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Saturday, September 22, 2018

ALBERTA BELLUSSI: “VESTITI USATI? UNA GRANDE RISORSA SOCIALE”

Posted by Varo De Maria On giugno - 30 - 2016 Commenti disabilitati su ALBERTA BELLUSSI: “VESTITI USATI? UNA GRANDE RISORSA SOCIALE”

Foto: mercatino di scambio/baratto/vendita. Riquadri: la Bellussi e il gruppo delle donne promotrici.   

 

Laureata in Lingue e Letterature Straniere, scrittrice e collaboratrice di molte  testate locali,  Alberta Bellussi vive nella Provincia di Treviso. Da molti anni segue con particolare attenzione e competenza le problematiche ambientali,  collaborando assiduamente sulla testata online www.oggitreviso.it e sulla webTv www.venetoglobe.com (dove cura la rubrica  Ecologia e Territori), oltre a gestire un proprio Blog. Mamma di un bambino di 12 anni chiamato Riccardo, la Bellussi ha maturato anche una decennale esperienza politica come Assessore all’Ambiente, al Sociale e alle Politiche Giovanili di un piccolo Comune. Profondamente orgogliosa delle sue origini venete, dotata di una forte personalità e molto severa con se stessa, la Bellussi oltre a divorare libri e a viaggiare spesso, dedica buona parte del suo tempo all’associazionismo e ad alcune iniziative particolari, come quella di dare una ‘destinazione sociale’ ai vesti usati. Ed è proprio su questo particolare impegno che l’abbiamo intervistata.

 

Lei da molto tempo fa parte di un’associazione a carattere sociale chiamata Riusiamo che si occupa di Riuso. Come è nata questa Associazione, cosa fa esattamente e in quali ambiti territoriali opera?

 

RiusiAMO nasce da un idea comune che ho condiviso con l’amica Enrica. Ad entrambe piaceva realizzare un evento a tutto tondo che promuovesse la filosofia del riciclo e del riuso; del non si getta nulla perché potrebbe servire ad altre persone.  Il logo di RiusiAMO è un cuore formato dalla parola AMO per sottolineare  l’amore per l’ambiente e la salute del nostro Pianeta. RiusiAMO è un gruppo, non è ancora un’Associazione; siamo una ventina di donne. Ognuna di noi ha le sue abilità, le sue conoscenze che condividiamo per promuovere la pratica del riciclo e del riuso. Siamo innamorate di questo mondo e lo vorremo lasciare un po’ migliore ai nostri figli.

 

Il nostro evento si svolge il 25 aprile  in un bellissimo Borgo storico della Provincia di Treviso, Borgo Malanotte, nella Frazione di Tezze di Piave.  In quella giornata si svolgono mercatini di Scambio/baratto/vendita, sfilate di moda con vestiti Vintage, laboratori di riuso creativo per  adulti e bambini, nonché la manifestazione ECOGIOCANDO: un laboratorio di giochi creati con materiale di riciclo insieme a uno spazio musicale dedicato ai gruppi che suonano con strumenti musicali ricavati da materiale riciclato. Infine, ci sono seminari di ogni tipo inerenti al tema, mostre d’arte sempre con materiali di riciclo e cucina a spreco zero. E’ un evento che si pregia del logo di Ecoevento dato dal C.I.T (Compagnia Italiana Turismo) e da Savno (Servizi Ambientali Veneto Nord Orientale). E’ un idea molto bella e ben articolata che abbiamo proposto al nostro Consorzio Igiene della Sinistra Piave e a Savno perché, dato il successo che riscontra, diventi evento di riferimento di queste tematiche.

 

Premesso che vestirsi dignitosamente è un diritto fondamentale, secondo lei cosa dovrebbe fare lo Stato per risolvere questo problema che ha numerosi risvolti, tra cui anche quello di facilitare o meno la ricerca di un lavoro?

 

Mah è una domanda molto bella alla quale non si riesce a dare la risposta che eticamente sarebbe giusto dare. Avendo operato molti anni nel sociale per il Comune di Vazzola, per il quale sono stata Assessore, posso dire che lo Stato non considera questa tematica come parte delle priorità sociali. In realtà la crisi e la diffusione della povertà, anche in classi sociali che avevano sempre vissuto dignitosamente, fa sì che nascano esigenze e necessità fino a prima sconosciute. I pochi soldi a disposizione di una famiglia vengono spesi per le necessità primarie che diventano il cibo, i farmaci, la scuola e il vestirsi passa in secondo luogo. Lo Stato demanda questa nuova emergenza alle associazioni e a qualche Comune che si ingegna di suo come può e con le risorse che ha.  Però realmente a far fronte a questa nuova esigenza ci sono le Associazioni benefiche che hanno dei veri e propri spazi dove distribuiscono abbigliamento usato. Sono nati, anche, molti negozi dell’usato che fino a poco tempo fa venivano snobbati e ora sono sovraffollati.  La grande novità, però,  sono gli eventi, i mercatini dello scambio -baratto – vendita di usato, i swappy party ecc che erano fenomeni di moda solo a Londra, Parigi ecc. C’è una nuova dignità dell’abito usato perché rientra anche in una nuova sensibilità green.

 

Quali sono i dati della raccolta di abiti e quale è la tendenza italiana?

 

Il principio del “non si butta via niente” sta generando una spirale molto interessante, soprattutto se i considera il momento di crisi generalizzata del sistema Italia. A ogni cambio di stagione o quando crescono i bambini, nelle famiglie si raccolgono in un sacco gli abiti da dare via: ogni italiano ne produce – tra vestiti e accessori – 4 chilogrammi l’anno. Qualcuno li porta alle associazioni caritatevoli, molti li conferiscono nei cassonetti gialli presenti in quasi tutti i comuni italiani. E proprio in questi cassonetti gialli si nasconde un tesoro per il riciclo e il riutilizzo: delle 110.000 tonnellate di abiti raccolti, quasi tutto è riutilizzabile o riciclabile e se la raccolta fosse fatta in modo efficiente porterebbe a un risparmio annuo di 36 milioni di euro del costo di smaltimento dei rifiuti urbani. Le 80.000 tonnellate che vengono raccolte ogni anno potrebbero essere oltre il triplo se la raccolta venisse fatta capillarmente nei comuni. Oggi siamo fermi a 1,3 chili di rifiuti tessili differenziabili, molto lontani dalla media europea di 7 chili pro capite.

 

Recentemente sono avvenuti numerosi scandali, soprattutto a Roma e a Napoli, nella raccolta e distribuzione di vestiti usati, che non venivano dati ai poveri ma venduti in Africa ed Europa orientale. Di questa materia sono competenti soprattutto i Comuni. Secondo lei come è possibile evitare che si ripetano questi fenomeni?

 

Purtroppo in ogni ambito e in ogni settore accadono truffe e cose poco etiche, sia dal punto di vista umano che sociale. Credo che l’unico modo per combattere queste cattive pratiche sia quello di sensibilizzare i Comuni affinché i tessuti, i vestiti e l’abbigliamento gettati vengano presi nella massima considerazione. Così facendo, i Comuni avrebbero anche un vantaggio rispetto all’obbligo del 65% di raccolta differenziata imposto dall’Unione europea, perché anche il vestiario usato è calcolato come rifiuto differenziato. Inoltre, ci sono altre due strade da considerare: la prima, praticata da pochi, è quella di gestire in proprio la raccolta e il conferimento degli abiti usati. La seconda, devolvere alla Caritas  il margine economico ricavato, sotto forma di contributo per le mense dei poveri o proprio nella distribuzione degli abiti. E questa è la strada maggiormente battuta.

 

Secondo i dati raccolti dal Conau, il Consorzio Nazionale Abiti e Accessori, una percentuale tra il 50 e il 70% dei Comuni italiani mette in pratica una capillare raccolta degli abiti tramite i cassonetti gialli, uno ogni 1.500 abitanti, in base all’accordo firmato dall’Associazione Nazionale Comuni Italiani con la Conau. Se la raccolta diventasse più diffusa, si potrebbe arrivare alla soglia delle 300.000 tonnellate l’anno di abiti usati raccolti, dai 3 ai 5 chilogrammi pro capite, avvicinandosi così alla media degli altri Paesi europei e risparmiando i 36 milioni di euro annui del costo di smaltimento dei rifiuti urbani. Anche perché gli abiti che chiusi nei sacchi vengono conferiti nei cassonetti gialli sono rifiuti, ma non lo sono fino in fondo perché per il 50- 60% è materiale che viene trattato come tale. Gli abiti recuperabili subiscono un processo di igienizzazione e vengono poi venduti come vestiti usati nei mercatini. Il restante viene trasformato in materia prima e utilizzato per materassi, pannelli fonoassorbenti, oppure usato per recuperare la fibra tessile. In pratica, la fase di trattamento prevede prima la selezione, in cui si divide la merce e si eliminano i materiali estranei, e l’igienizzazione, per raggiungere le specifiche microbiologiche indicate dalla legge.

 

Il riciclo e il riuso dei rifiuti che benefici portano all’ambiente?

 

Il recupero degli abiti usati non è solo una buona pratica di riciclo e riutilizzo: raccogliere e riconvertire un chilo di rifiuti tessili può ridurre di 3,6 chilogrammi le emissioni di CO2, di 6mila litri il consumo di acqua, di 0,3 chilogrammi di fertilizzanti e di 0,2 chilogrammi di pesticidi. A stabilirlo è uno studio di un gruppo di ricercatori dell’università di Copenaghen, diffuso dalla Fondazione sviluppo sostenibile. Confrontando i dati della produzione nazionale di rifiuti urbani con la raccolta differenziata totale e la raccolta specifica della frazione tessile dal 2001 al 2008, lo studio dei ricercatori danesi fa notare come quest’ultima sia raddoppiata, passando dallo 0,11% allo 0,22%, mentre il valore medio pro-capite ha subito solo un lieve aumento, anche se resta sostanziale la differenza tra le aree del Nord, Centro e Sud Italia. E se la raccolta fosse fatta in modo corretto, secondo l’università di Copenaghen si potrebbero recupero dai 3 ai 5 chilogrammi l’anno di rifiuti tessili che altrimenti vengono gettati nei rifiuti indifferenziati. Questo vorrebbe dire togliere dalle discariche circa 240.000 tonnellate di rifiuti  tessili, risparmiando ogni anno 864.000 tonnellate di emissioni di Co2, 72.000 tonnellate di fertilizzanti e 48.000 tonnellate di pesticidi.

 

Attraverso il programma  FEAD l’Unione Europea intende combattere non solo la Fame ma anche altre privazioni, tra le quali anche la mancanza di vestiti. Lei come giudica la politica europea in materia?

 

Il Fondo di aiuti europei agli indigenti (FEAD) ha assegnato all’Italia  670 milioni di euro per il periodo 2014-2020 per fornire generi alimentari e altre forme di assistenza materiale alle persone più bisognose nel paese (questa cifra sarà affiancata da 118 milioni di euro provenienti da risorse nazionali). Si tratta del programma FEAD più grande dell’UE per dotazione finanziaria. Il fondo offre un importante contributo finanziario per coprire i bisogni più urgenti, con particolare attenzione ai più vulnerabili, come le persone senza fissa dimora e i bambini di famiglie indigenti. Sono convinta che il programma avrà un ruolo chiave nella lotta contro la povertà e l’esclusione sociale nel paese. Lo Stato  nella consegna degli aiuti alimentari si avvale di una vasta rete di 15.000 organizzazioni non governative locali, che distribuiscono cibo nelle mense, in forma confezionata, oppure direttamente pasti caldi e bevande per i senzatetto. Sono iniziative e fondi molto importanti per far fronte a queste emergenze sociali. La speranza è sempre la stessa, cioè, che chi è designato a distribuire questi fondi li utilizzi per il fine che sono stati emessi.

 

 

OPERA IN PIAZZA: A ODERZO UNA TURANDOT ‘STELLARE’

Posted by Varo De Maria On giugno - 17 - 2016 Commenti disabilitati su OPERA IN PIAZZA: A ODERZO UNA TURANDOT ‘STELLARE’

 Locandina della Turandot a Oderzo

 

Per la ventiseiesima volta la piccola cittadina di Oderzo, in provincia di Treviso, diventerà con la Turandot di Puccini (nei giorni 8 e 9 luglio),  una delle capitali mondiali della lirica estiva. In passato molti hanno definito Opera in Piazza la sorella minore dell’Arena di Verona; in realtà questa manifestazione, ideata e gestita dalla famosa coppia di cantanti lirici, il soprano Maria Grazia Patella e il tenore Miron Solman (vincitori nel 2015 del premio Ombra della Sera di Volterra, come migliori promotori culturali), è diventata a tutti gli effetti una maggiorenne dalle potenzialità indiscusse. Ma oltre a godere della simpatia e della collaborazione della ‘sorella maggiore’ residente nella patria di Giulietta,  Opera in Piazza ha potuto contare anche su un dinamico gemellaggio con una ‘cugina’ slovena: parliamo del famoso Teatro di Maribor, che praticamente da sempre affianca l’Opera di Oderzo.

 

Tutti insieme hanno consentito che alcuni dei più grandi artisti in circolazione (cantanti, registi, scenografi, ballerini) per due sere all’anno lascino senza lauti compensi  i grandi Teatri italiani ed esteri per incontrarsi in una piccola località e davanti a un pubblico che arriva con i Pullman da numerosi Paesi limitrofi. E visto che parliamo di ‘famiglia’ come non ricordare il padre spirituale: il grandissimo e indimenticabile tenore Giuseppe Di Stefano, che ha dato la sua personale benedizione alla manifestazione giusto poche settimane prima della sua tragica scomparsa. Non a caso, quindi,Opera in Piazza porta il nome della più soave e appassionata voce della storia della lirica

 

Anche quest’anno l’Orchestra del Teatro Nazionale dell’Opera di Maribor accompagnerà i Solisti Rebecca Lokar ( impegnata nello stesso periodo e con lo stesso ruolo di Turandot al Festival di Torre del Lago Puccini), il noto tenore veneziano Renzo Zulian, Andreja Zakonjšek Krt, Valentino Pivo, Martin Sušnik , Dušan Topolovec, Darko Vidic, Emilio Baroni, Jaki Jurgec. Affiancherà il Coro del Teatro  il Coro Lirico Opitergino  che darà il suo prezioso contributo. L’Opera sarà diretta da Loris Voltolini con la regia di Filippo Tonon.

 

 

Insieme alla splendida Opera di Puccini,  la stagione di Opera in Piazza di Oderzo (che, come ogni anno, si svolge in parte all’aperto e in parte all’interno) proporrà il  15 ottobre al Palasport  lo spettacolo Concerto Romantico con imponente scenografia che ricorda il grande libro della Musica, Orchestra, 4 straordinari solisti e due simpaticissimi presentatori. Sorpresa per il pubblico durante l’intervallo. Per chi fosse interessato ad acquistare gli ultimi biglietti disponibili per le due manifestazioni  suggeriamo di mettersi subito in contatto con la biglietteria Uff. IAT di ODERZO 0422-815251; Direzione 335702084

PILADE AL VASCELLO NEL RICORDO DI PASOLINI

Posted by Varo De Maria On aprile - 22 - 2016 Commenti disabilitati su PILADE AL VASCELLO NEL RICORDO DI PASOLINI

A quarant’anni dalla sua tragica morte il Teatro Vascello di Roma presenta Pilade, un lavoro estremamente impegnativo di Pier Paolo Pasolini. Tutto gira intorno all’eterno conflitto tra un passato che rispecchia valori sublimati e conditi dalla mitologia greca e un presente ormai spogliato da ogni valore culturale e sociale, tutto dedito alla ricerca del successo, del potere e dei soldi. I due eroi e amici contrapposti, nel bene e nel male, sono Pilade e Oreste, rispettivamente interpretati da Elio D’Alessandro e Marco Imparato. Il primo impegnato nella difesa dei valori che si stanno disperdendo in un mare di ipocrisie, volgarità e mancanza di cultura; l’altro disponibile a promuovere il nuovo mondo che contempla solo il successo a qualsiasi prezzo, anche quello di distruggere la democrazia.

 

Si tratta ovviamente di una drammatizzazione necessaria a un lavoro teatrale, anche se storicamente passato e presente rappresentano sostanzialmente un continuità, sia nel bene che nel male. Alcuni cenni storici del presente hanno poi un certo sapore di datazione, da anni settanta e ottanta, quando il ricordo della lotta partigiana e il conflitto di classe tra padrone e operai e contadini ancora non erano stato sommerso dal grande precariato universale determinato dalle nuove tecnologie.

 

Detto ciò è innegabile che ancora una volta Daniele Salvo ha saputo mettere in scena un lavoro che certamente non lascia indifferenti, motivando fortemente un cast di attori credibili e capaci, e che già alla prima sera ha registrato un’accoglienza molto favorevole dal pubblico. Si tratta, poi, di un nuovo successo della Fabbrica dell’attore del Teatro Vascello, che ha prodotto lo spettacolo e che da anni si è assunto il compito di presentare lavori altamente riflessivi e dai contenuti forti. Una vera sfida a un ‘moderno’ che sempre di più sembra gradire, o essere in grado di esprimere, solo uno sconsolante ‘Mi piace’ o ‘Non mi piace’.

 

Regia: Regia e drammaturgia Daniele Salvo; musiche Marco Podda; actor coach Melania Giglio; costumi Nika Campisi, Claudia Montanari; assistente alla regia  Alessandro Gorgoni; collaborazione di Fabiana di Marco. Foto di scena: Stefania Casellato.

 

Personaggi e interpreti; PILADE: Elio D’Alessandro; ORESTE: Marco Imparato; ELETTRA: Selene Gandini; ATENA: Silvia Pietta; SERVA DI ELETTRA / CORIFEA: Elena Aimone; CONTADINO / VECCHIO: Simone Ciampi; RAGAZZO: Michele Costabile; MESSAGGERO: Francesca Mària: SOLDATO: Simone Bobini; DONNA: Claudia Benassi; STRANIERO: Piero Grant; EUMENIDI: Elena Aimone, Sara Aprile, Claudia Benassi, Paola Giglio, Melania Fiore, Francesca Mària; CORO: Elena Aimone, Sara Aprile, Claudia Benassi, Simone Ciampi, Michele Costabile, Melania Fiore, Paola Giglio, Piero Grant, Francesca Mària, Sara Pallini.

Teatro Vascello: Via Giacinto Carini 78, Cap 00152 Monteverde Roma; www.teatrovascello.it

promozione@teatrovascello.it 065881021 – 065898031

 

 

 

AL PALLADIUM LA NUOVA SFIDA DELLA REGISTA PAOLA SARCINA

Posted by Varo De Maria On febbraio - 20 - 2016 Commenti disabilitati su AL PALLADIUM LA NUOVA SFIDA DELLA REGISTA PAOLA SARCINA

Foto: a sinistra il gruppo degli attori; a destra la regista Pola Sarcina.

 

Regista di teatro classico, contemporaneo e di Opera lirica, Paola Sarcina ha diretto una trentina di spettacoli in varie località. Intensa è stata anche la sua attività di promozione e comunicazione della cultura e dello spettacolo presso istituzioni e università in Italia, Germana e Stati Uniti. Dal 2000 ricopre  l’incarico di Presidente  dell’associazione culturale M.Th.I. mentre dal 2001 segue come direttore artistico il  festival internazionale Cerealia.

 

Ora si trova ad affrontare un altro compito decisamente complesso e impegnativo: il  26 febbraio prossimo dirigerà lo spettacolo ‘L’onda di Maometto’ al Teatro Palladium di Roma che appartiene all’Università Roma Tre. Si tratta di un testo scritto da due noti giornalisti, Alberto La Volpe ed Emilio Zanotti, e teatralizzato da Stefania Porrino. Il lavoro prospetta il rapimento, da parte di un gruppo terroristico, di una giornalista televisiva inviata in Pakistan. Un argomento estremamente delicato e attuale. Ma anche una buona occasione per conoscere più da vicino questa regista e attivissima operatrice culturale.  

 

Per cominciare una domanda che viene spontanea: di questi tempi non è pericoloso mettere nel titolo ‘Maometto’, soprattutto in un testo che parla di rapimento e terrorismo?

 

Ho fatto anche io questa domanda ai due autori. Da quello che so, lo spettacolo è stato scritto due anni fa e ha avuto già lo scorso anno una presentazione al pubblico al Teatro Argentina, in forma di reading e in seguito alle Isole Eolie, messo in scena da una compagnia locale. Gli autori non hanno ritenuto che fosse un problema nominare il Profeta nel titolo, visto che la storia si riferisce alla “messa in onda” di un video che fa riferimento proprio al Profeta Maometto. Avendo depositato il testo già molto prima che avvenissero i fatti di Parigi e quelli più recenti in Turchia, non hanno ritenuto però opportuno modificarlo. Quindi abbiamo preso atto delle loro decisioni, sperando anche che il pubblico capisca che lo spettacolo rispetta assolutamente la cultura islamica. Infatti oltre a mettere in discussione il sistema dei media e del loro stare sulla notizia, propone come soluzione per la ricerca di una visione umana comune proprio il dialogo tra le due culture e religioni. Infatti la trattativa per il rapimento viene affidata a due professori di islamistica, un egiziano mussulmano e un italiano cristiano; attraverso il loro dialogo si intende  recuperare quel senso di coesistenza, rispetto e pietà che dovrebbe unirci.

 

Si tratta di un lavoro scritto da due famosi giornalisti e adattato da Stefania Porrino. Come regista quale impronta Lei ha cercato di dare a questo lavoro sicuramente impegnativo e di grande attualità?

 

Mi sono preoccupata di fare in modo che il testo emergesse nel modo più chiaro possibile, senza creare interferenze o artifizi scenici. Dare quindi spazio alla parola e al lavoro interpretativo ed espressivo degli attori. La messa in scena è molto essenziale, anche perché si tratta di un progetto che nasce da un laboratorio teatrale dell’Università Roma Tre, quindi non abbiamo grandi mezzi. Ma in ogni caso l’idea era comunque quella appunto dell’essenzialità. Lo spettacolo è già scritto pensando che i diversi spazi scenici in cui l’azione è suddivisa coesistano sul palcoscenico e si alternino solo grazie a un gioco di luci. Così la mia scelta è stata quella anche di usare pochi arredi scenici che sono realizzati in cartone (materiale che rimanda anche alla fragilità del nostro mondo), grazie alla collaborazione con la Generoso Design. I diversi video che compaiono nello spettacolo sono stati realizzati e assemblati da un giovane regista iraniano, anche lui studente del DAMS di Roma Tre. In ultimo ho deciso di non dare un volto ai terroristi, proprio a contrasto della sovraesposizione mediatica che questi subiscono e che loro stessi creano, avendo oggi una grande capacità di prenotazione sul web, con i video da loro stessi realizzati e diffusi. Per questo le scene ambientate nel covo dove è prigioniera la giornalista, sono costruite secondo la tecnica del teatro delle ombre.

 

Gli attori sono quasi tutti giovanissimi. In che modo e sulla base di quali criteri sono stati selezionati?

 

Sì, gli attori sono tutti giovani tra i 25 e i 30 anni, laureandi del DAMS Roma Tre o di altri corsi di studio della stessa Università. Così come sono studenti del DAMS anche l’assistente alla regia e il regista dei video. Unico attore esterno, anche lui giovane è Mariano Riccio, che ricopre il ruolo del professore egiziano. I giovani sono stati coinvolti dall’Università, come dicevo, nell’ambito delle attività di laboratorio che la stessa Università porta avanti. Io mi sono occupata quindi di assegnare i ruoli in base alle loro specificità fisiche ed espressive. Devo dire che il casting è risultato efficace e ogni personaggio è bel calzante ai giovani interpreti che, in quasi due mesi di prove, hanno mostrato di saper entrare efficacemente nei diversi personaggi e spero potranno dimostrarlo anche al pubblico la sera del 26 febbraio. Per questo ritengo che lo spettacolo meriterebbe di avere altre occasioni di replica; i ragazzi lo meritano di sicuro e il testo anche.

 

Il Teatro Palladium, che appartiene all’Università Roma Tre, si sta prospettando come uno dei pochi Teatri sperimentali rimasti a Roma. Personalmente come vede in prospettiva il rapporto tra il Teatro e il mondo universitario in Italia? 

 

Il Teatro Palladium credo sia un unicum nel panorama italiano. Non mi risulta che in Italia vi siano altre università statali che siano proprietarie di uno spazio teatrale professionale di 500 posti. È sicuramente una grande opportunità e una sfida che spero l’Università Roma Tre sia in grado di cogliere e far fruttare nel tempo, soprattutto dopo che diventerà operativa la Fondazione a cui passerà la gestione del teatro. Spero che altre Università pubbliche possano seguire questo esempio. L’Università è e può essere luogo di ricerca e sperimentazione, non solo per le materie scientifiche, ma anche per quelle culturali ed artistiche. La possibilità di creare progetti culturali condivisi in modo trasversale anche da più dipartimenti, è sicuramente una opportunità di crescita e di stimolo per l’Università stessa e per il pubblico. Questo è stato compreso anche da altre Università quali ad esempio la Pontificia Università Salesiana, dove dal prossimo anno accademico collaborerò con il Dipartimento di Lettere Greche e Latine a un progetto sulla drammaturgia classica e la sua rilettura moderna.

MYRIAM SPAZIANI: NATUROPATIA FA RIMA CON SANA LONGEVITA’

Posted by Varo De Maria On febbraio - 2 - 2016 Commenti disabilitati su MYRIAM SPAZIANI: NATUROPATIA FA RIMA CON SANA LONGEVITA’

 Myriam Spaziani, naturopata

 

Originaria di Frosinone, madre di due figli, sociologa nonché specializzata e operante da molti anni nel settore socio santario, Myriam Spaziani attualmente vive a Formia dove gestisce uno studio di naturopatia, una disciplina che in Italia, a differenza di molti altri Paesi, si deve ancora scontrare con forti resistenze in ambito medico e di tutto il sistema sanitario. Ed è proprio per capire in cosa consistono queste resistenze siamo andati a intervistarla.

 

Come è nato il suo interessamento per la naturopatia?

 

Nasce grazie a un’esperienza che mi ha visto nella condizione di non riuscire a risolvere un problema personale con la medicina tradizionale. In sostanza, non riuscivo a capire la cause del mio malessere ma solo di attenuare i sintomi. Ho, quindi,  iniziato a esplorare il mondo della cosiddetta ‘medicina alternativa’. E il risultato si è rivelato più che soddisfacente. Da quel momento ho iniziato ad approfondire l’argomento fino a diventare io stessa una naturopata.

 

Ci può raccontare, in estrema sintesi, come è nata storicamente la naturopatia e con quali mezzi curate le varie malattie, facendo magari qualche esempio concreto?

 

I fondamenti della naturopatia o della medicina naturopatica risalgono alla fine del XIX secolo. Le prime elaborazioni sono state compiute negli Stati Uniti ma poi si sono diffuse in tutto il mondo con grande successo in Paesi come la Francia, la Germania e l’Inghilterra. Comunque, è bene precisare subito che il naturopata non cura la malattia, tanto meno fa diagnosi e terapie ma è un operatore del benessere. Tende, cioè, a ripristinare e mantenere l’equilibrio energetico della persona intesa come unità psico-fisica.

 

Cosa distingue la naturopatia dalla medicina tradizionale?

 

L’approccio è completamente diverso: quello naturopatico è un approccio integrale verso la persona mentre la medicina tradizionale è organicista, nel senso che approfondisce l’osservazione sul singolo organo e non sulla persona nel suo insieme, sul  suo passato, sulle sue difficoltà esistenziali, sulle sue relazioni, sul suo vissuto, suo stile di vita, ecc. Questo diverso approccio comporta un diverso esito nel trattamento della persona e risposte diverse della persona al trattamento. Il naturopata cerca di individuare gli altri problemi, che spesso sono nascosti ma quasi sempre sono all’origine del disturbo evidenziato.

 

Come si diventa naturopata?

 

La via canonica è il corso triennale di naturopatia presso le scuole ufficiali esistenti in Italia. Al corso triennale vanno aggiunti i vari corsi di specializzazione e un continuo aggiornamento.

 

Per molti esponenti della medicina tradizionale i vostri interventi non sono fondati scientificamente e si basano su costrutti teorici non dimostrati. Lei cosa risponde?

 

Fortunatamente nel corso degli studi regolari di naturopatia sono previsti esami di anatomia, fisiologia, patologia, chimica, biochimica, ecc. In ogni caso, abbiamo una vasta letteratura di successi ottenuti nel trattamento di diverse problematiche. E poi, il sistema sanitario italiano tende non solo a mettere in dubbio la validità della naturopatia ma anche di altre branche della medicina. In ogni caso, in diversi altri Paesi europei e negli Stati Uniti la naturopatia vien tranquillamente accettata e riconosciuta. Sono convinta che presto ciò avverrà anche in Italia.

 

In Italia la naturopatia non fa, comunque, parte del comparto sanitario e non è specificatamente normata. Tutto ciò cosa comporta, anche dal punto di vista sociale?

 

Comporta tutta una serie di ambiguità e difficoltà, non ultimo l’aspetto della non libertà di cura.

 

In conclusione, secondo lei per quali motivi sarebbe opportuno rivolgersi al neuropata?

 

Oggi non è semplice mantenere lo stato di salute in buone condizioni, riuscire a fronteggiare l’aggressività ambientale e procurarsi un’alimentazione equilibrata, nonché organizzarsi uno stile di vita che possa permettere un equilibrio psico-fisico ottimale. Il naturopata può costituire un valido sostegno per mantenere un buon equilibrio energetico o ripristinare tal equilibro qualora avesse subito un deficit.

IL BELLO DELLA COPPIA CHE SCOPPIA. IN UN LIBRO DI LAURA AVALLE

Posted by Varo De Maria On novembre - 25 - 2015 Commenti disabilitati su IL BELLO DELLA COPPIA CHE SCOPPIA. IN UN LIBRO DI LAURA AVALLE

 Laura Avalle

 

In genere bastano pochi attimi per avere lo schizzo di una persona. Poi, è vero, si può stare insieme tutta una vita e ancora non si è capito quasi niente. Nel caso di Laura Avalle, ‘vale’ (ed è proprio il caso di abusare della rima) solo il secondo assioma. Lei si descrive semplicisticamente come una donna “ottimista, innamorata della vita, sognatrice ad occhi aperti”. Nella realtà dietro il suo sorriso ‘acqua e sapone’ si si nasconde un mondo di turbolenze, contraddizioni, conflitti interiori. Tutti ingredienti che lei ha buttato senza esitazioni nel suo libro ‘Le altre me’ (non poteva, ovviamente, scegliere un titolo meno contorto) che ‘rischia’ di trasformarsi in un grande successo editoriale.

 

Giornalista, piemontese, residente a Milano, la Avalle dirige la rivista ‘Vero Salute’ (dell’ex gruppo Guido Veneziani), oltre a coltivare con grande passione la medicina. Ma qui ci fermiamo sulla sua vita professionale. Tornando al libro, l’ autrice ha ambientato un raccconto intrigante tra Cuba, Milano e Toscana:  “un intreccio”, è stato scritto, “tra esoterico e spirituale, eros e amore. Una storia anche di riscatto che, a dirla con le parole dell’editore, vi farà dimenticare le sfumature di grigio”. Cerchiamo allora di scoprire qualcosa in più sulla ‘vera natura’ (si fa per dire) di questa giovane scrittrice che sicuramente frà parlare molto di sé.

 

Per cominciare, come è nata l’idea di scrivere questo libro?

 

Era il 2013: un anno complesso per me, sotto tanti punti di vista. Stavo perdendo Agnese, la nonna paterna alla quale ero molto legata. E’ stato proprio in quell’occasione che ho iniziato a scrivere. Pagine e pagine per buttare fuori tutto il dolore che provavo dentro. Successivamente, poco dopo la sua scomparsa, sono andata a Cuba dove viveva mia sorella. Lì ho conosciuto la Santeria e ho avuto modo di intervistare la veggente più potente di tutta l’Avana. E’ stata un’esperienza meravigliosa venire a contatto con queste realtà e con la religione Yoruba.

 

Assistere ai riti, andare alle processioni, confondermi tra la folla dei fedeli. Quando sono tornata in Italia ho messo tutto in quelle pagine, che giorno dopo giorno avevo accumulato, dentro un cassetto e non ci ho più pensato. Mancava la struttura, non c’era la storia. Che è arrivata poco dopo, quando ho conosciuto Solange e Marta Ferri, la protagonista. Ho capito che in qualche modo potevo legare il discorso dell’eros a quello dell’esoterismo e a una sorta di spiritualità laica. L’impianto si sarebbe stravolto del tutto, come poi è successo, ma la sfida era affascinante. Il risultato è questo romanzo di 336 pagine.

 

Qual è l’argomento principale che hai affrontato?

 

Ho analizzato nel profondo le dinamiche della vita di coppia. Nello specifico quelle di Marta e Luca, insieme da oltre sette anni che, da un giorno all’altro, hanno smesso di essere complici. Il loro rapporto, entrato nella routine, si è sgretolato senza un perché. E così, senza neanche esserne consapevoli, hanno smesso di cercarsi, di parlarsi, di confrontarsi. I loro rapporti sempre più sporadici e meccanici, fino a quella decisione, presa di comune accordo, di varcare il confine. Di realizzare le fantasie sessuali che ciascuno di loro ha sempre in qualche modo avuto e tenuto per sé. Ma poi sono andati oltre. A ogni confine raggiunto, se ne presentava un altro da realizzare. E la posta in gioco sempre più alta: gang-bang, giochi pericolosi, locali in cui tutto è permesso, pratiche giapponesi. E ancora, ancora, ancora. In un’overdose di sesso e di perversioni che li ha allontanati sempre di più.

 

Ci dica qualcosa anche sulla tua passione professionale. Complessivamente che giudizio esprimi sul nostro sistema sanitario?

 

Il nostro sistema sanitario è ancora uno dei migliori al mondo, nonostante venga spesso e volentieri tartassato. Occorre, comunque, investire nella salute e non tagliare, per coprire qualche buco di  bilancio.

 

Quali sono i tuoi progetti futuri?

 

Cercherò di dare il massimo nel lavoro come ho sempre fatto, visto che ho la fortuna di fare quello che sognavo di fare da piccola: la giornalista. E poi chissà, potrebbe esserci già un altro libro in cantiere…

 

NOTA: E’ possibile ordinare il libro in tutte le librerie o presso “La Lepre edizioni” (tel. 06.6788456 – www.lalepreedizioni.com). Costo 16 euro. La prefazione è di Solange, ovvero Paolo Bucinelli.

HAMADI LAGHA VINCE LA SESTA EDIZIONE DI ‘OPERA PIENZA’

Posted by Varo De Maria On ottobre - 12 - 2015 Commenti disabilitati su HAMADI LAGHA VINCE LA SESTA EDIZIONE DI ‘OPERA PIENZA’

Francese, classe 1980, origini tunisine, tenore, Hamadi  Lagha è stato il grande vincitore della sesta edizione del concorso lirico Opera Pienza,  che quest’anno ha registrato ben 700 iscrizioni, con 76 selezionati in rappresentanza di ben 17 nazioni. Un vero successo considerato anche l’altissimo livello qualitativo dimostrato soprattutto dai 15 finalisti (complessivamente gli italiani in gara sono stati 29). Si tratta ormai di una manifestazione proiettata a livello internazionale e che ha fatto di Pienza, in provincia di Siena, uno dei principali centri di promozione culturale.

 

Dice il Sindaco Fabrizio Fè: “Per un piccolo comune come il nostro è un vero vanto riuscire a organizzare un evento di questa portata, che ha potuto contare sull’apporto di diversi enti pubblici e privati, italiani ed esteri, nonché di semplici cittadini disponibili a collaborare in maniera volontaria all’organizzazione”. Naturalmente un impegno determinante è arrivato anche dall’Assessorato alla cultura guidato da Giampietro Colombini. La serata finale si è svolta presso la chiesa di San Francesco ed è stata presentata da Valentina Lo Surdo, ormai specializzata nella presentazione di eventi culturali musicali, soprattutto lirici.

 

Presieduto da Adua Veroni, la grande manager nel mondo della lirica ed ex moglie di Luciano Pavarotti, Opera Pienza ha messo in luce alcune delle grandi promesse della lirica. Tra cui la giovanissima italiana Giada Borrelli, seconda classificata,  considerata una vera promessa della lirica italiana. Afferma  il soprano Monica Faralli, Direttore artistico e vera anima del Concorso: “Pochi sanno quanto sia complesso mettere in moto una macchina che presuppone numerosi contatti in Italia e all’estero. Per fortuna la serata finale, come le selezioni precedenti, è andata benissimo. Inoltre, tutti i partecipanti, anche quelli che non hanno vinto,  sono rimasti contenti dell’esperienza fatta in Italia e sono sicura che porteranno a casa un bel ricordo”. Da segnalare, a questo proposito, la folta partecipazione di cantati provenienti dalla Corea e da altri Paesi asiatici, tra cui il soprano Li Keng, (terza classificata), fermamente intenzionata a far conoscere in Italia la cultura musicale e artistica del suo Paese. Ma torniamo al vincitore, il tenore franco-tunisino Hamadi Lagha.

 

Dopo aver studiato chitarra classica si è diplomato nel 200 presso l’Istituto di Musica a Sousse in Tunisia. Dal 2009 al 2013 si perfeziona in Francia con lo studio di canto lirico nella classe di Alexandra Papadjiakou presso il Conservatorio di Parigi. Vincitore di numerosi concorsi lirici ha debuttato nel 2006 nella Traviata al festival di Hammamet. Tra i suoi prossimi impegni, Turiddu ‘Cavalleria Rusticana’ al teatro di Livorno, Calaf in ‘Turandot al teatro di Rennes in Francia e Mario Caravadossi in ‘Tosca’al Festival di Pompei.

 

La giuria del Concorso era presieduta dal baritono di fama mondiale Rolando Panerai, nonché da Francesca Franci (mezzosoprano), Francesca Barbieri (Consulente musicale), Pierangelo Conte (Coordinatore Artistico Opera di Firenze Maggio Musicale Fiorentino), Marc Cleméur (Directeur Général de l’OnR Opera National du Rhin Strasburgo), Christian Carlstedt (Casting-Consultant Theater Basel and Stadttheater Klagenfurt), Alessandro Tumscitz (Agente Lirico «Atelier Musicale»). Dice Panerai: “Questa volta è stata veramente dura scegliere i migliori. Il livello complessivo è stato altissimo. Tutti avrebbero meritato vincere e questo mi conforta molto: vuol dire che la lirica non sta affatto morendo ma una nuova generazione di cantanti validissimi si sta affermando ovunque”. Da registrare che la giuria ufficiale è stata affiancata da una giuria di giornalisti e critici presieduta da Rainero Schembri e composta da Massimo CherubiniLeonardo Mattioli Fabrizio Camastra.

 

Ma ecco la lista completa dei vincitori

1° classificato: Lagha Hamadi (tenore) – borsa di studio «Comune di Pienza» € 2.500,00.

2° classificato: Borrelli Giada (soprano) e Moon Sehoon (tenore) – borsa di studio «Conservatorio San Carlo Borromeo» € 2.000,00

3° classificato: Keng Li (soprano) – borsa di studio «Rotary» Club di Chianciano-Chiusi-Montepulciano
€ 1.000,00

Premio della criticaLee Daebum, (baritono) con menzione speciale per Borrelli Giada.

 

Altri Premi 

Concorso Benvenuto Franci – Sezione Senior,  Simoncini Samuele (tenore)  Premio offerto da Banca CRAS

Premio – «Accademia degli Oscuri», Bang Shin Je (mezzosoprano)

Premio Comune di «Tuoro sul Trasimeno», Shipley Charlotte-Anne (soprano)

Premio Comune di «Lucignano», Kim Hyoungsub (tenore)

Premio speciale «Anselmo Colzani», June Anderson  (soprano) e Trapani Chiara Ersilia (soprano)

f) Premio «Atelier Musicale», Borrelli Giada (soprano)

Premio audizione presso lo «Stadttheater Klagenfurt», Yael Raanan Vandor (contralto)

Premio audizione presso il «Theater Basel», Shipley Charlotte-Anne (soprano)

Premio Opéra National du Rhin Strasbourg, Yael Raanan Vandor (contralto) e Lagha Hamadi (tenore)

Premio, il Coordinatore Artistico M° Pierangelo Conte, Moon Sehoon, (tenore)

Premio speciale giovani Talenti (nati dopo il 01 gennaio 1990), Borrelli Giada (soprano)

Premio speciale per la voce di Baritono Comune di Pienza Lee Daebum (baritono)

Sono inoltre entrati in finale: Friedland Katerina (soprano), Trapani Chaira Ersilia (soprano), Zizzo Elisabetta (soprano),  Choi Hyeseon (soprano), Park Kiok (basso).

 

Hanno inoltre collaborato Raffaella SmaghiTiziana Arezzini e Valentina Pierguidi. Tra i gradi sponsor della manifestazione figura il Parco Artistico Naturale e Culturale della Val d’Orcia, mentre sono arrivati i patrocini della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero Beni e Attività Culturali, Regione Toscana, Provincia di Siena. Hanno inoltre collaborato: Opera di Firenze Maggio Musicale Fiorentino, Opera National du Rhin Strasburgo, Staatstheater Nürnberg, Theater Basel, Stadttheater Klagenfurt, Conservatorio «G. Nicolini» – Piacenza, Agenzia Lirica Atelier Musicale, Moira Jonson, Consulting Rotary Montepulciano Chiusi Chianciano Terme, Accademia degli Oscuri, nonché i Comuni di Castiglione d’Orcia, Rapolano Terme, Sarteano, Lucignano (Ar), Panicale (Ar), Tuoro sul Trasimeno. Da registrare che Opera Pienza è gemellato con i concorsi «Anselmo Colzani» di Budrio, e «Maria Caniglia» di Sulmona, il Circuito dei Concorsi Lirici, per la promozione e la valorizzazione dei giovani talenti, con il sostegno del comitato d’onore presieduto da Adua Veroni.

 

Fotomomento della premiazione. Riquadri (da sinistra): Monica Faralli, Hamadi Lagha, Fabrizio Fè, Keng Li e Lee Daebum.

LIRICA: ODERZO, MARIBOR E ARENA DI VERONA UN VERO TRIS D’ASSI

Posted by Varo De Maria On luglio - 13 - 2015 Commenti disabilitati su LIRICA: ODERZO, MARIBOR E ARENA DI VERONA UN VERO TRIS D’ASSI

La combinazione era perfetta: la splendida Piazza Grande di Oderzo in Provincia di Treviso; l’orchestra e coro del Teatro di Maribor in Slovenia; la storica scenografia dell’Arena di Verona. Il tutto per festeggiare il XXV anniversario di Opera in Piazza Giuseppe Di Stefano con la messa in scena dell’Aida di Giuseppe Verdi, caratterizzata da un cast di cantanti internazionali di prim’ordine. Artefici principali di quest’iniziativa due straordinari artisti e organizzatori: il soprano Maria Grazia Patella e il suo marito e tenore di livello mondiale Miro Solman. Questa coppia in tutti questi anni è riuscita in un’impresa quasi impossibile in Italia: trasformare uno spettacolo provinciale in un evento internazionale. Non a caso buona parte del pubblico (più di 16 mila spettatori), era formato da turisti provenienti dalla Germania, dalla Francia, dall’Austria, dalla Norvegia e anche da Paesi molto lontani. Non a caso per due sere non è rimasto libero un solo posto, e tutti gli alberghi e ristoranti della località hanno lavorato a ritmo sostenuto.

 

A questo punto, indipendentemente dagli orientamenti politici di ciascuno, un merito va sicuramente riconosciuto al Sindaco di Verona Flavio Tosi che nella sua veste di Presidente della Fondazione Arena di Verona ha concesso l’utilizzo delle scenografie più importanti nella storia del festival areniano: quelle realizzate da Ettore  Fagiuoli e che nel 1913 hanno dato il via al Festival più famoso del mondo. Una collaborazione che se ripetuta da altri grandi teatri italiani potrebbe innescare un circolo virtuoso capace di far uscire l’intero mondo della lirica italiana dalla grave crisi in cui versa in questo momento. E sempre a proposito di collaborazione va registrato che grandi artigiani del posto hanno completamente restaurato parti di queste scenografie nell’ambito di un vero movimento partecipazione che ormai coinvolge tutta la cittadinanza di Oderzo, le autorità politiche, gli sponsor piccoli e grandi, tra cui la Cavallo & Company dell’opitergino Dario Milanese, le forze dell’Ordine e della vigilanza.  Da registrare che per il prossimo anni Tosi s’impegnato pubblicamente a collaborare nuovamente nell’allestimento della Turandot.

 

Tra gli interpreti vanno segnalati il bravo e dolce tenore veneziano Renzo Zulian (Radames), lo straordinario soprano croato Cristina Colar (Aida), il mezzosoprano Irena Petkova (Amneris, con grande presenza scenica), il baritono brasiliano David Marcondes (uno dei migliori del continente latino americano), nonché il potente basso veneziano Antonio Casagrande (Ramfis). Di buon livello anche Alfonso Kodric (il Re), Martin Susnik (un messaggero), Andreja Zajkonjsek (una sacerdotessa). Il corpo da ballo é stato curato dal corerafo Edward Clug (ha riscosso un grande successo di pubblico) mentre il coro, guidato da Sasa Olenjuk, si è distinto per potenza e omogeneità. Originali sicuramente i costumi di Luca Dall’Alpi. Il tutto sotto la ferma direzione del Maestro padovano Francesco Rosa, mentre la regia è stata affidata a uno dei più affermati registi del mondo, il maestro Pierfrancesco Maestrini.

 

Oltre al Sindaco di Verona e altre personalità della politica e finanza veneta, si è vista Monica Kurth, la moglie del grande tenore Giuseppe Di Stefano (al quale viene dedicata Opera in Piazza) e che è stato a Oderzo poco prima di subire la vile aggressione in Kenya che ha determinato la sua precoce scomparsa. Numerosi sono stati in passato i personaggi dello spettacolo e gli artisti che hanno seguito e contribuito alla riuscita della manifestazione, tra cui i cantanti Renato Bruson, Katia Ricciarelli, Silvano Carroli, Roberto Scandiuzzi, Maria Chiara, Angelo Mori, Nicola Martinucci, Gianfranco Cecchele, Michele Pertusi, o registi di fama mondiale come Hugo de Ana che nel 2009 ha allestito una splendida Traviata.

 

Ultima annotazione: poco prima dell’inizio della rappresentazione la coppia di artisti e organizzatori veneti Patella – Solman è venuta a conoscenza che nel prossimo mese di agosto riceverà in Toscana il prestigioso premio Volterra perché “sono riusciti a coniugare splendidamente, e per primi in Italia, due grandi realtà culturali: l’Opera, la più tipica espressione artistica italiana, e la Piazza, da sempre considerata un marchio distintivo delle nostre città storiche”.

 

Video sull’Aida a Oderzo

Due modi per vederlo:

1) Andare su www.puntocontinenti.it  In alto a destra c’è VIDEOMONDO. Cliccare sul nuomero 10 – AIDA
2) Andare su Youtube e inserire il link http://youtu.be/9R8AWBaAmiU

 

 La locandina dell’Aida di Oderzo.

UNA CAVALLERIA RUSTICANA ‘ORIGINALE NELLA TRADIZIONE’

Posted by Varo De Maria On giugno - 21 - 2015 Commenti disabilitati su UNA CAVALLERIA RUSTICANA ‘ORIGINALE NELLA TRADIZIONE’

Per chi non ne può più di regie operistiche sempre più ‘azzardate’ ma sempre meno credibili, dalla Violetta ‘massaia’ (andata in scena alla Scala di Milano) alla Norma ambientata in Africa (Teatro Regio di Torino), fino alla ‘Cavalleria Rusticana’ trasformata negli Stati Uniti in un duello western, la scelta compiuta da ‘Il Villaggio della Musica’ potrebbe rappresentare una salvifica inversione di tendenza. Parliamo della Cavalleria Rusticana andata in scena nello storico Teatro Argentina di Roma: una produzione ‘originale nella tradizione’ e che è servita anche per celebrare il settantesimo anniversario della morte del compositore Pietro Mascagni e il ventesimo del grande direttore d’orchestra Ottavio Ziino. L’abbiamo definita ‘originale nella tradizi0ne’ essenzialmente per tre motivi.

 

Primo, perché l’ambientazione rispecchia quella originale immaginata da Mascagni. Secondo, perché pur restando ‘fedelissimi’ alla partitura è stato inserito sulla scena per la prima volta il Teatro dei Pupi, un’altra tipica espressione culturale siciliana. Conclusione: due vecchie tradizioni mescolate hanno prodotto una grande novità. Infine, il terzo motivo è collegato al coraggio di puntare non solo su giovani cantanti, ma anche su giovani musicisti, su giovani direttore d’orchestra, maestro del coro, addetti ai costumi e trucco  e, soprattutto, su una giovanissima regista: la salentina Rosangela Giurgola (originaria di Trepuzzi).

 

Dice Wally Santarcangelo, direttore artistico de ‘Il Villaggio della Musica’ e vera anima del noto Concorso Lirico Internazionale Ottavio Ziino: “Si è trattato della nostra prima esperienza come produttori di un lavoro operistico. Un’esperienza affascinante ma altamente rischiosa, soprattutto se non si hanno le spalle coperte sul piano dei sostegni pubblici e finanziari. Abbiamo scelto di puntare sui giovani a 360 gradi perché dopo tanti anni di gestione di un importante concorso lirico ci siamo resi conto che non solo i cantanti ma tutti i giovani che operano nel mondo della lirica hanno una grande difficoltà a esprimere il loro talento. Il successo dell’iniziativa ci fa credere che siamo sulla strada giusta”.

 

Interviene Agostino Ziino, figlio del grande Direttore d’Orchestra e compositore siciliano: “Ancora prima dei premi in denaro, ai giovani artisti preme di potersi esibire in teatro. Con questa nuova scelta ‘Il Villaggio della Musica’ si pone come una vera e concreta porta d’ingresso nel magico mondo della lirica”. Sul futuro di questo esperimento si sofferma, invece,  il Presidente del ‘Villaggio’ Lorenzo Di Pace: “Innanzitutto voglio ringraziare il Teatro Argentina che ha creduto alla nostra proposta. Per il futuro, se mi si consente un paragone calcistico, abbiamo l’ambizione di coltivare una selezione giovanile, che cresce insieme ma è sempre aperta all’innesto di nuovi talenti che, per fortuna, continuano a spuntare con regolarità nel mondo della lirica”. Da registrare che all’iniziativa hanno partecipato anche alcuni discendenti diretti di Mascagni, presenti sul palcoscenico.

 

Vediamo ora, in estrema sintesi, come si è comportata questa ‘prima selezione’, composta tutta da elementi già in possesso di un bel curriculum e vincitori in passato del Concorso Ottavio Ziino. Nel ruolo di Santuzza abbiamo ascoltato un’appassionata Karina Flores, originaria dell’Armenia, dotata di una grande presenza scenica. Allieva di Renata Scotto presso l’Accademia di Santa Cecilia ha debuttato recentemente, sempre nel ruolo di Santuzza, al Teatro San Carlo di Napoli. Il drammatico ruolo di Turiddu è stato affidato invece ad Angelo Villari, messinese, diplomato al conservatorio Arrigo Boito di Parma,  molto applaudito per la sua bella e incisiva voce.  Alfio è stato Marco Severin originario di Latina e diplomato al Conservatorio di Santa Cecilia. Viene considerato uno dei baritoni in ascesa nel panorama lirico italiano. Altri interpreti: il ruolo di Lucia è stato affidato al possente mezzosoprano Gabriella Grassi e quello di Lola alla al convincente mezzosoprano Irene Molinari.

 

Come già detto, la Regia porta la firma dell’innovativa, fantasiosa e bella Rosangela Giurgola, che sulla scena ha rappresentato, tra le altre novità, anche la chiesetta del suo Paese. Oltre a fare la regista, la Giurgola è anche una raffinata presentatrice di spettacoli musicali soprattutto  nell’ambito dell’associazione lirico-culturale Il Bel canto. Il Direttore d’orchestra Gioele Muglialdo ha guidato con mano ferma sia i cantanti che l’Orchestra Sinfonica Tiberina, mentre il maestro Davide Dellisante ha diretto autorevolmente il coro Giuseppe Verdi di Roma. La direzione musicale è stata completata dal Maestro sostituto al pianoforte Rosy Lofaro. Le scene sono state firmate da Romeo Sicuro, i costumi da Giovanna Treggiari, il trucco dal terzetto Halya Ilardi, Alice Circi e Valentina Malizia. Hanno collaborato anche Irina Artemova (design), Roberto Montone e Liliana Forte (acconciature). Infine. il dipinto è stato realizzato da Salvo Caramagno e la grafica da Ciro Santarcangelo.

 

 Wally Santarcangelo, direttore artistico de ‘Il Villaggio della Musica’

ANNAMARIA CARRESE: ‘LA MIA LOTTA PER RAIF BADAWI’

Posted by Varo De Maria On giugno - 17 - 2015 Commenti disabilitati su ANNAMARIA CARRESE: ‘LA MIA LOTTA PER RAIF BADAWI’

 Annamaria Carrese

Quando si parla di democrazia diretta o di impegno personale per un mondo diverso,  bisognerebbe guardare sempre a persone come Annamaria Carrese che, in questo momento, si trova in prima linea nella difesa di Raif Badawi, il blogger saudita arrestato nel 2012 e in seguito condannato a 10 anni di prigione e 1.000 frustate, pena da subire pubblicamente ogni venerdì, 50 ogni settimana e a un’ammenda di 1.000.000 di Riyals (€ 237.141,00) e a ulteriori 10 anni di interdizione all’espatrio. Nel frattempo, il suo avvocato e cognato, Waleed Abu al-Khair, è stato condannato a 15 anni di carcere per il suo attivismo pacifista e ha subito maltrattamenti in carcere. Qual è il crimine commesso da Raif? Quello di istituire un sito web, Free Saudi Liberals, che avrebbe “insultato l’Islam attraverso canali elettronici”.

 

Sembra incredibile ma queste cose continuano a succedere nel XXI secolo e se non ci fossero persone come la Carrese, organizzazioni come Amnesty International o portali come Articolo 21, associazioni o partiti come SEL o Convergenza Socialista (al quale aderisce la Carrese), difficilmente i governi si muoverebbero nei riguardi di Stati come l’Arabia Saudita, politicamente strategici grazie agli enormi giacimenti di petrolio. Ma sentiamo cosa ha da dirci la Carrese.   

 

Come sei venuto a conoscenza e cosa ti ha spinto in particolare a interessarti del caso Raif  Badawi  e del suo avvocato?

 

Da anni sostengo le attività di Amnesty International e partecipo ogni volta che mi è possibile alle sue manifestazioni. Insieme ad Articolo 21, Amnesty informa sui casi di violazione dei diritti umani, in particolare per i reati di opinione, ed intraprende campagne per ottenere la liberazione dei detenuti che rischiano la pena capitale ancora in molti Paesi.

 

Come si è sviluppato fino ad ora il tuo impegno personale?

 

Il mio impegno è lo stesso di qualunque altro cittadino che ritenga di poter esercitare il diritto ad esprimere pubblicamente la propria opinione, orientando così le scelte di chi è demandato a governare il Paese. L’opinione dei cittadini ha un grande potere: lo dimostriamo con il nostro voto o anche quando con la sola forza della nostra voce o delle nostre e-mail otteniamo la liberazione incondizionata di detenuti da parte di regimi totalitari.

 

Naturalmente le iniziative intraprese dalle organizzazioni per i diritti umani hanno bisogno di una parte del nostro tempo per poter essere efficaci, e non c’è persona che lo voglia che non troverà, qualche volta, un po’ del proprio tempo per le azioni necessarie. Vorrei aggiungere che come cittadina non sento di avere solo diritti ma anche doveri; fra questi, il dovere di partecipare attivamente ai cambiamenti e allo sviluppo del nostro Paese e del mondo, e a tutelare e preservare l’ambiente in cui devono essere garantite a tutti la dignità e l’autodeterminazione.

 

A livello internazionale come viene seguito il caso?

 

A livello internazionale c’è stata molta risonanza sul caso Badawi e sui prigionieri di coscienza sauditi. La moglie di Raif, Ensaf Haidar, che vive in Canada con i suoi tre figli, ha appena concluso un viaggio in Europa in cui ha incontrato alcuni rappresentanti delle istituzioni. In particolare, la Norvegia, la Svezia, la Gran Bretagna e il Parlamento europeo hanno fatto sentire la loro partecipazione attiva alla questione.

 

E per quanto riguarda il mondo politico italiano?

 

Per quanto riguarda il mondo politico italiano, ho personalmente aderito all’invito di Convergenza Socialista a scrivere alle istituzioni da singola cittadina; ho inviato una e-mail al Presidente del Consiglio, alla Presidente della Camera, al Presidente del Senato, al sindaco di Roma e alla Senatrice Loredana De Petris di SEL. Quest’ultima ha risposto in poche ore alla mia comunicazione, aggiornandomi nei due giorni successivi sulle azioni intraprese, che sono, al momento: interrogazione presentata al Parlamento europeo con relativa risposta, interrogazione a carattere d’urgenza al Presidente del Consiglio dei Ministri e al Ministro degli esteri, a prima firma della Senatrice, presentata il 15 giugno u.s.

 

E’ stato possibile stabilire un qualsiasi contatto con l’Ambasciata o altre autorità dell’Arabia Saudita?

 

L’invio delle numerose e-mail da tutto il mondo e le pressioni ricevute dai rappresentati di vari Paesi hanno generato finora solo un’infastidita reazione del governo saudita, che dice di considerare tutto questo come un’inappropriata ingerenza negli affari interni del Paese. Noi però non faremo un passo indietro, del resto una risposta del genere era prevedibile. Continueremo, ogni giovedì, ad inviare una richiesta scritta all’ambasciatore del regno saudita a Roma, Rayed Khaled A. Krimly, con la richiesta di liberazione per Badawi e per tutti i prigionieri per reati di opinione attualmente detenuti. Io la invio anche al governo saudita, sempre ogni giovedì.

 

Dalle tue conoscenze, qualcosa sta cambiando all’interno dell’Arabia Saudita, anche per quanto riguarda la condizione femminile e la libertà religiosa?

 

Già prima che si parlasse tanto del caso Badawi e Abu al-Khair, mi sono interessata al fenomeno del nuovo corso che attraversa i Paesi del Medio Oriente e dell’area del Maghreb, compresa la crescente affermazione dello Stato islamico. Purtroppo l’Arabia Saudita è uno dei Paesi in cui vige l’interpretazione wahabita dell’Islam, la più rigida e intransigente, in cui non si prospettano aperture e dove le istanze di libertà vengono represse con la violenza attraverso la polizia religiosa. Come è facile immaginare, la condizione femminile è piuttosto difficile, benché non manchino voci e volti di donne coraggiose, come la scrittrice Alsanea Rajaa o come Samar Badawi, sorella di Raif e moglie di Waleed Abu al-Khair, l’avvocato che un tempo ha difeso lei e ne ha ottenuto la libertà, e tre anni fa Raif Badawi, e che oggi sta scontando una pena a 15 anni di carcere con l’accusa di essere un attivista per i diritti umani.arabiaarabia

 

 

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