UA-111326531-1
Tuesday, April 24, 2018

LA VERITA’ SUL CASO ORLANDI NEL LIBRO DI VITO BRUSCHINI

Posted by Varo De Maria On ottobre - 17 - 2016 Commenti disabilitati su LA VERITA’ SUL CASO ORLANDI NEL LIBRO DI VITO BRUSCHINI

La copertina del libro insieme all’autore.

 

Può un romanzo dare un concreto contributo alla verità? Se firmato Vito Bruschini ci sono ottime probabilità di SI. Soprattutto se riferito al suo ultimo libro: La verità sul caso Orlandi (Newton Compton Editore, 318 pagine, costo Euro 9,90). Questa volta Bruschini si cimenta con uno dei più oscuri misteri irrisolti dell’Italia del dopoguerra. Gli ingredienti ci sono tutti: intrighi internazionali, incredibili depistaggi, servizi segreti deviati e non, logge massoniche (perfino in Vaticano), criminalità organizzata e, purtroppo, anche vittime innocenti: da Emanuela Orlandi a Mirella Gregori.

 

Questa terribile vicenda, che ha colpito nel profondo i sentimenti moltissimi italiani, ruota intorno a una ragazzina quindicenne figlia di un commesso del Vaticano scomparsa il 22 giugno del 1983 dopo che era uscita dalla scuola di musica. Per la giustizia il caso ormai è archiviato: impossibile trovare i colpevoli. Per la gente comune si tratta di una ferita aperta che prima o poi dovrà essere rimarginata. Nel corso degli anni ci hanno provato in tanti: alcuni in buona fede, molti con il solo obiettivo di sviare le indagini.

 

Recentemente il regista Roberto Faenza è tornato sull’argomento con il film La verità sta in cielo che sostanzialmente si basa su dati ufficiali e accertati. Bruschini, invece, si spinge molto più in là. Per l’autore la verità sta in terra, probabilmente all’interno del faldone gelosamente custodito all’interno delle mura vaticane e che, nonostante una promessa formale, non è stato mai consegnato alla giustizia italiana.

 

E qui subentra la perizia di Bruschini che, con la scusa di scrivere un romanzo,  elabora una serie di ipotesi che non hanno il timbro dell’accertamento ufficiale, ma presentano una realtà molto verosimile, tutta basata su accostamenti logici. Una verità terribile che vede un Papa, Giovanni Paolo II sotto ricatto, l’arcivescovo americano Marcinkus mantenere rapporti con personaggi mafiosi, i servizi segreti russi e bulgari avvalersi della Banda della Magliana (inaugurando la stagione di Mafia Capitale), un criminale come Enrico De Pedis sepolto nella basilica di Sant’Apollinare, a 30 metri dalla scuola di musica della Orlandi.

 

Bruschini ricostruisce anche l’ultima volta che è stata vista la sfortunata ragazza. Immagina quali siano state le sue sofferenze. Collega il suo rapimento alla misteriosa uccisione in Vaticano del comandante delle guardie svizzere (probabilmente una spia dell’est) e di sua moglie da parte di un vice caporale (misteriosamente poi suicidatosi), al ruolo esercitato dal cardinale e Segretario di Stato Agostino Casaroli e dalla loggia Ecclesia, alla lotta cruenta all’interno di un territorio che tutti, a cominciare dai genitori e fratelli di Emanuela, ritenevano il più sicuro del mondo, alla morte della Gregori, un’altra ragazzina sparita misteriosamente nei giorni precedenti.

 

L’ultima speranza, a questo punto, è che un Papa coraggioso come Papa Francesco, che ha avuto la forza di smantellare lo IOR, la Banca Vaticana al centro di gravi scandali, e di affrontare di petto il gravissimo fenomeno della pedofilia all’interno della chiesa, sollevi finalmente il velo anche su questa triste, angosciante e per molti versi squallida storia italo-vaticana.

 

Vito Bruschini ha pubblicato anche:

‘The Father. Il padrino dei padrini’;

‘Valanzasca. Il romanzo non autorizzato del nemico pubblico numero uno’;

‘La strage. Il romanzo di piazza Fontana’;

‘Educazione criminale. La snaguinosa storia del clan dei Marsigliesi’;

‘Romanzo mafioso’;

I Segreti del Club Bilderberg;

I Cospiratori del Priorato;

Il Monastero del Vangelo proibito.

 

Vedere anche il filmato

 

EAST MEETS WEST: NUOVO LIBRO DI STEFANO SCHEMBRI

Posted by Varo De Maria On settembre - 19 - 2016 Commenti disabilitati su EAST MEETS WEST: NUOVO LIBRO DI STEFANO SCHEMBRI

Nei riquadri la copertina del libro e Stefano Schembri 

 

È uscito East Meets West, il nuovo libro di Stefano Schembri, scritto in inglese. Disponibile su Apple iBooks, Amazon e Amazon Kindle, il libro analizza come le differenze culturali fra occidentali ed asiatici (in particolar modo gli asiatici “confuciani”, ovvero Cinesi e Giapponesi), influenzino le negoziazioni internazionali e il management. Unendo analisi teoriche ad esempi concreti e reali, viene mostrato come le teorie dei grandi pensatori delle due aree (Confucio, Lao Tzu e Buddha da una parte, Socrate, Platone, Aristotele e Gesù Cristo dall’altra) si tramutino al giorno d’oggi in comportamenti diversi sia sul posto di lavoro che nelle negoziazioni. Non mancano, a questo punto, consigli utili per chi approccia una negoziazione con una controparte asiatica: accuratezze da tenere a mente per rispettare usi e costumi diversi, tecniche di approccio, gestione dei rapporti interpersonali e conduzione della trattativa.

L’autore parte dalla premessa che la recente trasformazione di numerose aziende internazionali in multinazionali rende la gestione delle diversità culturali sempre più necessaria. Infatti, per quanto la globalizzazione contribuisca ad avvicinare culturalmente le popolazioni geograficamente distanti migliaia di chilometri, non v’è manager o negoziatore internazionale che non sostenga l’enorme importanza del formare una conoscenza culturale, prima di intavolare una trattativa.

Dal punto di vista interno di un’organizzazione, la composizione multiculturale della forza lavoro richiede un’attenzione specifica: non deve essere dato per scontato che le persone provenienti da paesi diversi, con diverse abitudini e stili di lavoro, possano cooperare al meglio spontaneamente. Dal punto di vista esterno, invece, le diversità culturali vanno tenute strettamente a mente quando si tratta di negoziazioni internazionali, ora sempre più frequenti per via della globalizzazione. Molte organizzazioni, infatti, hanno aumentato le relazioni con i clienti, gli investitori e i fornitori stranieri, ma non hanno capito l’importanza per il proprio business dello sviluppare queste competenze “cross-culturali”.

Il libro è diviso in due parti. Nel corso del primo capitolo l’attenzione è focalizzata sulle conseguenze di una “ignoranza interculturale”. Ciò consente di scorgere come spesso la ragione dietro un mancato accordo non è dovuta a una distanza materiale tra le parti, ma a errori culturali dovuti ad una scarsa conoscenza della controparte, per quanto concerne valori, credenze, usi e costumi, modi di pensare, norme sociali e religiose. Questi errori possono avere implicazioni economiche, non solo nei negoziati, ma anche nella pianificazione strategica, nella valutazione dei progetti e degli investimenti, e in questioni legali. È un dato di fatto: molti fallimenti nel commercio internazionale (ma anche nella diplomazia) sono causati da errori culturali.

Il libro analizza i diversi stili di comunicazione, compreso l’umorismo, l’uso delle pause e dei silenzi, l’importanza del contesto e del linguaggio del corpo. Successivamente evidenzia l’importanza del protocollo e delle tradizioni. Infine, chiama in causa le analisi compiute da specialisti Cross-Culturali internazionali su come le diverse culture nel mondo divergono su argomenti come l’individualismo, l’accettazione delle disuguaglianze, la mascolinità, la tolleranza al rischio, l’orientamento a breve o lungo termine, l’esposizione delle proprie emozioni, il rapporto con le regole.

Nel secondo capitolo, l’autore analizza le differenze principali tra la civiltà orientale e quella occidentale. Seguendo il metodo comparativo teorizzato da Franco Mazzei e Vittorio Volpi, basato sulle variabili interculturali, mette a confronto due antiche e gloriose civiltà situate alle estremità dell’Eurasia: l’occidentale, originatasi nelle aree mediterranee, e la confuciana (o sinica), originatasi nel nord della Cina e gradualmente allargatasi nei paesi limitrofi (Taiwan, Giappone, Corea e Vietnam).

Per Schembri l’importanza di analizzare queste due civiltà risiede innanzitutto nel fatto che possono essere considerate le due principali macro-culture sulla terra, lasciando fuori solamente quella musulmana. Infatti, nonostante le molte differenze tra gli europei stessi, e tra gli europei e i latinoamericani, nordamericani e australiani, non vi è dubbio che in ultima analisi, tutti appartengono a una “civiltà occidentale”, e condividono molti tratti comuni, specie se confrontati con una “civiltà confuciana “. In questo contesto una conoscenza adeguata della cultura orientale sta diventando sempre più importante per i manager occidentali, soprattutto a causa dello sviluppo dei paesi asiatici in diversi settori: politico, culturale e soprattutto economico.

Ma come mai esistono tante differenze fra queste civiltà?

L’autore spiega molto bene che spesso queste differenze fra orientali e occidentali non sono geneticamente ereditate, ma si sviluppano a causa delle diverse circostanze esterne a cui orientali e occidentali sono esposti sin dalla infanzia. In effetti, fin dalla nascita siamo tutti sottoposti a una forte influenza culturale. Dello stesso parere è anche l’esperto in materia, Richard Lewis: “Pensiamo” ha sostenuto Lewis, “che le nostre menti siano libere, ma, come i piloti americani imprigionati nel Vietnam siamo stati sottoposti a un intenso lavaggio del cervello. Fin da quando eravamo nella nostra culla, passando per l’asilo, la scuola e sul posto di lavoro, siamo stati convinti che noi siamo i normali e gli altri siano quelli strani”. A questa riflessione si potrebbe aggiungere che più invecchiamo e più crediamo nelle regole che la nostra società ci propone, perché ci fanno stare tranquilli e ci sentiamo accettati dagli altri.

Tuttavia, al fine di comprendere perché l’ambiente esterno, quello che ci influenza, è così diverso in oriente e occidente è necessaria un’analisi più approfondita. Nel libro si parla, ad esempio, delle influenze causate dalla geografia e dal clima. Poi l’attenzione viene spostata su come si differenzino i principi confuciani da quelli occidentali, influenzando la percezione del mondo e le relazioni tra le persone. Se da un lato, in oriente, si sono sviluppati un monismo organico, una dialettica “ying-yang”, un approccio collettivista interdipendente e un’attitudine olistica, dall’altro, in Occidente, si sono sviluppati un dualismo ontologico, una logica aristotelica/hegeliana, un approccio individualistico indipendente e un’attitudine analitica.

Infine per Schembri nel corso dei secoli, questi principi si sono evoluti in concetti peculiari in Cina, in Giappone e in altri paesi orientali (come la famosa “Guanxi” Cinese), mentre in occidente gli insegnamenti dei filosofi greci e della Chiesa hanno formato altri pensieri. Il libro si conclude con una ricapitolazione dei diversi approcci ai negoziati da parte dei manager orientali e dei manager occidentali, fornendo inoltre una guida comparativa valida per le relazioni e i negoziati internazionali.

—————

Stefano Schembri. Nato a Roma nel 1989, Schembri si è laureato in Scienze Politiche con Master’s Degree in Relazioni internazionali all’Università Luiss di Roma. La sua passione per i rapporti economici e culturali internazionali lo ha spinto ad apprendere ben cinque lingue e a compiere diversi viaggi. Nell’ambito della sua attività lavorativa ha avuto la possibilità di operare presso diverse organizzazioni internazionali e confrontarsi con differenti stili, comportamenti e abitudini. In particolare ha lavorato presso la Corte Europea per i Diritti dell’Uomo, l’Istituto Italo Latino Americano, l’Agenzia delle Nazioni Unite per la lotta alla fame (WFP), il Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (IFAD). Queste esperienze sono state da stimolo e hanno influenzato la stesura del libro East Meets West. Prima di quest’opera Schembri ha pubblicato il volume MERCOSUR-UE: Storia e prospettive di un accordo Intercontinentale. Attualmente Schembri lavora presso la multinazionale anglo-olandese UNILEVER.

NOTA

EAST MEET WEST. Pagine 218, costo Euro 12,94

Per acquistare il libro, accedere alla rispettiva pagina amazon:  http://amzn.to/2c5lev8 .

Per contattare l’autore, inviare una mail a schembristefano4@gmail.com o aggiungerlo su twitter twitter.com/SteJSche

VITO BRUSCHINI E IL MONASTERO DEL VANGELO PROIBITO

Posted by Varo De Maria On agosto - 31 - 2016 Commenti disabilitati su VITO BRUSCHINI E IL MONASTERO DEL VANGELO PROIBITO

 

 Foto: Goreme Turchia (Cappadocia); nei riquadri, la copertina del libro e l’Autore Bruschini.

 

Apparentemente questa volta il giornalista Vito Bruschini con il suo ‘Il Monastero del Vangelo proibito’ si presenta come un semplice romanziere. Infatti, a differenza di altri suoi libri come, ad esempio,  ‘I cospiratori del priorato’ o ‘I segreti del club Bilderberg’ non sono i fatti reali a ispirare il suo romanzo ma è il romanzo che, molto alla larga, prende spunto da qualche realtà. Il guaio, o forse la fortuna del libro, è che questa realtà,  in coincidenza con la pubblicazione, è stata completamente stravolta. Bruschini parla di una Turchia che ancora non aveva subito il tentativo di golpe con la grave repressione che ne ha fatto seguito.

 

E’ chiaro che, a questo punto, che la realtà dei conflitti e della concorrenza tra il Presidente e il suo ministro della cultura, tra il capo dei servizi segreti e il capo della polizia di Istanbul, del ruolo della CIA, degli studiosi, dell’Islam, dei criminali, degli ingenui, si presentano in una maniera del tutto diversa. Oggi il Paese si trova praticamente appiattito sulle posizioni dell’ex calciatore e venditore di limonata per strada, l’attuale Presidente Tayyip Erdogan.

 

Questo spiega anche perché nell’intricata storia di Bruschini manca un personaggio centrale come Fethullah Gulen, che vive negli Stati Uniti e che secondo Erdogan sarebbe stato il vero ispiratore del tentato golpe con l’appoggio degli americani. Gulen non ci poteva stare semplicemente perché il presunto capo oscuro di milioni di turchi, era fino a ieri solo un esiliato politico praticamente sconosciuto fuori dai confini turchi.

 

Tutto ciò significa che il libro ‘Il Monastero del Vangelo proibito’ era già superato al momento di andare in stampa?

 

Assolutamente No. Nel descrivere i contesti, la mentalità, la vita, gli usi e le contraddizioni che caratterizzano la Turchia moderna (che non deve essere identificata con la occidentale Istanbul) possiamo intuire molto bene il clima nel quale è maturato il golpe e il contro golpe. Nella sua ricerca di un manoscritto in possesso di una congregazione millenaria, il Vangelo proibito, e nel desiderio di individuare dove realmente si è incagliata l’arca di Noè, lo studioso italiano Brenno Branciforte si vede costretto a confrontarsi con criminali, terroristi, appartenenti al famigerato Califfato, con jihadisti, politici corrotti, ecc. Ed è in queste descrizioni di ambienti, umori e misteri di località mistiche come la Cappadocia, che la penna di Bruschini diventa quasi imbattibile.

 

Al lettore diamo solo tre consigli: primo, sin dalla prima pagina è consigliabile leggere il libro prendendo contemporaneamente appunti sui nomi e luoghi, altrimenti si rischia seriamente di perdersi; due, non dare mai per scontato che le cose scritte da Bruschini siano solo il parto della sua fantasia (spesso fatti e situazioni, anche paradossali, hanno una base reale); terzo, cercare di leggere il libro in tempi possibilmente ravvicinati  (come ogni thriller è un crescendo che non può essere interrotto troppo spesso).

 

Ma anche all’autore ci permettiamo di dare un consiglio: non eccedere in virtuosismi tecnici e nella versatilità di scrittura. Ad esempio, la capacità di Branciforte di liberarsi in continuazioni dai tranelli dei suoi persecutori, molto dei quali assassini professionisti incalliti, appare decisamente spettacolare in certi passaggi e degni di un James Bond cinematografico, ma poco credibili se adattati a uno studioso, anche se con un passato di ex falsario. In compenso il testo ha il grande merito di collegare il nostro presente a un passato remoto che poi rappresenta la culla della nostra civiltà. Infatti, senza questo tuffo, senza la piena comprensione di questo passato, sarà molto difficile costruire un futuro migliore nelle relazioni tra i popoli e le diverse culture e religioni.

 

Il Monastero del Vangelo Proibito

Newton Compton Editori

335 pagine

Costo Euro 9,90

(1) Vito Bruschini ha pubblicato anche:

‘The Father. Il padrino dei padrini’;

‘Valanzasca. Il romanzo non autorizzato del nemico pubblico numero uno’;

‘La strage. Il romanzo di piazza Fontana’;

‘Educazione criminale. La snaguinosa storia del clan dei Marsigliesi’;

‘Romanzo mafioso’.

I Segreti del Club Bilderberg

I Cospiratori del Priorato.

 

POLEMICA SU ALBERTAZZI? AL TEATRO DI VOLTERRA CALA IL SIPARIO

Posted by Varo De Maria On agosto - 30 - 2016 Commenti disabilitati su POLEMICA SU ALBERTAZZI? AL TEATRO DI VOLTERRA CALA IL SIPARIO

 Simone Migliorini con Giorgio Albertazzi.

 

Certamente l’ultima cosa che Simone Migliorini (Direttore artistico del Festival di Volterra) si poteva aspettare era di essere coinvolto in un’infuocata polemica alimentata sulla stampa nazionale e locale per aver ospitato all’interno del suo Festival la cerimonia di consegna della Cittadinanza onoraria a Giorgio Albertazzi. Onorificenza decisa da questo suggestivo Comune toscano prima della recente scomparsa del grande attore (uno dei più incisivi del teatro italiano del dopo guerra) consegnata in questa occasione alla moglie Pia.

 

A sollevare la protesta è stata l’ANPI, l’Associazione Nazionale dei Partigiani Italiani che ha ritenuto che il Comune non dovesse assegnare questa onorificenza a causa del passato fascista di Albertazzi e di una sua presunta partecipazione a una fucilazione. Per parlare di questa vicenda e per fare un bilancio dell’edizione 2016 del Festival siamo andati a sentire Migliorini, che è stato anche uno dei principali protagonisti della rinascita dell’antico Teatro Romano di Volterra.

 

Dica la verità, Lei si è un po’ pentito per aver inserito nella serata riservata ai Premi ombra della sera la cerimonia di consegna della Cittadinanza onoraria a Giorgio Albertazzi?

 

Per niente. Ritengo, invece, che l’intera vicenda sia un po’ paradossale per non dire fuori luogo, almeno nella tempistica. Basti ricordare che la ‘Cittadinanza onoraria’ è stata conferita ben tre anni fa quando Giorgio era ancora in vita: un riconoscimento avvenuto con il consenso di tutte le forze politiche, sia di maggioranza che di opposizione del Consiglio Comunale della precedente legislatura. Ne è stata data notizia su tutta la stampa e nessuno in quella circostanza ha protestato. Guarda caso, la polemica scoppia solo ora quando lui non è più in vita e quindi non può nemmeno difendersi.

 

Se ho capito bene, la colpa più grave di Giorgio Albertazzi sarebbe quella di non essersi pentito pubblicamente. Ebbene, come aveva spiegato più volte, lui non poteva pentirsi per qualcosa che non aveva fatto, anche se ha riconosciuto di essersi messo in gioventù dalla parte sbagliata. Non gli vogliamo credere? Intanto, quello che è certo è che è stato assolto e non grazie all’amnistia. Non mi sembra, poi, che sia stato l’unico nel vasto panorama della politica, della cultura, delle scienze ad essersi trovato negli anni verdi dalla parte sbagliata. E se qualche altro grande personaggio  ha deciso di pentirsi, chi ci garantisce che  non lo abbia fatto per pura convenienza?

 

In ogni caso Albertazzi ha avuto la ‘Cittadinanza onoraria’ per i sui indiscussi meriti artistici, riconosciuti a livello internazionale. Come suo allievo posso testimoniare che è stata una persona splendida, nonché un grande e generoso maestro. Albertazzi ha insegnato a generazioni di giovani se non a fare gli attori ad amare l’ arte, il teatro, il cinema, la poesia e gli ha donato gli strumenti per poterlo fare. Inoltre, posso assicurare che non esiste un suo allievo che oggi sia fascista o che abbia commesso delitti o scorrettezze nella società, quantomeno per essergli stato allievo, sodale o amico. Ecco perché non mi pento affatto di questa scelta: anzi, per me è stato un vero privilegio e un onore averlo fatto in memoria di uno dei più grandi artisti italiani del dopo guerra. Del resto ho sempre ritenuto che il pentimento sia un fatto personale e di coscienza individuale che non ha bisogno di essere sbandierato in pubblico per avere la patente di autenticità.

 

Parliamo allora del Festival. Che bilancio si sente di fare?

 

Direi senz’altro positivo. Con appena 20 mila euro in questa XVI edizione del Festival siamo riusciti a mettere in scena una ventina di spettacoli, compresi due eventi come la premiazione dell’Ombra della Sera e un concerto lirico, nonché quattro debutti in prima nazionale, tra cui Pan…crazio di Alma D’Addario. Quest’anno ci siamo aperti anche al cinema con la prima nazionale del film Il diritto di uccidere interpretato da Alan Rickman, questo grande attore britannico scomparso recentemente. Inoltre, abbiamo fatto una rievocazione storica sui gladiatori e incentivato il teatro amatoriale con una decina di compagnie in giro per la città. Complessivamente sono stati coinvolti tre-quattro mila spettatori, dei quali un 50% di turisti, in prevalenza stranieri. Si è trattato di un Festival fatto di prosa, musica, danza e lirica. In estrema sintesi, è stato un anno stupefacente anche se ci è costato una grande fatica.

 

Parliamo allora della serata finale di premiazione con la consegna della copia di una statuina etrusca intitolata da Gabriele D’Annunzio Ombra della Sera.

 

Insieme al conferimento della Cittadinanza onoraria a Pia Tolomei di Lippa (moglie di Albertazzi) da parte del Sindaco di Volterra Marco Buselli e della proiezione di un interessante documentario sulla vita dell’artista, la serata del 3 agosto scorso, condotta dalla giornalista Floriana Mastandrea, ha premiato la grande attrice Mariangelo D’Abbraccio, il noto scrittore Rocco Familiari (che non è potuto venire per motivi di salute) e il cantante, ballerino e compositore Antonio Menicucci.

 

Inoltre, è stato dato un premio alla memoria al compianto Direttore di scena Edoardo Lelio nelle mani dei familiari mentre la grande attrazione è stata sicuramente Patrizia Ciofi, soprano di livello mondiale. Tutti questi nomi sono stati selezionati da un’autorevole giuria presieduta dal grande storico del Teatro Giovanni Antonucci. Alla riuscita della serata hanno poi collaborato i pianisti David Dainelli e Joachim Baar.

 

A questo punto, oltre all’Amministrazione di Volterra mi preme di ringraziare anche i pochi ma convinti sponsor tra cui, in prima fila, la Fondazione Cassa di Risparmio di Volterra con il suo Presidente Augusto Mugellini, l’Associazione Teatri di Pietra, alcune aziende private come La Fattoria di Lischetto (che ha offerto un apprezzatissimo buffet), Conad, Altair, Knauf, Camera di commercio di Pisa, Società Chimica Larderello, Soprintendenza Beni Archeologici Toscana, insieme a molti semplici cittadini, tutti convinti che il Festival rappresenti ormai un lustro per la città. Infine, a questa manifestazione hanno assistito e partecipato anche diversi giornalisti e scrittori come Tania Croce o Vito Bruschini, autore di diversi best seller e che sta lanciando il suo nuovo libro ‘Il Vangelo proibito’. Insomma, è stata una bellissima serata che certamente non verrà ricordata per i pentimenti. In ogni caso sulla questione intendiamo calare definitivamente il sipario.

 

Vedere Video sulla Serata di premiazione: https://www.youtube.com/watch?v=P0Nk1GRxz1s

 

A VOLTERRA LA NUOVA OPERA DI ALMA DADDARIO: PAN…CRAZIO

Posted by Varo De Maria On luglio - 23 - 2016 Commenti disabilitati su A VOLTERRA LA NUOVA OPERA DI ALMA DADDARIO: PAN…CRAZIO

http://puntocontinenti.it/wp-content/uploads/2016/07/Due-pan-crazio.jpg

Foto: Simone Migliorini con Carlotta Bruni. Nel riquadro Alma Daddario.

 

E’ nella cornice di uno dei più bei teatri romani esistenti sul territorio nazionale che abbiamo assistito lo scorso 17 Luglio a uno spettacolo straordinario per originalità e impatto emotivo: “Pan…crazio: la musica, l’istinto, l’impulso e la paura” della drammaturga e scrittrice Alma Daddario. Una proposta originale, una sorta di riscrittura contemporanea del mito di Pan: il semidio metà capra metà uomo, abbandonato dalla madre per la sua spaventosa bruttezza, inventore del flauto. Attraverso una scrittura molto attenta alla sonorità e dal ritmo serrato, l’autrice da voce al protagonista: Pancrazio, un musicista contemporaneo dall’infanzia difficile, segnata dall’abbandono della madre e dal controverso rapporto con un padre dispotico, egocentrico e perfezionista che ne mina le sicurezze.

 

Pancrazio cresce con un’inevitabile e insaziabile fame d’affetto, che cerca soprattutto nelle donne. Maldestri tentativi di seduzione ai limiti della violenza, situazioni paradossali e anche comiche, si alternano ad alterchi con il genitore, a farneticazioni oniriche con figure femminili portanti, in quello che ci è apparso un vero e proprio viaggio nell’inconscio attraverso dubbi e paure che in fondo appartengono a tutti noi.

 

Non si risparmia in questa non facile prova d’attore Simone Migliorini, che dando voce a tutti i personaggi, dimostra un virtuosismo e una sensibilità senza pari. Ma altri virtuosi in scena contribuiscono alla magìa della messa in scena: il maestro David Dainelli, che oltre alla presenza ha firmato le musiche originali per lo spettacolo, la brava violinista Angela Zapolla, l’ispirata danzatrice Carlotta Bruni, che evoca i fantasmi di un femminino onnipresente seppur sfuggente.

 

Una compagnia di virtuosi che nella cornice del vitruviano Teatro Romano, ha contribuito ad amplificare l’atmosfera di emozione per un pubblico coinvolto e attento. Il finale a sorpresa, condito da scroscianti applausi.

 

“Pan…crazio: la musica, l’istinto, l’impulso e la paura”

Autrice: Alma Daddario

Protagonista: Simone Migliorini

Musiche originali e dal vivo: David Dainelli

Violino: Angela Zapolla

Danzatrice-coreografa: Carlotta Bruni

In scena al Festival Internazionale del Teatro Romano di Volterra

 

Link dello spettacolo

 

Festival di Volterra

Sotto la direzione di Simone Migliorini e’ giunto alla XIV edizione il Festival Internazionale del Teatro Romano di Volterra consolidato appuntamento con le arti performative e non solo. Nel ricco calendario spettacoli, eventi musicali, una serata verrà dedicata al maestro Giorgio Albertazzi, e in anteprima mondiale assoluta un omaggio ad Alan Rickman con la proiezione del film “Il diritto di uccidere” non ancora distribuito nelle sale. Oltre al lavoro di Alma Daddario “Pancrazio, la musica l’istinto e la paura” sono stati inseriti nel cartellone “Geometrie della passione” di Aurelio Gatti e Cinzia Maccagnano; “Arianna ha perso il filo” di Barbara Bovoli; “Rag time e…” con David Dainelli. Inoltre verrà presentato ‘Tanaquilla‘ di e con Isabel Russinova, mentre Iaia Forte interpreterà “Erodiade” di Giovanni Testori. Infine, nell’ambito di una serata speciale verranno consegnati i premi ‘Ombra della Sera’.

ALBERTA BELLUSSI: “VESTITI USATI? UNA GRANDE RISORSA SOCIALE”

Posted by Varo De Maria On giugno - 30 - 2016 Commenti disabilitati su ALBERTA BELLUSSI: “VESTITI USATI? UNA GRANDE RISORSA SOCIALE”

Foto: mercatino di scambio/baratto/vendita. Riquadri: la Bellussi e il gruppo delle donne promotrici.   

 

Laureata in Lingue e Letterature Straniere, scrittrice e collaboratrice di molte  testate locali,  Alberta Bellussi vive nella Provincia di Treviso. Da molti anni segue con particolare attenzione e competenza le problematiche ambientali,  collaborando assiduamente sulla testata online www.oggitreviso.it e sulla webTv www.venetoglobe.com (dove cura la rubrica  Ecologia e Territori), oltre a gestire un proprio Blog. Mamma di un bambino di 12 anni chiamato Riccardo, la Bellussi ha maturato anche una decennale esperienza politica come Assessore all’Ambiente, al Sociale e alle Politiche Giovanili di un piccolo Comune. Profondamente orgogliosa delle sue origini venete, dotata di una forte personalità e molto severa con se stessa, la Bellussi oltre a divorare libri e a viaggiare spesso, dedica buona parte del suo tempo all’associazionismo e ad alcune iniziative particolari, come quella di dare una ‘destinazione sociale’ ai vesti usati. Ed è proprio su questo particolare impegno che l’abbiamo intervistata.

 

Lei da molto tempo fa parte di un’associazione a carattere sociale chiamata Riusiamo che si occupa di Riuso. Come è nata questa Associazione, cosa fa esattamente e in quali ambiti territoriali opera?

 

RiusiAMO nasce da un idea comune che ho condiviso con l’amica Enrica. Ad entrambe piaceva realizzare un evento a tutto tondo che promuovesse la filosofia del riciclo e del riuso; del non si getta nulla perché potrebbe servire ad altre persone.  Il logo di RiusiAMO è un cuore formato dalla parola AMO per sottolineare  l’amore per l’ambiente e la salute del nostro Pianeta. RiusiAMO è un gruppo, non è ancora un’Associazione; siamo una ventina di donne. Ognuna di noi ha le sue abilità, le sue conoscenze che condividiamo per promuovere la pratica del riciclo e del riuso. Siamo innamorate di questo mondo e lo vorremo lasciare un po’ migliore ai nostri figli.

 

Il nostro evento si svolge il 25 aprile  in un bellissimo Borgo storico della Provincia di Treviso, Borgo Malanotte, nella Frazione di Tezze di Piave.  In quella giornata si svolgono mercatini di Scambio/baratto/vendita, sfilate di moda con vestiti Vintage, laboratori di riuso creativo per  adulti e bambini, nonché la manifestazione ECOGIOCANDO: un laboratorio di giochi creati con materiale di riciclo insieme a uno spazio musicale dedicato ai gruppi che suonano con strumenti musicali ricavati da materiale riciclato. Infine, ci sono seminari di ogni tipo inerenti al tema, mostre d’arte sempre con materiali di riciclo e cucina a spreco zero. E’ un evento che si pregia del logo di Ecoevento dato dal C.I.T (Compagnia Italiana Turismo) e da Savno (Servizi Ambientali Veneto Nord Orientale). E’ un idea molto bella e ben articolata che abbiamo proposto al nostro Consorzio Igiene della Sinistra Piave e a Savno perché, dato il successo che riscontra, diventi evento di riferimento di queste tematiche.

 

Premesso che vestirsi dignitosamente è un diritto fondamentale, secondo lei cosa dovrebbe fare lo Stato per risolvere questo problema che ha numerosi risvolti, tra cui anche quello di facilitare o meno la ricerca di un lavoro?

 

Mah è una domanda molto bella alla quale non si riesce a dare la risposta che eticamente sarebbe giusto dare. Avendo operato molti anni nel sociale per il Comune di Vazzola, per il quale sono stata Assessore, posso dire che lo Stato non considera questa tematica come parte delle priorità sociali. In realtà la crisi e la diffusione della povertà, anche in classi sociali che avevano sempre vissuto dignitosamente, fa sì che nascano esigenze e necessità fino a prima sconosciute. I pochi soldi a disposizione di una famiglia vengono spesi per le necessità primarie che diventano il cibo, i farmaci, la scuola e il vestirsi passa in secondo luogo. Lo Stato demanda questa nuova emergenza alle associazioni e a qualche Comune che si ingegna di suo come può e con le risorse che ha.  Però realmente a far fronte a questa nuova esigenza ci sono le Associazioni benefiche che hanno dei veri e propri spazi dove distribuiscono abbigliamento usato. Sono nati, anche, molti negozi dell’usato che fino a poco tempo fa venivano snobbati e ora sono sovraffollati.  La grande novità, però,  sono gli eventi, i mercatini dello scambio -baratto – vendita di usato, i swappy party ecc che erano fenomeni di moda solo a Londra, Parigi ecc. C’è una nuova dignità dell’abito usato perché rientra anche in una nuova sensibilità green.

 

Quali sono i dati della raccolta di abiti e quale è la tendenza italiana?

 

Il principio del “non si butta via niente” sta generando una spirale molto interessante, soprattutto se i considera il momento di crisi generalizzata del sistema Italia. A ogni cambio di stagione o quando crescono i bambini, nelle famiglie si raccolgono in un sacco gli abiti da dare via: ogni italiano ne produce – tra vestiti e accessori – 4 chilogrammi l’anno. Qualcuno li porta alle associazioni caritatevoli, molti li conferiscono nei cassonetti gialli presenti in quasi tutti i comuni italiani. E proprio in questi cassonetti gialli si nasconde un tesoro per il riciclo e il riutilizzo: delle 110.000 tonnellate di abiti raccolti, quasi tutto è riutilizzabile o riciclabile e se la raccolta fosse fatta in modo efficiente porterebbe a un risparmio annuo di 36 milioni di euro del costo di smaltimento dei rifiuti urbani. Le 80.000 tonnellate che vengono raccolte ogni anno potrebbero essere oltre il triplo se la raccolta venisse fatta capillarmente nei comuni. Oggi siamo fermi a 1,3 chili di rifiuti tessili differenziabili, molto lontani dalla media europea di 7 chili pro capite.

 

Recentemente sono avvenuti numerosi scandali, soprattutto a Roma e a Napoli, nella raccolta e distribuzione di vestiti usati, che non venivano dati ai poveri ma venduti in Africa ed Europa orientale. Di questa materia sono competenti soprattutto i Comuni. Secondo lei come è possibile evitare che si ripetano questi fenomeni?

 

Purtroppo in ogni ambito e in ogni settore accadono truffe e cose poco etiche, sia dal punto di vista umano che sociale. Credo che l’unico modo per combattere queste cattive pratiche sia quello di sensibilizzare i Comuni affinché i tessuti, i vestiti e l’abbigliamento gettati vengano presi nella massima considerazione. Così facendo, i Comuni avrebbero anche un vantaggio rispetto all’obbligo del 65% di raccolta differenziata imposto dall’Unione europea, perché anche il vestiario usato è calcolato come rifiuto differenziato. Inoltre, ci sono altre due strade da considerare: la prima, praticata da pochi, è quella di gestire in proprio la raccolta e il conferimento degli abiti usati. La seconda, devolvere alla Caritas  il margine economico ricavato, sotto forma di contributo per le mense dei poveri o proprio nella distribuzione degli abiti. E questa è la strada maggiormente battuta.

 

Secondo i dati raccolti dal Conau, il Consorzio Nazionale Abiti e Accessori, una percentuale tra il 50 e il 70% dei Comuni italiani mette in pratica una capillare raccolta degli abiti tramite i cassonetti gialli, uno ogni 1.500 abitanti, in base all’accordo firmato dall’Associazione Nazionale Comuni Italiani con la Conau. Se la raccolta diventasse più diffusa, si potrebbe arrivare alla soglia delle 300.000 tonnellate l’anno di abiti usati raccolti, dai 3 ai 5 chilogrammi pro capite, avvicinandosi così alla media degli altri Paesi europei e risparmiando i 36 milioni di euro annui del costo di smaltimento dei rifiuti urbani. Anche perché gli abiti che chiusi nei sacchi vengono conferiti nei cassonetti gialli sono rifiuti, ma non lo sono fino in fondo perché per il 50- 60% è materiale che viene trattato come tale. Gli abiti recuperabili subiscono un processo di igienizzazione e vengono poi venduti come vestiti usati nei mercatini. Il restante viene trasformato in materia prima e utilizzato per materassi, pannelli fonoassorbenti, oppure usato per recuperare la fibra tessile. In pratica, la fase di trattamento prevede prima la selezione, in cui si divide la merce e si eliminano i materiali estranei, e l’igienizzazione, per raggiungere le specifiche microbiologiche indicate dalla legge.

 

Il riciclo e il riuso dei rifiuti che benefici portano all’ambiente?

 

Il recupero degli abiti usati non è solo una buona pratica di riciclo e riutilizzo: raccogliere e riconvertire un chilo di rifiuti tessili può ridurre di 3,6 chilogrammi le emissioni di CO2, di 6mila litri il consumo di acqua, di 0,3 chilogrammi di fertilizzanti e di 0,2 chilogrammi di pesticidi. A stabilirlo è uno studio di un gruppo di ricercatori dell’università di Copenaghen, diffuso dalla Fondazione sviluppo sostenibile. Confrontando i dati della produzione nazionale di rifiuti urbani con la raccolta differenziata totale e la raccolta specifica della frazione tessile dal 2001 al 2008, lo studio dei ricercatori danesi fa notare come quest’ultima sia raddoppiata, passando dallo 0,11% allo 0,22%, mentre il valore medio pro-capite ha subito solo un lieve aumento, anche se resta sostanziale la differenza tra le aree del Nord, Centro e Sud Italia. E se la raccolta fosse fatta in modo corretto, secondo l’università di Copenaghen si potrebbero recupero dai 3 ai 5 chilogrammi l’anno di rifiuti tessili che altrimenti vengono gettati nei rifiuti indifferenziati. Questo vorrebbe dire togliere dalle discariche circa 240.000 tonnellate di rifiuti  tessili, risparmiando ogni anno 864.000 tonnellate di emissioni di Co2, 72.000 tonnellate di fertilizzanti e 48.000 tonnellate di pesticidi.

 

Attraverso il programma  FEAD l’Unione Europea intende combattere non solo la Fame ma anche altre privazioni, tra le quali anche la mancanza di vestiti. Lei come giudica la politica europea in materia?

 

Il Fondo di aiuti europei agli indigenti (FEAD) ha assegnato all’Italia  670 milioni di euro per il periodo 2014-2020 per fornire generi alimentari e altre forme di assistenza materiale alle persone più bisognose nel paese (questa cifra sarà affiancata da 118 milioni di euro provenienti da risorse nazionali). Si tratta del programma FEAD più grande dell’UE per dotazione finanziaria. Il fondo offre un importante contributo finanziario per coprire i bisogni più urgenti, con particolare attenzione ai più vulnerabili, come le persone senza fissa dimora e i bambini di famiglie indigenti. Sono convinta che il programma avrà un ruolo chiave nella lotta contro la povertà e l’esclusione sociale nel paese. Lo Stato  nella consegna degli aiuti alimentari si avvale di una vasta rete di 15.000 organizzazioni non governative locali, che distribuiscono cibo nelle mense, in forma confezionata, oppure direttamente pasti caldi e bevande per i senzatetto. Sono iniziative e fondi molto importanti per far fronte a queste emergenze sociali. La speranza è sempre la stessa, cioè, che chi è designato a distribuire questi fondi li utilizzi per il fine che sono stati emessi.

 

 

OPERA IN PIAZZA: A ODERZO UNA TURANDOT ‘STELLARE’

Posted by Varo De Maria On giugno - 17 - 2016 Commenti disabilitati su OPERA IN PIAZZA: A ODERZO UNA TURANDOT ‘STELLARE’

 Locandina della Turandot a Oderzo

 

Per la ventiseiesima volta la piccola cittadina di Oderzo, in provincia di Treviso, diventerà con la Turandot di Puccini (nei giorni 8 e 9 luglio),  una delle capitali mondiali della lirica estiva. In passato molti hanno definito Opera in Piazza la sorella minore dell’Arena di Verona; in realtà questa manifestazione, ideata e gestita dalla famosa coppia di cantanti lirici, il soprano Maria Grazia Patella e il tenore Miron Solman (vincitori nel 2015 del premio Ombra della Sera di Volterra, come migliori promotori culturali), è diventata a tutti gli effetti una maggiorenne dalle potenzialità indiscusse. Ma oltre a godere della simpatia e della collaborazione della ‘sorella maggiore’ residente nella patria di Giulietta,  Opera in Piazza ha potuto contare anche su un dinamico gemellaggio con una ‘cugina’ slovena: parliamo del famoso Teatro di Maribor, che praticamente da sempre affianca l’Opera di Oderzo.

 

Tutti insieme hanno consentito che alcuni dei più grandi artisti in circolazione (cantanti, registi, scenografi, ballerini) per due sere all’anno lascino senza lauti compensi  i grandi Teatri italiani ed esteri per incontrarsi in una piccola località e davanti a un pubblico che arriva con i Pullman da numerosi Paesi limitrofi. E visto che parliamo di ‘famiglia’ come non ricordare il padre spirituale: il grandissimo e indimenticabile tenore Giuseppe Di Stefano, che ha dato la sua personale benedizione alla manifestazione giusto poche settimane prima della sua tragica scomparsa. Non a caso, quindi,Opera in Piazza porta il nome della più soave e appassionata voce della storia della lirica

 

Anche quest’anno l’Orchestra del Teatro Nazionale dell’Opera di Maribor accompagnerà i Solisti Rebecca Lokar ( impegnata nello stesso periodo e con lo stesso ruolo di Turandot al Festival di Torre del Lago Puccini), il noto tenore veneziano Renzo Zulian, Andreja Zakonjšek Krt, Valentino Pivo, Martin Sušnik , Dušan Topolovec, Darko Vidic, Emilio Baroni, Jaki Jurgec. Affiancherà il Coro del Teatro  il Coro Lirico Opitergino  che darà il suo prezioso contributo. L’Opera sarà diretta da Loris Voltolini con la regia di Filippo Tonon.

 

 

Insieme alla splendida Opera di Puccini,  la stagione di Opera in Piazza di Oderzo (che, come ogni anno, si svolge in parte all’aperto e in parte all’interno) proporrà il  15 ottobre al Palasport  lo spettacolo Concerto Romantico con imponente scenografia che ricorda il grande libro della Musica, Orchestra, 4 straordinari solisti e due simpaticissimi presentatori. Sorpresa per il pubblico durante l’intervallo. Per chi fosse interessato ad acquistare gli ultimi biglietti disponibili per le due manifestazioni  suggeriamo di mettersi subito in contatto con la biglietteria Uff. IAT di ODERZO 0422-815251; Direzione 335702084

PILADE AL VASCELLO NEL RICORDO DI PASOLINI

Posted by Varo De Maria On aprile - 22 - 2016 Commenti disabilitati su PILADE AL VASCELLO NEL RICORDO DI PASOLINI

A quarant’anni dalla sua tragica morte il Teatro Vascello di Roma presenta Pilade, un lavoro estremamente impegnativo di Pier Paolo Pasolini. Tutto gira intorno all’eterno conflitto tra un passato che rispecchia valori sublimati e conditi dalla mitologia greca e un presente ormai spogliato da ogni valore culturale e sociale, tutto dedito alla ricerca del successo, del potere e dei soldi. I due eroi e amici contrapposti, nel bene e nel male, sono Pilade e Oreste, rispettivamente interpretati da Elio D’Alessandro e Marco Imparato. Il primo impegnato nella difesa dei valori che si stanno disperdendo in un mare di ipocrisie, volgarità e mancanza di cultura; l’altro disponibile a promuovere il nuovo mondo che contempla solo il successo a qualsiasi prezzo, anche quello di distruggere la democrazia.

 

Si tratta ovviamente di una drammatizzazione necessaria a un lavoro teatrale, anche se storicamente passato e presente rappresentano sostanzialmente un continuità, sia nel bene che nel male. Alcuni cenni storici del presente hanno poi un certo sapore di datazione, da anni settanta e ottanta, quando il ricordo della lotta partigiana e il conflitto di classe tra padrone e operai e contadini ancora non erano stato sommerso dal grande precariato universale determinato dalle nuove tecnologie.

 

Detto ciò è innegabile che ancora una volta Daniele Salvo ha saputo mettere in scena un lavoro che certamente non lascia indifferenti, motivando fortemente un cast di attori credibili e capaci, e che già alla prima sera ha registrato un’accoglienza molto favorevole dal pubblico. Si tratta, poi, di un nuovo successo della Fabbrica dell’attore del Teatro Vascello, che ha prodotto lo spettacolo e che da anni si è assunto il compito di presentare lavori altamente riflessivi e dai contenuti forti. Una vera sfida a un ‘moderno’ che sempre di più sembra gradire, o essere in grado di esprimere, solo uno sconsolante ‘Mi piace’ o ‘Non mi piace’.

 

Regia: Regia e drammaturgia Daniele Salvo; musiche Marco Podda; actor coach Melania Giglio; costumi Nika Campisi, Claudia Montanari; assistente alla regia  Alessandro Gorgoni; collaborazione di Fabiana di Marco. Foto di scena: Stefania Casellato.

 

Personaggi e interpreti; PILADE: Elio D’Alessandro; ORESTE: Marco Imparato; ELETTRA: Selene Gandini; ATENA: Silvia Pietta; SERVA DI ELETTRA / CORIFEA: Elena Aimone; CONTADINO / VECCHIO: Simone Ciampi; RAGAZZO: Michele Costabile; MESSAGGERO: Francesca Mària: SOLDATO: Simone Bobini; DONNA: Claudia Benassi; STRANIERO: Piero Grant; EUMENIDI: Elena Aimone, Sara Aprile, Claudia Benassi, Paola Giglio, Melania Fiore, Francesca Mària; CORO: Elena Aimone, Sara Aprile, Claudia Benassi, Simone Ciampi, Michele Costabile, Melania Fiore, Paola Giglio, Piero Grant, Francesca Mària, Sara Pallini.

Teatro Vascello: Via Giacinto Carini 78, Cap 00152 Monteverde Roma; www.teatrovascello.it

promozione@teatrovascello.it 065881021 – 065898031

 

 

 

AL PALLADIUM LA NUOVA SFIDA DELLA REGISTA PAOLA SARCINA

Posted by Varo De Maria On febbraio - 20 - 2016 Commenti disabilitati su AL PALLADIUM LA NUOVA SFIDA DELLA REGISTA PAOLA SARCINA

Foto: a sinistra il gruppo degli attori; a destra la regista Pola Sarcina.

 

Regista di teatro classico, contemporaneo e di Opera lirica, Paola Sarcina ha diretto una trentina di spettacoli in varie località. Intensa è stata anche la sua attività di promozione e comunicazione della cultura e dello spettacolo presso istituzioni e università in Italia, Germana e Stati Uniti. Dal 2000 ricopre  l’incarico di Presidente  dell’associazione culturale M.Th.I. mentre dal 2001 segue come direttore artistico il  festival internazionale Cerealia.

 

Ora si trova ad affrontare un altro compito decisamente complesso e impegnativo: il  26 febbraio prossimo dirigerà lo spettacolo ‘L’onda di Maometto’ al Teatro Palladium di Roma che appartiene all’Università Roma Tre. Si tratta di un testo scritto da due noti giornalisti, Alberto La Volpe ed Emilio Zanotti, e teatralizzato da Stefania Porrino. Il lavoro prospetta il rapimento, da parte di un gruppo terroristico, di una giornalista televisiva inviata in Pakistan. Un argomento estremamente delicato e attuale. Ma anche una buona occasione per conoscere più da vicino questa regista e attivissima operatrice culturale.  

 

Per cominciare una domanda che viene spontanea: di questi tempi non è pericoloso mettere nel titolo ‘Maometto’, soprattutto in un testo che parla di rapimento e terrorismo?

 

Ho fatto anche io questa domanda ai due autori. Da quello che so, lo spettacolo è stato scritto due anni fa e ha avuto già lo scorso anno una presentazione al pubblico al Teatro Argentina, in forma di reading e in seguito alle Isole Eolie, messo in scena da una compagnia locale. Gli autori non hanno ritenuto che fosse un problema nominare il Profeta nel titolo, visto che la storia si riferisce alla “messa in onda” di un video che fa riferimento proprio al Profeta Maometto. Avendo depositato il testo già molto prima che avvenissero i fatti di Parigi e quelli più recenti in Turchia, non hanno ritenuto però opportuno modificarlo. Quindi abbiamo preso atto delle loro decisioni, sperando anche che il pubblico capisca che lo spettacolo rispetta assolutamente la cultura islamica. Infatti oltre a mettere in discussione il sistema dei media e del loro stare sulla notizia, propone come soluzione per la ricerca di una visione umana comune proprio il dialogo tra le due culture e religioni. Infatti la trattativa per il rapimento viene affidata a due professori di islamistica, un egiziano mussulmano e un italiano cristiano; attraverso il loro dialogo si intende  recuperare quel senso di coesistenza, rispetto e pietà che dovrebbe unirci.

 

Si tratta di un lavoro scritto da due famosi giornalisti e adattato da Stefania Porrino. Come regista quale impronta Lei ha cercato di dare a questo lavoro sicuramente impegnativo e di grande attualità?

 

Mi sono preoccupata di fare in modo che il testo emergesse nel modo più chiaro possibile, senza creare interferenze o artifizi scenici. Dare quindi spazio alla parola e al lavoro interpretativo ed espressivo degli attori. La messa in scena è molto essenziale, anche perché si tratta di un progetto che nasce da un laboratorio teatrale dell’Università Roma Tre, quindi non abbiamo grandi mezzi. Ma in ogni caso l’idea era comunque quella appunto dell’essenzialità. Lo spettacolo è già scritto pensando che i diversi spazi scenici in cui l’azione è suddivisa coesistano sul palcoscenico e si alternino solo grazie a un gioco di luci. Così la mia scelta è stata quella anche di usare pochi arredi scenici che sono realizzati in cartone (materiale che rimanda anche alla fragilità del nostro mondo), grazie alla collaborazione con la Generoso Design. I diversi video che compaiono nello spettacolo sono stati realizzati e assemblati da un giovane regista iraniano, anche lui studente del DAMS di Roma Tre. In ultimo ho deciso di non dare un volto ai terroristi, proprio a contrasto della sovraesposizione mediatica che questi subiscono e che loro stessi creano, avendo oggi una grande capacità di prenotazione sul web, con i video da loro stessi realizzati e diffusi. Per questo le scene ambientate nel covo dove è prigioniera la giornalista, sono costruite secondo la tecnica del teatro delle ombre.

 

Gli attori sono quasi tutti giovanissimi. In che modo e sulla base di quali criteri sono stati selezionati?

 

Sì, gli attori sono tutti giovani tra i 25 e i 30 anni, laureandi del DAMS Roma Tre o di altri corsi di studio della stessa Università. Così come sono studenti del DAMS anche l’assistente alla regia e il regista dei video. Unico attore esterno, anche lui giovane è Mariano Riccio, che ricopre il ruolo del professore egiziano. I giovani sono stati coinvolti dall’Università, come dicevo, nell’ambito delle attività di laboratorio che la stessa Università porta avanti. Io mi sono occupata quindi di assegnare i ruoli in base alle loro specificità fisiche ed espressive. Devo dire che il casting è risultato efficace e ogni personaggio è bel calzante ai giovani interpreti che, in quasi due mesi di prove, hanno mostrato di saper entrare efficacemente nei diversi personaggi e spero potranno dimostrarlo anche al pubblico la sera del 26 febbraio. Per questo ritengo che lo spettacolo meriterebbe di avere altre occasioni di replica; i ragazzi lo meritano di sicuro e il testo anche.

 

Il Teatro Palladium, che appartiene all’Università Roma Tre, si sta prospettando come uno dei pochi Teatri sperimentali rimasti a Roma. Personalmente come vede in prospettiva il rapporto tra il Teatro e il mondo universitario in Italia? 

 

Il Teatro Palladium credo sia un unicum nel panorama italiano. Non mi risulta che in Italia vi siano altre università statali che siano proprietarie di uno spazio teatrale professionale di 500 posti. È sicuramente una grande opportunità e una sfida che spero l’Università Roma Tre sia in grado di cogliere e far fruttare nel tempo, soprattutto dopo che diventerà operativa la Fondazione a cui passerà la gestione del teatro. Spero che altre Università pubbliche possano seguire questo esempio. L’Università è e può essere luogo di ricerca e sperimentazione, non solo per le materie scientifiche, ma anche per quelle culturali ed artistiche. La possibilità di creare progetti culturali condivisi in modo trasversale anche da più dipartimenti, è sicuramente una opportunità di crescita e di stimolo per l’Università stessa e per il pubblico. Questo è stato compreso anche da altre Università quali ad esempio la Pontificia Università Salesiana, dove dal prossimo anno accademico collaborerò con il Dipartimento di Lettere Greche e Latine a un progetto sulla drammaturgia classica e la sua rilettura moderna.

MYRIAM SPAZIANI: NATUROPATIA FA RIMA CON SANA LONGEVITA’

Posted by Varo De Maria On febbraio - 2 - 2016 Commenti disabilitati su MYRIAM SPAZIANI: NATUROPATIA FA RIMA CON SANA LONGEVITA’

 Myriam Spaziani, naturopata

 

Originaria di Frosinone, madre di due figli, sociologa nonché specializzata e operante da molti anni nel settore socio santario, Myriam Spaziani attualmente vive a Formia dove gestisce uno studio di naturopatia, una disciplina che in Italia, a differenza di molti altri Paesi, si deve ancora scontrare con forti resistenze in ambito medico e di tutto il sistema sanitario. Ed è proprio per capire in cosa consistono queste resistenze siamo andati a intervistarla.

 

Come è nato il suo interessamento per la naturopatia?

 

Nasce grazie a un’esperienza che mi ha visto nella condizione di non riuscire a risolvere un problema personale con la medicina tradizionale. In sostanza, non riuscivo a capire la cause del mio malessere ma solo di attenuare i sintomi. Ho, quindi,  iniziato a esplorare il mondo della cosiddetta ‘medicina alternativa’. E il risultato si è rivelato più che soddisfacente. Da quel momento ho iniziato ad approfondire l’argomento fino a diventare io stessa una naturopata.

 

Ci può raccontare, in estrema sintesi, come è nata storicamente la naturopatia e con quali mezzi curate le varie malattie, facendo magari qualche esempio concreto?

 

I fondamenti della naturopatia o della medicina naturopatica risalgono alla fine del XIX secolo. Le prime elaborazioni sono state compiute negli Stati Uniti ma poi si sono diffuse in tutto il mondo con grande successo in Paesi come la Francia, la Germania e l’Inghilterra. Comunque, è bene precisare subito che il naturopata non cura la malattia, tanto meno fa diagnosi e terapie ma è un operatore del benessere. Tende, cioè, a ripristinare e mantenere l’equilibrio energetico della persona intesa come unità psico-fisica.

 

Cosa distingue la naturopatia dalla medicina tradizionale?

 

L’approccio è completamente diverso: quello naturopatico è un approccio integrale verso la persona mentre la medicina tradizionale è organicista, nel senso che approfondisce l’osservazione sul singolo organo e non sulla persona nel suo insieme, sul  suo passato, sulle sue difficoltà esistenziali, sulle sue relazioni, sul suo vissuto, suo stile di vita, ecc. Questo diverso approccio comporta un diverso esito nel trattamento della persona e risposte diverse della persona al trattamento. Il naturopata cerca di individuare gli altri problemi, che spesso sono nascosti ma quasi sempre sono all’origine del disturbo evidenziato.

 

Come si diventa naturopata?

 

La via canonica è il corso triennale di naturopatia presso le scuole ufficiali esistenti in Italia. Al corso triennale vanno aggiunti i vari corsi di specializzazione e un continuo aggiornamento.

 

Per molti esponenti della medicina tradizionale i vostri interventi non sono fondati scientificamente e si basano su costrutti teorici non dimostrati. Lei cosa risponde?

 

Fortunatamente nel corso degli studi regolari di naturopatia sono previsti esami di anatomia, fisiologia, patologia, chimica, biochimica, ecc. In ogni caso, abbiamo una vasta letteratura di successi ottenuti nel trattamento di diverse problematiche. E poi, il sistema sanitario italiano tende non solo a mettere in dubbio la validità della naturopatia ma anche di altre branche della medicina. In ogni caso, in diversi altri Paesi europei e negli Stati Uniti la naturopatia vien tranquillamente accettata e riconosciuta. Sono convinta che presto ciò avverrà anche in Italia.

 

In Italia la naturopatia non fa, comunque, parte del comparto sanitario e non è specificatamente normata. Tutto ciò cosa comporta, anche dal punto di vista sociale?

 

Comporta tutta una serie di ambiguità e difficoltà, non ultimo l’aspetto della non libertà di cura.

 

In conclusione, secondo lei per quali motivi sarebbe opportuno rivolgersi al neuropata?

 

Oggi non è semplice mantenere lo stato di salute in buone condizioni, riuscire a fronteggiare l’aggressività ambientale e procurarsi un’alimentazione equilibrata, nonché organizzarsi uno stile di vita che possa permettere un equilibrio psico-fisico ottimale. Il naturopata può costituire un valido sostegno per mantenere un buon equilibrio energetico o ripristinare tal equilibro qualora avesse subito un deficit.

VIDEO – PER UN NUOVO STATO SOCIALE Dalle città all’Europa

Serie Video della REA: 1 MINUTO PER LO STATO SOCIALE  o1 – Rainero Schembri, giornalista, introduce la nuova rubrica REA […]

VIDEO – BENI STORICI E CULTURALI DOC

A – SITI ROMANI – URBE 01 – Circo Massimo – Videolink 02 – Ostia Antica – URBE  Videolink 03 – […]

VIDEO – MEDIA E PROTAGONISTI

MONDO DELLA COMUNICAZIONE 01 – RADIO MAMBO – Renato Dionisi – Videolink 02 – Tele Ambiente – Stefano Zago – […]

VIDEO – FINESTRA SUL MONDO

01 – Dubai – A spasso con Giulia – Videolink 02 – Christine ad Assisi – Videolink 03 – Con Stefano a Valencia […]