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Saturday, December 16, 2017

MANUEL SANTORO: A MARSIGLIA LA NUOVA SINISTRA EUROPEA

Posted by Manuel Santoro On novembre - 26 - 2017 Commenti disabilitati su MANUEL SANTORO: A MARSIGLIA LA NUOVA SINISTRA EUROPEA

Riceviamo e volentieri pubblichiamo l’articolo di Manuel Santoro (nel riquadro), Segretario Nazionale di Convergenza Socialista, sul recente Forum Europeo di Marsiglia delle forze progressiste. 

 

 

Il Forum europeo delle forze progressiste organizzato dal Partito della Sinistra Europea che si è tenuto a Marsiglia il 10 e 11 Novembre è stato un evento dal grande significato politico e sul quale vi è la volontà di continuare a costruire. Il forum appena concluso è stato il primo appuntamento e tanti altri ne seguiranno negli anni a venire. Da oggi Convergenza Socialista ne è membro a tutti gli effetti e darà il proprio contributo affinchè esso cresca negli anni.

 

Il forum è, in un certo senso, la versione europea del Foro de Sao Paulo il quale da moltissimi anni lavora proficuamente in America Latina per l’alternativa socialista e progressista. Se vogliamo dirla tutta, il forum europeo è l’unica opportunità che le forze progressiste hanno oggi in Europa per costruire un argine alla crescita delle destre e dei populismi.Le elezioni europee sono vicine e dovremo fare in modo di prepararci nel migliore dei modi. L’obiettivo non è solo quello di esserci ma di incrementare la presenza della sinistra in Europa. Oggi più che mai necessaria.

 

Quali sono, quindi, a mio parere gli obiettivi di breve-medio termine su cui lavorare all’interno del forum? Considerando il cappello politico della Sinistra Europea, il primo passo consisterebbe nella definizione di una convergenza politico-programmatica sui temi più importanti: economia, lavoro e pensioni, banche e finanza. Questo inizio ci potrebbe permettere di valorizzare un percorso condiviso non solo in Europa, rafforzando così la Sinistra Europea, ma soprattutto a casa nostra, facilitando l’avvicinamento di forze politiche affini per le sfide di domani. E’ proprio con le forze italiane aderenti al forum che è nencessario avviare un confronto programmatico, organizzare tavoli tecnici sui temi appena menzionati per divulgare nei dettagli le proposte che saranno la base della campagna elettorale per le elezioni europee del 2019.

 

Il cuore politico di Convergenza Socialista risiede nella rifondazione del socialismo italiano, ma siamo consapevoli che la sinistra in Italia ha perso il suo peso specifico negli anni. Siamo coscienti del fatto che la questione della sinistra sia interconnessa fortemente alla questione socialista, e che la sinistra per tornare a crescere debba risolvere definitivamente la questione socialista. E’ nella consapevolezza della necessità di una piattaforma socialista che vive il futuro della sinistra.

 

Le politiche che condizionano le vite di milioni di uomini e di donne sono sempre più decise in Europa, non negli Stati nazionali, ed è quindi necessario lavorare per avviare un percorso politico chiaro e condiviso. I forum sono l’opportunità giusta per avviare questo confronto e Marsiglia è stato il primo passo. Facciamoli crescere negli anni e lavoriamo in Italia per creare le condizioni per una convergenza di forze, un fronte politico che abbia in mente una idea di società. Non inseguiamo progetti slegati dalla politica. Non inseguiamo convergenze che non abbiano un minimo comune denominatore in Europa.

 

Un percorso di condivisone politica di obiettivi precisi può essere portato avanti solo all’interno del Partito della Sinistra Europea, attraverso lo strumento dei Forum.

 

L’importanza del forum di Marsiglia è, quindi, nell’essere il primo passo per una convergenza di forze legate insieme dalla linea politica della Sinistra Europea. La linea politica diventa il collante per un percorso comune al quale tanti altri potranno unirsi rendendo forte e reale un fronte politico serio negli Stati nazionali. E se la linea politica è il collante, un programma minimo potrebbe esserne il manifesto.

MANUEL SANTORO: COME IMMAGINIAMO LO STATO SOCIALE

Posted by Manuel Santoro On febbraio - 23 - 2017 Commenti disabilitati su MANUEL SANTORO: COME IMMAGINIAMO LO STATO SOCIALE

Riceviamo e volentieri pubblichiamo l’articolo inviatoci da Manuel Santoro, Segretario Generale di Convergenza Socialista, la nuova formazione politica che si propone di unire e collegare tutti i partiti e movimenti di ispirazione socialista. La visione sociale di CS s’integra e rafforza, insieme ad altri importanti protagonisti della scena politica, il Progetto di costituzione di un nuovo e forte Stato Sociale promosso dalla REA (Radiotelevisioni Europee Associate). Si tratta di un progetto trasversale che si rivolge a tutte le persone (di qualsiasi orientamento politico o filosofico) che ritengono che lo Stato non possa lasciare al loro destino i più deboli e sfortunati.  

 

“In uno Stato civile non ci possono essere cittadini di serie zeta”, commenta Manuel Santoro, Segretario nazionale del partito della Convergenza Socialista, “individui cioè spogliati dei più elementari diritti e mezzi di sostentamento. La crescente povertà, soprattutto quell’estrema, oltre a rappresentare una profonda ingiustizia sociale costituisce un’autentica mina collocata nelle fondamenta dello Stato.”

 

 

“Mentre il PD si accede sugli umori del ‘Compagno Zeta’, noi pensiamo al ‘Cittadino Zeta’, alla ‘Donna Zeta’, poiché abbiamo a cuore il destino del Paese e di tutti gli italiani”, continua Santoro. “Per superare la grave crisi economica occorre lavorare alla creazione, in Italia e in Europa, di un rinnovato welfare, un ‘Nuovo Stato Sociale’ capace di garantire con certezza e fermezza a tutti i cittadini la possibilità di nutrirsi, vestirsi, avere un tetto, curarsi, istruirsi e difendersi legalmente. Trattiamo qui della creazione di una rete di difesa dei diritti dell’uomo che consenta la definizione di una vera e propria impalcatura sociale da incentivare a qualsiasi costo e sacrificio. La priorità delle priorità’. E’ un’esigenza che riguarda tutti e andrà a beneficio di tutti, in termini d’inclusione sociale, capacità di spesa, sicurezza e sviluppo.”

 

 

“Per ‘Stato Sociale’ non intendiamo uno ‘Stato Assistenziale’, caritatevole”, rimarca Santoro. “Per difendere il diritto a una vita dignitosa, lo Stato dovrà tornare ad essere il principale erogatore e controllore dei servizi essenziali, come la sanità, l’istruzione, l’elettricità, il gas, l’acqua, l’ambiente, e via discorrendo. Senza dimenticare la necessità delle necessità: la nazionalizzazione del sistema bancario e il controllo pubblico della politica monetaria.”

 

 

“Il finanziamento del Nuovo Stato Sociale richiederà la creazione di un capitolo di spesa autonomo, identificabile con un Fondo Sociale gestito da una banca pubblica senza finalità di lucro e socialmente utile. Il Fondo Sociale”, continua Santoro, “potrà essere alimentato da un’adeguata valorizzazione del nostro immenso patrimonio storico e archeologico, il più grande del mondo, che oggi frutta pochissimo alle casse dello Stato. Basti ricordare che il museo del Barcellona calcio incassa quasi quanto il Colosseo.”

 

 

“L’utilizzo delle risorse provenienti dal patrimonio culturale e archeologico non va considerato un regalo concesso ai meno abbienti ma un’eredità lasciata a tutti gli italiani, alle presenti e future generazioni, dalle generazioni precedenti. L’introduzione di un Nuovo Stato Sociale, difatti, richiede l’affermazione in larghi strati della popolazione di una nuova impostazione culturale basata sul recupero dei valori sociali. Questo compito, anche in un’ottica di lungo termine, dovrà in buona parte essere assolto dal potenziamento dell’educazione civica nelle scuole.”

 

 

“La priorità di Convergenza Socialista”, conclude Santoro, “è ripensare quindi un ‘Nuovo Stato Sociale’ come processo dinamico, ma non conclusivo, che permetta il miglioramento sostanziale della vita di milioni di uomini e di donne in queste fermate intermedie verso il socialismo.“

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Video consigliato da Punto Continenti: Il seme di un nuovo Stato Sociale

CONVERGENZA SOCIALISTA A BERLINO CON LA SINISTRA EUROPEA

Posted by Manuel Santoro On dicembre - 13 - 2016 Commenti disabilitati su CONVERGENZA SOCIALISTA A BERLINO CON LA SINISTRA EUROPEA

 

Foto: Manuel Santoro

Dopo un anno di lavoro sul versante europeo, siamo orgogliosi di confermare che il partito Convergenza Socialista (CS) è stato invitato al 5° Congresso del Partito della Sinistra Europea che si terrà a Berlino dal 16 al 18 Dicembre 2016. Sarò presente a questo evento in rappresentanza di CS. Il Congresso di Berlino sarà l’occasione per discutere ed analizzare problematiche importanti in Europa, individuando soluzioni da poter spendere politicamente nei diversi Stati dell’Unione.

Le minacce in Europa sono naturalmente di natura politica. Da una parte dobbiamo affrontare la supremazia culturale e politica del modello neoliberista su cui la stessa Europa è da tempo avviata e sul quale l’unione monetaria si basa. Il modello neoliberista auspica il superamento dei valori democratici nazionali attraverso l’implementazione di norme sovranazionali governate da entità non politiche, quindi non elette ma nominate. I cosidetti burocrati che anche in Europa agiscono nell’interesse dei pochi e, di certo, non dei tantissimi. Dall’altra parte, vi è l’emersione sempre più evidente di pulsioni populiste, sovraniste e di destra come rigetto al modus operandi delle istituzioni europee, alle modalità di conduzione oligarchica, alle politiche europee di austerità e di economicismo insensato.

Il rigetto a questa Europa è palpabile e non più arginabile. Il nostro compito è dare una diversa alternativa di Europa ai cittadini dell’Unione.

Il problema dell’Europa, quindi, rimane l’Europa stessa, le sue fondamenta, la sua organizzazione, i suoi processi, i suoi trattati, e la classe politica fatica a comprendere la crescente avversione dei cittadini europei anche in Paesi che tanto hanno avuto e ancora hanno dalla governace europea e dalla moneta unica. La classe politica europea forse ancora non si rende conto della potenziale forza e pericolosità dei populismi, dei sovranismi e della destra in crescita. In Italia, in Francia, nella stessa Germania.

È evidente, allora, che la strada da percorrere è obbligata se vogliamo evitare la certa implosione dell’idea di Unione Europea in un mondo sempre più multipolare. Il nostro obiettivo deve essere quello di lavorare ad una Europa politica, democratica, che abbia piena autonomia nei processi politici interni ed esterni. Tra una Europa ingessata e burocrate ed una prospettiva sovranista, populista e di destra abbiamo la via dell’Unione Europea politica e democratica per sbloccare la prima e scongiurare la seconda.

 

 

 

MANUEL SANTORO: IL SISTEMA BANCARIO UN’INUTILITA’ SOCIALE

Posted by Manuel Santoro On febbraio - 15 - 2016 Commenti disabilitati su MANUEL SANTORO: IL SISTEMA BANCARIO UN’INUTILITA’ SOCIALE

  Manuel Santoro

Riceviamo e volentieri pubblichiamo l’articolo di Manuel Santoro (riquadro), Segretario Generale del Partito della Convergenza Socialista. Per Santoro le banche hanno subito gravi perdite ma nessuno descrive le motivazioni che stanno dietro. Dovremmo invece pensare agli effetti causati da migliaia di miliardi di dollari/euro di ‘perdite’.

Si ritorna a parlare di banche. In un contesto caratterizzato da un prezzo del petrolio bassissimo (intorno ai 27$) e da una strisciante consapevolezza in una possibile recessione globale. Essendo fondamentale conoscere l’avversario, parliamo di finanza e di Borse. E’ da diverso tempo che i listini azionari sono in una fase di deprezzamento, condannati ad una corsa al ribasso. Le banche, oggi, hanno subito gravi perdite ma nessuno descrive le motivazioni dietro i forti ribassi nel prezzo delle azioni.


Ci sono alcuni fattori da considerare. Come piace pensare ai grandi di Wall Street, il mercato anticipa sempre l’economia reale. Per mercato non si intende una entità astratta, metafisica ma l’insieme degli investitori che decidono di comprare oppure vendere, a lungo termine oppure allo scoperto, determinati titoli, azioni. Quando sentite che il mercato brucia miliardi oppure è in fase espansiva, dovete sempre immaginarvi un numero finito, e sempre più ristretto, di grandi investitori i quali, attraverso strumenti quali i Fondi, vendono azioni (‘bruciando miliardi’) oppure comprano azioni. Niente di più. Sono questi grandi investitori il cosidetto mercato. Loro sono e fanno il mercato. Sono per lo più individui che possiedono assets per svariati miliardi di dollari/euro. Soros, per citarne uno a caso, possiede una ricchezza al netto delle tasse stimata intorno ai 23 miliardi di dollari (anno 2015). Vendere oppure comprare azioni di una banca avendo decine di miliardi di dollari disponibili significa semplicemente far variare i prezzi delle azioni in modo considerevole. Verso il basso o verso l’alto.

Ritornando ad oggi, quindi, abbiamo assistito allo stillicidio dei bancari. Carige -10%, Ubi, Banco popolare e Bpm -8%, Unicredit -7%, Intesa -6%. Gli investitori hanno venduto dietro alcune motivazioni. La più importante consiste nel fatto che la Banca Centrale ha chiesto alle grandi banche italiane informazioni circostanziate sui loro voluminosi portfolio di prestiti non performanti. Ed un prestito non performante è un prestito che non può più essere ripagato nel capitale e negli interessi. In parole povere, i debitori sono insolventi. Abbiamo, di conseguenza, grandi banche italiane con miliardi di prestiti fatti (usando naturalmente i depositi) che non potranno essere ripagati.

Potremmo avere un problema serio. Ricordate. Il mercato anticipa l’economia reale e, captando qualcosa che non va, vende. In Europa si stima che ci siano prestiti non performanti di valore pari a mille miliardi di dollari. In Cina pari a cinquemila miliardi di dollari. Il Brasile segue la stessa tendenza anche se in proporzioni molto minori. Ora, vi pongo la seguente domanda. Attraverso quali trumenti si cercherà di assorbire queste perdite? Chi ne pagherà i costi?

Avere prestiti non performanti significa avere debitori (tanti) non in grado di ripagare i debiti contratti. Potrebbero essere ripagati in una fase espansiva dell’economia ma di certo non in una perenne fase recessiva o di stagnazione. E’ certo, però, che sono le famiglie e la piccola impresa ad essere i soggetti più in difficoltà durante lo svolgersi delle crisi economiche anche per il fatto che, allo scoppio di una crisi, il sistema bancario tende a chiudere i rubenetti del credito.

Il fattore cardine che non aiuta famiglie, lavoratori e piccola impresa (i soggetti cioè più vulnerabili in quanto privi di assets importanti la cui vendita potrebbe comportare riduzione di debito accumulato oppure downscaling tipico delle grandi aziende e multinazionali) ad uscire da situazioni economiche e sociali difficili è nell’inutilità sociale del nostro sistema bancario. Oggi la produttività in tanti settori dell’economia è crollata, e con essa è aumentata la disoccupazione. Quando si è immersi nella fase espansiva dell’economia due fenomeni tendono a coesistere. Un forte sviluppo dell’edilizia residenziale ed una elevata spesa per consumi.

Prima della crisi del 2008 entrambi i fenomeni erano indotti dai prezzi sempre più alti delle case i quali avevano causato sia un boom dell’edilizia sia un eccesso di spesa da parte dei consumatori (che si sono sentiti più ricchi per una più alta offerta di moneta). Un aumento di spesa dei consumatori porta ad una diminuzione delle scorte dei beni prodotti, quindi, ad un aumento della produzione e, quindi, dell’occupazione. Durante queste fasi espansive, un aumento delle capacità produttive dovute ad un aumento sostenuto della domanda porta le imprese ad espandersi, in dimensione e geograficamente, anche chiedendo soldi al sistema bancario. Si chiedono prestiti.

Il dramma per le famiglie, i lavoratori e le piccole imprese sorge quando l’innalzamento generale dei prezzi è sorretto, in una delle sue voci, da una bolla la quale esplodendo porta giù tutto il resto, oppure quando ci si avvia in una nuova fase recessiva globale. Il debito da pagare è sempre lì ma viene a mancare il sostegno dell’economia reale. In questi frangenti ognuno, nel suo campo di influenza, corre a difendere il difendibile. Le banche che stavano, sino a quel momento, facendo soldi prestando denaro ad altre banche, imprese e famiglie, chiudono i rubinetti del credito. Le famiglie indebitate durante la fase espansiva in cui l’offerta di moneta era alta ed in grado di ripagare i propri debiti, non riescono più a pagare, soprattutto se i debiti sono elevati ed il prezzo del bene contratto cala rapidamente.

Una azienda che si è obbligata contrattualmente a dedicare la maggior parte del flusso di cassa al rimborso del debito sostenuto per finanziare una acquisizione oppure una espansione aziendale, potrebbe andare in insolvenza se le vendite calano. Il rallentamento di una economia dovuto allo scoppio di una crisi oppure all’avviarsi di una recessione gloable che coinvolge l’intera società, crea una situazione in cui quasi tutti i debitori si trovano costretti ad agire rapidamente per ridurre i propri debiti. Sta di fatto che solo chi possiede risorse monetarie aggiuntive e/o extra assets vendibili sul mercato, è in grado di far fronte al dramma di una forte crisi. Se è vero, allora, che potremmo trovarci all’alba di un percorso recessivo globale, dovremmo cominciare a pensare agli effetti causati da migliaia di miliardi di dollari/euro di ‘perdite’ nel sistema bancario globale.

MANUEL SANTORO: IN CAMPO ‘CONVERGENZA SOCIALISTA’

Posted by Manuel Santoro On settembre - 26 - 2015 Commenti disabilitati su MANUEL SANTORO: IN CAMPO ‘CONVERGENZA SOCIALISTA’

Tra la fine degli anni ’70 e gli inizi degli anni ’80 si cominciò a discutere, anche in Italia, della situazione politica della sinistra cilena. L’idea della “convergenza socialista” dell’epoca presupponeva una grande prova di pluralismo delle idee, trasparenza dei metodi e democrazia interna mentre si era in lotta contro una dittatura militare.

 

Oggi, naturalmente, non combattiamo contro una dittatura militare ma potremmo affermare che lottiamo contro il solidificarsi di una dittatura politico-finanziaria i cui risvolti egoistici sono in costante accelerazione. Inoltre, oggi in Italia, testimoniamo lo sgretolamento atomistico di quelle aree della sinistra storica e la dissoluzione di qualsiasi organizzazione politica autonoma di stampo socialista. Quello che rimane del socialismo italiano e’ ben poco.

 

Constatiamo che il socialismo italiano ha raggiunto il suo minimo in termini di militanza e di voti, annullando cosi’ qualsiasi speranza per una alternativa di società. Oggi è proprio la maggioranza ad essere disinteressata alla politica e, di conseguenza, al bene comune. Uomini e donne, nostri connazionali, non credono piu’ di poter contribuire al miglioramento delle condizioni di vita di tutti, alienati nel tempo da una politica egoista ed egocentrica, ripiegata su se stessa, sui suoi ciechi fini senza la capacita’ di dare una visione d’insieme, una speranza (come una volta si diceva) per un futuro migliore. In questa situazione politica frastagliata ha senso, quindi, riprendere il discorso della costruzione di un partito socialista, fermo a sinistra, in Italia?

 

Naturalmente, sì. Non provarci significherebbe rimanere fuori dalla storia soprattutto in un mondo in cui i popoli rivendicano la necessità di un’azione socialista.

 

Convergenza Socialista è una realtà nuova. Partito socialista e di sinistra.

 

Quando una realtà nuova emerge, anche se agli albori ed in fase di costruzione organizzativa, ci si chiede dove si collocherà, quale progetto politico ingloberà, quale direzione politica intenderà seguire. Domande lecite alle quali cercherò di dare una mia risposta con l’aggiunta, per noi importante, di come intendiamo proseguire nel cammino, già iniziato, dello sviluppo del partito.

 

Prima di tutto, CS non nasce, come affermato da alcuni, per spirito di contrapposizione verso altri soggetti politici. CS è l’alternativa socialista in quanto ritiene che il socialismo sia ormai orfano di una sua collocazione organizzativa e partitica nella società. L’esigenza, infatti, è stata da tempo quella di creare una piattaforma politica ed organizzativa che potesse accogliere il pensiero e l’azione socialista radicalmente riformista e dare la possibilità a tante donne e uomini, spogli da adesioni in altri soggetti politici, intonsi da altri interessi, di lavorare per un progetto di lungo periodo, in condizioni chiare e limpide, senza occulti interessi, senza multipli incarichi. CS è per chi vuole militare solo in CS, per chi pensa che CS possa essere il futuro del socialismo italiano. CS non è per chi ha i piedi in troppe scarpe.

 

Premesso questo, poniamo primaria importanza nelle politiche atte all’emersione di un nuovo stato sociale, in Italia ed in Europa. Questo significa, ma per chi ci segue è oramai chiaro, valorizzare linee guida, direttrici politiche riformatrici per il sollevamento economico, sociale e culturale di chi è indietro. Questo implica essere contro le politiche di austerità sin qui adottate, promuovere ed ottenere il primato della politica sulla finanza, chiedere con forza la realizzazione di un’Europa politica, non tecnocratica. E’ altresì fondamentale capovolgere profondamente l’idea di Europa, le sue funzioni, i suoi vincoli, iniziando dal Fiscal Compact e dal Patto di stabilità e crescita, dalla creazione di una rete bancaria pubblica e socialmente utile, dall’utilizzo del QUARS o altro indice qualitativo, alternativo al PIL, anche in chiave europea, come papabile indice per descrivere un nuovo modello di sviluppo basato sull’equità e sulla sostenibilità.

 

Ripensare le politiche di governo, locale, nazionale ed europeo, in modo tale da ricostruire un welfare di “pubblica utilità” che punti sui temi di sempre con l’intento di assicurare il necessario a tutti, uomini e donne.

 

Salute, casa, istruzione, lavoro, benessere economico, sicurezza, paesaggio e patrimonio culturale, ambiente, ricerca, innovazione, servizi, ecc. Questi sono i temi di sempre su cui lavoriamo e sui quali si possono fare progressi importanti i quali però richiedono, prima di tutto, un atto di verità e di coraggio. Su tre sponde.

 

Iniziamo dalla tenuta democratica di questo Paese ed il rispetto della Carta Costituzionale. Quando si piegano le maglie delle regole democratiche viene meno la possibilità di giocarsi la partita politica su basi eque così come viene meno la possibilità che offerte politiche alternative abbiano la possibilità di emergere, di essere valutare e discusse ed, infine, di approdare nelle istituzioni. Modificare le regole democratiche “ad partitum” e disattendere al dettato costituzionale evitando di attuare importanti articoli costituzionali rendono la società italiana sempre più succube dei più forti, cioè di una netta minoranza di individui che va combattuta con decisione sul terreno politico.

 

Il seconda problema è nell’informazione, tv e giornali, in mano a pochi individui, parte dei poteri forti. Punto questo legato al primo, senza una multipolarità dell’informazione ed una trasparenza netta dei canali informativi, senza una chiara legge sui conflitti di interesse che spezzi il connubio potente-editore, il Paese rimane bloccato in un mondo chiuso, spesso censurato e senza verità. Considerare la verità e la trasparenza elementi scomodi al congelamento del potere politico attraverso la complicità dei grandi media, rende inevitabile l’impossibilità di emersione di alternative politiche che proprio questo giochino vorrebbero rompere.

 

Ultimo punto consiste nella presa di coscienza che viviamo in un mondo globalizzato in guerra. Non mi riferisco solo alle guerre finanziarie e valutarie occulte ai più, ma a veri conflitti armati, piccoli e meno piccoli, causati da interessi economici e geopolitici vari e noti, i cui effetti sono morte, miseria, fughe ed emigrazioni forzate. Grandi migrazioni forzate, poiché necessarie, effetto di guerre che sono a loro volta effetto degli interessi economici e geopolitici di nazioni, spesso, lontane ed immuni dagli effetti delle proprie azioni. Se la causa è l’interesse economico e geopolitico di pochi ed uno degli effetti finali è la migrazione di massa, il nostro dovere non è quello di attaccare gli effetti ma la causa che rende il mondo meno vivibile, meno sicuro. L’errore politico e strategico da evitare sta proprio nel prendercela con i poveracci. Dovremmo, invece, contrastare con forza coloro che, lontani e dietro le quinte, destabilizzano Paesi, pianificano soluzioni, organizzano gruppi armati, per i propri interessi e contro gli interessi delle collettività del pianeta.

 

Puntiamo sulla riduzione drastica delle spese sugli armamenti, soprattutto quelli offensivi, e chiediamo di verificare se, con il denaro pubblico, vengano sovvenzionate aziende che producono componentistica per mine antiuomo. Chiediamo il rafforzamento del ruolo strategico delle Nazioni Unite come principale interlocutore e paciere dei conflitti internazionali.

 

Chiediamo con forza allo Stato l’abolizione della legge 62/2000 sul finanziamento delle scuole private con soldi pubblici. Lo Stato abbia cura del pubblico. I privati, e solo i privati, delle istituzioni private. Solo la scuola pubblica può aprire la nostra società ai cambiamenti, senza recinti identitari separati, nel solco della coesione sociale e verso un approccio multiculturale e multirazziale.

 

E’ prioritario risolvere i tanti conflitti d’interessi che da anni ci affliggono e di una legge “ammazza lobby”.

 

Dobbiamo ridefinire le direttrici di una politica industriale, ecologicamente compatibile se si vuole affrontare con coraggio e senza illusioni il problema del lavoro e della crescita economica. Puntiamo, quindi, sulla conoscenza e sull’innovazione;  sulla promozione di un impianto economico più efficiente, più competitivo ed ecologicamente compatibile da un punto di vista delle risorse; sulla valorizzazione di una economia ad alto tasso di occupazione che favorisca una maggiore coesione sociale e territoriale.

 

E’ necessario riconvertire o parallelizzare un sistema bancario a tenuta privata con uno che sia un servizio socialmente utile. Un sistema bancario che aggredisca e risolva il problema del credito soprattutto per le famiglie e le piccole imprese e che, quindi, abbia l’effetto di agire direttamente sulla ripresa economica agendo sui consumi ed investimenti.

 

Salute e sicurezza sul lavoro sono la priorità. La Corte di Cassazione ha ribadito, con la sentenza n. 31679 datata 11 Agosto 2010, che “il datore di lavoro deve avere la cultura e la forma mentis del garante del bene costituzionalmente rilevante costituito dall’integrità del lavoratore, e non deve perciò limitarsi a informare i lavoratori sulle norme antinfortunistiche previste, ma deve attivarsi e controllare sino alla pedanteria, che tali norme siano assimilate dai lavoratori nella ordinaria prassi del lavoro”. L’integrità del lavoratore” dovrebbe altresì includere, da parte del datore di lavoro, la salvaguardia di tutti quei lavoratori esposti a fonti altamente inquinanti con danni ingenti per la salute. E’ evidente la necessita’ di una riconversione delle aziende inquinanti e dei luoghi di lavoro altamente nocivi per il lavoratore, in aziende a basso o nullo impatto ambientale in modo tale da garantire “l’integrità del lavoratore”.

 

Stipendi della politicaPensiamo ad un ancoraggio annuale degli stipendi della politica al reddito medio dichiarato l’anno precedente dai cittadini italiani. Questo comporta l’implementazione di un fattore di scala fisso rispetto al reddito medio dichiarato dagli italiani, ritenuto giusto ed equo, e diverso a seconda della carica pubblica ricoperta; i costi della politica vanno ridimensionati e legati alle possibilità reali del Paese.

 

Nuove abitazioni popolari ed assorbimento dell’invenduto. Lo Stato deve riprendere una sua centralità propositiva avviando da subito la costruzione di abitazioni a prezzi popolari per soddisfare una domanda rilevante e, contemporaneamente, avviare politiche di assorbimento dell’invenduto che vadano a soddisfare le esigenze delle famiglie in attesa di una abitazione. Nel suo complesso, lo Stato deve essere garante del benessere dei suoi stessi cittadini e, quindi, avviarsi verso un cambiamento di tipo culturale prima che politico che vede nell’abitazione un diritto.

 

Troviamo soluzioni al problema dei residenti senza fissa dimora. Il numero stimato delle persone senza fissa dimora si aggira tra i 43-mila e le 52-mila unità, tenendo presente che la stima è di tipo campionario e che i comuni coinvolti sono 158. Si stima che le persone senza fissa dimora nel Nord-ovest corrispondano allo 0,35% della popolazione residente. Lo 0,27% nel Nord-est, 0,20% nel Centro, lo 0,21% nelle Isole e lo 0,10% nel Sud. Puntiamo, quindi, in tutte le sedi competenti alla formulazione di apposita proposta di legge per la  risoluzione di questa problematica.

 

Il compito prioritario di una forza politica socialista è quello di aiutare gli ultimi. O meglio, è quello di aiutare tutti coloro che la società ha deciso di abbandonare e che, nel modello organizzativo corrente, sono definiti comeultimi. Essere o risultare ultimi significa che si è posti al punto più basso di una scala che misura gradualmente il livello di ricchezza, l’intensità della condizione agiata del singolo individuo. Esseri ultimi o primi non contempla la qualità dell’animo o l’intensità dell’intelletto. Non la benevolenza dei comportamenti o la cura nei rapporti umani. Qui trattiamo del livello di povertà materiale dell’uomo il quale marchia l’animo umano con il termineultimo.

 

Il problema è naturalmente politico ma va anche risolto culturalmente. Le risposte, di conseguenza, non potranno che essere radicali e non solo a livello nazionale.

 

Le famiglie relativamente povere sono state, in Italia nel 2012, più di 3 milioni, vale a dire il 12,7% delle famiglie italiane. Le persone, invece, in povertà relativa hanno superato, sempre nel 2012, i 9 milioni, corrispondente al 15,8% dell’intera popolazione. Si è poveri relativi quando la spesa per consumi è pari oppure al di sotto di una certa spesa media mensile per individuo la quale è di 990,88 euro per una famiglia di due persone.

 

Per quanto concerne la povertà assoluta, invece, il 6,8% delle famiglie, pari a quasi 5 milioni di persone, si ritrova in condizioni tragiche. In questo caso, si è poveri assoluti quando si è al di sotto di una spesa mensile minima necessaria ad acquisire il paniere di beni considerati essenziali.

 

In questo quadro desolante, l’Italia meridionale ed insulare risultano avere una incidenza di poveri doppia rispetto alla media nazionale.

 

Il divario Nord-Sud è evidente dai seguenti dati e ci delinea una situazione di grave differenza territoriale all’interno della penisola, per cui nel Sud Italia vi è una più diffusa povertà ed un minore livello di spesa media rispetto al Nord.

 

Il compito della politica è quello di mettere in moto politiche espansive che ci permettano di risollevarci prendendo per una mano il Sud d’Italia e, con l’altra, il resto del Paese. Iniziando, per esempio, dal reddito minimo. Se noi supponessimo, secondo la proposta di ‘Intelligence Precaria’, di erogare 600 euro mensili per garantire a tutti un reddito di base pari a 7.200 euro all’anno, a tutti indipendentemente dall’età e dallo status, la collettività dovrebbe sopportare un costo annuo di quasi 18 miliardi di euro. Ma tenendo conto che, a oggi, si stima che il costo attuale del welfare sia di 15,5 miliardi di euro annui, il costo extra da sopportare si aggirerebbe intorno ai 5 miliardi di euro annui. 5 miliardi, pari al gettito ricavabile da un’ imposta ordinaria, di certo non pesante, sul patrimonio, incluso quello mobiliare, con aliquota progressiva al di sopra di un milione 200 mila euro.

 

Il diritto alla salute è di tutti. La tutela alla salute come “diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività” è sancito dall’Articolo 32 della nostra Costituzione e  tale principio deve essere osservato e promosso con l’azione costante delle istituzione affinché rientri l’effettivo e progressivo scollamento, tuttora in corso, tra norme scritte e norme applicate.

 

Le politiche di assistenza sanitaria sono indiscutibilmente una nostra priorità tenuto conto dell’elevato impatto sociale associato. E’ bene, quindi, rimarcare da subito la necessità di un ripensamento strategico del pubblico in questo settore, il quale deve coadiuvare efficienza e trasparenza.

 

La valorizzazione delle strutture pubbliche è una necessità sociale e non può essere abbandonata, stracciata con politiche privatistiche dettate da interessi di pochi per il malessere finanziario dei molti. E’ proprio nei momenti in cui il pubblico arretra, dando spazio ai privati, e i costi per il singolo cittadino aumentano, è fondamentale ribadire che l’assistenza sanitaria deve essere erogata prima di tutto da strutture pubbliche, accessibili a tutti. Penso sia utile cominciare a pensare al pubblico come al privato di tutti, il quale deve prevedere strutture all’altezza, con servizi e trattamenti egregi.

 

In uno Stato civile non ci possono essere cittadini di serie Z, cioè, individui spogliati dei più elementari diritti e mezzi di sostentamento. La crescente povertà, soprattutto quell’estrema, oltre a rappresentare una profonda ingiustizia sociale costituisce un’autentica mina collocata nelle fondamenta dello Stato.

 

Per superare la grave crisi economica occorre costituire in Italia e in Europa un Nuovo Stato Sociale capace di garantire a tutti i cittadini la possibilità di nutrirsi, vestirsi, avere un tetto, curarsi, istruirsi e difendersi legalmente.

 

La creazione di un Nuovo Stato Sociale deve diventare la ‘priorità delle priorità’, da effettuare a qualsiasi costo e sacrificio. E’ un’esigenza che riguarda e andrà a beneficio di tutti, in termini d’inclusione sociale, capacità di spesa, sicurezza e sviluppo ordinato.

 

Per Stato Sociale non s’intende Stato Assistenziale, caritatevole. Per raggiungere questi obiettivi lo Stato dovrà tornare a essere il principale erogatore e controllore dei servizi essenziali, come la sanità, l’istruzione, l’elettricità, il gas, l’acqua, l’ambiente, e via discorrendo.

 

Il finanziamento del Nuovo Stato Sociale richiederà la creazione di un capitolo di spesa autonomo, identificabile con un Fondo Sociale gestito da una banca pubblica senza finalità di lucro e socialmente utile.

 

Il Fondo Sociale potrà essere alimentato: a) dal cambio di destinazione di numerose imposte ‘improprie’ gravanti sulla benzina (ad esempio, per la guerra di Abissinia del 1935 o per la crisi di Suez del 1956); b) da un’adeguata valorizzazione del nostro immenso patrimonio storico e archeologico (il più grande del mondo) che oggi frutta pochissimo alle casse dello Stato (basti ricordare che il museo del Barcellona calcio incassa quasi quanto il Colosseo).

 

L’utilizzo delle risorse provenienti dal patrimonio culturale e archeologico non va considerato un regalo concesso ai poveri ma un’eredità lasciata a tutti gli italiani dalle generazioni precedenti.

 

L’introduzione di un Nuovo Stato Sociale richiede l’affermazione in larghi strati della popolazione di una nuova coscienza nazionale, basata sul recupero dei valori sociali. Questo compito, anche in un’ottica di lungo termine, dovrà in buona parte essere assolto dal potenziamento dell’Educazione civica nelle scuole.

 

La priorità di Convergenza Socialista è ripensare un Nuovo Stato Sociale, e questo si traduce nel trovare risposte fattibili, strade percorribili che ci permettano di uscire dalla miseria diffusa e dal malessere sociale in cui ci ritroviamo.

 

Prima di tutto dobbiamo comprendere che il nostro compito è quello di risolvere alla radice le storture di sistema che intaccano selvaggiamente l’esistenza delle fasce sociali più deboli. Questo richiede una comprensione vasta della società globalizzata e delle sue sovrastrutture. Questo significa che dobbiamo adoperarci lungo quattro direttrici:

 

Primo, adoperarci per una analisi completa del sistema capitalistico, oggi finanziario, e del modello di organizzazione delle società.

 

Secondo, adoperarci per la definizione di un sistema di sviluppo alternativo e misurabile su fattori di sostenibilità. Un nuovo modello di sviluppo, alternativo, che rintracci nel benessere dell’essere umano e degli esseri viventi i suoi tratti fondamentali.

 

Terzo, adoperarci affinché si ristabilisca un contatto tra la voglia di inclusione politica da parte dei cittadini e le idee di eguaglianza, di solidarietà umana e di giustizia sociale. Siamo ormai giunti, in questo Paese, al paradosso per cui vi è una forte necessità, anche inconscia, di socialismo e la mancanza di socialismo nelle strade, nelle piazze, nelle fabbriche. Quindi, adoperarsi affinché si ristabilisca un contatto diretto con la gente nei territori, territorializzando la progettualità di una forza socialista, che tratti direttamente, casa per casa, strada per strada, fabbrica per fabbrica, le reali problematiche delle collettività.

Quarto, adoperarci affinché si torni a discutere dei bisogni dell’essere umano nelle società moderne puntando alla realizzazione di un nuovo Stato sociale.

 

In Europa, pero’, non siamo i mastini del socialismo europeo a tutti i costi. Anzi. Ad oggi le nostre posizioni sono in linea con quanto scritto nei documenti della sinistra europea rispetto alle direttrici politiche del PSE. Siamo europeisti ma per un’Europa sociale e, soprattutto, “socialmente utile” ai suoi cittadini, non ai poteri forti.

 

In Italia, ed in Europa, un nuovo modello politico e sociale è possibile. Un modello radicalmente riformista che sfoci nella definizione di un Nuovo Stato Sociale sul quale stiamo gia’ lavorando. Un modello che sappia valorizzare e perseguire con saggezza un ancoraggio forte con i cittadini, con le comunità, con la società intera nei suoi mille rivoli. Un modello che sappia ricercare costantemente un rapporto privilegiato con la base, e dalla base, comprendere i problemi ed i bisogni reali della società.

 

Negli ultimi decenni la società italiana si è culturalmente e socialmente impoverita, degradata, impaurita. Tale processo recessivo ha coinvolto la politica, tutta, nella sfera dell’autorevolezza, delle capacità, dell’intelligenza. Lentamente il militante socialista che aveva un punto di riferimento consolidato nel tempo, si è visto orfano e, vagando negli anni alla ricerca di un approdo familiare, si è culturalmente trasformato in qualcosa di diverso oppure eclissato nell’indifferenza.

 

E’ un fatto che, nei vent’anni che ci separano dall’implosione della prima Repubblica, l’opposizione culturale e sociale, prima che politica, alle elite ormai sovrannazionali si sia vista lentamente erosa nelle idee e nel consenso. Negli anni l’opposizione ad una tendenza crescente verso posizioni politiche disumanizzanti ha lasciato per strada un numero enorme di elettori, simpatizzanti, militanti e questo impoverimento culturale ed umano ha lasciato terreno aperto ai valori delle elite economiche e finanziarie.

 

Abbiamo ormai abbandonato il conflitto ottocento-novecentesco tra classi e siamo entrati, nel XXI secolo, in un conflitto tra livelli. Le popolazioni contro l’elite. Il 99% contro l’1%.

 

Un primo livello composto da uomini e donne, dai popoli del pianeta, segregati in un ambito nazionale e, quindi, localistico. Il 99% della popolazione. Un secondo livello sovrastante, invece, composto dal grande capitale la cui globalizzazione dei processi bancari e finanziari ha prodotto una convergenza transnazionale in grado di autoregolarsi bypassando le diverse regole nazionali e le deboli regole internazionali. L’1% rimanente.

 

Cosa facciamo allora? Sovrannazionaliziamo il Legislatore oppure ridimensioniamo il Capitale?

 

Ho sempre avuto fiducia nel pluralismo ed in una società multipolare. Detesto l’idea del governo del mondo, il Legislatore unico. E le modalità con le quali l’Europa (monetaria) è stata costruita dovrebbe esserci di insegnamento. Penso fortemente, quindi, che la strada da intraprendere sia quella di un radicale ridimensionamento delle grandi voci multinazionali, soprattutto nel mondo bancario e finanziario. Se banche come Goldman Sachs, Bank of America, Citigroup e J.P. Morgan hanno un valore in assets comparabile ai primi dieci PIL nazionali (annui) nel mondo, un pensierino sul dove stiamo andando è dovuto. Dobbiamo puntare sul ripensamento e sulla valorizzazione di una economia a misura d’uomo. Puntare alla centralità dell’essere umano.

 

In questa ottica, CS guarda con forza e spirito collaborativo ai movimenti ed ai partiti del socialismo latinoamericano. Ad iniziare da quelli che fanno parte del Foro de Sao Paulo sino a movimenti piu’ piccoli come CS argentina.

 

Sino a pochissimi anni fa criticare il socialismo europeo era considerato, dai socialisti stessi, un’eresia, un affronto inconcepibile e impensabile. Si veniva tacciati di estremismo ed antieuropeismo.

 

Esattamente come pochissimi anni fa, e sicuramente con più coraggio di allora, continuiamo a criticare con forza il defunto socialismo europeo e ricerchiamo i semi primordiali, gli spunti iniziatori di una rifioritura delle basi di un socialismo protagonista e non succube del grande capitale e della grande finanza. Questo perché vogliamo bene all’idea di Europa e agli europei.

 

L’Europa è ben lontana dall’essere una comunità giusta e solidale al suo interno, senza egoismi, egocentrismi nazionali e spunti violenti. E’, anzi, dilaniata da una voglia autodistruttrice che farebbe impallidire i testimoni storici dell’avvento della prima guerra mondiale. Sarà probabilmente che in guerra, come europei e tra europei, ci siamo già. Una guerra non più combattuta con il fucile e le granate nel tentativo di conquistare militarmente territori, ma con il credito, con le privatizzazioni a basso costo di pezzi di Paesi sul lastrico, con il rigore usato a beneficio di pochi e a danno di tutti gli altri, nel tentativo di conquiste di pezzi di economie.

 

Osserviamo, quindi, le esperienze del socialismo latino-americano ricercando giustizia sociale e una sostenuta ridistribuzione della ricchezza nella società. La nostra vicinanza alle esperienze del socialismo latino-americano è forte. Così come è forte la curiosità su come alcuni dei Paesi dell’America Latina si stiano muovendo sulle problematiche sociali. Dall’abbattimento della povertà ai programmi statali per la casa, dal lavoro alla sanità.

 

Condividiamo il distacco netto di alcune amministrazioni latino-americane dalle politiche di privatizzazione e rivendichiamo la nostra linea politica, in Italia, di nazionalizzazione dei servizi strategici e di comune interesse, e di parallelizzazione del sistema bancario privato con un sistema bancario socialmente utile. Prendiamo il caso della Bolivia, per esempio, la cui nazionalizzazione dell’industria degli idrocarburi sta avendo il fine di recuperare la proprietà, il possesso e il controllo di tutto quello che e’ nel sottosuolo e, de facto, appartiene al Paese.

 

Queste linee guida sono punti di riferimento importanti. Ora, pero’, il nostro compito è spenderci in prima persona nei territori, trasferire lo spirito delle linee guida sopra citate nel lavoro di assistenza politica che un partito socialista deve fare iniziando dai comuni e dai municipi, per ricreare un senso di speranza e ripensare profondamente il ruolo delle politiche socialiste nella società. Siamo consapevoli che per poter essere determinanti in futuro nella lotta politica dovremo accrescere le nostre forze dal basso.

 

Ricerchiamo la militanza politica, quella vera, quella in carne e ossa, quella partecipata e territorialmente attiva.

 

Ricerchiamo chi vuole spendersi per il proprio territorio cercando di trovare, insieme ad altri, soluzioni per un miglioramento della qualità della vita nel proprio quartiere, comune.

 

Il parchetto di un municipio romano, il pulmino per i disabili per un comune, la ricerca di nuove forme di lavoro e di mestieri, la ristrutturazione di un pezzo, anche piccolo, della nostra storia. Sono questi i temi sui quali, oggi, possiamo intervenire realmente.

 

Ricostruire una forza politica socialista richiede ristabilire nuovi rapporti di fiducia con le cittadinanze, con la militanza e con gli elettori. Richiede iniziare un lungo e duro lavoro con le persone vere, reali, partendo solo ed esclusivamente dai territori, dalle singole realtà locali, dai paesini, dalle città, dai municipi. Lavoro quotidiano che, per essere riconosciuto e, quindi, valorizzato, deve essere fatto sulle problematiche che quelle collettività sentono come urgenti.

 

I socialisti e, soprattutto, coloro che sono socialisti ma non sanno di esserlo, devono riacquisire quelle sensibilità umane perse nei decenni a scapito di interessi trasversali e egoismi di cattivo gusto, tutt’oggi in voga. Per costruire una così strutturata forza socialista, e’ necessario, oggi, riacquisire una nuova verginità ristabilendo un legame con le cittadinanze basato su nuovi punti di riferimento programmatici, necessariamente condivisi.

 

Il socialismo, lo sappiamo anche se non ce lo vogliamo dire, oggi non esiste più nella società italiana. L’Italia è, invece, attraversata da pulsioni populiste e autoritarie, con un certa tendenza alla cieca fiducia verso politiche che mirano allo smantellamento del pluralismo e del welfare. E’ in quel cieco ottimismo che giace il consenso. Non altrove.

 

Il socialismo, oggi, ha un solo compito. Ripensarsi e, con l’onestà del tempo, farsi riconoscere attraverso l’operato di donne e uomini militanti come punto di riferimento per chi è rimasto indietro. Iniziando dai territori.

 

 Manuel Santoro, Segretario nazionale di Convergenza Socialista

 

Convergenza Socialista

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(1) NUOVO STATO SOCIALE: UN IMPEGNO ORMAI IMPROROGABILE

Posted by Manuel Santoro On aprile - 13 - 2015 Commenti disabilitati su (1) NUOVO STATO SOCIALE: UN IMPEGNO ORMAI IMPROROGABILE

Pubblichiamo la Prefazione scritta da Manuel Santoro (Segretario Generale del partito della Convergenza Socialista)  per il libretto ‘NUOVO STATO SOCIALE Dai Comuni all’Europa’, edito da CS e curato dal giornalista Rainero Schembri. Seguiranno altri interventi. 

 

L’ultimazione di questo Libretto ha coinciso con tre avvenimenti internazionali che in qualche modo tendono a mettere in second’ordine qualsiasi altra riflessione: parliamo, ovviamente, della minaccia Isis, soprattutto in Libia per noi italiani, il conflitto nell’est Ucraina e la grave situazione in cui si trova la Grecia. Ognuno di essi meriterebbe non un Libretto ma studi molto più approfonditi sulle cause che hanno generato questo grave stato di precarietà in Europa e nel mondo. Eppure, siamo convinti che alla base di tutto ci siano sempre le stesse cause: il profondo squilibrio sociale ed economico tra i vari Paesi e all’interno di essi, la gestione dissennata e miope dei grandi potentati economici e l’incapacità di risolvere alcuni problemi strutturali che stanno alla base del malcontento e della sofferenza di strati sempre più ampi della popolazione.

 

Sia in Europa, con la vittoria di Syriza in Grecia e la crescita esponenziale di Podemos in Spagna, sia in America Latina, dove una nuova forma di socialismo ha conquistato Paesi come Bolivia, Ecuador, Venezuela, Brasile, Uruguay, Nicaragua, ecc., appare evidente che in varie parti del mondo si stanno profilando e consolidando profondi cambiamenti sul piano della politica economica e sociale. Da un lento traghettare, come avvenuto negli ultimi decenni, verso forme sociali, umane e comportamentali sempre più liquide, ora si comincia a sentire una lieve voglia di ‘solidità’, di partecipazione e di ribellione.   Da quando la politica ha abdicato alla sua funzione di guida sociale lasciando alla grande finanza transnazionale, e quindi in poche mani, la definizione delle direttrici guida della politica economica e sociale delle nazioni sottostanti, assumendo una funzione nuova ma di fatto servile a scapito di milioni di uomini e donne, le condizioni sociali ed umane dei popoli sono gradualmente e costantemente peggiorate.

 

I ‘welfare’ nazionali sono stati, e sono tutt’ora, sotto continuo attacco da parte di chi cerca la definitiva vittoria del liberismo economico, dell’individualismo economico associato all’omologazione culturale e comportamentale. Qualcosa si muove. E’ come se oggi lentamente i popoli cominciassero a ribellarsi un po’ ovunque alle regole imposte dai banchieri e dal grande capitale, dalle organizzazioni criminali, dalle classi politiche corrotte, dalla casta burocratica.   L’Italia non è stata immune rispetto a questo processo di liquefazione delle strutture sociali e politiche. Liquefazione dei tradizionali legami sociali. Dopo la caduta di Berlusconi, erede di un mondo culturale, nel bene e nel male, essenzialmente da Prima Repubblica, abbiamo toccato con mano l’esperienza Monti, Letta e ora Renzi. Tutti uomini che corrispondono pienamente, con le dovute differenze di stile e di età, all’identikit tracciato poc’anzi. Vale a dire, politici esecutori di voleri altrui, nell’ottica di un riformismo laissez-faire. Riformismo sicuramente lontano da noi, la cui direzione di marcia è di fatto opposta alla nostra, e lontano dalla nostra volontà di ricostituzione di un welfare territoriale, nazionale ed europeo.

 

Dobbiamo invertire il flusso della moneta. Non più dal 99% all’1% ma dall’1% al 99%. E poi c’è la drammatica irrilevanza politica del socialismo italiano, il quale seppur sia oggi, ancora di più rispetto a ieri, fondamentale per il suo bagaglio enorme di concetti e idee, lotte e sacrifici, è rimasto senza una sua presenza nella quotidianità delle persone e senza una forza partitica e organizzata che potesse rappresentarne i principi nella società. Quello che oggi è rimasto è solo una misera testimonianza, per il beneficio di pochi, di ciò che una volta ha rappresentato una delle più nobili aspirazioni della politica italiana. Convergenza Socialista, è bene precisarlo, non ha come obiettivo la raccolta di quello che è rimasto del socialismo organizzato in Italia. Non è nata per raccoglierne i cocci. Ha, invece, la volontà di iniziare un processo di rilancio del pensiero e dell’azione socialista, cercando di riempire le due ‘assenze’ sopra menzionate.

 

L’assenza dell’idea socialista nella quotidianità di milioni di donne e di uomini, e l’assenza di un soggetto politico socialista che ne rappresenti gli impulsi di reale cambiamento. Come? Nel primo caso attraverso una sincera azione territoriale, di resistenza e di assistenza sociale. Nel secondo caso, facendo convergere su un grande progetto sociale e socialista uomini e donne che per cultura, sensibilità e aspirazioni immaginano un’Italia e un’Europa a dimensione d’uomo, in cui la politica sia la fonte direzionale del futuro degli Stati. In questo quadro, uno degli obiettivi principale di Convergenza Socialista è di elaborare le linee guida per un Nuovo Stato Sociale, premessa indispensabile per la costruzione di uno Stato e di un’Unione europea diversa e, direi, alternativa all’attuale.   Nel caso Grecia, per esempio, l’Europa non può abbandonare al suo destino il Paese, culla della civiltà europea e occidentale, e con essa 1,3 milioni di uomini e donne rimasti senza lavoro (pari al 26% della forza lavoro greca). Quale altro popolo potrebbe, infatti, sopportare una riduzione dei salari del 38% e delle pensioni del 45%? E’ mai accettabile che il 18% della gente non riesca a ‘mangiare’, il 32% si trovi al di sotto della soglia di povertà e il 33% viva senza alcuna copertura sanitaria?

 

E’ vero che i precedenti governi di Atene hanno responsabilità enormi, ma è altrettanto vero che è inaccettabile lasciare senza le sicurezze primarie un intero popolo. Oggi tocca alla Grecia ma domani potrebbe toccare ad altri. E un’Europa lontana dalla più semplice forma di solidarietà non è la mia Europa. Una diversa dovrà ssere conquistata, perché nessuno di chi è oggi al comando vorrà concedercela. La situazione complessiva è così drammatica che nessuno responsabilmente può tirarsi fuori, fare finta di niente o semplicemente delegare ad altri la soluzione dei problemi.   Oggi, anche piccoli aiuti o interventi possono servire ad alleviare pesanti angosce di singoli o limitati gruppi di persone. Non è, quindi, un caso che abbiamo deciso di sottotitolare questo Libretto ‘Dai Comuni all’Europa’.

 

Per riformare il Sistema nel suo insieme bisogna cominciare dalla propria casa, dai Comuni, dai Municipi, perfino dai quartieri. Bisogna, cioè, lavorare intorno a un nuovo modello di città. Questo non significa, ovviamente, sorvolare sull’analisi dei grandi problemi sociali. Significa semplicemente non trascurare le piccole soluzioni, come la sistemazione del parchetto di un Municipio, l’avvio di un pulmino per i disabili, la ricerca di nuove forme di lavoro e mestieri, la ristrutturazione di un pezzo, anche piccolo, della nostra storia. Mi auguro che questo Libretto sia il primo di una serie di pubblicazioni di Convergenza Socialista tutte incentrate a ripensarci e a ripensare la nostra esistenza, sensibilizzando l’opinione pubblica, anche con una serie di incontri e dibattiti, sull’assoluta necessità di creare le basi per un’Italia e un’Europa molto più giuste e solidali.

                                  

 Manuel Santoro

 

Nota:

Il primo libro di Convergenza Socialista dal titolo “NUOVO STATO SOCIALE – Dai Comuni all’Europa” e’ disponibile nei maggiori negozi online di e-books (presto anche in formato cartaceo).

Ecco dove e’ possibile acquistarlo:
1. Nuovo Stato Sociale su Amazon
2. Nuovo Stato Sociale su ITunes
3. Nuovo Stato Sociale su Google Play                                                                                                                                                                                    4. Nuovo Stato Sociale su Google Libri

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MANUEL SANTORO: L’ITALIA IN GRANDE RITARDO SUL BENESSERE DEGLI ANZIANI

Posted by Manuel Santoro On agosto - 1 - 2014 Commenti disabilitati su MANUEL SANTORO: L’ITALIA IN GRANDE RITARDO SUL BENESSERE DEGLI ANZIANI

 Manuel Santoro

Riceviamo e volentieri pubblichiamo l’articolo di Manuel Santoro (nel riquadro), Segretario Generale del nuovo partito  Convergenza Socialista sul gravissimo problema della condizione degli anziani italiani. Cambiare questa situazione significa erigere un pilastro nella costrizione di un Nuovo Stato Sociale.

 

Di Manuel Santoro

Ripensare un Nuovo Stato Sociale è la nostra priorità  e questo si traduce nel trovare risposte fattibili, strade percorribili che ci permettano di uscire dalla miseria diffusa e dal malessere sociale  in cui ci ritroviamo e cercare di ritrovare alcune linee guida che segnino la strada verso una maggiore qualità della vita ed un benessere sempre più diffuso. In questo senso, uno dei temi fondamentali da trattare riguarda cosa fare per gli anziani.

 

Se andassimo a leggere il rapporto 2013 del Global Age Watch, il cui indice ci permentte di avere una idea sul grado di benessere degli anziani, scopriremmo che l’Italia si posiziona complessivamente  al ventisettesimo posto, dopo l’Argentina e prima del Costa Rica. Sicuramente non siamo paragonabili alla Svezia (prima in classifica), alla Norvegia (seconda) oppure alla Germania (terza), se non per i livelli (alti) di tassazione, ma non vi è dubbio che dovremmo cercare di attuare le giuste politiche per raggiungerli.   Ma da dove parte l’Italia?

 

Prima di tutto, abbiamo l’Europa che ci ricorda come la spesa pensionistica sia tra le più elevate nell’Unione e per garantire la sostenibilità di lungo periodo del sistema ci consiglia sempre misure aggiuntive tra le quali un ulteriore aumento dell’età pensionabile, in particolar modo per le donne. Ma lavorare di più implica un minor godimento della propria esistenza, minor qualità della vita in età avanzata e riduzione di disponibilità di posti di lavoro per le generazioni più giovani.   Secondo, mentre l’Europa dice che le pensioni “costano” troppo e dovremmo “tagliarle” lavorando di più, gli anziani che non hanno nessun altro reddito e vivono con una pensione sociale sono condannati ad una vita al di sotto della soglia di povertà. C’è qualcosa che non quadra.

 

Un Nuovo Stato Sociale è tale se persegue la massimizzazione della qualità della vita e del benessere dei cittadini, anche degli anziani. E, soprattutto, con politiche impopolari.   Rivolgiamoci, allora, al giudizio espresso dal Comitato europeo dei diritti sociali del Consiglio d’Europa in cui si evidenzia come Italia sia un Paese in cui l’ammontare delle pensioni minime è inadeguato e non c’è alcun atto legislativo che garantisca agli anziani una qualità della vita paragonabile alle altre fasce di età della popolazione. Questo in netto contrasto con la Carta sociale europea. Un atto legislativo in questo senso lo proporremo noi.

 

Un esempio lampante ma di cui la politica non si occupa, forse perché troppo preoccupata dai duelli mediatici targati centrosinistra o centrodestra, è il caso siciliano. Quasi il 20% della popolazione isolana è composta da anziani. Gli anziani aumentano parallelamente ad un aumento della povertà. I pensionati siciliani che hanno raggiunto livelli di vita infimi, sotto la soglia di povertà, sono in aumento con l’82% delle pensioni comprese tra i cinquecento ed i mille euro.   Questo peggioramente delle condizioni individuali di una parte importante della popolazione italiana porta ad una distribuzione familiare del problema la quale, in una società sempre più dinamica e individualista, non sempre avviene in modo indolore. La Sicilia è lo specchio d’Italia.

MANUEL SANTORO: L’ITALIA IN GRANDE RITARDO SUL BENESSERE DEGLI ANZIANI

Posted by Manuel Santoro On luglio - 19 - 2014 Commenti disabilitati su MANUEL SANTORO: L’ITALIA IN GRANDE RITARDO SUL BENESSERE DEGLI ANZIANI

Riceviamo e volentieri pubblichiamo l’articolo di Manuel Santoro (nel riquadro), Coordinatore del ‘Movimento Convergenza Socialista’ sul gravissimo problema della condizione degli anziani italiani. Cambiare questa situazione significa erigere un pilastro nella costrizione di un Nuovo Stato Sociale.

 

Ripensare un Nuovo Stato Sociale è la nostra priorità  e questo si traduce nel trovare risposte fattibili, strade percorribili che ci permettano di uscire dalla miseria diffusa e dal malessere sociale  in cui ci ritroviamo e cercare di ritrovare alcune linee guida che segnino la strada verso una maggiore qualità della vita ed un benessere sempre più diffuso. In questo senso, uno dei temi fondamentali da trattare riguarda cosa fare per gli anziani.

 

Se andassimo a leggere il rapporto 2013 del Global Age Watch, il cui indice ci permentte di avere una idea sul grado di benessere degli anziani, scopriremmo che l’Italia si posiziona complessivamente  al ventisettesimo posto, dopo l’Argentina e prima del Costa Rica. Sicuramente non siamo paragonabili alla Svezia (prima in classifica), alla Norvegia (seconda) oppure alla Germania (terza), se non per i livelli (alti) di tassazione, ma non vi è dubbio che dovremmo cercare di attuare le giuste politiche per raggiungerli.

 

Ma da dove parte l’Italia?

 

Prima di tutto, abbiamo l’Europa che ci ricorda come la spesa pensionistica sia tra le più elevate nell’Unione e per garantire la sostenibilità di lungo periodo del sistema ci consiglia sempre misure aggiuntive tra le quali un ulteriore aumento dell’età pensionabile, in particolar modo per le donne. Ma lavorare di più implica un minor godimento della propria esistenza, minor qualità della vita in età avanzata e riduzione di disponibilità di posti di lavoro per le generazioni più giovani.

 

Secondo, mentre l’Europa dice che le pensioni “costano” troppo e dovremmo “tagliarle” lavorando di più, gli anziani che non hanno nessun altro reddito e vivono con una pensione sociale sono condannati ad una vita al di sotto della soglia di povertà. C’è qualcosa che non quadra. Un Nuovo Stato Sociale è tale se persegue la massimizzazione della qualità della vita e del benessere dei cittadini, anche degli anziani. E, soprattutto, con politiche impopolari.

 

Rivolgiamoci, allora, al giudizio espresso dal Comitato europeo dei diritti sociali del Consiglio d’Europa in cui si evidenzia come Italia sia un Paese in cui l’ammontare delle pensioni minime è inadeguato e non c’è alcun atto legislativo che garantisca agli anziani una qualità della vita paragonabile alle altre fasce di età della popolazione. Questo in netto contrasto con la Carta sociale europea. Un atto legislativo in questo senso lo proporremo noi.

 

Un esempio lampante ma di cui la politica non si occupa, forse perché troppo preoccupata dai duelli mediatici targati centrosinistra o centrodestra, è il caso siciliano. Quasi il 20% della popolazione isolana è composta da anziani. Gli anziani aumentano parallelamente ad un aumento della povertà. I pensionati siciliani che hanno raggiunto livelli di vita infimi, sotto la soglia di povertà, sono in aumento con l’82% delle pensioni comprese tra i cinquecento ed i mille euro.

 

Questo peggioramente delle condizioni individuali di una parte importante della popolazione italiana porta ad una distribuzione familiare del problema la quale, in una società sempre più dinamica e individualista, non sempre avviene in modo indolore. La Sicilia è lo specchio d’Italia.

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