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Sunday, August 19, 2018

VIDEO-REA: PIU’ DI 30 MILA VISUALIZZAZIONI SULLO STATO SOCIALE

Posted by Punto Continenti On settembre - 25 - 2017 Commenti disabilitati su VIDEO-REA: PIU’ DI 30 MILA VISUALIZZAZIONI SULLO STATO SOCIALE

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Foto: la pagina YouTube dei video REA che indica in alto le 30.131 visualizzazioni e i 59 iscritti. 

 

Il 25 ottobre del 2017 sono state superate le 30mila visualizzazione dei filmati messi in rete dalla REA (Radiotelevisioni Europee Associate) riguardanti la nascita di un nuovo ed efficiente Stato Sociale. Più precisamente è stata raggiunta quota 30.131 (con una crescita di ben 10mila visualizzazioni solo negli ultimi sei mesi). Tra i filmati più seguiti figura Il Seme di un nuovo Stato Sociale (vedere in fondo alla pagina) che riassume il lavoro fatto da un gruppo di esperti e gente comune sensibile alla tematica dei diritti sociali (filmato che ha raggiunto quota 1.500 visualizzazioni).

 

Considerata la complessività della materia affrontata si tratta sicuramente di un grande successo che premia lo sforzo della REA e dei giornalisti e appassionati che hanno deciso di impegnarsi in forma autonoma e indipendente in una battaglia che punta decisamente su due obiettivi: 1) ridurre sensibilmente i costi dei servizi essenziali con l’aiuto della tecnologia; 2) consentire a tutti di guadagnare l’indispensabile per condurre una vita  dignitosa. In questo sforzo sono stati anche indicati i 7 Bisogni Capitali di un moderno ed efficiente Stato Sociale: 1) Avere un lavoro di sostentamento; 2) Nutrirsi e Vestirsi; 3) Avere un Tetto; 4) Curarsi; 5) Istruirsi, 6) Avere una tutela legale; 7) Avere una corretta informazione.

 

Oltre a una vasta produzione video sono stati riportati in rete numerosi articoli, interviste e pareri di gente comune e grandi esperti. E’ stata, poi, ampliata la rete di siti collegati al Progetto di costituzione di un nuovo Stato Sociale, tra cui il sito nuovostatosociale su face book. Infine sono incrementate le organizzazioni, associazioni, uffici stampa ed enti italiani ed esteri che hanno aderito al Progetto Rea, tra cui: ADB Comunica, AREF International Onlus, Armando Editore, Associazione Costa Rica Italia, Cendic – Centro Nazionale di Drammaturgia Italiana, D&C Communication, Convergenza Socialista, Giornalisti per il Sociale, Gruppo Turistico Culturale, Insieme per gli Italiani, Italian Institute for Trade and Technology, Festival Teatro Romano di Volterra, Festival Cereali, La Zattera di nessuno, Music International Theatre – M.Th.I, Opera in Piazza di Oderzo, Osservatorio Mediatrens Europa, Prigionieri del Silenzio – Onlus, ValentinaBEventi&Comunicazione

 

Per la fine dell’anno è prevista, poi, la pubblicazione del volume I 7 Bisogni Capitali di un Nuovo Stato Sociale. Nel frattempo verranno organizzati diversi incontri e manifestazioni, spettacoli musicali e teatrali, tutti incentrati sulla necessità di sensibilizzare l’opinione pubblica sull’assoluta importanza di fermare il graduale smantellamento di ogni forma di solidarietà e assistenza sociale.

 

Oltre a lanciare il Seme di una vasta riflessione collettiva sulla tematica dei diritti sociali, gli organizzatori del Movimento puntano  ad elaborare, con l’aiuto di esperti, un Disegno di legge di iniziativa popolare da portare in Parlamento con l’intento di potenziare il Sistema di protezione sociale che, pourtroppo, non solo in Italia ma in tutto il mondo viene smantellato quotidianamente.

Video consigliato: Il Seme di un Nuovo Stato Sociale

 

 

 

GIORGIA VICENTI: IL BENESSERE CON LA DANZATERAPIA

Posted by Punto Continenti On settembre - 13 - 2017 Commenti disabilitati su GIORGIA VICENTI: IL BENESSERE CON LA DANZATERAPIA

Foto: un gruppo impegnato nella danzaterapia. Nel riquadro Giorgia Vicenti.

 

Nell’ambito dell’indagine promossa dalla REA (Radiotelevisioni Europee Associate) sulle possibilità di creare un nuovo Stato Sociale (vedere il video a fondo pagina) abbiamo intervistato Giorgia Alma Vicenti, una giovane danzaterapeuta italiana, disciplina che trova in Italia adeguati campi di applicazione a livello istituzionale ma che sta avendo un grande successo all’estero, soprattutto in alcuni Paesi europei e nelle Americhe. Romana, molto determinata anche se un po’ timida, dopo essersi laureata al DAMS di Roma (Università delle arti, della musica e dello spettacolo) la Vicenti ha deciso di seguire a Milano per tre anni il metodo di danzaterapia di Elena Cerruto presso la scuola Sarabanda. Inoltre, ha seguito un corso di Musicarterapia nella Globalità dei linguaggi a Roma, utile per maturare i necessari crediti universitari.

Questa esperienza ha inciso profondamente sulla sua vita professionale. Oltre a essere impegnata come performer, ha iniziato a svolgere un’intensa attività di danzaterapista sia in Italia che all’estero (in particolare in Grecia e Spagna), grazie anche ai contributi previsti dal programma Erasmus Plus, il nuovo programma dell’Unione europea per l’istruzione, la formazione, la gioventù e lo sport che ha sostituito e integrato il precedente programma per l’apprendimento permanente LLP (Lifelong Learning Programme).

 

Ma in cosa consiste esattamente la danzaterapia.

 

E’ una disciplina che affonda le sue radici nella danza moderna. Nasce e si sviluppa negli anni 40 del secolo scorso, in Europa, in Nordamerica e in Argentina, grazie al lavoro e alle straordinarie intuizioni di danzatrici che ricercavano nella danza un senso più pieno, profondo, in relazione all’altro e ai suoi bisogni. La danzaterapia utilizza il canale del movimento insegnandoci nuovamente a parlare il linguaggio del corpo, con una modalità accessibile a tutti. La metodologia a cui faccio riferimento è quella di Elena Cerruto, che ha unito i principi della metodologia di Maria Fux integrandoli con alcuni insegnamenti provenienti dall’Oriente, come la meditazione, lo shiatsu e la medicina tradizionale cinese, e il lavoro sui 5 elementi del Chorten tibetano, i quali corrispondono ad altrettante qualità motorie, espressive e relazionali.

 

Lei ha citato due personaggi forse non molto conosciuti dal grande pubblico. Ci può dire qualcosa in più?

 

Elena Cerruto è una delle più affermate danzaterapeute, nonché supervisore dell’APID, l’Associazione professionale italiana DanzaMovimentoTerapia. Inoltre, è responsabile a Milano della scuola di formazione Sarabanda e ha collaborato con numerose Università come la Bicocca, la Cattolica di Milano, l’Università di Verona e di San Paolo del Brasile, nonché con la Scuola del Teatro alla Scala di Milano. Dagli anni settanta è fortemente impegnata nella diffusione della DanzaMovimentoTerapia nelle scuole, carceri e centri psichiatrici e socio educativi.

Per quanto riguarda Maria Fux, parliamo di una danzatrice e scrittrice argentina che si è distinta anche come coreografa e danzaterapista. In Argentina viene riconosciuta come fondatrice di un proprio metodo di terapia.

 

A chi può risultare utile ricorrere alla Danzaterapia?

 

In assoluto può far bene a tutti. Diciamo che le applicazioni della danzaterapia sono vaste e spaziano dall’ambito clinico a quello educativo, di prevenzione e crescita personale. Nella mia esperienza ho potuto sperimentare l’efficacia di questa pratica tanto in ambiti di disagio (lavorando con persone diversamente abili in senso fisico o psichico) quanto con bambini e anche con adulti. Ogni persona è parte attiva del gruppo ed è indispensabile.

 

La danzaterapia richiede una disponibilità a lavorare sia dal punto di vista fisico sia interiore ed emozionale. Essa ci offre la possibilità di danzare la nostra vita, esplorare la sua intensità. Non richiede di essere esperti danzatori, ma presuppone semplicemente il desiderio e la volontà di ascoltare il proprio corpo e di affidarsi alla sua saggezza, sperimentando la possibilità di vivere le proprie emozioni attraverso il movimento, in un contesto accogliente. Da questo punto di vista, può essere un’utile e interessante per chiunque.

 

Come tutte le artiterapie, la danzaterapia aiuta moltissimo a stare meglio con se stessi, a essere più sereni e felici, a reagire positivamente alle avversità, nonché a stabilire buone relazioni sociali. Ebbene, trovare il nostro giusto equilibrio interiore rappresenta decisamente un’ottima cura per preservare la nostra salute fisica e spirituale.

 

Quante persone partecipano ai corsi?

 

I gruppi variano moltissimo, a seconda delle esigenze e circostanze. Lo stesso vale per la durata: da un breve incontro collettivo programmato nell’ambito di un fine settimana allo svolgimento di corsi che possono durare anche mesi.

 

Nota: Dal 1 all’8 ottobre prossimo ci sarà la settimana della DanzaMovimentoTerapia a Roma e la celebrazione del ventennale APID. In quell’occasione verranno proposti laboratori, presentazioni di libri e tavole rotonde. Per informazioni: pagina Facebook APID e Danzaterapia GiorgiaVicenti. Per contattare la Vicenti scrivere a giorgia.v@gmail.com – www.giorgialmavicenti.com

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Video suggerito: Il seme di un nuovo Stato Sociale

 

ELENA D’ELIA: IL MIRACOLO DELLA MUSICOTERAPIA

Posted by Punto Continenti On settembre - 12 - 2017 Commenti disabilitati su ELENA D’ELIA: IL MIRACOLO DELLA MUSICOTERAPIA

Foto: nel riquadro Elena d’Elia

Nell’ambito dell’indagine promossa dalla REA (Radiotelevisioni Europee Associate) sulle possibilità di creare un nuovo Stato Sociale (vedere il video a fondo pagina) abbiamo intervistato Elena D’Elia, una delle maggiori esperte in Italia di musicoterapia.  Riconosciuta a livello internazionale, la musicoterapia affianca la medicina tradizionale e il bisogno di curarsi anche con sistemi alternativi.   

 

La D’Elia ha conosciuto la musicoterapia durante il suo primo percorso accademico, mentre era intenta a laurearsi in Storia della Musica presso l’Università “La Sapienza” di Roma. L’interesse verso le applicazioni della musica in contesti preventivi, riabilitativi e terapeutici l’ha portata a iscriversi presso la Scuola di Formazione “Glass Harmonica” di Roma, sotto la supervisione della Dott.ssa M. Emerenziana D’Ulisse: è iniziato così un percorso triennale, professionalmente qualificante, secondo il modello Benenzon, dal nome del suo fondatore Roland Omar Benenzon, psichiatra argentino nato  a Buenos Aires nel 1939. Questo metodo si basa sui  principi di un intervento non verbale con il paziente, dove l’obiettivo è la relazione terapeutica mediata solamente dal suono. Dopo il diploma, ha cominciato a collaborare con una cooperativa sociale di Ladispoli (alle porte di Roma), per l’avvio di un laboratorio di musicoterapia rivolto ad utenti affetti da plurihandicap medio – grave, prevalentemente autistici o portatori di altre sindromi (Sindrome di Down, Sindrome dell’X fragile). Ma sentiamo direttamente dalle sue parole come si è sviluppata la sua esperienza professionale.

 

“Data l’eterogeneità del gruppo”, dice la D’Elia, “ho dovuto affiancare i principi del modello benenzoniano alle mie esperienze di insegnante di musica, avviando così delle attività di gruppo con un intervento misto tra verbale e non verbale. Nel tempo, abbiamo iniziato a sonorizzare piccole storie e sequenze narrative attraverso l’uso dello strumentario Orff (percussioni prevalentemente non intonate), dando inconsapevolmente vita a un percorso che ci avrebbe portato alla drammatizzazione scenica in maniera strutturata”.

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“Qui è accaduto in misura maggiore quello che, in genere, si verifica durante un trattamento individuale, nella relazione paziente – terapeuta: molti degli utenti hanno subito una vera e propria catarsi dovuta all’immedesimazione nei personaggi interpretati, perlopiù legati a storie per l’infanzia molto valide soprattutto dal punto di vista pedagogico. Ciò ha favorito ulteriormente il potenziamento delle parti sane del paziente, attraverso le quali ogni ragazzo ha potuto scoprire e mettere in gioco altre risorse fino ad allora sopite, con una sorprendente ricaduta positiva su se stesso e nella relazione con in compagni, l’équipe e la terapista stessa”.

 

Dove operate generalmente?

 

La nostra attività di drammatizzazione, che cammina di pari passo con quella musicale, ci ha condotto fuori dal nostro ambiente. Ogni anno siamo ospiti degli Istituti Comprensivi del territorio, dove bambini e adolescenti ascoltano le nostre favole in musica: racconti che parlano di rispetto, d’inclusione, di abilità sociali e relazionali e soprattutto della reale possibilità di abbattere le differenze, in un’autentica dimensione di giustizia sociale.

 

Purtroppo, la musicoterapia non gode del giusto riconoscimento a livello nazionale: sebbene sia una terapia di supporto che integra quelle più specificamente mediche, non esiste, ad oggi, un albo nazionale dei musicoterapisti (così come avviene anche per altre professioni, ad esempio i fisioterapisti), ma solamente un albo regionale. Inoltre, le cooperative e le piccole e medie realtà socio-assistenziali soffrono per la crescente indisponibilità di fondi, strutture e personale, che lavora anche per 8 – 10 ore al giorno per pochi euro l’ora.

 

Cosa si aspetta dagli enti pubblici?

 

Sarebbe auspicabile un intervento più massiccio dello Stato, dall’incremento delle ore di assistenza domiciliare a quello delle risorse disponibili per il cosiddetto Dopo di noi, che assicurino agli utenti le giuste cure una volta che i loro familiari non saranno più in vita. Come considerazione personale, infine, ritengo che valorizzare la musicoterapia, in quanto terapia integrata con quelle più strettamente mediche, migliorerebbe sensibilmente la qualità della vita degli utenti, con un potenziamento degli effetti delle cure farmacologiche ma soprattutto con un innalzamento del benessere psicofisico che allevi la sofferenza degli utenti e la fatica dei badanti, quali familiari e operatori.

Per maggiori informazioni: eledelia@libero.it

Vedere Il Seme di un Nuovo Stato Sociale

 

 

 

GIOVANNI MEZZADRI: ATTENTI A NON TRASCURARE IL MAROCCO

Posted by Punto Continenti On agosto - 29 - 2017 Commenti disabilitati su GIOVANNI MEZZADRI: ATTENTI A NON TRASCURARE IL MAROCCO

Foto: Giovanni Mezzadri

 

Nato a Messina, Giovanni Mezzadri praticamente ha respirato aria di Marocco sin dalla più tenera età. Suo padre lavorava al consolato d’Italia di Casablanca. Laureato in Ingegneria, Mezzadri in gioventù ha vissuto anche a Nantes in Francia. Inoltre, ha conseguito una seconda laurea negli Stati Uniti. Nel 1987 Mezzadri ha creato la Airclima, SA. un’impresa familiare con sede a Bouskoura, a 20 km da Casablanca, capitale economica del Marocco. Di temperamento molto sereno, Mazzadri ha rappresentato per molti anni un vero punto di riferimento per gli italiani residenti Marocco.

 

Per cominciare ci parli della sua azienda.

 

Siamo specializzati in impianti di climatizzazione, riscaldamento, ventilazione e idraulica. Diamo lavoro a un centinaio di dipendenti con un fatturato che supera i 7 milioni di euro. Inoltre, abbiamo due filiali, una a Marrakech e l’altra ad Agadir. Posso affermare con orgoglio che AIRCLIMA ha costruito una solida reputazione basata su tre valori fondamentali e inevitabili: il know-how, il rigore e l’innovazione tecnologica. Tutto ciò ci ha consentito di diventare un’azienda leader sul mercato marocchino nel campo dell’aria condizionata e dell’efficienza energetica. 

 

Lei è soddisfatto dell’assistenza ricevuta dalla Istituzioni italiane? 

 

Già nel 1999 ero stufo di dover sopportare una Camera di Commercio inesistente. Così, insieme ad dodici colleghi ho fondato un’associazione in grado di rappresentare tutte quelle ditte italiane insoddisfatte. Parlo del COIM (Comitato degli Operatori Italiani). Per qualche anno le cose sono andate benissimo, tanto è vero che siamo arrivati a superare le 120 iscrizioni nel 2004. Ho rappresentato il COIM alla riunione organizzata dal Ministro Tremaglia a Roma. Se non sbaglio, all’epoca l’Italia copriva il 5 o il 6% dei scambi commerciali del Marocco, mentre la Spagna era arrivata al 16% e la Francia al 25%.

Da qualche anno ho smesso di mantenere strette relazioni stretti con gli operatori e con le Istituzioni italiane. Ho l’impressione, comunque, che l’Italia continui a trascurare l’enorme potenziale economico rappresentato dal Marocco, determinato anche dell’entrata in vigore nel 2000 dell’accordo di partenariato con l’Unione Europea. A mio avviso, l’Africa è destinata ad avere un grande sviluppo nei prossimi anni e in questo quadro il Marocco giocherà un ruolo importantissimo. Purtroppo in Italia si parla solo dei problemi dell’immigrazione e non delle potenzialità che i singoli Paesi africani posso dare alle imprese italiane.

 

Lei ha fatto riferimento al suo incontro a Roma con l’ex ministro Tremaglia, notoriamente considerato il padre della legge istitutiva della Circoscrizione Estero. A questo proposito, lei si ritiene soddisfatto di come è stata attuata questa legge?

 

Per nulla. Intanto perché considero che le Aree siano troppo grandi. E poi non mi sembra che questa esperienza abbia prodotto dei risultati esaltanti. A dire il vero, non mi viene in mente assolutamente nulla di veramente significativo. A questo punto preferisco che mi sia dia la possibilità di votare per posta o elettronicamente per i candidati residenti in Italia. Del resto, i moderni mezzi di comunicazione ci consentono di seguire facilmente ciò che avviene all’estero e di avere sufficienti notizie sul profilo e sulle attività dei candidati residenti in Italia.

 

AIRCLIMA

Parc Industriel de Bouskoura, Lot. 91 bis, 27182 Bouskoura – CASABLANCA
Tel. 212-522-592517/592591
Fax 0021-522-592523
Sig. Giovanni Mezzadri
e-mail: mezzadri.airclima@wanadoopro.ma

ALMA DADDARIO PORTA IN SCENA MATILDE DI CANOSSA

Posted by Punto Continenti On agosto - 20 - 2017 Commenti disabilitati su ALMA DADDARIO PORTA IN SCENA MATILDE DI CANOSSA

Foto: da sinistra Alma Daddario insieme agli attori Edoardo Siravo e Alessandra Fallucchi.

 

Quest’anno nella splendida Anagni (provincia di Frosinone), in occasione del Festival Medioevale, andrà in scena il lavoro della giornalista e scrittrice Alma Daddario, Matilde Di Canossa (la legge, il cuore, la fede) con la regia di Consuelo Barilari, gli attori Edoardo Siravo e Alessandra Fallucchi, le videoproiezioni di  Roberto Rebaudengo e la musica di Paolo Vivaldi (Compagnia Schegge di Mediterraneo). Ma chi era nella realtà Matilde di Canossa? Indomabile e solitaria guerriera, fu un personaggio di grande spiritualità, ma anche di lungimiranza politica e capacità diplomatica. Fu la donna più potente del suo tempo: al tempo delle Crociate, delle battaglie feroci, guerre, tradimenti, scomuniche, della rivalità fra re e imperatori e potere papale, Matilde riuscì a dominare come una regina un panorama politico complesso, dove nessuna donna mai aveva trovato spazio.

Il personaggio Matilde interpretato da Alessandra Fallucchi prende forma con il fascino moderno e inquieto di una “dark lady” e la potenza drammatica di Giovanna d’Arco. Il frate, Donizone di Canossa, realmente esistito, suo fedele confessore fino alla morte, che scrisse per lei Vita Matildis una biografia in forma epica, interpretato qui da Edoardo Siravo, l’accompagna in un dialogo avvincente, sempre teso nel contrasto tra l’amore e la ragione. Sullo sfondo rivive un medioevo pieno di ombre dove la suspense per il destino dei personaggi e dell’umanità aggiunge mistero alla tensione drammatica della storia.

 

Filmati di animazione, con la musica di Paolo Vivaldi, proiettati sulla scena contribuiscono a creare ambiguità nella storia. Si tratta di immagini di animazione in colore e ombre che raffigurano il pensiero e i desideri nascosti dei personaggi, mentre essi vivono il dialogo e l’azione sulla scena. Le immagini proiettate raccontano allo spettatore, il pensiero inconfessabile creando un secondo piano narrativo tra i personaggi in una drammaturgia che si sviluppa ad intreccio offrendo costantemente un doppio punto di vista.

 

Matilde non ebbe un’infanzia tranquilla: quando il padre fu assassinato aveva solo otto anni. A diciotto anni vinse la sua prima battaglia, al comando delle truppe del patrigno Goffredo contro quelle dell’antipapa. I matrimoni, perlopiù combinati per motivi di alleanze politiche, furono tutti brevi e infelici, pur trattandosi di una donna di grande bellezza e fascino. All’età di trent’anni, dopo le turbolente vicende di guerra che si erano succedute dalla morte del padre Bonifacio di Canossa e dall’assassinio dei fratelli, si era trovata a regnare e amministrare un territorio vastissimo: dal Lazio al Lago di Garda, dimostrando doti e capacità amministrative notevoli.

 

Dopo anni di lotte e vicende alterne, Matilde si ritirò a Bondanazzo di Reggiolo nel 1115, e a 69 anni vi morì. Per volere di papa Urbano VIII fu trasportata a Castel Sant’Angelo. Nel 1645 fu definitivamente tumulata in San Pietro, in una tomba scolpita dal Bernini: “Onore e gloria d’Italia”. Lo spettacolo ha la durata di h. 1,15 e può essere realizzato in spazi non teatrali. Le proiezioni possono essere effettuate sia su schermi autoportanti, fondali, oppure sulle pareti di saloni storici o monumenti.

 

NOTA BIOGRAFICA DI ALMA DADDARIO.

Alma Daddario vive e lavora a Roma, dove svolge la sua attività collaborando con diverse testate giornalistiche. Nel 1997 premiata per “Siamo tutti…libertini” (testo ispirato al carteggio tra il filosofo illuminista Denis Diderot e Sophie Volland – regia di Walter Manfrè) con il premio “Stanze Segrete”.  Nel 2004 ha ricevuto, invece, il  premio Fondi la Pastora per: “Io Ero” (rivisitazione contemporanea del mito di Ero e Leandro). Ha inoltre rappresentato:  “Albertine o della gelosia”, “L’anima e la voce”, “Le confessioni”(progetto di Walter Manfré), “Ritmo spezzato” (progetto di Maddalena Fallucchi), e “Mare Nostrum”(spettacolo con musiche ispirato all’Odissea) rappresentato alle Orestiadi di Gibellina (2008) e successivamente al Festival Internazionale del Teatro Romano di Volterra.  Nel 2011 è stato messo in scena il dramma “Le attese-moods for love”, con l’interpretazione di Valeria Ciangottini e la regia di Lorenzo Costa, replicato nel 2012.

La Daddario ha realizzato anche una serie di puntate radiofoniche per Radio 3, per la trasmissione “Lampi d’inverno” (1997), intitolate: “Signore in nero”, e ispirate a scrittrici noir, gotiche e gialliste, dal 1500 ai giorni nostri. Ha poi pubblicato saggi sulla scrittura creativa, e tre i libri: “Notti e giorni” (racconti noir – Paguro edizioni), “Se scrivere potesse dire” (interviste a scrittrici internazionali – Selene edizioni – prefazione di Sandra Petrignani) e “Strani frutti e altri racconti”(nel 2008) per le edizioni Il Filo, con una nota introduttiva di Dacia Maraini e la prefazione del Prof. Aldo Carotenuto. Con la scrittrice Dacia Maraini ha inoltre collaborato, presso il Centro Internazionale Alberto Moravia di Via del Falco a Roma, alla realizzazione di seminari di scrittura creativa e teatrale, privilegiando il contatto diretto dell’autore con la figura dell’attore. I seminari, diretti a un pubblico sia di professionisti che amatori, prevedevano sempre l’allestimento di uno spettacolo finale presso un teatro della capitale. Infine, Dal 2003 è membro della giuria del premio teatrale: “Ombra della Sera” per il Festival Internazionale del Teatro Romano di Volterra. Inoltre, è membro onorario della prestigiosa “Accademia dei Sepolti” di Volterra per meriti teatrali e letterari, e della Consulta Regionale Femminile della Regione Lazio. E’ membro della giuria del premio letterario “Coppedè”.

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Video consigliato dalla REA (Radiotelevisioni Europee Associate)

IL SEME DI UN NUOVO STATO SOCIALE

 

MARINELLYS TREMAMUNNO: IL CROLLO DI UNA RIVOLUZIONE

Posted by Punto Continenti On agosto - 18 - 2017 Commenti disabilitati su MARINELLYS TREMAMUNNO: IL CROLLO DI UNA RIVOLUZIONE

Foto: sullo sfondo di una manifestazione Marinellys Tremamunno con il suo libro

 

C’è chi l’ha definita la Giovanna D’Arco del Venezuela. In verità si tratta di un paragone un tantino esagerato. Ma non v’è dubbio che Marinellys Tremamunno, giornalista televisiva residente a Roma (lavora per una televisione messicana e collabora con pubblicazioni vaticaniste) sta ormai calamitando l’attenzione di tutta l’opposizione venezuelana in Italia. Quasi ogni giorno la troviamo da qualche parte, presente in qualche manifestazione, in qualche stazione di radio e tv, sui giornali, a spiegare le sofferenze che in questo momento sta subendo il suo popolo. E ora è uscito anche con un suo libro esplosivo: Venezuela, il crollo di una rivoluzione (edito da Arcoiris).

 

 

Sono 245  pagine suddivise in sei capitoli che raccolgono buona parte dell’impegno della Tremamunno: articoli, interviste, raccolte di informazioni, interventi di importanti personaggi politici e della società, nonché da una serie di vignette firmate da Fernando Pinilla. In estrema sintesi possiamo dire che gli scopi principali della Tremamunno sono: smontare il mito del ex presidente Ugo Chavez, che aveva conquistato gran parte delle simpatie della sinistra latino americana ed europea; spiegare le ragioni per cui un Paese che galleggia sul petrolio oggi si trova alla fame endemica; illustrare i limiti e la pericolosità dell’attuale Presidente Nicolas Maduro; descrivere il ruolo di Cuba; parlare dei militari venezuelani che rischiano, a oltre mezzo secolo di distanza, di ripetere le ‘gesta’ dei militari cileni e argentini durante gli anni più bui della dittatura; commentare il ruolo della chiesa che, forse, un po’ ingenuamente, ancora che crede che sia possibile dialogare con il Governo. La Tremamunno non manca poi di disegnare alcuni possibili scenari futuri, tra cui quello terribile della guerra civile (che per certi versi è già in corso).

 

 

Leggere il libro della Tremamunno è quasi un dovere, anche per rispetto dei numerosissimi italiani che vivono in questo grande paese e che stanno anch’essi pagando un prezzo notevole (a volte con la vita) per questa terribile crisi condita da caos, incremento esponenziale della criminalità, commistione con i narcotrafficanti,  corruzione a livelli mai immaginabili.

 

 

Certo, la Tremamunno è di parte, e questo va a suo merito. A differenza di tanti altri colleghi che pontificano indossando dietro il computer una finta veste di neutralità, le ci mette la faccia, lei rischia in proprio e per i suoi cari oltreoceano.  Lasciamo quindi a lei anche la spiegazione del perché ha scritto questo libro, nella speranza che esso possa in qualche modo dare un contributo alla soluzione di una via pacifica del problema: altrimenti dovremmo tutti sentirci un po’ responsabili. Ma ecco la conclusione del libro scritto dalla Tremamunno:

 

 

Sicuramente questo libro non è un compendio metodologico, nemmeno scientifico, sul crollo della rivoluzione venezuelana, ma è una vera testimonianza raccontata dai protagonisti. Quel Paese esempio di democrazia e di progresso dell’America Latina è finito nel baratro: ecco a cosa ci ha portato la megalomania di Hugo Chávez, arrivato al potere grazie alla propaganda contro il sistema e contro la corruzione. Il risultato? La distruzione di una intera nazione in nome del Socialismo del XXI Secolo. Questa realtà, violenta quanto ingiustificabile, invoca una presa di coscienza. La grande minaccia dei nostri tempi  è il populismo. L’esperienza del Venezuela deve servire per lanciare un allarme, per evitare che la storia possa ripetersi ad altre latitudini.

 

Nota: Vedere il video: Venezuela, giornalisti sotto il tiro. 

 

SERGIO BATTISTA FOTOGRAFA 21 DONNE CHE PARLANO DI VIOLENZA

Posted by Punto Continenti On agosto - 13 - 2017 Commenti disabilitati su SERGIO BATTISTA FOTOGRAFA 21 DONNE CHE PARLANO DI VIOLENZA

Foto: La copertina del libro di Sergio Battista (nel riquadro a destra in alto). 

 

Interessante iniziativa dell’impegnato fotografo Sergio Battista: 21 donne accettano di farsi fotografare e raccontare le proprie sensazioni, esperienze, timori, speranze in merito al grave problema del femminicidio (ogni due giorni una donna viene uccisa dal compagno) e della violenza degli uomini sulle donne in generale. Titolo dell’opera: La voce delle donne. Le donne intervistate sono: Arianna Nunchi (attrice); Silvia Siravo (attrice); Valentina Catoni (speaker radiotelevisiva ); Ottavia Orticello (attrice); Luciana Delle Fratte (contabile); Valentina Bernardini (attrice); Giada Bernardini (musicista ); Marika Campeti (impiegata); Claudia Contadini (biologa ricercatrice); Livia Esperanza Neves Gomes (impiegata); Elena D’Elia (insegnante); Giulia Contadini (ufficio stampa); Lara Calisi (speaker); Serena Sanesi (insegnante); Silvia Basilici (percussionista); Francesca Maggiolini (promotrice editoriale); Doriana Basilici (personal trainer); Linda Bori (psicologa); Laura Stefanelli (terapista occupazionale); Flavia Fazzi (violinista); Letizia Forte (mamma).

 

Ad ogni donna Battista riserva quattro scatti e una pagina di commento: ma più che una raccolta di testimonianze il libro, edito da Cultura e d’intorni (con introduzione di Giulia Maselli e Lorenza Fruci, nonché la partecipazione di Arianna Ninchi e Silvia Siravo), rappresenta un formidabile spunto di riflessione. La sua lettura è raccomandabile soprattutto agli uomini che, per quanto siano sensibili al problema (che rappresenta una vergogna per tutto il genere) spesso non colgono le diverse sfaccettatura di una violenza fatta da sopraffazioni secolari dei quali siamo, in fondo, anche tutti vittime.

 

Scrive Battista nella premessa del libro: “Le donne protagoniste del progetto non sono state ritratte unicamente con una finalità estetica, ma si è voluto rappresentarle come persone che esprimono liberamente la loro versione dei fatti su una tematica di urgente rilevanza sociale come la violenza sui loro corpi, sulle loro menti e in definitiva su ciò che sono riflettendo sulla limitazione della libertà di scelta della propria vita: come si usa dire in questi casi, “ci mettono la faccia” e in questo progetto nel vero senso della parola”.

 

Sergio Battista, nato a Roma nel 1969, divide da sempre i suoi interessi artistici tra la musica e la fotografia. Predilige la fotografia di scena, musicale e ritrattistica: ha partecipato a mostre personali e collettive in Italia e all’estero, collabora con il blog di critica teatrale e musicale ‘Brainstorming Culturale’; alcune sue immagini sono state rappresentate dall’Agenzia ART+Commerce di New York e dalla Galleria SpoazioGMArte di Milano. Nel 2015 ha pubblicato il libro fotografico L’infinita Bellezzaritratti femminili a Roma., a cura di Mino Freda.   

Nota: La voce delle donne (77 pagine, costo 14 euro) è pubblicato da Cultura e dintorni Editore (via Volsino 28, 00199 ROMA – www.culturaedintorni.it ).

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Vedere il video: Il Seme di un nuovo Stato Sociale della REA (Radiotelevisioni Europee Associate)

PIA ZIRPOLO SPIEGA AL PRESIDENTE MATTARELLA LA FIBROMIALGIA

Posted by Punto Continenti On agosto - 9 - 2017 Commenti disabilitati su PIA ZIRPOLO SPIEGA AL PRESIDENTE MATTARELLA LA FIBROMIALGIA

Foto: Pia Zirpolo

 

E’ il classico caso emblematico. Parliamo di una malata e di una malattia. La persona è Pia Zirpolo, la malattia è la fibromialgia. Di cosa si tratta? Lo leggerete nella commovente lettera che la Pia ha mandato al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Del resto nessuno meglio di lei sarebbe in grado di descrivere in maniera comprensibile i devastanti risvolti di questa malattia. A noi della REA (Radiotelevisioni Europee Associate) e a tutti coloro che sono impegnati a battersi per un nuovo ed efficiente Stato Sociale interessa rimarcare che ormai si tratta di un problema che interessa 8 milioni di persone (ma sarebbe lo stesso anche se riguardasse solo Pia): un problema, del quale si è interessato anche il Papa ma che stenta a trovare una soluzione ragionevole a livello istituzionale.

 

Ma cosa chiedono in sostanza questi malati? Semplicemente che la fibromialgia venga considerata una malattia altamente invalidante per poterla inserire nei LEA cioè, tra quelle prestazioni che il Servizio Sanitario nazionale è tenuto a fornire a tutti i cittadini gratuitamente o dietro pagamento di una quota di partecipazione (ticket). La domanda che ci poniamo è come è possibile che lo Stato Italiano continui a definire la fibromialgia una ‘sindrome’ (proprio per svilirne la morbosità) quando lo stesso Parlamento europeo ha riconosciuto ampiamente la natura nefasta di questa malattia già nel lontano 13 gennaio 2009, con un documento firmato da ben 393 europarlamentari? Per chi volesse approfondire l’argomento suggeriamo di leggere (possibilmente per intero, anche se lunga) la lettera inviata da Pia al Presidente Mattarella. (R.S.)

 

Egregio Presidente della Repubblica Sergio Mattarella,

 

Mi chiamo Pia Zirpolo, nata il 30/11/1960,a Metz( Francia),residente a Lodi. Le scrivo per renderLa partecipe del mio dolore e per chiedere il Suo aiuto: soffro di fibromialgia, una malattia “invisibile per chi non ne soffre” e di parecchie altre patologie: sono autoimmune, ho avuto 24 Polmonite e 20 Varicelle in due anni-un record praticamente. La fibromialgia è una bestia, ti uccide tutti gli organi, ho perso un occhio per una maculopatia retinica e sto perdendo anche l’altro, soffro di ipertensione e grazie a lei sono in ipotiroidismo, accuso fortissimi dolori 24 ore su 24 che variano di giorno in giorno ed anche di ora in ora. È qualcosa che non posso prevedere. Purtroppo,  nel mio vocabolario non esiste più la parola domani! Vorrei farLe capire che io devo ancora imparare ad accettare il mio corpo con i suoi limiti e non è facile.

 

 

Non vi è una cura per la fibromialgia ma cerco di alleviare i sintomi ogni giorno con mille farmaci. Uso anche la Morfina e ben altro (oggi faccio uso anche di Metrotrexate, un chemioterapico che mi pratico nella gamba ogni sabato e che mi porta disturbi quali vomito, nausea e perdita dei capelli). Spettabile Senatore ,non ho chiesto io di avere questo male che mi succhia il midollo ogni giorno, che mi tormenta di giorno e di notte, che mi impedisce di uscire di casa, di lavorare o semplicemente di andare a mangiare una pizza con gli amici. A volte, per due o più giorni consecutivi, non sono in grado neanche di alzarmi dal letto a causa dei forti dolori e dell’enorme stanchezza. CERCO DI SOPRAVVIVERE A DEI DOLORI COSTANTI OGNI SINGOLO MOMENTO e non è facile. Certe persone credono che non sia possibile che IO STIA così male perché ai loro occhi il dolore non si vede. Non si vede ma c’è, mi creda, io il dolore di questa rara patologia cronica lo percepisco, per colpa sua ho dovuto persino smettere di lavorare.

 

 

Sono un’invalida anche se la mia malattia non è riconosciuta come malattia invalidante e di conseguenza non ho una pensione; godo di una pensione di inabilità lavorativa pari a 1000 euro, ma purtroppo questi soldi non bastano per pagare il fitto di casa, le bollette, il cibo e le medicine che servono per lenire i sintomi della mia malattia. Io non vivo ma sopravvivo lottando contro i mulini al vento; delle cose che possono sembrare facili da fare possono non esserlo. Non necessariamente qualcosa che sono in grado di fare il giorno prima lo posso rifare il giorno dopo, ad esempio, rifare il letto. Ultimamente non ci riesco più, non apro nemmeno le persiane, vivo al buio in una camera da letto da sola con due gatti che mi fanno compagnia e sono diventati testimoni del mio dolore fisico e morale. A volte mi deprimo, ma chi non lo farebbe con un dolore cosi forte e costante? Non è facile parlare della mia malattia e del mio dolore, il rischio è che la rabbia e il rancore prendano il sopravvento, che il lamento diventi fine a se stesso e che le lacrime velino gli occhi e la realtà. Eppure, se dopo 5 anni di QUESTA MALATTIA sono qui a scrivere di convivenza con la malattia, vuol dire che su questa avventura che mi è capitato di vivere è possibile gettare uno sguardo diverso. Vuol dire che, tra le righe incise quotidianamente dal dolore, esistono spazi di libertà che ciascuno può imparare a riempire di sentimenti, emozioni, sensazioni sottili, azioni imprevedibili.

 

 

C’è un’altra storia, parallela a quella della sofferenza, che può riscattare una vita altrimenti invivibile. Perché la convivenza tra noi, quell’altra parte di noi che è la malattia e, da non dimenticare, ciò che sta intorno a noi, è tremendamente difficile, ma possibile e, soprattutto, necessaria. È come in una di quelle famiglie un po’ speciali nelle quali ciascuno ha una personalità forte e libera: ciascuno ha bisogno dei suoi spazi e dei suoi tempi, e capita che si prendano strade diverse e contrastanti, succede che ci siano incomprensioni, distacchi, separazioni. Ma alla fine ci si ritrova, ci si riscopre, ci si ricongiunge quando, di fondo, ci sono rispetto e amore. Così, ci vuole un grande amore per il nostro piede sinistro quando decide di non volerci più sostenere, ci vuole rispetto per il piede destro quando, da un giorno all’altro, segue le imprese del fratello. Se penso a quante volte mi sono ostinata a indossare scarpe normali, non dico quelle con tacchi alti e punte strette, ma scarpe normali, sandaletti estivi.Quante volte, dopo averle portate per qualche ora, nella speranza che avessero pietà per i miei piedi e comprensione per il mio desiderio di apparire una donna normale, ho dovuto rinunciare all’estetica .Quanto tempo ho impiegato per capire che non erano le scarpe a fare male, ma i piedi e che piedi nuovi non si trovano al negozio neppure pagandoli a peso d’oro. Così, lentamente, ho imparato a rispettare i miei piedi malandati calzando le solite vecchie scarpe ortopediche, purtroppo bucate.

 

 

Può sembrare una sciocchezza, lo so ma nelle brevi pause che la malattia mi ha concesso ( ora di pause non ne ho più), ho preso a piene mani tutto quello che ho potuto. Nei periodi di tregua ho vissuto 10 minuti di una vita normale, non sapendo che l’indesiderata compagna continuava a lavorare nell’ombra. Ho vissuto. Ogni istante di quella vita piena, ha corroso le mia vita, ogni nuova esperienza ha rinvigorito il mio carattere e dato senso all’esistenza. Avrei potuto fare altrimenti? Non voglio suicidarmi, non voglio sopravvivere ma vivere fino alla fine, ne ho il diritto. Ho raccontato dei miei piedi e ora posso raccontare delle mie, delle nostre mani e del nostro corpo. Dobbiamo amarli enormemente, gli oggetti, per prenderli con queste mani dolenti: di un bicchiere studiamo la forma per capire come afferrarlo, lo soppesiamo per essere sicuri che riusciremo a portarlo alla bocca, ne tastiamo bene la superficie perché non scivoli via. Conosciamo a fondo ogni oggetto per farcelo amico, per non dover rinunciare troppo presto alla sua utilità. E quando questo accade, ecco venirci in aiuto i cosiddetti “ausili”, che scopriamo quasi sempre per caso perché nessuno ci dice che sono lì proprio per noi. E li compriamo, carissimi come sono, a caso perché nessuno ci dice quale esattamente fa per noi o anche perché proprio non esiste l’ausilio ideale.

 

 

Quell’apribottiglie che fino a ieri ci era amico, oggi non vuole saperne delle nostre mani e diventa estraneo, un pezzo di ferro inutile. Comincia la ricerca, cominciano i soldi buttati al vento per un utensile al quale la gente normale non fa troppo caso mentre per noi può essere vitale. E qualcosa di simile può accadere per le maniglie delle porte e delle finestre, per i cassetti di vecchi mobili che amiamo, d’improvviso sembrano fatti di piombo, per leve e pulsanti, rubinetti ed interruttori che si ribellano alle nostre fragili dita e non si lasciano più comandare. È un ammutinamento generale! Per non parlare dei tutori (scarpe, plantari, tutori per gomiti, polsi, caviglie…) che non vanno quasi mai bene, o della fisioterapia che, ai malati cronici e non tanto giovani, si tende a non prescrivere più. ed essendo una malattia non riconosciuta dobbiamo pagare tutto. E quando neppure gli ausili ci vengono in aiuto e i tutori ammaccano la pelle e ci fanno sentire dei marziani, c’è bisogno di altre mani, delle mani di qualcun altro.

 

 

Anch’io ora ho bisogno di altre mani, ma nella mia testa che, memore di corse a perdifiato, ancora crede di essere piantata su un corpo sano, sopravvive con tenacia l’idea che a 54 anni ci si dovrebbe lavare e vestire da soli, si dovrebbe assaporare il piacere di affettare il pane o di sbucciare la frutta, si dovrebbe poter godere della libertà di uscire di casa senza farne domanda in carta bollata. C’è da imparare a convivere con tutto questo perché la malattia è tutto questo, non solo dolore fisico, pillole colorate e terapie innovative. La malattia è anche tutto quel dolore in più che l’ignoranza, nostra e di chi ci sta intorno, contribuiscono a determinare. Per imparare a riconoscere, accettare e curare amorevolmente la nostra ferita ci vuole tempo. A me ne è servito parecchio per accettare di sentirmi classificata come “handicappata-disabile” o diversamente abile che dir si voglia-invalida più o meno grave-inabile al lavoro-, per imparare a dire grazie di questi riconoscimenti, un grazie a denti stretti per le medaglie al valore via via conquistate sul campo, per imparare a capire che gli altri possono non capire un bel niente di tutta questa nostra sofferenza, di questo indurirsi del carattere che loro chiamano di volta in volta coraggio o ingratitudine, ma che non è altro che una seconda pelle, spessa e coriacea, che va a ricoprire ferite sempre nuove.

 

 

Bisogna imparare a ritrovare dentro di noi, nel profondo, quel che resta della nostra tenerezza, della nostra inventiva, della fantasia e del sogno. Si procede per tentativi ed errori, si fanno piccoli passi avanti, qualcuno indietro. La nostra testa ribelle che si ostina a restare piantata sul collo, nonostante le paurose oscillazioni del dente dell’epistrofeo, comincia piano piano ad accogliere un corpo che, ormai anch’essa lo ha capito, non è più così sano. È un corpo limitato come lo sono i corpi umani per loro natura: alcuni di più, altri di meno, alcuni prima, altri dopo. Accogliere questi limiti, farne un punto di forza per ripartire ogni volta, per scoprire e mettere in moto le infinite potenzialità della mente, stare al loro interno da protagonisti riempiendo di vita ogni spazio libero: c’è da imparare tutto questo ed è dura. E sarebbe meno dura se le persone intorno a noi ci dessero una mano, se si fermassero ad ascoltare i nostri silenzi, a condividere un po’ della nostra obbligata immobilità fisica e del fermento interiore. Ma è raro che accada perché, mentre per noi è vitale apprendere modalità sempre nuove del vivere e del concepire la vita, l’apprendimento degli altri non è sempre necessario, a loro.

 

 

Siete i ben accetti nel mio mondo dove la follia diviene quotidianità, dove la mattina ci si sveglia col sorriso e si fanno i conti di ciò che ti fa male e si sorride al mondo, dove non si può lavorare perché il nostro lavoro ora è affrontare gli ostacoli, dove quasi sempre timbriamo il cartellino in ospedale per fare il mestiere più duro: il paziente. Dove vivere diviene la priorità, dove si fa amicizia con qualcuno che casualmente è inciampato nello stesso percorso e si comprende come la vita è fatta di cose povere e umili, dove si trova sempre un assoluto equilibrio, un senso di pace e di gratitudine verso una condizione che meno lo meriterebbe. Ecco,questo è la mia sopravvivenza. Assurda se si pensa che ci sono, invece, persone che abusano dei loro diritti, fingendo di essere ammalate. Personalmente, ho subito una serie infinita di umiliazioni, e al di là dei dolori fisici che con grande volontà ho sopportato è sopporto, oggi mi rendo conto di quanto la medicina tradizionale sia volta spesso a curare solo gli effetti, e quanta poca attenzione si dia al malato che in venti minuti deve raccontare tutto il suo excursus e ricevere la diagnosi, quanta aria di superiorità ci sia nell’approccio con il paziente, quanto poco tempo si dedichi all’interpretazione dei sintomi e quanto facile sia la prescrizione dei farmaci senza spiegare a cosa il paziente potrebbe andare incontro e quanto sia facile prescriverli senza aver accertato un vero e proprio disturbo.

I

 

o devo ringraziare il mio Medico di famiglia, il mio reumatologo.Dot Orazio De Lucia. La mia Amica Cristina Vercellone ( giornalista del Cittadino di Lodi ) alla signora Claudia Buccellati e al Dot Francesco D’Agostino,che mi hanno ascoltato e mi hanno capita. Ecco, questa sono io, nella mia quotidianità. Penso di meritare almeno una risposta, spero che si apra uno spiraglio per tutti e mi auguro che un giorno queste rare malattie possano essere riconosciute, a beneficio delle altre persone affette da diverse defaillance fisiche. In attesa di un Suo riscontro La ringrazio per aver letto la mia lettera e Le porgo i miei più distinti saluti.

Pia Zirpolo

 

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Vedere il video  Il Seme di un nuovo Stato Sociale

VOLTERRA: UN FESTIVAL PER L’ARTE E PER IL SOCIALE

Posted by Punto Continenti On agosto - 7 - 2017 Commenti disabilitati su VOLTERRA: UN FESTIVAL PER L’ARTE E PER IL SOCIALE

FOTO: Momento finale della premiazione l’Ombra della Sera di Volterra. Foto di Sergio Battista.

 

Tra i più soddisfatti c’è sicuramente Simone Migliorini, ideatore del Premio Volterra, ormai considerato l’Oscar del Teatro. “Quest’anno” dice Migliorini, “oltre a valorizzare l’arte, premiando alcuni dei suoi più autorevoli interpreti a livello internazionale, abbiamo concretizzato il gemellaggio con il Progetto REA (Radiotelevisioni Europee Associate, ndr.) di promozione di un nuovo  e forte Stato Sociale. Infatti, l’arte e, in particolare, il teatro, rappresenta lo strumento ideale per rilanciare l’idea di una società più giusta e sicura”. Da consumato regista e attore, Migliorini si è esibito anche in una parte recitante insieme alla brava attrice e ballerina Giorgia Vicenti.

 

Questi due ingredienti, arte e sociale, messi in sintonia hanno finito per valorizzare ulteriormente la consegna a Volterra (splendida località in provincia di Pisa) dei Premi Ombra della Sera: una manifestazione giunta alla sua XV edizione e che ha avuto per la prima volta come direttore artistico Andrea Mancini. Tra gli ospiti illustri va segnalato sicuramente Fernando Arabal, il grande drammaturgo, saggista, regista, sceneggiatore, poeta, scrittore e pittore spagnolo. L’edizione 2017 ha premiato sei grandi personaggi del Teatro e della lirica. Al coreografo Micha Van Hecke è andato il Premio alla Danza Ernestina Fenzi; al violoncellista Luca signorini il premio al volterrano distinto nelle arti e nei mestieri Franco Porretti; al regista e promotore del festival di Segesta Nicasio Anzelmo il premio Dino Lessi all’organizzazione teatrale; al regista e attore Renato Giordano il premio Giovanni Villifranchi alla drammaturgia; al tenore Fabio Armiliato il Premio ‘Bruno Landi’ alla lirica; all’attore Giuseppe Pambieri il Premio Tommaso Fedra Inghirami alla carriera. La manifestazione è stata accompagnata dall’orchestra Jazz Cep. Da registrare che ogni premio è intestato a un personaggio volterrano che nei secoli si è distinto nella disciplina che viene premiata (es. teatro, lirica, danza, drammaturgia). Il premio consiste nella riproduzione, in formato originale, del famoso bronzetto etrusco denominato: Ombra della Sera,  realizzato da un ignoto scultore vissuto circa 3000 anni fa. Secondo la tradizione, fu Gabriele D’Annunzio a dare alla filiforme statuetta votiva questo nome.

 

Ad assegnare questi premi è stata un’autorevole giuria di giornalisti, scrittori e artisti, presieduta dal  prof. Giovanni Antonucci, e composta da: Vito BruschiniMaura CatalanMaria Letizia CompatangeloAlma DaddarioElena d’EliaNatalia di BartoloLia GayFloriana MastandreaCarmela PiccioneMariano RigilloAnna Teresa RossiniRainero SchembriEdoardo Siravo. La serata è stata presentata da Alida Mancini mentre la regia della premiazione è stata di Vito Bruschini. Infine, i rapporti con la stampa sono stati curati da Alma Daddario.

 

Da registrare che nelle scorse edizioni hanno ricevuto il premio Ombra della Sera tra gli altri: Massimo Ranieri, Gabriele Lavia, Arnoldo Foà, Giuliana Lojodice, Franca Valeri, Alessandro Gassman, Giorgio Albertazzi, Antonio Calenda, Leo Gullotta, Maria Grazia Patella, Miro Solman, Edoardo Erba, Manlio Santanelli, Ugo Chiti, Nuccio Messina, Pino Strabioli, Paola Gassman, Maria Rosaria Omaggio, Paolo Ferrari, Maurizio Giammusso, Roberto Herlitzka, Glauco Mauri, Ivana Monti, Franco Cordelli, Masolino d’Amico, Eros Pagni, Alan Rickman, Fernando Arrabal, Isabel Russinova, Simone Cristicchi.

 

Di seguito riportiamo alcuni pareri espressi dai partecipanti al Festival (artisti, giuria, pubblico) sul sostegno dato dalla manifestazione al Progetto REA di rilancio dello Stato Sociale. Dice Giovanni Antonucci, Presidente della Giuria: Il problema dello Stato Sociale è un problema molto serio che riguarda anche gli artisti, gli uomini di cultura, gli intellettuali. Inoltre è fondamentale valorizzare il mondo della scuola.  Aggiunge Maria Letizia Compatangelo, membro della giuria oltre che drammaturga e Presidente del Centro Nazionale di Drammaturgia Contemporanea, Cendic: Non posso che essere d’accordo con questa scelta di Volterra e appoggiare l’iniziativa della REA che chiede la ricostituzione di un forte Stato Sociale. Del resto molti dei temi affrontati dalla drammaturgia riguardano proprio la società. Come diceva De Filippo, non sono i fatti che interessano il teatro ma le conseguenze dei fatti. Per l’artista Giuseppe Pambieri, Come attore poso dire che siamo alla frutta quindi posso solo appoggiare questa iniziativa. Mi dicono che stanno, ad esempio, smantellando l’ospedale di Volterra. Ma allora se dovessi cominciare a sentirmi veramente male che fanno, mi portano a Siena? Che assurdità. 

 

Anche altri partecipanti al Premio Volterra hanno accettato di intervenire sull’argomento. Dice il tenore Fabio Armiliato:  Essere un artista e avere la possibilità di condividere la propria arte con tanta gente è sempre stato per me e per la mia compagna Daniela Dessì (la grande cantante lirica scomparsa proprio un anno fa, ndr.) un vero stimolo a trasmettere qualcosa di bello e solidale alle persone che hanno bisogno di essere aiutate, magari con concerti o attività didattiche. Più volte, infatti, siamo andati in Comunità di recupero per cercare di portare dei messaggi positivi. Dare e ricevere per il sociale è qualcosa di straordinario. Aggiunge il regista Nicasio Anzelmo (che ha ridato vita a un altro grande teatro greco nel Comune di Calatafimi Segesta in Sicilia):  “Sono convinto anch’io che l’arte debba sostenere una ricrescita sociale, un impegno sociale. E’ assolutamente necessario. Per lo scrittore Vito Bruschini, Purtroppo, lo Stato Sociale ha anche dei grandi e potentissimi nemici che sono il mondo delle banche e della finanza che non hanno alcun interesse che la massa delle persone sia libera da condizionamenti economiciEd è per questo che il Festival ha deciso di sostenere con convinzione questa battaglia per il sociale.

 

Su queste posizioni si è allineato l’intero Comune di Volterra in appoggio agli sforzi dei giornalisti della REA. Spiega il Sindaco della città Marco Buselli: Siamo ben lieti di ospitare questo gemellaggio tra il Festival e lo Stato Sociale. Come Comune ci troviamo fortemente impegnati su questo tema, in particolare sulla tutela della salute. Penso al nostro Ospedale. Le leggi impostate solo sui numeri fanno sì che un Comune che non ha un bacino di utenza di almeno 80 mila persone non ha diritto a un Ospedale vero. E’ il teorema della legge Balduzzi. I diritti alla salute, però, non si misurano  solo con i numeri. Bisogna riprendere il concetto di diritto al lavoro, alla salute, all’istruzione: diritti che non possono essere vincolati semplicemente al pareggio di bilancio. 

 

A questo punto rimane solo da segnalare che la manifestazione ha goduto del patrocinio del Comune di Volterra, della Fondazione Cassa di Risparmio di Verona  e  della soprintendenza ai beni archeologici della Toscana, ed è stata realizzata in collaborazione con: Comune di Volterra, Associazione Culturale Gruppo Progetto Città, Associazione Volterra Jazz, Associazione Pro Pomarance e Filarmonica Giacomo Puccini. Tra gli sponsor figurano la Società Chimica Lardello,  la Cassa Risparmio Volterra spa, Unicoop Firenze,  Altair chimica  e Knauff spa.

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Da vedere il video sulla manifestazione

Dall’Ombra una Luce sullo Stato Sociale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PATRIZIA CIOFI E SIMONE MIGLIORINI UNISCONO OPERA E PROSA

Posted by Punto Continenti On agosto - 4 - 2017 Commenti disabilitati su PATRIZIA CIOFI E SIMONE MIGLIORINI UNISCONO OPERA E PROSA

Foto: Patrizia Ciofi e Simone Migliorini sullo sfondo del Teatro Romano di Volterra.

 

L’ 8 agosto alle ore 21,30, al Teatro Romano di Volterra  andrà in scena ‘La sposa e i suoi carnefici” con il soprano Patrizia Ciofi e l’attore e il regista Simone Migliorini (al piano Laura Pasquletti). Si tratta di Opera e Prosa: protagoniste tre delle eroine più famose e amate del teatro di tutti i tempi, Giulietta Capuleti, Lucia di Lammermoor e Desdemona, emblemi dell’essere femminile assoggettato a una cultura patriarcale violenta, accomunate dall’essere spose e vittime innocenti rispettivamente di padre, fratello e marito, divenuti spietati carnefici.  Uno spettacolo originalissimo, che si fa forte di due grandissimi talenti dell’Arte del Teatro, che percorrono un sentiero mai battuto prima. Lo splendido scenario di Volterra e del suo storico Teatro Romano, dotato d’acustica sublime, fanno da cornice amplificando atmosfera e emozione. I testi sono di Natalia Di Bartolo. Al piano Laura Pasqualetti.

 

La sfida è quella di far duettare una grande interprete dell’Opera – che si cimenterà anche in duetti recitati – con un grande interprete della Prosa, accompagnati al pianoforte da Laura Pasqualetti, altra star del cast. Tre eroine rivivranno in brani scelti da: “I Capuleti e I Montecchi” di Bellini e “Roméo et Juliette” di Gounod; “Lucia di Lammermoor” di Donizetti e ”Otello di Verdi” e la grande Patrizia Ciofi ne eseguirà i brani più celebri e virtuosistici, debuttando in assoluto nella parte di Desdemona dall’Otello di Verdi. Un evento nell’evento.

 

Il fine dello spettacolo è anche quello di mettere in risalto la valenza poetica dei libretti delle opere suddette, spesso dimenticati e mai prima d’ora “declamati” da un fine dicitore. Dunque Romani, Barbier, Carré, Cammarano e Boito, si affiancheranno a Shakespeare e Scott e, per la prima volta, “parleranno” con la voce di Simone Migliorini.

 

Commento del Regista Simone Migliorini 

Da tempo cercavo di capire come poter contaminare l’Otello di Shakespeare con l’Otello di Boito e Verdi e perché no, con l’Otello di Rossini. Un pensiero che mi porto dentro da molti anni.

Tutto è nato per caso, quando ho incontrato una stella della lirica mondiale: Patrizia Ciofi.  Parlando di cose fatte e cose da fare, ci siamo intrigati su questa idea di contaminare la lirica con la prosa e viceversa..ma proprio ci siamo intestarditi a realizzare un recital innanzitutto che avesse una tematica ben precisa e che poi si dipanasse tra arie cantate e brani recitati.

Così a Natalia di Bartolo critica musicale, da sempre collaboratrice del Festival Internazionale, è venuta l’idea de LA SPOSA e I SUOI CARNEFICI ovvero riunire le tre più importanti eroine del teatro e della letteratura tradotte in Opera, vittime chi del Padre, chi del Fratello, chi del Marito. Stiamo parlando di Giulietta, Lucia di Lammermoor e Desdemona.

Patrizia Ciofi nei panni delle tre protagoniste si cimenterà tra l’altro in prima assoluta con Desdemona che nella sua stellare carriera non ha mai cantato, io invece impersonerò i rispettivi carnefici ma anche alcuni altri personaggi maschili che aiutino a capire lo sviluppo della trama scegliendo i brani più simbolici e funzionali alla sintesi.

Non è stato un lavoro semplice, non è un recital di arie o un recital di prosa ma quasi uno spettacolo perché i brani interagiscono tra di loro, non sono staccati, come se facessimo ognun per sé..ma abbiamo cercato di dare uno sviluppo drammatico alle tre Opere e un’intersezione tra le voci che deve tener conto dei cambi di atmosfera, delle difficoltà tecniche espressive del canto ma anche del recitato, dei fiati, delle musiche dei tempi delle partiture di tutta una serie di accorgimenti di tecnica artistica che alla fine hanno reso uno spettacolo che avrebbe dovuto essere un divertissement estivo in un vero e proprio estenuante lavoro.

Per me la grande difficoltà sarà anche quella di riuscire a mantenere recitativamente il grande pathos che solo il canto riesce a infondere nel pubblico, e la difficoltà è riuscire a interpretare alcuni brani che i librettisti hanno scritto per il canto e non certo per la recitazione. Vero è che la tradizione italiana del recitare in versi, molto in voga nell’ottocento e ormai dimenticata, pochi ricordano autori come Carlo Marenco o Pietro Cossa, Alfieri, o Cammarano. Il teatro nasce da una tradizione versificata, fin dagli albori dai tragici greci a shakespeare, versi che nelle traduzioni abbiamo eliminato sempre di più per rincorrere un verismo, prima, un naturalismo e un neorealismo poi.

Forse oggi più che mai potrebbe esserci la necessità di provare a ripristinare il verso. Anche Eliot sosteneva che il mezzo più naturale per la poesia fosse il teatro.

Una bella sfida, ma è anche questo il bello, mettersi sempre di fronte a nuove sfide, senza presunzione naturalmente, ma con stupor voglia di sperimentarsi e sperimentare accettare nuove sfide.

Devo dire che tra Patrizia Ciofi e me è nata subito un’empatia umana e artistica per cui anche il duro lavoro è di fatto stato un piacere oltre che, per me, un grande onore poter lavorare al suo fianco. Spero che il pubblico si diverta e si emozioni come lo abbiamo fatto noi. Al pianoforte ci accompagnerà in quest’avventura Laura Pasqualetti una pianista d’eccezione già collaboratrice del maestro Riccardo Muti.

Vorremmo con questo spettacolo di chiusura della XV edizione del Festival Internazionale evidenziare ancora la necessità e l’opportunità del recupero delle gradinate della cavea  affinché il teatro romano e il festival possano diventare motore produttivo ed economico della città e del territorio.

 

Nota: Patrizia Ciofi, soprano di fama mondiale, è una dei grandi ospiti della XV edizione del Festival Internazionale del Teatro Romano di Volterra e chiuderà la rassegna 2017 con questo spettacolo inedito, in prima assoluta, realizzato per lei e per Simone Migliorini da Natalia Di Bartolo.

 Informazioni Pro Volterra 058886150 Consorzio Turistico 058887257 www.teatroromanovolterra.it

Ufficio Stampa D&C Communication 347 2101290 – 338 4030991

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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