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Sunday, August 19, 2018

MARILIA BELLATERRA: SIAMO CON I ‘FIGLI DELL’ESILIO TIBETANO’

Posted by Punto Continenti On dicembre - 27 - 2014 Commenti disabilitati su MARILIA BELLATERRA: SIAMO CON I ‘FIGLI DELL’ESILIO TIBETANO’

In occasione della recente visita a Roma di Tenzin Gyatso, quattordicesimo Dalai Lama, la massima autorità spirituale del Buddhismo tibetano (in esilio dal 1959, a seguito dell’occupazione politica e militare del Tibet da parte della Cina),  abbiamo incontrato Marilia Bellaterra, psicologa e Presidente dell’Aref. Si tratta di una Onlus che dal 2003 fornisce supporto ai rifugiati Tibetani che vivono in India e Nepal affinché possano mantenere in vita la storia del Tibet, la sua religione e le sue tradizioni linguistiche e culturali e, quindi, preservarne le radici  e l’identità anche fuori dalla propria terra di origine. L’Aref è legalmente riconosciuta dal governo Italiano ed è accreditata presso il Governo Tibetano in esilio. E’ nota l’ostilità del Governo cinese verso chiunque incontri o sostenga il Dalai Lama nei suoi spostamenti internazionali. Di questa ostilità ne parla senza remore anche la Bellaterra nell’intervista che segue. 

 

Lei ha partecipato organizzativamente alla recente visita del Dalai Lama a Roma in occasione del 14° World Summit dei Premi Nobel per la Pace. E’ rimasta soddisfatta di come si è svolta la cerimonia?

 

L’organizzazione è stata, necessariamente, frettolosa e complessa. Due mesi per spostare un Summit dal Sud Africa a Roma non sono molti se si pensa a tutte le immaginabili difficoltà che si sono frapposte. D’altra parte Roma ha ospitato già otto volte il Summit, dal 1999 al 2007 e il Sindaco Marino ha quindi raccolto una tradizione consolidata. Certo l’imbarazzo per il rifiuto da parte del Governo Sudafricano di concedere al Dalai Lama, premio Nobel per la Pace nel 1959, il visto dovuto, ha accompagnato i lavori di questo Summit. Dando evidenza a come le leggi di mercato possano avere la meglio sulla logica stessa. Ma la tenacia di partecipanti e organizzatori ha mostrato che è possibile, decidendo di farlo onorare, nel pensiero e nelle azioni, l’eredità di Nelson Mandela e del suo credo di vita, come emerge in modo forte dalla dichiarazione finale di questo Summit e dall’impegno di ciascuno per una possibile Pace.

 

Sul piano umano come descriverebbe il Dalai Lama?

 

Un Leader spirituale, manifestazione del Buddha della compassione, cioè un Dio vivente per i Suoi fedeli e, insieme un semplice monaco, come Lui si definisce, sono variabili che rendono ogni descrizione manchevole e riduttiva. In tutte le numerose volte che ho avuto i previlegio di incontrarLo, in udienze pubbliche e private, ho sempre avuto di Lui l’immagine di una forza tangibile, resiliente e contagiosa. Di una profondità rara e di una capacità, ben più che umana, di comprendere, trasmettere, restituire, connettersi in modo intenso e sincero a ciascuno, offrendo a tutti la Sua genuina attenzione. L’ho sempre visto curioso, compassionevole, aperto e pronto a quella risata speciale che viene solo dal cuore. Kundun “la presenza” come Lo chiamano i Suoi fedeli è di certo una grande anima e, insieme, un essere umile e senza orpelli, come solo le creature elevate e superiori hanno il privilegio di essere e di potersi mostrare.

 

Come Lei si è avvicinata al mondo tibetano?

 

E’ stato ‘per caso’. A ridosso di un grave e duplice lutto che, nel 2001 mi ha portato in Ladakh e in India. Dove ho conosciuto, di persona, la forza resiliente di un Popolo straordinario. Da questa esperienza è nata la mia Associazione “Rina e Franco Bellaterra” International Onlus, in memoria dei miei genitori, impegnata nel sostenere gli esuli Tibetani con azioni di cooperazione, formative, politiche e sociali, sia in India che sul nostro territorio. E che continua da oltre 10 anni nel suo tenace lavoro grazie agli attuali Consiglieri, mio figlio Francesco Codispoti tra questi. In collaborazione con altri Organismi di settore, come l’Associazione Italia Tibet, di cui sono Consigliere nazionale e che si occupa da oltre 25 anni di sostenere politicamente la causa tibetana,  con numerosi accrediti nazionali, appoggiata da Referenti Locali di sicura affidabilità e riconosciuta dalla Central Tibetan Administration del Governo Tibetano in Esilio.

 

Che aria si vive oggi nel Tibet?

 

Quella che ci si può immaginare pensando a ben 150 persone, uomini e donne, laici e monaci, in età dai 13 ai 60 anni che, negli ultimi anni, si sono immolati con il fuoco per dare visibilità alla tragedia del loro Paese, occupato militarmente dal 1950 dal Governo di Pechino. L’aria di un’esasperazione tangibile, di fronte al silenzio dei Governi di altri Paesi e all’indifferenza dei tanti che stanno solo a guardare. Senza cogliere il senso delle violenze subite, delle persone uccise, dei Templi distrutti, dell’espressione di culto che diventa reato, della deforestazione intensiva, degli aborti forzati, dello sfruttamento tout court, della lingua e delle tradizioni annientate, dell’obbligo per i bambini, sin dalle elementari di leggere e scrivere solo in cinese. L’aria, in una parola, di quella ‘sinizzazione’ inarrestabile del Tibet che va avanti dal 1951, di quella aggressione demografica feroce, di quel esercito di oltre 150.000 esuli sparsi per il mondo, di quel ‘genocidio per diluizione’ che rischia di trasformare solo in ricordo la cultura millenaria del Popolo Tibetano, patrimonio dell’umanità intera.

 

Ci racconti in estrema sintesi il contenuto del suo libro ‘Figli dell’esilio. 10 anni trascorsi a dar voce al Popolo Tibetano’?

 

E’ il frutto di oltre 10 anni di lavoro della mia Associazione, con la prefazione del Capo del Governo Tibetano in Esilio. E il nostro contributo a che la tragedia del Popolo Tibetano resti vibrante ed esempio tangibile per ciascuno di noi. Ci sono dentro tutte le nostre emozioni e le nostre esperienze, attraverso le tante azioni di cooperazione internazionale a favore dei rifugiati Tibetani. E ci sono molte “storie”. Cioè la nostra scelta di tramettere in modo simbolico e spesso metaforico,  non di semplice cronaca, le tante vicende reali e vissute. Ci sono, anche, le testimonianze dei sostenitori che hanno avuto modo di connettersi a livello personale con i bambini, i monaci, i nonni, le famiglie che hanno deciso di sostenere. Oltre a quelle di alcuni Tibetani che ci testimoniano la loro gratitudine e il loro impegno. E, infine, ci sono moltissime foto. Quelle che illustrano, meglio di mille parole, il presente del Tibet e la significatività del nostro lavoro.

 

Come giudica la mancata visita del Dalai Lama in Vaticano, determinata dalla preoccupazione della Santa Sede di non creare degli ostacoli alle trattative in corso con i cinesi sulle libertà religiosa?

 

Sua Santità il Dalai Lama ha espresso solo rammarico per l’imbarazzo arrecato. E la Sua valutazione è di certo politicamente ponderata. Io mi lego piuttosto alla ‘tristezza’ di Desmond Tutu per questo mancato incontro. Penso che, in particolare Papa Francesco, così attento alle tante offese alla Democrazia e alla Pace, avrebbe potuto e dovuto fare di più. Magari seguendo l’esempio dei Suoi predecessori, Paolo VI che aveva ricevuto il Dalai Lama nel 1973, Giovanni Paolo II che dal 1980 al 1990 lo aveva incontrato 5 volte e Benedetto XVI che nel 2007 aveva fatto altrettanto, sebbene in forma privata. Certo le vessazioni della Repubblica Popolare Cinese non risparmiano nessuno e, senza toccare i temi noti del Vescovi cattolici incarcerati in Cina, e della libertà religiosa negata a qualunque confessione non istituzionale, dobbiamo ammettere che le esigenze della realpolitk e gli interessi non solo spirituali della Chiesa hanno avuto la meglio, nell’obiettivo di evitare che si richiudesse lo spiraglio, di recente aperto, nelle trattative tra Pechino e la Santa Sede.

 

È dal 2011 che il Dalai Lama si è dimesso da capo del governo tibetano in esilio. Inoltre ha rinunciato all’indipendenza del Tibet in favore di un’ampia autonomia. Lei crede che quest’obiettivo sia raggiungibile in tempi ragionevoli?

 

Vorrei essere ottimista ma non lo credo. Ad oggi la RPC ancora si ostina, contro ogni evidenza, a definire il Dalai Lama un ‘lupo vestito da agnello’, accusandolo di separatismo, quasi fosse un terrorista invece che una vittima del regime. Tutti speriamo che la Cina possa fare passi in avanti, rivedere posizioni del passato e fare nuove ‘concessioni’ di autonomia, di dialogo, di diritti,  considerando il futuro che avanza, invece che gli interessi del presente. La verità è che questa speranza non sembra né attendibile né reale. Almeno non in tempi brevi. Ma, necessariamente, un giorno, lo steso popolo cinese, minerà dall’interno il proprio sistema. E la Cina, al culmine della propria sconsiderata espansione, finirà per implodere su se stessa. Quindi credo piuttosto in un cambiamento dall’interno, capace di far nascere una nuova democrazia. Stimolata dalla lotta di tante persone, oppresse al pari del Tibetani. Come testimonia la recente ‘rivoluzione degli ombrelli’ di Hong Kong, con un oceano di giovani che si battono per il diritto al suffragio universale.

 

Il nuovo corso cinese, soprattutto sul piano economico, potrebbe incidere anche sulla questione tibetana?    

 

Quale nuovo corso? Vedo solo un’espansione esponenziale di un corso consolidato e noto. Proveniente da un Paese dove la distanza tra classe al potere e popolazione è siderale. Dove i turni di lavoro viaggiano su ritmi disumani di 15 ore, con doppi badge (ufficiale e non), dove i suicidi sul lavoro sono all’ordine del giorno, dove lo sfruttamento dei bambini lavoratori è prassi comune. Come lo è il traffico di organi, gli aborti forzati, la detenzione e la tortura fino alla morte nei Laogai (o in ciò che, solo formalmente, li ha sostituiti) anche per semplici reati di opinione, l’assenza di libertà di stampa e di pensiero. Per non parlare della bolla edilizia in Cina, dell’aria ormai irrespirabile, delle città cancerogene e dei 1,4 milioni di morti per inquinamento solo nel 2010. E vedo che questo corso incide, allargandosi a macchia d’olio, su tutti noi.

 

Visto che è la nostra stessa economia a pagare il prezzo di uno strapotere economico che, ottusamente non contrastiamo. Avvelenati da prodotti ‘Made in China’ che si annidano tra i cibi taroccati, i farmaci che assumiamo ogni giorno, i giocattoli tossici con cui giocano i nostri bambini, i vestiti che indossiamo, le creme che usiamo per la nostra pelle, gli infiniti oggetti tecnologici (o i loro componenti) che popolano la nostra vita, insieme alla paccottiglia inutile che ci invade.

 

Diciamo che, da quando è entrata ufficialmente a far parte del WTO nel 2001, dopo oltre 15 anni di trattative, la Cina ha avuto il via libera non solo all’apertura del proprio mercato ai beni e servizi dei Paesi membri, ma all’incremento delle opportunità di esportazione e all’appropriazione delle nostre aziende in crisi. Per questo, ancor prima di agire in senso etico a favore di un popolo oppresso, quale quello del Tibet faremmo bene a pensare alla nostra economia, alla nostra cultura, alle nostre scelte economiche e commerciali, perché gli errori che stiamo commettendo nel presente non dettino, tragicamente, il nostro futuro.

 

La conoscenza del mondo tibetano ha avuto una qualche influenza sulla sua attività di psicologa?

 

Dice l’antropologo Gregory Bateson che si impara solo per differenza. Quindi, di sicuro, da questo Popolo, così ‘differente’, ho molto imparato. O meglio ho rafforzato alcuni orientamenti che da sempre accompagnano il mio lavoro. Per esempio la forza della condivisione, la ricchezza delle tradizioni sia culturali che familiari e trigenerazionali. E, soprattutto, più che l’attenzione ai limiti, la fiducia nelle risorse delle persone. Cioè quella particolare caratteristica chiamata ‘resilienza’ che rende gli esseri umani capaci di far fronte agli eventi sconvolgenti della vita trovando, proprio in essi, la forza per una nuova fase di crescita e di evoluzione. Come mi ha insegnato, in modo vibrante e diretto, il Popolo Tibetano. E come, del resto, ho imparato, quale psicoterapeuta, da tutte le famiglie e da tutti i pazienti incontrati negli oltre 30 anni del mio lavoro.

NOTA: l’indirizzo di Aref International è: Via di San Crisogono 39, 00153 Roma, tel. 06 5896181, www.arefinternational.org – info@arefinternational.org

 Marilia Bellaterra

DENISE LUPI: VIGILANZA ASSOLUTA SUI COSTI DELLA SCENOGRAFIA

Posted by Punto Continenti On dicembre - 13 - 2014 Commenti disabilitati su DENISE LUPI: VIGILANZA ASSOLUTA SUI COSTI DELLA SCENOGRAFIA

“Apparentemente tutti si sono tranquillizzati. Si è riusciti a evitare il licenziamento in blocco di coro e orchestra. E’ stato firmato un accordo pieno di buoni propositi sul piano manageriale e di risanamento dei conti. La verità è che non dobbiamo essere per nulla sereni. Basti ricordare che la legge Bray prevede, tra le altre cose, il pareggio di bilancio delle fondazioni lirico sinfoniche entro due anni. E se non si raggiungera’ questo risultato, alla fine del 2016 il Teatro dell’Opera di Roma rischia il commissariamento e quindi anche la liquidazione coatta”. A parlare è Denise Lupi, scenografa realizzatrice del Teatro, nonché rappresentante sindacale del Libersind – Confsal.

 

Signora Lupi, lei è stata una delle firmatarie dell’accordo sindacale del 17 novembre scorso. Ora che fa, lo rimette in discussione?

 

Assolutamente no. Vorrei solo che non allentassimo l’attenzione. Abbiamo semplicemente evitato in extremis un disastro ma il pericolo è sempre dietro l’angolo. Senza il rispetto rigoroso dell’accordo ritengo che sia molto arduo ottenere  nell’arco di due anni il risanamento e il ripianamento dell’assurdo debito accumulato, che ammonta a circa di 28 milioni di euro.

 

Una parte di questo debito accumulato lo si deve anche alle scenografie e costumi. Quindi siete direttamente chiamati in causa. 

 

Qui va chiarito subito un punto fondamentale. Le scenografie sono diventate così costose perché, nelľ ultimo decennio, si è fatto largo ricorso a scene tutte costruite, molto pesanti, le cui strutture sono necesssariamente realizzate in ferro (da società esterne), con un costo che può arrivare a sfiorare anche i 350 mila euro ad allestimento (a seconda del progetto), piuttosto che realizzare tutto nei nostri Laboratori di Scenografia e Falegnameria, con dipinti su tela o costruzioni in legno che possono costare, incluso tutto, al massimo 60 mila euro. Questa è una scelta che non dipende certamente da noi scenografi.

 

Però, c’è chi sostiene che oggi tutti i grandi teatri del mondo fanno ricorso a scenografie spettacolari.

 

Ma perché lei crede che non si possono fare delle splendide scenografie dipinte? Lo chieda a tutti gli scenografi che progettano con budget limitati, o guardi i bozzetti storici conservati nell’archivio del Teatro dell’Opera di Roma per capire che si possono progettare spettacoli bellissimi, atmosfere meravigliose, grandi spazi prospettici senza ricorrere necessariamente a strutture elefantiache o a utilizzare costruzioni che pesano tonnellate, che a volte possono essere molto pericolose nel montaggio e nello smontaggio e che, occupando tutto il palcoscenico, bloccano ogni possibilità di allestire contemporaneamente altri spettacoli (e che oltretutto hanno un elevatissimo costo di trasporto e immagazzinamento). Io stessa, che sono qui dalľ 85, ho partecipato alla realizzazione di innumerevoli bellissimi spettacoli quasi esclusivamente dipinti su tela e solo parzialmente costruiti, ma solo in legno e quindi realizzati dai nostri Laboratori.

 

La verità è che stiamo mortificando una delle più grandi capacità artistiche italiane che ha le sua fondamenta nelľ invenzione della scena alľ italiana nel rinascimento, che si fonda sulla pittura nella quale siamo maestri. La scuola di scenografia italiana è invidiata in tutto il mondo e a Roma siamo riusciti fino a ora a conservare un Laboratorio di Produzione con grandi professionisti.

 

Ma se è così, perché si è optato per delle soluzioni così costose, soprattutto in un momento di crisi?

 

Forse perché si è cercato di accontentare certe ambizioni di registi e scenografi o direttori preoccupati solo di mettere la propria firma su grandi lavori realizzati con le costruzioni. Non si è cercato di invitarli a inventare progetti diversi e più sostenibili. Tutto ciò senza contare sul fatto che le esternalizzazioni, come sappiamo tutti, possono soddisfare meglio tanti appetiti.

 

In altri termini, lei teme che anche il Teatro delľ Opera possa essere coinvolto nel grande scandalo che in questo momento travolge le massime istituzioni della Capitale?

 

Beh, mi auguro che cosi’ non sia, anche se in molti casi sono state assunte delle decisioni a dir poco discutibili e che hanno portato al disastro finanziario del teatro. D i tutto ciò qualcuno dovrà pur pagare il conto, o no? Per ora gli unici a vedersi ridotti lo stipendio e quindi a contribuire concretamente al risanamento sono i dipendenti che non hanno avuto alcune responsabilità in queste scelte.

 

Ne è proprio sicura? Perché non avete protestato e scioperato quando queste scelte sono state intraprese?

 

Perché ci dicevano che i conti erano a posto, che il teatro poteva permettersi certe scelte. Per quanto riguarda il mio settore, in tutti questi anni sono rimaste inascoltate le proposte del nostro e degli altri sindacati di ridurre le spese di allestimento e di ritornare quanto più possibile alle scene dipinte, al repertorio e alľ alternanza degli spettacoli (che è il metodo più semplice di aprire il sipario almeno quattro volte alla settimana). Si sono voluti perseguire obiettivi diversi. Ed è proprio per questo che invito tutti a non accontentarsi dell’accordo firmato ma di seguire passo dopo passo l’evolversi della situazione, per non ritrovarci fra due anni nelle stesse condizioni, o forse ancora peggio. Dobbiamo stare molto attenti affinché tutte le promesse e i buoni propositi vengano mantenuti.

 

Per quanta riguarda il suo settore specifico, la scenografia, cosa s’aspetta?

 

Che s’intraprenda un percorso di economia sostenibile per i teatri, che si valorizzino le maestranze interne che sono di altissimo profilo professionale, che si utilizzi l’enorme quantita’ di materiale conservato nei magazzini, parliamo di migliaia di scenografie e costumi sottoposti alla naturale usura del tempo, che tutto quello inutilizzato da noi venga dato in affitto, prestato o donato ai teatri più piccoli a rischio chiusura, che per gli allestimenti tutti costruiti e più impegnativi si faccia un esclusivo ricorso alle cooproduzioni in modo da ammortizzare le spese facendo girare lo spettacolo su molti teatri.

 

Inoltre, che si aumenti notevolmente il numero di spettacoli ricorrendo alľalternanza degli spettacoli (riproponendo il repertorio) con scenografie leggere, soprattutto dipinte che, grazie ai 64 tiri esistenti all’opera di Roma, si possono allestire contemporaneamente (a differenza di ciò che avviene con le strutture pesanti per le quali si fanno normalmente solo poche repliche), che ci sia una programmazione almeno triennale che consenta di realizzare gli allestimenti con il necessario anticipo sia sul piano qualitativo che occupazionale, che si lavori alla creazione di un Museo dei Costumi Storici e Arredi/Oggetti d’Opera visitabile a pagamento, che si crei una Scuola di Pittura di Scenografia alľ Italiana in modo che non vada perduto un enorme patrimonio di conoscenze in grado di dare lavoro a molti giovani, sia in Italia che all’estero. Sarà compito nostro fare in modo che tutto ciò non rimanga lettera morta.

 

 Denise Lupi

Nota: le precedenti interviste sul Teatro dellì’Opera di Roma sono state fatte a:

Fabio Morbidelli (http://puntocontinenti.it/?p=6419) – Orchestra

Franco Melis (http://puntocontinenti.it/?p=6588 ) – Coro

Alessandro Tiburzi (http://puntocontinenti.it/?p=6662) – Balletto

FERNANDO AYALA: “ALLEANZA DEL PACIFICO, UNA CARTA VINCENTE”

Posted by Punto Continenti On dicembre - 10 - 2014 Commenti disabilitati su FERNANDO AYALA: “ALLEANZA DEL PACIFICO, UNA CARTA VINCENTE”

 Ambasciatore del Cile Fernando Ayala

 

Recentemente si sono riuniti a Santiago del Cile i vertici dell’Alleanza del Pacifico (organizzazione nata formalmente nel luglio del 2012) della quale fanno parte oltre al Cile (guidato dalla Presidentessa Michelle Bachelet), anche la Colombia (Presidente Juan Manuel Santos), Messico (Enrique Penae Neto), Perù (Ollanta Humala) e Panama (Juan Carlos Varela). Si tratta di un’alleanza commerciale che punta essenzialmente sulle liberalizzazioni. E i risultati non sono mancati: in due anni è stata conseguita la libera circolazione del 90% dei beni e servizi prodotti dai Paesi membri. Inoltre, è stata varata la liberalizzazione dei capitali, nonché il libero accesso alle persone che possono viaggiare senza visto d’ingresso.

 

Ma per sapere qualcosa di più su questo processo d’integrazione e dei rapporti che l’Alleanza del Pacifico mantiene con tutte le altre organizzazioni presenti in America Latina, il giornalista peruviano Roberto Montoya, residente a Roma, ha organizzato un altro dei suoi incontri internazionali sostenuti da ‘Mediatrends America Europa’ (www.mediantrendsamerica.com). Questa volta l’ospite d’onore è stato l’Ambasciatore del Cile in Italia Fernando Ayala. L’incontro con la stampa internazionale è avvenuto presso l’hotel NH Giustiniano di Roma.

 

Sulla presunta distinzione di stampo politico tra il blocco dei Paesi di sinistra e quelli liberali, l’Ambasciatore ha sostenuto che le differenze sono molto meno accentuate di quel che si pensa generalmente. “Certo”, ha dichiarato Ayala, “nel blocco di sinistra ci sono Paesi come Cuba e Venezuela che esprimono situazioni abastanza radicali. Ma se guardiamo, ad esempio, al Brasile, non ci sono differenze sostanziali con, ad esempio, il Cile che è poi guidato da un governo di centro sinistra”.

 

Per Ayala esiste, è vero, un distinzione sul piano della politica economica tra l’Alleanza del Pacifico, che è un’associazione commerciale che punta su una maggiore integrazione basata su forme sempre più estese di liberalizzazioni, e associazioni come il Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay e Venezuela) che hanno maggiormente un profilo di unione dognale a carattere protettivo. Le due organizzazioni possono tuttavia convegere tanto è vero che il Cile è anche membro Associato del Mercosur.

 

“Quello che bisogna capire”, ha sostenuto l’Ambasciatore, “è che il Continente latino americano non è un blocco unico, come molti tendono a credere, in virtù del fatto che quasi tutti i Paesi parlano lo spagnolo, ad eccezione del Brasile, della Guiana e di Surinam. Ci sono, infatti, enorme differenze geografiche, culturali ed economiche e questo spiega il proliferare di organizzazioni sovranazionali”.   

 

Per quanto riguarda in particolare il Cile,  Ayala non si è sottratto dal commentare uno degli aspetti più delicati della sua storia: cioè, le scelte economiche fatte a suo tempo dalla giunta militare di Pinochet. In quegli anni, infatti, in netta controtendenza con gli altri regimi militari, il Cile decise di aprire completamente la sua economía agli investimenti esteri. “Non v’è dubio”, ha spiegato l’Ambasciatore, “che questa scelta ha avuto delle conseguenze pesantissime sulle aziende cilene e sui livelli occupazionali. Tuttavia, bisogna riconoscere che queste aperture hanno costretto le imprese cilene a confrontarsi con i mercati internazionali e quindi a diventare molto più competitive”.  

 

Su richiesta specifica, l’Ambasciatore ha affrontato anche la delicata questione del seggio permanente da riservare all’America Latina nell’ambito del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Come è noto a contenderlo sono soprattutto Brasile, Argentina e Messico. Su questo punto la posizione del Cile sembra molto chiara: “Siamo favorevoli”, ha dichiarato “all’ingresso del Brasile insieme a India e Sud Africa. Le dimensioni continentali del Brasile e la sua rilevanza economica giustificano ampiamente il suo ruolo di rappresentante dell’intero Continente latino americano”.

 

Sempre a proposito del Brasile, l’Ambasciatore ha ritenuto infondata la preoccupazione che il Governo di Brasilia sia oggi molto più interessato al grupo dei cosiddetti BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) piuttosto che all’America Latina. “Lo dimostra il fatto”, ha sostenuto, “che la nascita dell’Unasur, l’organizzazione dei Paesi dell’America del Sud, è stata fortemente voluta proprio dal Brasile che poi è stato, insieme all’Argentina, anche il principale promotore del Mercosur”.

 

In ogni caso il Cile si sta adoperando affinché vi sia una maggiore convergenza tra l’Alleanza del Pacifico e il Mercosur, nonchè tra tutti gli Stati e organizzazioni latino americane, soprattutto  su temi come l’energia, le infrastrutture, l’ambiente ecc.  “Solo presentandoci uniti” ha sottolineato Ayala, citando le parole della Presidente Bachelet, “il Continente potrà  ottenere dei risultati concreti sulla scena internazionale. Si tratta, naturalmente, di un proceso molto lungo e difficile, come lo dimostrano le attuali difficoltà registrate dall’Unione Europea. Occorre superare la barriera degli interessi nazionali, che sono sempre molto forti. Tuttavia, anche in America Latina l’integreazione regionale è fatalmente destinata a diventare un proceso irreversibile, che trascende i vari contrasti politici, economici, sociali e culturali”.   

 

FIERA DEL LIBRO: SCRITTORI LATINO AMERICANI A CONFRONTO

Posted by Punto Continenti On dicembre - 8 - 2014 Commenti disabilitati su FIERA DEL LIBRO: SCRITTORI LATINO AMERICANI A CONFRONTO

Nell’ambito della VII Edizione di ‘America Latina tierra de libros’ promossa dall’IILA (Istituto Italo Latino Americano) e che si è svolta a Roma all’interno della Fiera nazionale della piccola e media editoria (intitolata ‘Più libri più liberi’), abbiamo incontrato un gruppo di scrittori latino americani (vedere biografia a fondo pagina) per parlare della nuova realtà economica e culturale di questo grande Continente. All’incontro collettivo hanno partecipato Ricardo Domeneck (Brasile), Eduardo Rafael Heras Leon (Cuba), Raul Perez Torres (Ecuador), Luis Felipe Lomelì (Messico) ed Eduardo Gonzales Viana (Perù). Sono stati presenti, inoltre, Sylvia Irrazabal (Segretario culturale dell’IILA) ed Esperanza Anzola (Ufficio stampa e pubbliche relazioni) che ha promosso e coordinato il dibattito.

 

Il Leitmotiv dell’incontro è stata la ricerca di capire ‘Dove sta andando l’America Latina’, alla luce anche dei nuovi orientamenti politici assunti negli ultimi anni da Paesi come il Venezuela, l’Ecuador, la Bolivia, il Brasile, l’Uruguay e altri che stanno presentando al mondo un nuovo volto socialista e democratico. Per lo scrittore brasiliano Domeneck, “non v’è dubbio che sono stati raggiunti alcuni risultati molto importanti sul piano sociale e ciò è stato riconosciuto e premiato dall’elettorato che da 12 anni vota in Brasile il partito dei lavoratori, PT. Tuttavia”, sostiene Domeneck, “la sinistra non può continuare in eterno a vivere sulle conquiste del passato. Essa ha favorito la nascita di una nuova classe media che oggi esige un nuovo salto di qualità, mentre i poveri rimasti indietro sono ancora tanti. La recente risicata vittoria di Dilma Rousseff, dopo i due governi Lula e dopo il suo primo mandato presidenziale, dimostrano che quasi la metà della popolazione del Paese è insofferente verso un certo modo di gestire la politica che, tra l’altro, ha alimentato una forte corruzione”.

 

Per Heras Leon, “questa esigenza di cambiamento viene avvertita anche a Cuba, soprattutto nell’ambito della giovane generazione.  I figli non s’accontentano più di sentire dai genitori come era una volta Cuba ma vogliono discuture su come dovrà essere il Paese domani”. Per Heras Leon, “il Governo ha già avviato una serie importante di riforme anche se la situazione cubana rimane condizionata pesantemente dal blocco economico imposto dagli Stati Uniti e dalla paura che un’apertura eccessiva potrebbe alimentare un’invasione di capitali esteri in grado di stravolgere le tante conquiste ottenute col sangue”. A una domanda precisa in che cosa la rivoluzione cubana ha fallito Heras Leon ha risposto: “Nel sogno di creare un uomo nuovo. Un obiettivo che è stato perseguito più volte nella storia dell’Umanità ma che fino ad ora nessuno è riuscito a condurre in porto. Evidentemente è una missione impossibile”.

 

Chi invece non fa parte del blocco della sinistra latinoamericana è il Messico. “Tuttavia anche noi”, sostiene lo scrittore messicano Lomelì, ingegnere, ecologo e dottore in filosofia,  “abbiamo compiuto importanti riforme sul piano economico e sociale. Attualmente uno dei nostri maggiori problemi riguarda la sicurezza, come lo dimostra la recente strage di studenti avvenuta nel sud del Paese. Inoltre dobbiamo affrontare una criminalità che grazie al narco traffico si è notevolmente potenziata e anche frantumata. Ormai ci sono tante bande che controllano autonomamente diverse zone del Paese. Il Governo sta varando una serie di misure di contrasto alla criminalità ma occorre anche coinvolgere e sensibilizzare maggiormente l’opinione pubblica. E questo, del resto, è uno degli argomenti maggiormente trattati in questo momento da giornalisti e scrittori messicani”.

 

Per lo scrittore peruviano Gonzales Viana che vive negli Stati Uniti, “oggi in Perù si sta assistendo a una preoccupante sterzata in senso autoritario e populista. Il problema”, dice, “è che i peruviani ancora non si sono liberati da certe strutture collegate al processo di colonizzazione del Paese, tra cui la sopraffazione dei potenti sui più deboli. In questa analisi e ricerca sulle cause dell varie contraddizioni che affliggono la società peruviana un ruolo importante lo stanno svolgendo gli scrittori e gli intellettuali residente all’estero. Gli emigrati, ma soprattutto i figli degli emigrati, si stanno interessando molto in questo momento della cultura e delle credenze  del nostro Paese che vanta notoriamente una storia millenaria. Ed è proprio nella riscoperta dei valori del nostro passato che s’annida il segreto per dare un futuro migliore al Perù”.

 

Nella lista dei più piccoli ma dinamici Paesi dell’America Latina figura decisamente l’Ecuador, Paese fortemente impegnato sul fronte social. Per Perez Torres,  “l’indirizzo marcatamente sociale intrapreso dal governo ecuadoriano trova un largo consenso non solo tra gli intellettuali ma anche tra i giovani e nella popolazione in generale. Naturalmente per uno Stato piccolo come l’Ecuador resta fondamentale riuscire a integrarsi nelle economie degli altri Paesi dell’America Latina. Non a caso l’Ecuador crede molto nel ruolo di alcune organizzazioni sovranazionali come l’UNASUR (l’Associazione dei Paesi dell’America del Sud) che potranno svolgere nei prossimi anni una parte importante nel processo di consolidamento di tutte le economie latino americane. Solo così, del resto, sarà possibile contrastare gli eccessi e le storture determinate dalla globalizzazione ormai avviata su base planetaria”.

 

Alcune note biografiche.

RICARDO DOMENECK . Originario di San Paolo del Brasile vive da molti anni a Berlino. I suoi libri sono stati pubblicati in Germania, USA, Belgio, Spagna, Slovenia, Emirati Arabi Uniti, Argentina, Svezia, Messico e Cile. Nel 2013 un’antologia bilingue delle sue poesie è stata pubblicata in Germania. Nel 2012 ha pubblicato”Ciclo do amante substituivel” (Cliclo dell’amante sostituibile).

EDUARDO RAFAEL HERAS LEON. Scrittore, critico, redattore e docente è laureato in filologia e giornalismo. Ha diretto il Centro di formazione per scrittori intestato a Onelio Jorge Cardoso. Da questa scuola sono usciti alcuni dei grandi scrittori cubani. Autore di diversi volumi ha vinto numerosi premi nazionali e internazionali. Tra gli ultimi libri, “Cuestion de Principio”, “La noche del Capitan”, “Balada pare un amor possivel”.

RAUL PEREZ TORRES. Poeta e giornalista è nato a Quito. I suoi racconti sono stati pubblicati in molte lingue. Occupa un posto di rilievo all’interno della narrativa ispano americana. I suoi racconti sono stati pubblicati in molte lingue e alcuni di essi compaiono in francese in un’antologia latino americana.  Ultimi libri:  “Papiro Ciego”, “El tiempo Esa Pluma”, “Area de Candela”.

LUIS FELIPE LOMELI. E’ nato a Etzatlan, è ingegnere, ecologo, scrittore e dottore in filosofia. Il suo racconto “Todos Santos de California” è stato incluso nell’antologia “Curiose inquetudini. Sedici racconti del Messico contemporaneo”, quarto volume della collana bilingue “Narramerica”, creta dall’IILA ed edita da Fahrenheit 451 . Parte del suo lavoro è stato tradoto in 12 lingue.

EDUARDO GONZALES VIANA. E’ nato a Chepen, La libertad. negli anni ’80. La sua scrittura si orienta sul tema antropologico. “Habla Sampedro. Llama a los brujos” (Argos Vergara 1979), incentrato su una conversazione con uno sciamano nel nord del Perù, è diventato un bestseller in Spagna. Tra i suoi ultimi successi figura “Don Tuno, el senor de los cuerpos astrales” e “Vallejo en los infiernos”.

LA REA ESPONE ALLA CAMERA IL DRAMMA DELLE PICCOLE RADIO E TV

Posted by Punto Continenti On dicembre - 5 - 2014 Commenti disabilitati su LA REA ESPONE ALLA CAMERA IL DRAMMA DELLE PICCOLE RADIO E TV

La REA (Radio televisioni europee associate) è stata ricevuta dalla IX Commissione Trasporti, Poste e Telecomunicazioni della Camera dei Deputati nell’ambito del ciclo delle audizioni relative all’indagine conoscitiva  sul sistema dei servizi di media audiovisivi e radiofonico. La delegazione della REA, presieduta da Antonio Diomede, ha illustrato il documento sullo stato di crisi del settore radiotelevisivo locale con le possibili soluzioni in risposta alle negative prese di posizioni del Governo e del Ministero dello Sviluppo Economico relativamente alla pianificazione delle frequenze tv e alla pianificazione della numerazione dei programmi sul telecomando.

 

In particolare la REA ha sollecitato i parlamentari ad intervenire sul Governo affinché si decida ad aprire un Tavolo di confronto per un dialogo di merito sulla questione della dismissione delle 76 frequenze che interferiscono i Paesi confinanti della dorsale adriatica e della Sicilia per evitare diatribe giudiziarie che possono arrivare fino a Strasburgo.  I danni che subiranno le aziende locali sottoposte a chiusura forzata entro fine anno sono dell’ordine di 2.200 milioni di euro, mentre il Governo prevede un fondo di appena 51 milioni per la rottamazione. Rimediare si può, si legge nel documento, purché, l’Amministrazione del MiSE sia disponibile a rispettare la legge spesse volte calpestata.

 

Si tratta di mettere in atto le cinque mosse che la legge prevede per ristabilire ordine e armonia nel comparto televisivo: 1) assegnare alle locali almeno 1/3 della capacità trasmissiva coordinata da utilizzare primariamente nelle aree di confine; 2) utilizzare le frequenze non coordinate nelle aree orograficamente protette; 3) ripianificare con gli anzidetti criteri; 4) assicurare il diritto d’uso di un programma a tutte le emittenti ex analogiche con reti gestite da consorzi o da intese; 5) assicurare alle emittenti ex analogiche storiche un LCN di seguito alle nazionali ex analogiche storiche (dall’8 in poi senza soluzione di continuità).

 

Il documento mette in evidenza come “con un programma ragionato di attuazione del digitale avremmo potuto evitare la fase del passaggio dal DVB-T per transitare direttamente sul DVB-T2 facendo risparmiare alle famiglie, alle imprese televisive e allo Stato 10 miliardi di euro. Cioè una ingente massa di danaro che è andata all’estero in quanto in Italia non c’è una sola azienda che produce semiconduttori, televisori con decoder integrati e decoder interattivi. In sostanza abbiamo finanziato le aziende giapponesi, asiatiche, tedesche e olandesi”.

E la radio? “ La radio”, sostiene la REA, “non è la parente povera della televisione. La Radio è il mezzo informativo più diffuso in Italia e nel mondo” Tuttavia  il Governo ha sottratto importanti frequenze già assegnate per il digitale radiofonico mentre il canale 13 VHF, nonostante le promesse, rimane inutilizzato. La FM è inascoltabile. E’ urgente mettere mano alla pianificazione isofrequenziale per risparmiare almeno 1200 impianti ridondanti in modo da dare respiro alle locali per il recupero degli ascolti e della pubblicità.

 Antonio Diomede

AMERICA LATINA PROTAGONISTA ALLA FIERA DEL LIBRO DI ROMA

Posted by Punto Continenti On novembre - 29 - 2014 Commenti disabilitati su AMERICA LATINA PROTAGONISTA ALLA FIERA DEL LIBRO DI ROMA

Giovedì 4 dicembre, verrà inaugurata al Palazzo dei Congressi di Roma l’edizione 2014 di Più libri più liberi, la fiera dedicata alla piccola e media editoria (resterà aperta fino all’8 dicembre). Nello stesso giorno presso la sede dell’Istituto Italo Latino Americano di Roma (in via Paisiello 24, ore 17) sarà protagonista ‘Il nuovo romanzo latinoamericano’. All’appuntamento, introdotto da Sylvia Irrazábal, Segretario Culturale dell’IILA e coordinato da Rosa Maria Grillo, docente di letteratura ispanoamericana all’Università di Salerno, saranno presenti figure emergenti e note del panorama letterario latinoamericano come: Alejandra Costamagna (Cile), Eduardo Heras León (Cuba), Raúl Pérez Torres (Ecuador), Luis Felipe Lomelí (Messico) ed Eduardo González Viaña (Perú).

 

L’intenzione dell’IILA è di promuovere sotto la sigla América Latina Tierra de Libros la propria partecipazione alla Fiera che quest’anno rende omaggio al grande scrittore colombiano e Premio Nobel  Gabriel García Márquez. Non a caso lo stesso titolo della manifestazione, Vivir para contar, s’ispira al primo dei tre volumi dei racconti autobiografici. I protagonisti degli incontri sulla letteratura latinoamericana del nuovo millennio saranno: Rosalba Campra (Argentina), Ricardo Domeneck (Brasile), Alejandra Costamagna (Cile), Santiago Gamboa (Colombia), Zingonia Zingone (Costa Rica), Eduardo Heras León (Cuba), Raúl Pérez Torres (Ecuador), David Majano (Guatemala), Luis Felipe Lomelí (Messico), Eduardo González Viaña (Perú) ed Edgar Borges (Repubblica Bolivariana del Venezuela). L’organizzazione degli incontri con gli autori latino americani è stata curata dell’IILA in collaborazione con le Ambasciate dei Paesi membri. Ma ecco alcuni degli avvenimenti più importanti in calendario in Fiera per quanto riguarda l’America Latina.

 

Sabato 6 dicembre è in programma una serata dedicata a Garcia Marques alla quale interverranno l’Ambasciatore Giorgio Malfatti di Monte Tretto, Segretario Generale dell’IILA,  Alessandra Riccio, docente di letteratura ispanoamericana all’Università di Napoli – L’Orientale e lo scrittore Raffaele Nigro. L’attrice Maria Rosaria Omaggio leggerà brani delle opere dello scrittore.

 

Venerdì 5 dicembre, nella sede di Più libri più liberi, l’IILA offrirà ai visitatori della Fiera un interessante percorso attraverso il mondo letterario del Continente con due appuntamenti. Il primo, Il Microracconto. Racconti brevi: le nuove forme di narrazione, introdotto da Sylvia Irrazábal, Segretario Culturale dell’IILA e coordinato da Francesco Fava, docente di letteratura ispanoamericana alla IULM di Milano, vede la partecipazione degli scrittori Rosalba Campra (Argentina), Ricardo Domeneck (Brasile), Alejandra Costamagna (Cile), Zingonia Zingone (Costa Rica), Eduardo Heras León (Cuba), Raúl Pérez Torres (Ecuador), Luis Felipe Lomelí (Messico), Eduardo González Viaña (Perú), Edgar Borges (Repubblica Bolivariana del Venezuela).

 

Il secondo, Percorsi letterari tra Europa e America Latina, sarà presieduto da Lucio Battistotti, Direttore della Rappresentanza in Italia della Commissione Europea. L’incontro è incentrato  su un dialogo tra gli scrittori Ricardo Domeneck (Brasile), Santiago Gamboa (Colombia), David Majano (Guatemala) ed Edgar Borges (Repubblica Bolivariana del Venezuela) e verrà coordinato dalla giornalista Roberta Ronconi.   Sempre nell’ambito di Più Libri più Liberivenerdì 5 dicembre, nella Sala del Consiglio del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi Roma Tre, è in programma l’incontro Forme della letteratura latinoamericana nel nuovo millennio che l’IILA organizza in collaborazione con l’Ateneo romano. All’appuntamento, coordinato da Camilla Cattarulla, docente di letteratura ispanoamericana all’Università Roma Tre, interverranno tutti i poeti e gli scrittori invitati.

 

 Gabriel García Márquez 

TAVOLA ROTONDA SULL’AMERICA LATINA TARGATA MARIO GIRO

Posted by Punto Continenti On novembre - 21 - 2014 Commenti disabilitati su TAVOLA ROTONDA SULL’AMERICA LATINA TARGATA MARIO GIRO

Una tavola rotonda abbastanza allargata è stata promossa al Ministero degli affari esteri dal sottosegretario Mario Giro per parlare delle prospettive delle relazioni culturali ed economiche tra l’Italia e l’America Latina. All’incontro hanno partecipato una cinquantina di rappresentanti di vari ministeri, imprenditori, sindacalisti, enti pubblici e privati preposti alle relazioni internazionali, esperti in politica estera (soprattutto di America Latina), docenti universitari, sindacalisti e giornalisti. L’obiettivo è di creare un luogo di coordinamento, informazione, scambio e dibattito aperto tra tutti gli attori pubblici e privati che si occupano di America Latina.

 

Tra i vari argomenti affrontati  si possono citare:

a)  Le possibilità offerte dall’articolo 27 della legge 125 del 2014 di finanziare non solo le imprese che operano all’estero (come avveniva in passato) ma anche le imprese miste, in particolare nei Paesi più promettenti;

b)  La cooperazione interuniversitaria italo latino americana, con un particolare attenzione all’incremento della ricettività di studenti brasiliani in Italia;

c) analisi della situazione politica del Brasile dopo la recente conferma alla Presidenza della Repubblica di Wilma Rousseff;

d) il contributo italiano ed europeo a sostegno della sicurezza democratica in America centrale;

e) il livello di preparazione dell’incontro tra l’Unione Europea e la CELAC, la Comunità degli Stati Latino Americani e dei Caraibi previsto nel primo semestre del 2015.

 

Tra i vari argomenti trattati sicuramente quello che ha attirato il maggiore interesse è stato il progetto ‘Scienza senza frontiere’ (Ciencia sem fronteiras) lanciato dal Governo brasiliano che, tra l’altro, dovrebbe destinare nei prossimi anni l’intero fatturato del petrolio all’istruzione e alla formazione a tutti i livelli. Questo progetto riguarderà 100 mila borse di studio riservati a laureati e giovani brasiliani disposti a trasferirisi all’estero sia sul piano della formazione che della ricerca scientifica. Spiega l’Ambasciatore del Brsile in Italia, Ricardo Neiva Tavares: “L’Italia rappresenta un Paese-modello nell’ambito del Programma Scienza Senza Frontiere. Dal momento della sua introduzione sono stati ben 3.300 gli studenti che hanno aderito al Programma, dei quali 1.200 sono studenti di 15 Università e di 4 Centri tecnologici”.

Approfittare di questa iniziativa significa per l’Italia stabilire relazioni più strette con il gigante dell’America Latina e, quindi, favorire i rapporti economici e culturali, facilitare i contatti aziendali, stabilire forti legami universitari e ampliare la divulgazione della lingua italiana. Non a caso sono previsti numerosi corsi di italiano sia in Italia che in Brasile, che potrebbero essere tenuti da giovani laureati italiani. Per Giro il rapporto di collaborazione culturale e scientifica con il Brasile può diventare un modello da seguire in numerosi altri mercati.

 

A proposito della divulgazione della lingua italiana, che rimane sempre la quarta lingua più studiata nel mondo (dopo l’inglese, il francese e lo spagnolo) il Brasile offre indubbiamente degli spazi notevoli. Basti pensare al crescente interesse per l’Italia dei nipotini e oriundi italiani che ammontano a circa 30 milioni di persone e che in molti casi vorrebbero perfezionare il loro italiano spesso approssimativo.

 

In questa strategia di valorizzazione della lingua italiana appare auspicabile anche una maggiore razionalizzazione degli Istituti di cultura, della rete dei Comitati Dante Alighieri, insieme a un più inciso piano di sostegno alle traduzione di libri italiani che, in questo grave momento di crisi editoriale, potrebbero trovare proprio in America Latina un formidabile sbocco commerciale. Alcuni esperti suggeriscono, poi, di non dimenticare alcuni specifici aspetti della cultura italiana come, ad esempio, la lirica (risulta, infatti, che all’estero moltissime persone sono interessate alla lingua italiana soprattutto per motivi culturali).

 

A cosa potrà approdare questa riflessione collettiva? Il sottosegretario Giro assicura che farà di tutto per garantire una certa continuità, conoscenza e concretezza alle principali problematiche affrontate. “Spesso”, ha sostenuto, “l’Italia fa delle cose belle e importanti, soltanto che poi sono in pochi a venirne a conoscenza. Così si sprecano molte occasione. Almeno questo cercheremo di evitare”.

 

 Mario Giro

MATTEO BONOTTO: PORTIAMO NELLE SCUOLE L’AMORE PER LA LIRICA

Posted by Punto Continenti On novembre - 6 - 2014 Commenti disabilitati su MATTEO BONOTTO: PORTIAMO NELLE SCUOLE L’AMORE PER LA LIRICA

‘Bisogna partire dalle scuole’ è uno dei ‘leitmotiv’ invocati spesso a proposito e sproposito da politici, amministratori, uomini di cultura, giornalisti, ecc. Ebbene, in Italia c’è chi lo fa per davvero da alcuni anni e in uno dei settori più delicati della nostra cultura: l’Opera lirica. Parliamo di Matteo Bonotto che ha avuto la splendida idea di coinvolgere le scuole per promuovere l’amore per la musica e la lirica, un amore che, purtroppo, sta gradualmente scemando in Italia, cioè, proprio nella patria del bel canto. Lo testimoniano i vari concorsi lirici sempre più affollati di cantanti asiatici e latino americani, mentre la partecipazione italiana si sta gradualmente assottigliando, sia sul piano quantitativo che qualitativo.

 

Insieme ad alcuni amici, tra cui la dinamica presentatrice professionista Valentina Lo Surdo,  Bonotto ha creato l’Associazione Musicale InCanto. Tutti insieme, e senza alcun contributo pubblico, stanno cercando di fare quello che dovrebbe fare ogni Stato interessato a preservare e a tramandare alle future generazioni gli aspetti più caratterizzanti della propria cultura. Mettere in scena rappresentazioni operistiche con un teatro pieno di ragazzini che cantano in coro, che hanno scoperto i segreti rudimentali dell’allestimento di una scenografia, che creano con le proprie mani i costumi, è molto di più di una delle tante iniziative culturali: è un vero servizio (senza scomodare la retorica) alla nazione.

 

Come è nata concretamente l’idea di costituire l’Associazione Musicale InCanto?

 

Ci siamo accorti che è sempre più viva nella società l’esigenza di riscoprire il valore e la centralità della musica all’interno della nostra cultura: un patrimonio così importante che sta andando perduto e che, secondo noi, va restituito alle nuove generazioni. La musica può sicuramente rappresentare un’opportunità per completare e rafforzare la formazione di un bambino non solo per trarne un beneficio a livello individuale ma anche per la collettività. Sarebbe necessario modificare il piano formativo scolastico introducendo, sin dall’asilo nido, programmi e progetti che guardino alla musica come un nuovo linguaggio educativo. Da qui nasce Europa InCanto, per educare e formare piccoli e grandi attraverso la musica, quella colta, considerata da sempre appannaggio di un’elite.

 

Come è strutturata  e come si sostiene l’Associazione?

 

Siamo tutti ragazzi che lavorano nel settore artistico e ognuno ha un ruolo ben preciso. C’è chi si occupa dell’organizzazione, chi delle scelte artistiche, e poi tutte le professionalità che servono per realizzare i nostri progetti. Spesso arriviamo ad avere oltre 40 collaboratori ed è una scelta ben precisa quella di “reclutare” giovani anche con poca esperienze e crescere insieme a loro, è un modo per formare la propria competenza e per creare nuove opportunità sia di visibilità sia di lavoro.

 

L’associazione si autosostiene interamente, e riesce a portare avanti i propri progetti grazie a piccoli contributi per la partecipazione da parte dei privati, fino ad ora, infatti, non abbiamo mai ricevuto alcuna sovvenzione pubblica.

 

Quali sono gli obiettivi principali?

 

Sicuramente si vuole rendere autonome ed erudite le nuove leve educandole a un linguaggio che ancora non conoscono, quello della musica colta, affinché possa essere  fruibile a un nuovo target di utenza. Ed è proprio partendo dalla volontà di ampliare gli orizzonti didattici in campo musicale di educatori, insegnanti e operatori sociali, che si saprà trasmettere l’amore per la cultura musicale e artistica come un bene per la persona e un valore sociale. Europa InCanto vuole sicuramente porsi come punto di riferimento per quanti, svantaggiati o portatori di handicap, possano trovare nelle varie sfaccettature ed espressioni della musicoterapia, un sollievo al proprio disagio.

 

In concreto come si sviluppa il Progetto Scuola InCanto?

 

Scuola InCanto è articolato in più momenti. Si parte con la parte propedeutica dove i docenti delle scuole, attraverso laboratori e seminari, acquisiscono tutte le competenze che gli permetteranno di sviluppare in classe un percorso didattico mirato. E’ sicuramente uno dei punti di forza del progetto, perché maestre e professori comprendono quanto sia importante acquisire nozioni su argomenti considerati difficili come l’opera lirica e di quanto invece sia facile trasmetterle ai loro alunni. Successivamente i nostri esperti in didattica della musica e cantanti lirici approfondiscono il lavoro già svolto dai docenti attraverso degli incontri frontali in classe: i bambini lavorano sull’intonazione, sulla metrica, sulla storia dell’opera,

 

Quanto durano, quale impegno viene richiesto ai ragazzi e quanto costano i corsi?

 

I corsi durano quasi un intero anno scolastico, da dicembre a maggio, proprio per dare modo agli studenti di poter approfondire le tematiche anche a livello interdisciplinare. Ai ragazzi non viene chiesto un vero e proprio impegno allo studio ma più che altro un impegno a divertirsi con la musica, ad apprendere in modo giocoso le storie e gli intrighi nascosti nella trama dell’ opera che studieranno.

 

Agli studenti viene fornito un kit didattico contenente il libro e il cd audio che accompagna gli alunni in tutto il percorso di apprendimento, e con cui potranno ripassare i brani da cantare a casa, in macchina con i genitori, a scuola, e tutto quindi diventa molto fruibile e alla portata di ogni età: l’opera lirica, frequentemente considerata appannaggio di pochi, entra a far parte del bagaglio culturale delle nuove e vecchie generazioni. Per un percorso di apprendimento che dura circa 6 mesi la quota di partecipazione è di 15 euro per l’intero progetto comprensivo del Kit didattico. Ogni anno cerchiamo di mantenere inalterato questo costo minimo affinché tutti possano prendere parte al progetto intervenendo anche con molte gratuità.

 

Quali sono i vostri progetti futuri?

 

In questi pochi anni di esperienza abbiamo capito quanto sia importante investire nei giovani, in particolar modo per educarli a un patrimonio dimenticato. Attraverso l’opera lirica vogliamo che gli studenti scoprano le loro origini, che approfondiscano la storia italiana e che capiscano il vero valore culturale del nostro paese. Per il futuro speriamo di poter far conoscere il nostro progetto all’estero, dove siamo sicuri, sarà molto apprezzato e, perché no, farlo diventare programma scolastico obbligatorio in tutte le scuole!

 

Per maggiori informazioni:

Matteo Bonotto

www.europaincanto.it

Cell. cell 347.6424376

  Matteo Bonotto

BEZZECCHERI: AMERICA LATINA, LA TERRA PROMESSA DELL’ENEL

Posted by Punto Continenti On novembre - 5 - 2014 Commenti disabilitati su BEZZECCHERI: AMERICA LATINA, LA TERRA PROMESSA DELL’ENEL

“L’America Latina rappresenta il futuro dell’Enel per i prossimi cinque anni. E’ la nostra terra promessa nella quale abbiamo investito 600 milioni di euro con progetti che coinvolgono Messico, Brasile e Cile”. Lo ha dichiarato Maurizio Bezzeccheri, Presidente della società Enel Green Power (del Gruppo Enel) per l’America Latina, nell’ambito di un incontro con la stampa all’Hotel Leonardo da Vinci di Roma  organizzato da Prestomedia, l’Osservatorio per l’America Latina e la Fondazione spagnola per la promozione sociale e culturale.

 

Attualmente l’Enel, con oltre 70 mila dipendenti, è presente in 32 nazioni. La società sta sviluppando diversi progetti ‘verdi’ innovativi in Paesi come il Cile, dove viene sfruttata l’energia determinata dal moto ondoso. “Le fonti rinnovabili in America Latina” ha sostenuto Bezzeccheri, “sono nate più per necessità che a seguito di una pianificazione. In Messico, Brasile e Cile le fonti rinnovabili sono diventate anche più economiche rispetto a quelle tradizionali”.

 

Il dirigente Enel ha poi osservato che “in America Latina, a parità di condizioni, si riesce a produrre il doppio perché i fattori climatici sono costanti e i costi sono più stabili e competitivi che in Europa. Inoltre, il perfezionamento delle previsioni metereologiche consente di abbinare meglio l’ energia eolica a quella fotovoltaica, che comunque sono complementari, perché quando di notte non c’è la fotovoltaica subentra l’eolica”.

 

Durate la sua esposizione Bezzeccheri ha rilevato anche che in Perù il costo del gas derivante dal Progetto Camisea nella Valle dell’Urubamba rimane ancora molto contenuto e ciò rende per ora poco competitive le altre fonti d’energia, come l’idroelettrica e le rinnovabili. In Colombia le variazioni climatiche e i fenomeni del ‘Nino’ e della ‘Nina’ ostacolano l’affermazione delle energie verdi. In Cile le rinnovabili sono ancora poco diffuse anche se viene riconosciuta la loro grande importanza. In Brasile si è verificato, invece, il cosiddetto fenomeno della ‘tempesta perfetta’ o mancanza di energia motivata sia dalla siccità che dalla minore capacità di generare e distribuire energia. In compenso, dal 2009 l’energia rinnovabile ha assunto un ruolo strrategico rilevantissimo.

 

Per quanto riguarda gli investimenti futuri,  l’Ecuador risulta particolarmente interessante anche per le interconnessioni possibili con altri Paesi andini. Qualcosa già è stato fatto con la Colombia. “Siamo in una nuova fase di trattative con il governo del Presidente Correa”, ha sostenuto Bezzeccheri, “anche se non prevale un clima particolarmente favorevole agli investimenti privati”​​. Infine, il Perù ancora non è coinvolto direttamente in questi progetti ma ci sono buone prospettive, mentre la Colombia, che non detiene energie rinnovabili, offre in compenso ottime possibilità di interconnessione. Lo stesso vale anche per il Cile, che detiene quattro sistemi indipendenti proprio adatti alle interconnessioni.

 Maurizio Bezzeccheri

IILA: EUROPA E AMERICA LATINA A CONFRONTO SUI ‘SENZA DIMORA’

Posted by Punto Continenti On novembre - 1 - 2014 Commenti disabilitati su IILA: EUROPA E AMERICA LATINA A CONFRONTO SUI ‘SENZA DIMORA’

Andrea Monaco rappresenta nell’ambito dell’Euro Social Forum (organismo creato dalla Commissione Europea) l’Istituto Italo Latino Americano (IILA), l’organismo pubblico sostenuto dal Ministero degli Affari Esteri italiano che raggruppa tutte le rappresentanze diplomatiche dell’America Latina presenti in Italia. Recentemente l’IILA ha organizzato a Bergamo un incontro/dibattito sul tema delle politiche per i senza dimora. Con Monaco abbiamo, quindi, cercato di fare il punto sugli scopi di questi incontri e sul ruolo concreto svolto dall’IILA, che è una delle quattro associazioni (le altre provengono dalla Spagna, Francia e Germania) che si occupano dei ‘homeless’. Verso la fine di novembre si svolgerà un altro incontro a Napoli. Ma andiamo per ordine.

 

Per cominciare ci parli dell’incontro di Bergamo.

 

L’incontro è avvenuto all’interno del Convegno promosso dalla FEANTSA, la Federazione Europea delle Organizzazioni Nazionali (ONG) che si occupano dei problemi dei senza fissa dimora. Per l’occasione sono stati portati a Bergamo rappresentanti dei governi di Brasile, Cile, Costa Rica, Ecuador, Paraguay, Uruguay, nonché alcuni esperti del settore europei e latino-americani. Il tutto si è svolto nell’ambito di quattro giornate in cui autorità e funzionari di sei Paesi latinoamericani, hanno fissato le linee guida per le politiche e i programmi di assistenza ai senza dimora in America Latina. Queste politiche sono state messe a confronto con le esperienze europee.

 

Cos’è emerso d’interessante da questi incontri?

 

Diciamo che si è convenuto sostanzialmente sulla necessità di perseguire quattro obiettivi: primo, definire delle politiche specifiche sia per quanto riguarda il Paese che per le condizioni di vita dei senza tetto, condizioni che possono essere molto diverse e quindi richiedono soluzioni diverse;  secondo, potenziare il sistema informativo e di raccolta dei dati anche regionali al fine di creare strutture di collegamento e coordinamento tra aree e Paesi diversi. Su quest’aspetto si sono soffermati a lungo i rappresentanti di Brasile, Cile e Uruguay; terzo, avviare una serie di collegamenti tra diverse istituzioni che si occupano, ad esempio, d’istruzione, lavoro, abitazioni, ecc.; infine, quarto, si è dibattuto sull’opportunità di dare prima la casa per poi procedere al reinserimento piuttosto che seguire il procedimento contrario, come è avvenuto in passato.

 

Ora è  in programma un incontro a Napoli verso la fine di Novembre. In questo caso quali sono i temi sul tappeto?

 

Il Convegno s’incentrerà sulle strategie politiche per superare la povertà. Per l’Italia questo seminario coinciderà con un momento significativo: da alcuni anni, infatti, è in corso una sperimentazione che prelude alla futura introduzione di una misura universale di contrasto alla povertà. Una misura che non è da intendersi come un semplice sussidio economico, bensì come un programma di inserimento che collega il sostegno economico con servizi di supporto al nucleo familiare e interventi di attivazione dei beneficiari. Con questa misura, denominata Sostegno per l’Inclusione Attiva, SIA, l’Italia si allinea alla quasi totalità dei paesi europei, che già ne dispongono da anni.

 

Che rapporto esiste tra la povertà in America Latina e in Europa?

Innanzitutto possiamo dire che la povertà non è un problema tipicamente latino americano ma anche europeo. Ciò comporta che le tradizionali differenze tra un Nord ricco e sviluppato e un Sud povero e arretrato si stanno notevolmente attenuando. Dall’America Latina è arrivata, poi, una lezione molto stimolante: la miseria e la povertà si possono abbattere. La prima è scesa all’ 11,3% nel 2012 (dal 22,5% del 1990); la seconda al 28,2% (dal 48,3% del 1990). Molte sono, comunque, le differenze tra i paesi, ma con un PIL che cresce ininterrottamente da tanti anni, i grandi temi oggi in agenda in America Latina non sono più i poveri, ma la disuguaglianza e la vulnerabilità delle nuove classi medie. Come anche da noi.

 Andrea Monaco dell’IILA

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