho capito bene, la colpa più grave di Giorgio Albertazzi sarebbe quella di non essersi pentito pubblicamente. Ebbene, come aveva spiegato più volte, lui non poteva pentirsi per qualcosa che non aveva fatto, anche se ha riconosciuto di essersi messo in gioventù dalla parte sbagliata. Non gli vogliamo credere? Intanto, quello che è certo è che è stato assolto e non grazie all’amnistia. Non mi sembra, poi, che sia stato l’unico nel vasto panorama della politica, della cultura, delle scienze ad essersi trovato negli anni verdi dalla parte sbagliata. E se qualche altro grande personaggio  ha deciso di pentirsi, chi ci garantisce che  non lo abbia fatto per pura convenienza?

 

In ogni caso Albertazzi ha avuto la ‘Cittadinanza onoraria’ per i sui indiscussi meriti artistici, riconosciuti a livello internazionale. Come suo allievo posso testimoniare che è stata una persona splendida, nonché un grande e generoso maestro. Albertazzi ha insegnato a generazioni di giovani se non a fare gli attori ad amare l’ arte, il teatro, il cinema, la poesia e gli ha donato gli strumenti per poterlo fare. Inoltre, posso assicurare che non esiste un suo allievo che oggi sia fascista o che abbia commesso delitti o scorrettezze nella società, quantomeno per essergli stato allievo, sodale o amico. Ecco perché non mi pento affatto di questa scelta: anzi, per me è stato un vero privilegio e un onore averlo fatto in memoria di uno dei più grandi artisti italiani del dopo guerra. Del resto ho sempre ritenuto che il pentimento sia un fatto personale e di coscienza individuale che non ha bisogno di essere sbandierato in pubblico per avere la patente di autenticità.

 

Parliamo allora del Festival. Che bilancio si sente di fare?

 

Direi senz’altro positivo. Con appena 20 mila euro in questa XVI edizione del Festival siamo riusciti a mettere in scena una ventina di spettacoli, compresi due eventi come la premiazione dell’Ombra della Sera e un concerto lirico, nonché quattro debutti in prima nazionale, tra cui Pan…crazio di Alma D’Addario. Quest’anno ci siamo aperti anche al cinema con la prima nazionale del film Il diritto di uccidere interpretato da Alan Rickman, questo grande attore britannico scomparso recentemente. Inoltre, abbiamo fatto una rievocazione storica sui gladiatori e incentivato il teatro amatoriale con una decina di compagnie in giro per la città. Complessivamente sono stati coinvolti tre-quattro mila spettatori, dei quali un 50% di turisti, in prevalenza stranieri. Si è trattato di un Festival fatto di prosa, musica, danza e lirica. In estrema sintesi, è stato un anno stupefacente anche se ci è costato una grande fatica.

 

Parliamo allora della serata finale di premiazione con la consegna della copia di una statuina etrusca intitolata da Gabriele D’Annunzio Ombra della Sera.

 

Insieme al conferimento della Cittadinanza onoraria a Pia Tolomei di Lippa (moglie di Albertazzi) da parte del Sindaco di Volterra Marco Buselli e della proiezione di un interessante documentario sulla vita dell’artista, la serata del 3 agosto scorso, condotta dalla giornalista Floriana Mastandrea, ha premiato la grande attrice Mariangelo D’Abbraccio, il noto scrittore Rocco Familiari (che non è potuto venire per motivi di salute) e il cantante, ballerino e compositore Antonio Menicucci.

 

Inoltre, è stato dato un premio alla memoria al compianto Direttore di scena Edoardo Lelio nelle mani dei familiari mentre la grande attrazione è stata sicuramente Patrizia Ciofi, soprano di livello mondiale. Tutti questi nomi sono stati selezionati da un’autorevole giuria presieduta dal grande storico del Teatro Giovanni Antonucci. Alla riuscita della serata hanno poi collaborato i pianisti David Dainelli e Joachim Baar.

 

A questo punto, oltre all’Amministrazione di Volterra mi preme di ringraziare anche i pochi ma convinti sponsor tra cui, in prima fila, la Fondazione Cassa di Risparmio di Volterra con il suo Presidente Augusto Mugellini, l’Associazione Teatri di Pietra, alcune aziende private come La Fattoria di Lischetto (che ha offerto un apprezzatissimo buffet), Conad, Altair, Knauf, Camera di commercio di Pisa, Società Chimica Larderello, Soprintendenza Beni Archeologici Toscana, insieme a molti semplici cittadini, tutti convinti che il Festival rappresenti ormai un lustro per la città. Infine, a questa manifestazione hanno assistito e partecipato anche diversi giornalisti e scrittori come Tania Croce o Vito Bruschini, autore di diversi best seller e che sta lanciando il suo nuovo libro ‘Il Vangelo proibito’. Insomma, è stata una bellissima serata che certamente non verrà ricordata per i pentimenti. In ogni caso sulla questione intendiamo calare definitivamente il sipario.

 

Vedere Video sulla Serata di premiazione: https://www.youtube.com/watch?v=P0Nk1GRxz1s

 

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