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Friday, July 20, 2018

KATIA ANEDDA: IL DRAMMA DEGLI ITALIANI ARRESTATI ALL’ESTERO

Posted by Varo De Maria On aprile - 13 - 2017 Commenti disabilitati su KATIA ANEDDA: IL DRAMMA DEGLI ITALIANI ARRESTATI ALL’ESTERO

Foto: Katia Anedda con la copertina del suo libro.

 

Nell’ambito del progetto di costituzione di un nuovo e forte Stato Sociale promosso dalla REA, Radiotelevisioni Europee Associate,  come Sesto Bisogno Capitale viene indicata la possibilità di difendersi legalmente (gli altri Bisogni riguardano: la necessità di nutrirsi; vestirsi; avere un tetto; curarsi; istruirsi; avere una corretta informazione). Ebbene, questa tutela legale non può limitarsi a chi risiede in Italia ma deve estendersi a tutti coloro che sono di passaggio o che vivono stabilmente all’estero. Eppure dei diritti di questi italiani se ne parla molto poco, quasi per niente.

 

Una delle pochissime persone che invece si batte da anni per i detenuti all’estero è Katia Anedda, Presidente della Onlus ‘Progionieri del Silenzio” e autrice dell’importante volume ‘Prigionieri dimenticati” (edito da Historia) e del lavoro teatrale Legami – A morte Don Giovanni. . “Le ragioni”, spiega la Anedda, “che ci hanno indotto a dar vita all’associazione sono evidenti: spesso i detenuti italiani vengono sottoposti a condizioni di vita lesive dei più elementari diritti dell’uomo e assolutamente non sono compatibili con l’obiettivo della riabilitazione cui la pena deve essere finalizzata”.

 

L’autrice del libro parla sicuramente con cognizione di causa: per anni ha seguito l’assurda vicenda di Carlo Parlanti (con il quale all’epoca era legata sentimentalmente) e che negli Stati Uniti è stato condannato a 9 anni di prigione per aver, secondo l’accusa, violentato e picchiato una donna: un processo talmente iniquo e, per certi versi assurdo, che la sua esperienza è diventata col tempo un caso emblematico, alimentando numerosi articoli e libri. La sua storia è stata più volte accostata a quella di Chico Forti, altro italiano in prigione  e sempre negli Stati Uniti, per un omicidio dai contorni a dir poco oscuri e dubbiosi.

 

Attualmente gli italiani all’estero sono poco meno di 3.500. “Può sembrare un numero esiguo”, dice la Anedda, ”ma dietro ognuna di queste storie ci sono almeno dieci persone che soffrono, tra parenti e amici. Quindi parliamo di un fenomeno che riguarda circa 35 mila persone”. Nel suo libro (che può contare su una significativa presentazione dell’ex ministro degli esteri e Ambasciatore Giulio Terzi di Sant’Agata),  la Anedda racconta unidici storie emblematiche: due si sono svolte negli Stati Uniti, le altre in Canada, Messico, Colombia, Venezuela, Marocco, Mali, Filippine, Grecia e Spagna. Storie che in certi casi hanno visto come protagonisti ingenui ragazzi inclini a una qualche bravata ma anche persone preparate e colte, come l’Ambasciatore Daniele Bosio, che è stato vittima di circostanze imprevedibili e totalmente artefatte. Comunque, la Anedda non esprime mai dei giudizi sulla colpevolezza o meno degli imputati: si limita a descrivere situazioni oggettive di mancanza di ogni forma di rispetto umano e di garanzie giuridiche.

 

“Purtroppo”, conclude la scrittrice, “mancano idonei strumenti di assistenza, con la conseguenza che sovente i detenuti all’estero non ricevono neppure le cure mediche del caso, né un’appropriata difesa legale. L’Italia, non prevede infatti, per i nostri cittadini l’istituto del gratuito patrocinio e anche gli aiuti che possono essere concessi dai Consolati italiani sono solo facoltativi. In Italia si fanno tanti e giusti cortei per il sovraffollamento delle carceri ma quasi nessuno s’interessa dei nostri concittadini imprigionati all’estero, spesso innocenti”. Forse l’amara consolazione finale è che probabilmente nella ‘patria del diritto’ ancora oggi il detenuto sul piano generale viene rispettato più che in tanti altri Paesi, anche del mondo occidentale e sviluppato.

 

Note:

Per maggiori informazioni: www.prigionieridelsilenzio.com

Vedere il video Katia Anedda e gli italiani prigionieri all’estero

 

 

IL BENEGIORNALE: RIVOLUZIONARIO FORMAT DI MASSIMO MARZI

Posted by Varo De Maria On febbraio - 13 - 2017 Commenti disabilitati su IL BENEGIORNALE: RIVOLUZIONARIO FORMAT DI MASSIMO MARZI

Foto: copertina del libro e Massimo Marzi

 

Se il format riuscirà ad andare in porto sarà una conquista rivoluzionaria: parliamo del progetto che Massimo Marzi ha elaborato nell’ambito del suo libro Il BeneGiornale  edito dalla Armando Editore. Si tratta di un volume ponderoso (303 pagine) in otto capitoli: Scenari mediatici: un cambiamento indispensabile; Comunità collettiva: miglioramenti possibili; La persona al centro di un nuovo sistema valoriale; relazioni e forme di comunicazione; Informazione: nutrimento per l conoscenza; Il tempo una risorsa preziosa: usiamolo bene; Copertura informativa a 360°. Format il BeneGiornale; il nostro rapporto con i media.

 

Le analisi di contesto sviluppate da Marzi  sugli attuali scenari mediatici dimostrano come sia necessario e urgente cominciare a promuovere e diffondere  buone notizie, esempi di umanità eccellenti, principi etici e valori che ai nostri giorni sono ignorati dal giornalismo omologato e distratto…occorre dire basta alla dilagante diffusione di notizie negative su omicidi, corruzione, disastri, violenze, atti terroristici, ecc. Dirigente d’azienda dal 1988 nel settore della multimedialità, Marzi ha acquisito una lunga esperienza nella gestione delle informazioni, nella comunicazione e nella formazione in campo militare e manageriale. Ora ha deciso  di implementare una nuova informazione “valoriale”e cross-mediale, capace di portare un profondo cambiamento (positivo ed ottimistico) dei contenuti da trasmettere  attraverso tutti i media: radio, televisione, web, stampa, telefonia mobile ecc.

 

Cosa l’ha spinta ad avventurarsi in un campo così complesso e difficile?

 

Mi piacciono le sfide, sono un uomo di fede, amo la ricerca  e sono abituato ad occuparmi  di innovazione e progresso; la mia idea è partita dal disagio indotto dai moderni palinsesti dei “TELEGIORNALI”  e dalla evidente percezione  che il  mondo dell’informazione  è monopolizzato dalle cronache del peggio; purtroppo  oggi la televisione racconta una sola parte della vita: si dedica alla realtà “negativa” e ignora quella positiva. L’immagine che esce ed è reiterata dai media è quella di un Paese in mano a delinquenti, a corrotti e corruttori, a persone ignobili e indegne. Invece, la situazione è completamente diversa. La stragrande maggioranza delle persone è responsabile, onesta, paga le tasse, lavora con impegno e dedizione. Il problema è che queste persone non fanno, come si suol dire, notizia, non hanno voce né spazio nelle cronache quotidiane… tutto questo “sbilanciamento informativo” sta producendo dei danni  significativi  sul clima sociale e sui comportamenti  relazionali.

 

In che senso?

 

Dare un’immagine falsata e parzializzata della realtà comporta automaticamente da parte della gente un senso di sfiducia, di negatività, di impotenza. Gli effetti possono essere catastrofici soprattutto sulla psiche dei giovani. Se cresce la convizione che chi è onesto è stupido e che contro la prepotenza dei disonesti non si può fare nulla, insieme alla rassegnazione si alimenta nuova criminalità ed il dilagare  della nostra incurabile furbizia . Gli esempi che vengono dall’alto non sono incoraggianti  per questo occorre divulgare anche tutto quello che di bello e buono esiste nella nostra società: dobbiamo mettere in moto un circolo virtuoso di azioni esemplari e  reazioni  di buon senso. Voglio dire, se è vero che violenza genera violenza, è altrettanto vero che la valorizzazione delle buone azioni crea quel clima di fiducia, di speranza e volontà  indispensabili per contribuire a migliorare il senso civico ed i rapporti interpersonali.

 

In estrema sintesi, il suo format si propone di raccontare le buone azioni 24 ore su 24. E’ così?

 

Non 24 ore su 24  ma ogni giorno sui media per diffondere “quanto basta”  per alimentare la speranza, sviluppare  una volontà di miglioramento, suggerire con esempi eccellenti le giuste vie da seguire per conquistare il benessere individuale e collettivo…le pagine del libro raccontano  i dettagli di questo ambizioso e strutturato progetto.

 

Comunque più che raccontare le singole buone azioni, la mia intenzione è quella di mettere in rilievo tutti i processi sociali, tecnologici e culturali positivi che potrebbero nascere o che sono già nati ma che non trovano il loro spazio e sostegno proprio per il clima di paura e sfiducia che tiene bloccato l’intero Paese. Dire come stanno esattamente le cose, nelle loro giuste proporzioni, ridimensionare quella sensazione che tutto è negativo può determinare un’inversione di tendenza con esiti molto incoraggianti. L’attuale sfiducia generalizzata, induce ad esempio molti giovani a rischiare di intraprendere un’attività lavorativa all’estero, con tutti i problemi pratici ed affettivi connessi, obbligando ad abitudini e modi di vita spesso completamente diversi, piuttosto che poter essere riconosciuti ed inseriti adeguatamente nel proprio Paese.

 

Concretamente, considerando la mentalità esistente, che possibilità di successo prevede per l’affermazione del suo format?

 

Il suo dubbio è fondato nel clima di “inerzia al cambiamento” a cui dobbiamo sottostare tutte le volte che cerchiamo di migliorare qualcosa in questo Paese.  Io  penso sempre in modo positivo, so che niente riesce al primo tentativo e che comunque dopo un periodo di gestazione i buoni progetti  riescono ad avere applicazione e a conquistare il successo. Non ho certezze, ma posso affermare a seguito di contatti preliminari  che per fortuna esistono  menti illuminate disposte a investire sul BeneGiornale (la faccia migliore dell’informazione) completamente alternativo agli attuali MaleGiornali. Ho in corso diverse trattative e sto scoprendo che ci sono tantissime persone orientate al bene comune con la  volontà di mettere nell’impresa B.G. cuore, intelligenza e capitali.

 

Spero di poter dare presto la prima grande notizia positiva: cari italiani ecco finalmente il vero BeneGiornale  che aspettavamo, che ci meritiamo e che sa raccontare  anche le nostre numerose virtù.

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Video consigliato su youtube: Il Seme di un nuovo Stato Sociale

 https://www.youtube.com/watch?v=WqI_YhRpNpU

RADIO MAMBO: IL TEMPIO DELLA MUSICA LATINO AMERICANA

Posted by Varo De Maria On novembre - 30 - 2016 Commenti disabilitati su RADIO MAMBO: IL TEMPIO DELLA MUSICA LATINO AMERICANA

Punto Continenti, in collaborazione con la REA (Radiotelevisioni Europee Associate), ha avviato una breve indagine sulle piccole e medio radio e televisioni che, in questo momento stanno affrontando un momento estremamente difficile. Foto: il titolare Renato Dionisio all’interno degli studi romani di Radio Mambo; nel riquadro il giornalista boliviano Luis Flores.

 

 

E’ sicuramente una delle Radio più seguite a Roma. Già il nome è tutto un programma: Mambo, che sta per una danza originaria dell’isola di Haiti, simile alla rumba, ma con un ritmo caratteristico, ottenuto dalla fusione di elementi folcloristici con la musica jazz. In genere viene ballata da due ballerini a distanza ravvicinata, di rado allacciati.

 

Protagonista di questa Radio con sede in via Ludovico di Savoia (FM 106.9, tel. 0670495829 mail diretta@mambo.it) è Renato Dionisi, appassionato di musica e dell’America  Latina. “Tutto è cominciato”, ci spiega, “a seguito di un viaggio di piacere a Santo Domingo. In quella occasione mi sono accorto che la maggior parte dei turisti era fatta da italiani entusiasti del Paese e della sua musica. A questo punto, su suggerimento anche di mia moglie, Simonetta Marocco,  che ha sempre avuto il senso pratico, ho deciso di aprire una radio dedicata alla musica di questo fantastico continente”.

 

Tutto ciò è avvenuto nel 1993. Nella realtà Dionisi di radio si occupa già dal 1976 quando decise di lasciare il suo lavoro di commerciante per avventurarsi nel mondo delle radio con radio M 100 che poi è stata venduta. Ma torniamo a Radio Mambo, molto seguita a Roma e nel litorale laziale.

 

Come vanno le cose?

 

Ma sul piano generale le radio hanno sofferto come tutti la crisi economica. Noi un po’ ci siamo salvati perché siamo una radio specializzata, nel senso che siamo gli unici a dedicare la radio esclusivamente alla musica. Ci sono poi le radio sportive ma la maggior parte è di tipo generalista.

 

Una scelta premiante?

 

In certi momenti direi di si anche se c’è sempre il rovescio della medaglia. In Italia gli sponsor preferiscono le radio generalista nella convinzione che il possibile acquirente di scarpe, giusto per fare un esempio, non viene attratto dalla radio che si occupa di musica. Come se l’amante del ballo non indossasse anche lui delle scarpe normali.

 

Chi è l’ascoltatore tipo di Radio Mambo?

 

Prevalgono certamente i giovani dai 18 ai 35 anni. Per quanto riguarda la nazionalità, italiani e latino americani residenti in Italiana si dividono a metà.

 

Ma voi non date notizie?

 

Abbiamo ben 12 brevi notiziari al giorno. L’unico vero programma di intrattenimento riguarda Sentir Latino che è condotto dal bravo giornalista boliviano Luis Flores. Va in onda ogni lunedì mercoledì e venerdì dalle 20 e 30 alle 22 e 30. In questa trasmissione, molto seguita, vengono affrontati con ospiti illustri problemi politici, economici e culturali riguardanti l’America Latina. Una particolare attenzione viene poi dedicata alle problematiche sociali e a quello che si sta facendo nei vari Paesi. A questo proposito vorrei sottolineare che sotto molti aspetti gli italiani dovrebbero seguire con grande attenzioni i profondi cambiamenti che stanno avvenendo in America Latina e che in diversi casi potrebbero rappresentare un ottimo esempio anche per l’Italia.

LA VERITA’ SUL CASO ORLANDI NEL LIBRO DI VITO BRUSCHINI

Posted by Varo De Maria On ottobre - 17 - 2016 Commenti disabilitati su LA VERITA’ SUL CASO ORLANDI NEL LIBRO DI VITO BRUSCHINI

La copertina del libro insieme all’autore.

 

Può un romanzo dare un concreto contributo alla verità? Se firmato Vito Bruschini ci sono ottime probabilità di SI. Soprattutto se riferito al suo ultimo libro: La verità sul caso Orlandi (Newton Compton Editore, 318 pagine, costo Euro 9,90). Questa volta Bruschini si cimenta con uno dei più oscuri misteri irrisolti dell’Italia del dopoguerra. Gli ingredienti ci sono tutti: intrighi internazionali, incredibili depistaggi, servizi segreti deviati e non, logge massoniche (perfino in Vaticano), criminalità organizzata e, purtroppo, anche vittime innocenti: da Emanuela Orlandi a Mirella Gregori.

 

Questa terribile vicenda, che ha colpito nel profondo i sentimenti moltissimi italiani, ruota intorno a una ragazzina quindicenne figlia di un commesso del Vaticano scomparsa il 22 giugno del 1983 dopo che era uscita dalla scuola di musica. Per la giustizia il caso ormai è archiviato: impossibile trovare i colpevoli. Per la gente comune si tratta di una ferita aperta che prima o poi dovrà essere rimarginata. Nel corso degli anni ci hanno provato in tanti: alcuni in buona fede, molti con il solo obiettivo di sviare le indagini.

 

Recentemente il regista Roberto Faenza è tornato sull’argomento con il film La verità sta in cielo che sostanzialmente si basa su dati ufficiali e accertati. Bruschini, invece, si spinge molto più in là. Per l’autore la verità sta in terra, probabilmente all’interno del faldone gelosamente custodito all’interno delle mura vaticane e che, nonostante una promessa formale, non è stato mai consegnato alla giustizia italiana.

 

E qui subentra la perizia di Bruschini che, con la scusa di scrivere un romanzo,  elabora una serie di ipotesi che non hanno il timbro dell’accertamento ufficiale, ma presentano una realtà molto verosimile, tutta basata su accostamenti logici. Una verità terribile che vede un Papa, Giovanni Paolo II sotto ricatto, l’arcivescovo americano Marcinkus mantenere rapporti con personaggi mafiosi, i servizi segreti russi e bulgari avvalersi della Banda della Magliana (inaugurando la stagione di Mafia Capitale), un criminale come Enrico De Pedis sepolto nella basilica di Sant’Apollinare, a 30 metri dalla scuola di musica della Orlandi.

 

Bruschini ricostruisce anche l’ultima volta che è stata vista la sfortunata ragazza. Immagina quali siano state le sue sofferenze. Collega il suo rapimento alla misteriosa uccisione in Vaticano del comandante delle guardie svizzere (probabilmente una spia dell’est) e di sua moglie da parte di un vice caporale (misteriosamente poi suicidatosi), al ruolo esercitato dal cardinale e Segretario di Stato Agostino Casaroli e dalla loggia Ecclesia, alla lotta cruenta all’interno di un territorio che tutti, a cominciare dai genitori e fratelli di Emanuela, ritenevano il più sicuro del mondo, alla morte della Gregori, un’altra ragazzina sparita misteriosamente nei giorni precedenti.

 

L’ultima speranza, a questo punto, è che un Papa coraggioso come Papa Francesco, che ha avuto la forza di smantellare lo IOR, la Banca Vaticana al centro di gravi scandali, e di affrontare di petto il gravissimo fenomeno della pedofilia all’interno della chiesa, sollevi finalmente il velo anche su questa triste, angosciante e per molti versi squallida storia italo-vaticana.

 

Vito Bruschini ha pubblicato anche:

‘The Father. Il padrino dei padrini’;

‘Valanzasca. Il romanzo non autorizzato del nemico pubblico numero uno’;

‘La strage. Il romanzo di piazza Fontana’;

‘Educazione criminale. La snaguinosa storia del clan dei Marsigliesi’;

‘Romanzo mafioso’;

I Segreti del Club Bilderberg;

I Cospiratori del Priorato;

Il Monastero del Vangelo proibito.

 

Vedere anche il filmato

 

EAST MEETS WEST: NUOVO LIBRO DI STEFANO SCHEMBRI

Posted by Varo De Maria On settembre - 19 - 2016 Commenti disabilitati su EAST MEETS WEST: NUOVO LIBRO DI STEFANO SCHEMBRI

Nei riquadri la copertina del libro e Stefano Schembri 

 

È uscito East Meets West, il nuovo libro di Stefano Schembri, scritto in inglese. Disponibile su Apple iBooks, Amazon e Amazon Kindle, il libro analizza come le differenze culturali fra occidentali ed asiatici (in particolar modo gli asiatici “confuciani”, ovvero Cinesi e Giapponesi), influenzino le negoziazioni internazionali e il management. Unendo analisi teoriche ad esempi concreti e reali, viene mostrato come le teorie dei grandi pensatori delle due aree (Confucio, Lao Tzu e Buddha da una parte, Socrate, Platone, Aristotele e Gesù Cristo dall’altra) si tramutino al giorno d’oggi in comportamenti diversi sia sul posto di lavoro che nelle negoziazioni. Non mancano, a questo punto, consigli utili per chi approccia una negoziazione con una controparte asiatica: accuratezze da tenere a mente per rispettare usi e costumi diversi, tecniche di approccio, gestione dei rapporti interpersonali e conduzione della trattativa.

L’autore parte dalla premessa che la recente trasformazione di numerose aziende internazionali in multinazionali rende la gestione delle diversità culturali sempre più necessaria. Infatti, per quanto la globalizzazione contribuisca ad avvicinare culturalmente le popolazioni geograficamente distanti migliaia di chilometri, non v’è manager o negoziatore internazionale che non sostenga l’enorme importanza del formare una conoscenza culturale, prima di intavolare una trattativa.

Dal punto di vista interno di un’organizzazione, la composizione multiculturale della forza lavoro richiede un’attenzione specifica: non deve essere dato per scontato che le persone provenienti da paesi diversi, con diverse abitudini e stili di lavoro, possano cooperare al meglio spontaneamente. Dal punto di vista esterno, invece, le diversità culturali vanno tenute strettamente a mente quando si tratta di negoziazioni internazionali, ora sempre più frequenti per via della globalizzazione. Molte organizzazioni, infatti, hanno aumentato le relazioni con i clienti, gli investitori e i fornitori stranieri, ma non hanno capito l’importanza per il proprio business dello sviluppare queste competenze “cross-culturali”.

Il libro è diviso in due parti. Nel corso del primo capitolo l’attenzione è focalizzata sulle conseguenze di una “ignoranza interculturale”. Ciò consente di scorgere come spesso la ragione dietro un mancato accordo non è dovuta a una distanza materiale tra le parti, ma a errori culturali dovuti ad una scarsa conoscenza della controparte, per quanto concerne valori, credenze, usi e costumi, modi di pensare, norme sociali e religiose. Questi errori possono avere implicazioni economiche, non solo nei negoziati, ma anche nella pianificazione strategica, nella valutazione dei progetti e degli investimenti, e in questioni legali. È un dato di fatto: molti fallimenti nel commercio internazionale (ma anche nella diplomazia) sono causati da errori culturali.

Il libro analizza i diversi stili di comunicazione, compreso l’umorismo, l’uso delle pause e dei silenzi, l’importanza del contesto e del linguaggio del corpo. Successivamente evidenzia l’importanza del protocollo e delle tradizioni. Infine, chiama in causa le analisi compiute da specialisti Cross-Culturali internazionali su come le diverse culture nel mondo divergono su argomenti come l’individualismo, l’accettazione delle disuguaglianze, la mascolinità, la tolleranza al rischio, l’orientamento a breve o lungo termine, l’esposizione delle proprie emozioni, il rapporto con le regole.

Nel secondo capitolo, l’autore analizza le differenze principali tra la civiltà orientale e quella occidentale. Seguendo il metodo comparativo teorizzato da Franco Mazzei e Vittorio Volpi, basato sulle variabili interculturali, mette a confronto due antiche e gloriose civiltà situate alle estremità dell’Eurasia: l’occidentale, originatasi nelle aree mediterranee, e la confuciana (o sinica), originatasi nel nord della Cina e gradualmente allargatasi nei paesi limitrofi (Taiwan, Giappone, Corea e Vietnam).

Per Schembri l’importanza di analizzare queste due civiltà risiede innanzitutto nel fatto che possono essere considerate le due principali macro-culture sulla terra, lasciando fuori solamente quella musulmana. Infatti, nonostante le molte differenze tra gli europei stessi, e tra gli europei e i latinoamericani, nordamericani e australiani, non vi è dubbio che in ultima analisi, tutti appartengono a una “civiltà occidentale”, e condividono molti tratti comuni, specie se confrontati con una “civiltà confuciana “. In questo contesto una conoscenza adeguata della cultura orientale sta diventando sempre più importante per i manager occidentali, soprattutto a causa dello sviluppo dei paesi asiatici in diversi settori: politico, culturale e soprattutto economico.

Ma come mai esistono tante differenze fra queste civiltà?

L’autore spiega molto bene che spesso queste differenze fra orientali e occidentali non sono geneticamente ereditate, ma si sviluppano a causa delle diverse circostanze esterne a cui orientali e occidentali sono esposti sin dalla infanzia. In effetti, fin dalla nascita siamo tutti sottoposti a una forte influenza culturale. Dello stesso parere è anche l’esperto in materia, Richard Lewis: “Pensiamo” ha sostenuto Lewis, “che le nostre menti siano libere, ma, come i piloti americani imprigionati nel Vietnam siamo stati sottoposti a un intenso lavaggio del cervello. Fin da quando eravamo nella nostra culla, passando per l’asilo, la scuola e sul posto di lavoro, siamo stati convinti che noi siamo i normali e gli altri siano quelli strani”. A questa riflessione si potrebbe aggiungere che più invecchiamo e più crediamo nelle regole che la nostra società ci propone, perché ci fanno stare tranquilli e ci sentiamo accettati dagli altri.

Tuttavia, al fine di comprendere perché l’ambiente esterno, quello che ci influenza, è così diverso in oriente e occidente è necessaria un’analisi più approfondita. Nel libro si parla, ad esempio, delle influenze causate dalla geografia e dal clima. Poi l’attenzione viene spostata su come si differenzino i principi confuciani da quelli occidentali, influenzando la percezione del mondo e le relazioni tra le persone. Se da un lato, in oriente, si sono sviluppati un monismo organico, una dialettica “ying-yang”, un approccio collettivista interdipendente e un’attitudine olistica, dall’altro, in Occidente, si sono sviluppati un dualismo ontologico, una logica aristotelica/hegeliana, un approccio individualistico indipendente e un’attitudine analitica.

Infine per Schembri nel corso dei secoli, questi principi si sono evoluti in concetti peculiari in Cina, in Giappone e in altri paesi orientali (come la famosa “Guanxi” Cinese), mentre in occidente gli insegnamenti dei filosofi greci e della Chiesa hanno formato altri pensieri. Il libro si conclude con una ricapitolazione dei diversi approcci ai negoziati da parte dei manager orientali e dei manager occidentali, fornendo inoltre una guida comparativa valida per le relazioni e i negoziati internazionali.

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Stefano Schembri. Nato a Roma nel 1989, Schembri si è laureato in Scienze Politiche con Master’s Degree in Relazioni internazionali all’Università Luiss di Roma. La sua passione per i rapporti economici e culturali internazionali lo ha spinto ad apprendere ben cinque lingue e a compiere diversi viaggi. Nell’ambito della sua attività lavorativa ha avuto la possibilità di operare presso diverse organizzazioni internazionali e confrontarsi con differenti stili, comportamenti e abitudini. In particolare ha lavorato presso la Corte Europea per i Diritti dell’Uomo, l’Istituto Italo Latino Americano, l’Agenzia delle Nazioni Unite per la lotta alla fame (WFP), il Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (IFAD). Queste esperienze sono state da stimolo e hanno influenzato la stesura del libro East Meets West. Prima di quest’opera Schembri ha pubblicato il volume MERCOSUR-UE: Storia e prospettive di un accordo Intercontinentale. Attualmente Schembri lavora presso la multinazionale anglo-olandese UNILEVER.

NOTA

EAST MEET WEST. Pagine 218, costo Euro 12,94

Per acquistare il libro, accedere alla rispettiva pagina amazon:  http://amzn.to/2c5lev8 .

Per contattare l’autore, inviare una mail a schembristefano4@gmail.com o aggiungerlo su twitter twitter.com/SteJSche

VITO BRUSCHINI E IL MONASTERO DEL VANGELO PROIBITO

Posted by Varo De Maria On agosto - 31 - 2016 Commenti disabilitati su VITO BRUSCHINI E IL MONASTERO DEL VANGELO PROIBITO

 

 Foto: Goreme Turchia (Cappadocia); nei riquadri, la copertina del libro e l’Autore Bruschini.

 

Apparentemente questa volta il giornalista Vito Bruschini con il suo ‘Il Monastero del Vangelo proibito’ si presenta come un semplice romanziere. Infatti, a differenza di altri suoi libri come, ad esempio,  ‘I cospiratori del priorato’ o ‘I segreti del club Bilderberg’ non sono i fatti reali a ispirare il suo romanzo ma è il romanzo che, molto alla larga, prende spunto da qualche realtà. Il guaio, o forse la fortuna del libro, è che questa realtà,  in coincidenza con la pubblicazione, è stata completamente stravolta. Bruschini parla di una Turchia che ancora non aveva subito il tentativo di golpe con la grave repressione che ne ha fatto seguito.

 

E’ chiaro che, a questo punto, che la realtà dei conflitti e della concorrenza tra il Presidente e il suo ministro della cultura, tra il capo dei servizi segreti e il capo della polizia di Istanbul, del ruolo della CIA, degli studiosi, dell’Islam, dei criminali, degli ingenui, si presentano in una maniera del tutto diversa. Oggi il Paese si trova praticamente appiattito sulle posizioni dell’ex calciatore e venditore di limonata per strada, l’attuale Presidente Tayyip Erdogan.

 

Questo spiega anche perché nell’intricata storia di Bruschini manca un personaggio centrale come Fethullah Gulen, che vive negli Stati Uniti e che secondo Erdogan sarebbe stato il vero ispiratore del tentato golpe con l’appoggio degli americani. Gulen non ci poteva stare semplicemente perché il presunto capo oscuro di milioni di turchi, era fino a ieri solo un esiliato politico praticamente sconosciuto fuori dai confini turchi.

 

Tutto ciò significa che il libro ‘Il Monastero del Vangelo proibito’ era già superato al momento di andare in stampa?

 

Assolutamente No. Nel descrivere i contesti, la mentalità, la vita, gli usi e le contraddizioni che caratterizzano la Turchia moderna (che non deve essere identificata con la occidentale Istanbul) possiamo intuire molto bene il clima nel quale è maturato il golpe e il contro golpe. Nella sua ricerca di un manoscritto in possesso di una congregazione millenaria, il Vangelo proibito, e nel desiderio di individuare dove realmente si è incagliata l’arca di Noè, lo studioso italiano Brenno Branciforte si vede costretto a confrontarsi con criminali, terroristi, appartenenti al famigerato Califfato, con jihadisti, politici corrotti, ecc. Ed è in queste descrizioni di ambienti, umori e misteri di località mistiche come la Cappadocia, che la penna di Bruschini diventa quasi imbattibile.

 

Al lettore diamo solo tre consigli: primo, sin dalla prima pagina è consigliabile leggere il libro prendendo contemporaneamente appunti sui nomi e luoghi, altrimenti si rischia seriamente di perdersi; due, non dare mai per scontato che le cose scritte da Bruschini siano solo il parto della sua fantasia (spesso fatti e situazioni, anche paradossali, hanno una base reale); terzo, cercare di leggere il libro in tempi possibilmente ravvicinati  (come ogni thriller è un crescendo che non può essere interrotto troppo spesso).

 

Ma anche all’autore ci permettiamo di dare un consiglio: non eccedere in virtuosismi tecnici e nella versatilità di scrittura. Ad esempio, la capacità di Branciforte di liberarsi in continuazioni dai tranelli dei suoi persecutori, molto dei quali assassini professionisti incalliti, appare decisamente spettacolare in certi passaggi e degni di un James Bond cinematografico, ma poco credibili se adattati a uno studioso, anche se con un passato di ex falsario. In compenso il testo ha il grande merito di collegare il nostro presente a un passato remoto che poi rappresenta la culla della nostra civiltà. Infatti, senza questo tuffo, senza la piena comprensione di questo passato, sarà molto difficile costruire un futuro migliore nelle relazioni tra i popoli e le diverse culture e religioni.

 

Il Monastero del Vangelo Proibito

Newton Compton Editori

335 pagine

Costo Euro 9,90

(1) Vito Bruschini ha pubblicato anche:

‘The Father. Il padrino dei padrini’;

‘Valanzasca. Il romanzo non autorizzato del nemico pubblico numero uno’;

‘La strage. Il romanzo di piazza Fontana’;

‘Educazione criminale. La snaguinosa storia del clan dei Marsigliesi’;

‘Romanzo mafioso’.

I Segreti del Club Bilderberg

I Cospiratori del Priorato.

 

POLEMICA SU ALBERTAZZI? AL TEATRO DI VOLTERRA CALA IL SIPARIO

Posted by Varo De Maria On agosto - 30 - 2016 Commenti disabilitati su POLEMICA SU ALBERTAZZI? AL TEATRO DI VOLTERRA CALA IL SIPARIO

 Simone Migliorini con Giorgio Albertazzi.

 

Certamente l’ultima cosa che Simone Migliorini (Direttore artistico del Festival di Volterra) si poteva aspettare era di essere coinvolto in un’infuocata polemica alimentata sulla stampa nazionale e locale per aver ospitato all’interno del suo Festival la cerimonia di consegna della Cittadinanza onoraria a Giorgio Albertazzi. Onorificenza decisa da questo suggestivo Comune toscano prima della recente scomparsa del grande attore (uno dei più incisivi del teatro italiano del dopo guerra) consegnata in questa occasione alla moglie Pia.

 

A sollevare la protesta è stata l’ANPI, l’Associazione Nazionale dei Partigiani Italiani che ha ritenuto che il Comune non dovesse assegnare questa onorificenza a causa del passato fascista di Albertazzi e di una sua presunta partecipazione a una fucilazione. Per parlare di questa vicenda e per fare un bilancio dell’edizione 2016 del Festival siamo andati a sentire Migliorini, che è stato anche uno dei principali protagonisti della rinascita dell’antico Teatro Romano di Volterra.

 

Dica la verità, Lei si è un po’ pentito per aver inserito nella serata riservata ai Premi ombra della sera la cerimonia di consegna della Cittadinanza onoraria a Giorgio Albertazzi?

 

Per niente. Ritengo, invece, che l’intera vicenda sia un po’ paradossale per non dire fuori luogo, almeno nella tempistica. Basti ricordare che la ‘Cittadinanza onoraria’ è stata conferita ben tre anni fa quando Giorgio era ancora in vita: un riconoscimento avvenuto con il consenso di tutte le forze politiche, sia di maggioranza che di opposizione del Consiglio Comunale della precedente legislatura. Ne è stata data notizia su tutta la stampa e nessuno in quella circostanza ha protestato. Guarda caso, la polemica scoppia solo ora quando lui non è più in vita e quindi non può nemmeno difendersi.

 

Se ho capito bene, la colpa più grave di Giorgio Albertazzi sarebbe quella di non essersi pentito pubblicamente. Ebbene, come aveva spiegato più volte, lui non poteva pentirsi per qualcosa che non aveva fatto, anche se ha riconosciuto di essersi messo in gioventù dalla parte sbagliata. Non gli vogliamo credere? Intanto, quello che è certo è che è stato assolto e non grazie all’amnistia. Non mi sembra, poi, che sia stato l’unico nel vasto panorama della politica, della cultura, delle scienze ad essersi trovato negli anni verdi dalla parte sbagliata. E se qualche altro grande personaggio  ha deciso di pentirsi, chi ci garantisce che  non lo abbia fatto per pura convenienza?

 

In ogni caso Albertazzi ha avuto la ‘Cittadinanza onoraria’ per i sui indiscussi meriti artistici, riconosciuti a livello internazionale. Come suo allievo posso testimoniare che è stata una persona splendida, nonché un grande e generoso maestro. Albertazzi ha insegnato a generazioni di giovani se non a fare gli attori ad amare l’ arte, il teatro, il cinema, la poesia e gli ha donato gli strumenti per poterlo fare. Inoltre, posso assicurare che non esiste un suo allievo che oggi sia fascista o che abbia commesso delitti o scorrettezze nella società, quantomeno per essergli stato allievo, sodale o amico. Ecco perché non mi pento affatto di questa scelta: anzi, per me è stato un vero privilegio e un onore averlo fatto in memoria di uno dei più grandi artisti italiani del dopo guerra. Del resto ho sempre ritenuto che il pentimento sia un fatto personale e di coscienza individuale che non ha bisogno di essere sbandierato in pubblico per avere la patente di autenticità.

 

Parliamo allora del Festival. Che bilancio si sente di fare?

 

Direi senz’altro positivo. Con appena 20 mila euro in questa XVI edizione del Festival siamo riusciti a mettere in scena una ventina di spettacoli, compresi due eventi come la premiazione dell’Ombra della Sera e un concerto lirico, nonché quattro debutti in prima nazionale, tra cui Pan…crazio di Alma D’Addario. Quest’anno ci siamo aperti anche al cinema con la prima nazionale del film Il diritto di uccidere interpretato da Alan Rickman, questo grande attore britannico scomparso recentemente. Inoltre, abbiamo fatto una rievocazione storica sui gladiatori e incentivato il teatro amatoriale con una decina di compagnie in giro per la città. Complessivamente sono stati coinvolti tre-quattro mila spettatori, dei quali un 50% di turisti, in prevalenza stranieri. Si è trattato di un Festival fatto di prosa, musica, danza e lirica. In estrema sintesi, è stato un anno stupefacente anche se ci è costato una grande fatica.

 

Parliamo allora della serata finale di premiazione con la consegna della copia di una statuina etrusca intitolata da Gabriele D’Annunzio Ombra della Sera.

 

Insieme al conferimento della Cittadinanza onoraria a Pia Tolomei di Lippa (moglie di Albertazzi) da parte del Sindaco di Volterra Marco Buselli e della proiezione di un interessante documentario sulla vita dell’artista, la serata del 3 agosto scorso, condotta dalla giornalista Floriana Mastandrea, ha premiato la grande attrice Mariangelo D’Abbraccio, il noto scrittore Rocco Familiari (che non è potuto venire per motivi di salute) e il cantante, ballerino e compositore Antonio Menicucci.

 

Inoltre, è stato dato un premio alla memoria al compianto Direttore di scena Edoardo Lelio nelle mani dei familiari mentre la grande attrazione è stata sicuramente Patrizia Ciofi, soprano di livello mondiale. Tutti questi nomi sono stati selezionati da un’autorevole giuria presieduta dal grande storico del Teatro Giovanni Antonucci. Alla riuscita della serata hanno poi collaborato i pianisti David Dainelli e Joachim Baar.

 

A questo punto, oltre all’Amministrazione di Volterra mi preme di ringraziare anche i pochi ma convinti sponsor tra cui, in prima fila, la Fondazione Cassa di Risparmio di Volterra con il suo Presidente Augusto Mugellini, l’Associazione Teatri di Pietra, alcune aziende private come La Fattoria di Lischetto (che ha offerto un apprezzatissimo buffet), Conad, Altair, Knauf, Camera di commercio di Pisa, Società Chimica Larderello, Soprintendenza Beni Archeologici Toscana, insieme a molti semplici cittadini, tutti convinti che il Festival rappresenti ormai un lustro per la città. Infine, a questa manifestazione hanno assistito e partecipato anche diversi giornalisti e scrittori come Tania Croce o Vito Bruschini, autore di diversi best seller e che sta lanciando il suo nuovo libro ‘Il Vangelo proibito’. Insomma, è stata una bellissima serata che certamente non verrà ricordata per i pentimenti. In ogni caso sulla questione intendiamo calare definitivamente il sipario.

 

Vedere Video sulla Serata di premiazione: https://www.youtube.com/watch?v=P0Nk1GRxz1s

 

A VOLTERRA LA NUOVA OPERA DI ALMA DADDARIO: PAN…CRAZIO

Posted by Varo De Maria On luglio - 23 - 2016 Commenti disabilitati su A VOLTERRA LA NUOVA OPERA DI ALMA DADDARIO: PAN…CRAZIO

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Foto: Simone Migliorini con Carlotta Bruni. Nel riquadro Alma Daddario.

 

E’ nella cornice di uno dei più bei teatri romani esistenti sul territorio nazionale che abbiamo assistito lo scorso 17 Luglio a uno spettacolo straordinario per originalità e impatto emotivo: “Pan…crazio: la musica, l’istinto, l’impulso e la paura” della drammaturga e scrittrice Alma Daddario. Una proposta originale, una sorta di riscrittura contemporanea del mito di Pan: il semidio metà capra metà uomo, abbandonato dalla madre per la sua spaventosa bruttezza, inventore del flauto. Attraverso una scrittura molto attenta alla sonorità e dal ritmo serrato, l’autrice da voce al protagonista: Pancrazio, un musicista contemporaneo dall’infanzia difficile, segnata dall’abbandono della madre e dal controverso rapporto con un padre dispotico, egocentrico e perfezionista che ne mina le sicurezze.

 

Pancrazio cresce con un’inevitabile e insaziabile fame d’affetto, che cerca soprattutto nelle donne. Maldestri tentativi di seduzione ai limiti della violenza, situazioni paradossali e anche comiche, si alternano ad alterchi con il genitore, a farneticazioni oniriche con figure femminili portanti, in quello che ci è apparso un vero e proprio viaggio nell’inconscio attraverso dubbi e paure che in fondo appartengono a tutti noi.

 

Non si risparmia in questa non facile prova d’attore Simone Migliorini, che dando voce a tutti i personaggi, dimostra un virtuosismo e una sensibilità senza pari. Ma altri virtuosi in scena contribuiscono alla magìa della messa in scena: il maestro David Dainelli, che oltre alla presenza ha firmato le musiche originali per lo spettacolo, la brava violinista Angela Zapolla, l’ispirata danzatrice Carlotta Bruni, che evoca i fantasmi di un femminino onnipresente seppur sfuggente.

 

Una compagnia di virtuosi che nella cornice del vitruviano Teatro Romano, ha contribuito ad amplificare l’atmosfera di emozione per un pubblico coinvolto e attento. Il finale a sorpresa, condito da scroscianti applausi.

 

“Pan…crazio: la musica, l’istinto, l’impulso e la paura”

Autrice: Alma Daddario

Protagonista: Simone Migliorini

Musiche originali e dal vivo: David Dainelli

Violino: Angela Zapolla

Danzatrice-coreografa: Carlotta Bruni

In scena al Festival Internazionale del Teatro Romano di Volterra

 

Link dello spettacolo

 

Festival di Volterra

Sotto la direzione di Simone Migliorini e’ giunto alla XIV edizione il Festival Internazionale del Teatro Romano di Volterra consolidato appuntamento con le arti performative e non solo. Nel ricco calendario spettacoli, eventi musicali, una serata verrà dedicata al maestro Giorgio Albertazzi, e in anteprima mondiale assoluta un omaggio ad Alan Rickman con la proiezione del film “Il diritto di uccidere” non ancora distribuito nelle sale. Oltre al lavoro di Alma Daddario “Pancrazio, la musica l’istinto e la paura” sono stati inseriti nel cartellone “Geometrie della passione” di Aurelio Gatti e Cinzia Maccagnano; “Arianna ha perso il filo” di Barbara Bovoli; “Rag time e…” con David Dainelli. Inoltre verrà presentato ‘Tanaquilla‘ di e con Isabel Russinova, mentre Iaia Forte interpreterà “Erodiade” di Giovanni Testori. Infine, nell’ambito di una serata speciale verranno consegnati i premi ‘Ombra della Sera’.

ALBERTA BELLUSSI: “VESTITI USATI? UNA GRANDE RISORSA SOCIALE”

Posted by Varo De Maria On giugno - 30 - 2016 Commenti disabilitati su ALBERTA BELLUSSI: “VESTITI USATI? UNA GRANDE RISORSA SOCIALE”

Foto: mercatino di scambio/baratto/vendita. Riquadri: la Bellussi e il gruppo delle donne promotrici.   

 

Laureata in Lingue e Letterature Straniere, scrittrice e collaboratrice di molte  testate locali,  Alberta Bellussi vive nella Provincia di Treviso. Da molti anni segue con particolare attenzione e competenza le problematiche ambientali,  collaborando assiduamente sulla testata online www.oggitreviso.it e sulla webTv www.venetoglobe.com (dove cura la rubrica  Ecologia e Territori), oltre a gestire un proprio Blog. Mamma di un bambino di 12 anni chiamato Riccardo, la Bellussi ha maturato anche una decennale esperienza politica come Assessore all’Ambiente, al Sociale e alle Politiche Giovanili di un piccolo Comune. Profondamente orgogliosa delle sue origini venete, dotata di una forte personalità e molto severa con se stessa, la Bellussi oltre a divorare libri e a viaggiare spesso, dedica buona parte del suo tempo all’associazionismo e ad alcune iniziative particolari, come quella di dare una ‘destinazione sociale’ ai vesti usati. Ed è proprio su questo particolare impegno che l’abbiamo intervistata.

 

Lei da molto tempo fa parte di un’associazione a carattere sociale chiamata Riusiamo che si occupa di Riuso. Come è nata questa Associazione, cosa fa esattamente e in quali ambiti territoriali opera?

 

RiusiAMO nasce da un idea comune che ho condiviso con l’amica Enrica. Ad entrambe piaceva realizzare un evento a tutto tondo che promuovesse la filosofia del riciclo e del riuso; del non si getta nulla perché potrebbe servire ad altre persone.  Il logo di RiusiAMO è un cuore formato dalla parola AMO per sottolineare  l’amore per l’ambiente e la salute del nostro Pianeta. RiusiAMO è un gruppo, non è ancora un’Associazione; siamo una ventina di donne. Ognuna di noi ha le sue abilità, le sue conoscenze che condividiamo per promuovere la pratica del riciclo e del riuso. Siamo innamorate di questo mondo e lo vorremo lasciare un po’ migliore ai nostri figli.

 

Il nostro evento si svolge il 25 aprile  in un bellissimo Borgo storico della Provincia di Treviso, Borgo Malanotte, nella Frazione di Tezze di Piave.  In quella giornata si svolgono mercatini di Scambio/baratto/vendita, sfilate di moda con vestiti Vintage, laboratori di riuso creativo per  adulti e bambini, nonché la manifestazione ECOGIOCANDO: un laboratorio di giochi creati con materiale di riciclo insieme a uno spazio musicale dedicato ai gruppi che suonano con strumenti musicali ricavati da materiale riciclato. Infine, ci sono seminari di ogni tipo inerenti al tema, mostre d’arte sempre con materiali di riciclo e cucina a spreco zero. E’ un evento che si pregia del logo di Ecoevento dato dal C.I.T (Compagnia Italiana Turismo) e da Savno (Servizi Ambientali Veneto Nord Orientale). E’ un idea molto bella e ben articolata che abbiamo proposto al nostro Consorzio Igiene della Sinistra Piave e a Savno perché, dato il successo che riscontra, diventi evento di riferimento di queste tematiche.

 

Premesso che vestirsi dignitosamente è un diritto fondamentale, secondo lei cosa dovrebbe fare lo Stato per risolvere questo problema che ha numerosi risvolti, tra cui anche quello di facilitare o meno la ricerca di un lavoro?

 

Mah è una domanda molto bella alla quale non si riesce a dare la risposta che eticamente sarebbe giusto dare. Avendo operato molti anni nel sociale per il Comune di Vazzola, per il quale sono stata Assessore, posso dire che lo Stato non considera questa tematica come parte delle priorità sociali. In realtà la crisi e la diffusione della povertà, anche in classi sociali che avevano sempre vissuto dignitosamente, fa sì che nascano esigenze e necessità fino a prima sconosciute. I pochi soldi a disposizione di una famiglia vengono spesi per le necessità primarie che diventano il cibo, i farmaci, la scuola e il vestirsi passa in secondo luogo. Lo Stato demanda questa nuova emergenza alle associazioni e a qualche Comune che si ingegna di suo come può e con le risorse che ha.  Però realmente a far fronte a questa nuova esigenza ci sono le Associazioni benefiche che hanno dei veri e propri spazi dove distribuiscono abbigliamento usato. Sono nati, anche, molti negozi dell’usato che fino a poco tempo fa venivano snobbati e ora sono sovraffollati.  La grande novità, però,  sono gli eventi, i mercatini dello scambio -baratto – vendita di usato, i swappy party ecc che erano fenomeni di moda solo a Londra, Parigi ecc. C’è una nuova dignità dell’abito usato perché rientra anche in una nuova sensibilità green.

 

Quali sono i dati della raccolta di abiti e quale è la tendenza italiana?

 

Il principio del “non si butta via niente” sta generando una spirale molto interessante, soprattutto se i considera il momento di crisi generalizzata del sistema Italia. A ogni cambio di stagione o quando crescono i bambini, nelle famiglie si raccolgono in un sacco gli abiti da dare via: ogni italiano ne produce – tra vestiti e accessori – 4 chilogrammi l’anno. Qualcuno li porta alle associazioni caritatevoli, molti li conferiscono nei cassonetti gialli presenti in quasi tutti i comuni italiani. E proprio in questi cassonetti gialli si nasconde un tesoro per il riciclo e il riutilizzo: delle 110.000 tonnellate di abiti raccolti, quasi tutto è riutilizzabile o riciclabile e se la raccolta fosse fatta in modo efficiente porterebbe a un risparmio annuo di 36 milioni di euro del costo di smaltimento dei rifiuti urbani. Le 80.000 tonnellate che vengono raccolte ogni anno potrebbero essere oltre il triplo se la raccolta venisse fatta capillarmente nei comuni. Oggi siamo fermi a 1,3 chili di rifiuti tessili differenziabili, molto lontani dalla media europea di 7 chili pro capite.

 

Recentemente sono avvenuti numerosi scandali, soprattutto a Roma e a Napoli, nella raccolta e distribuzione di vestiti usati, che non venivano dati ai poveri ma venduti in Africa ed Europa orientale. Di questa materia sono competenti soprattutto i Comuni. Secondo lei come è possibile evitare che si ripetano questi fenomeni?

 

Purtroppo in ogni ambito e in ogni settore accadono truffe e cose poco etiche, sia dal punto di vista umano che sociale. Credo che l’unico modo per combattere queste cattive pratiche sia quello di sensibilizzare i Comuni affinché i tessuti, i vestiti e l’abbigliamento gettati vengano presi nella massima considerazione. Così facendo, i Comuni avrebbero anche un vantaggio rispetto all’obbligo del 65% di raccolta differenziata imposto dall’Unione europea, perché anche il vestiario usato è calcolato come rifiuto differenziato. Inoltre, ci sono altre due strade da considerare: la prima, praticata da pochi, è quella di gestire in proprio la raccolta e il conferimento degli abiti usati. La seconda, devolvere alla Caritas  il margine economico ricavato, sotto forma di contributo per le mense dei poveri o proprio nella distribuzione degli abiti. E questa è la strada maggiormente battuta.

 

Secondo i dati raccolti dal Conau, il Consorzio Nazionale Abiti e Accessori, una percentuale tra il 50 e il 70% dei Comuni italiani mette in pratica una capillare raccolta degli abiti tramite i cassonetti gialli, uno ogni 1.500 abitanti, in base all’accordo firmato dall’Associazione Nazionale Comuni Italiani con la Conau. Se la raccolta diventasse più diffusa, si potrebbe arrivare alla soglia delle 300.000 tonnellate l’anno di abiti usati raccolti, dai 3 ai 5 chilogrammi pro capite, avvicinandosi così alla media degli altri Paesi europei e risparmiando i 36 milioni di euro annui del costo di smaltimento dei rifiuti urbani. Anche perché gli abiti che chiusi nei sacchi vengono conferiti nei cassonetti gialli sono rifiuti, ma non lo sono fino in fondo perché per il 50- 60% è materiale che viene trattato come tale. Gli abiti recuperabili subiscono un processo di igienizzazione e vengono poi venduti come vestiti usati nei mercatini. Il restante viene trasformato in materia prima e utilizzato per materassi, pannelli fonoassorbenti, oppure usato per recuperare la fibra tessile. In pratica, la fase di trattamento prevede prima la selezione, in cui si divide la merce e si eliminano i materiali estranei, e l’igienizzazione, per raggiungere le specifiche microbiologiche indicate dalla legge.

 

Il riciclo e il riuso dei rifiuti che benefici portano all’ambiente?

 

Il recupero degli abiti usati non è solo una buona pratica di riciclo e riutilizzo: raccogliere e riconvertire un chilo di rifiuti tessili può ridurre di 3,6 chilogrammi le emissioni di CO2, di 6mila litri il consumo di acqua, di 0,3 chilogrammi di fertilizzanti e di 0,2 chilogrammi di pesticidi. A stabilirlo è uno studio di un gruppo di ricercatori dell’università di Copenaghen, diffuso dalla Fondazione sviluppo sostenibile. Confrontando i dati della produzione nazionale di rifiuti urbani con la raccolta differenziata totale e la raccolta specifica della frazione tessile dal 2001 al 2008, lo studio dei ricercatori danesi fa notare come quest’ultima sia raddoppiata, passando dallo 0,11% allo 0,22%, mentre il valore medio pro-capite ha subito solo un lieve aumento, anche se resta sostanziale la differenza tra le aree del Nord, Centro e Sud Italia. E se la raccolta fosse fatta in modo corretto, secondo l’università di Copenaghen si potrebbero recupero dai 3 ai 5 chilogrammi l’anno di rifiuti tessili che altrimenti vengono gettati nei rifiuti indifferenziati. Questo vorrebbe dire togliere dalle discariche circa 240.000 tonnellate di rifiuti  tessili, risparmiando ogni anno 864.000 tonnellate di emissioni di Co2, 72.000 tonnellate di fertilizzanti e 48.000 tonnellate di pesticidi.

 

Attraverso il programma  FEAD l’Unione Europea intende combattere non solo la Fame ma anche altre privazioni, tra le quali anche la mancanza di vestiti. Lei come giudica la politica europea in materia?

 

Il Fondo di aiuti europei agli indigenti (FEAD) ha assegnato all’Italia  670 milioni di euro per il periodo 2014-2020 per fornire generi alimentari e altre forme di assistenza materiale alle persone più bisognose nel paese (questa cifra sarà affiancata da 118 milioni di euro provenienti da risorse nazionali). Si tratta del programma FEAD più grande dell’UE per dotazione finanziaria. Il fondo offre un importante contributo finanziario per coprire i bisogni più urgenti, con particolare attenzione ai più vulnerabili, come le persone senza fissa dimora e i bambini di famiglie indigenti. Sono convinta che il programma avrà un ruolo chiave nella lotta contro la povertà e l’esclusione sociale nel paese. Lo Stato  nella consegna degli aiuti alimentari si avvale di una vasta rete di 15.000 organizzazioni non governative locali, che distribuiscono cibo nelle mense, in forma confezionata, oppure direttamente pasti caldi e bevande per i senzatetto. Sono iniziative e fondi molto importanti per far fronte a queste emergenze sociali. La speranza è sempre la stessa, cioè, che chi è designato a distribuire questi fondi li utilizzi per il fine che sono stati emessi.

 

 

OPERA IN PIAZZA: A ODERZO UNA TURANDOT ‘STELLARE’

Posted by Varo De Maria On giugno - 17 - 2016 Commenti disabilitati su OPERA IN PIAZZA: A ODERZO UNA TURANDOT ‘STELLARE’

 Locandina della Turandot a Oderzo

 

Per la ventiseiesima volta la piccola cittadina di Oderzo, in provincia di Treviso, diventerà con la Turandot di Puccini (nei giorni 8 e 9 luglio),  una delle capitali mondiali della lirica estiva. In passato molti hanno definito Opera in Piazza la sorella minore dell’Arena di Verona; in realtà questa manifestazione, ideata e gestita dalla famosa coppia di cantanti lirici, il soprano Maria Grazia Patella e il tenore Miron Solman (vincitori nel 2015 del premio Ombra della Sera di Volterra, come migliori promotori culturali), è diventata a tutti gli effetti una maggiorenne dalle potenzialità indiscusse. Ma oltre a godere della simpatia e della collaborazione della ‘sorella maggiore’ residente nella patria di Giulietta,  Opera in Piazza ha potuto contare anche su un dinamico gemellaggio con una ‘cugina’ slovena: parliamo del famoso Teatro di Maribor, che praticamente da sempre affianca l’Opera di Oderzo.

 

Tutti insieme hanno consentito che alcuni dei più grandi artisti in circolazione (cantanti, registi, scenografi, ballerini) per due sere all’anno lascino senza lauti compensi  i grandi Teatri italiani ed esteri per incontrarsi in una piccola località e davanti a un pubblico che arriva con i Pullman da numerosi Paesi limitrofi. E visto che parliamo di ‘famiglia’ come non ricordare il padre spirituale: il grandissimo e indimenticabile tenore Giuseppe Di Stefano, che ha dato la sua personale benedizione alla manifestazione giusto poche settimane prima della sua tragica scomparsa. Non a caso, quindi,Opera in Piazza porta il nome della più soave e appassionata voce della storia della lirica

 

Anche quest’anno l’Orchestra del Teatro Nazionale dell’Opera di Maribor accompagnerà i Solisti Rebecca Lokar ( impegnata nello stesso periodo e con lo stesso ruolo di Turandot al Festival di Torre del Lago Puccini), il noto tenore veneziano Renzo Zulian, Andreja Zakonjšek Krt, Valentino Pivo, Martin Sušnik , Dušan Topolovec, Darko Vidic, Emilio Baroni, Jaki Jurgec. Affiancherà il Coro del Teatro  il Coro Lirico Opitergino  che darà il suo prezioso contributo. L’Opera sarà diretta da Loris Voltolini con la regia di Filippo Tonon.

 

 

Insieme alla splendida Opera di Puccini,  la stagione di Opera in Piazza di Oderzo (che, come ogni anno, si svolge in parte all’aperto e in parte all’interno) proporrà il  15 ottobre al Palasport  lo spettacolo Concerto Romantico con imponente scenografia che ricorda il grande libro della Musica, Orchestra, 4 straordinari solisti e due simpaticissimi presentatori. Sorpresa per il pubblico durante l’intervallo. Per chi fosse interessato ad acquistare gli ultimi biglietti disponibili per le due manifestazioni  suggeriamo di mettersi subito in contatto con la biglietteria Uff. IAT di ODERZO 0422-815251; Direzione 335702084

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