Tuesday, October 24, 2017

ALESSANDRO ZARLATTI: LA MIA GIORNATA CON ‘IRMA’

Posted by Alessandro Zarlatti On settembre - 12 - 2017 Commenti disabilitati su ALESSANDRO ZARLATTI: LA MIA GIORNATA CON ‘IRMA’

 Alessandro Zarlatti

Ad Alessandro Zarlatti, romano, giornalista e scrittore residente all’Avana, abbiamo chiesto di descrivere la sua giornata vissuta con ‘Irma’, l’uragano che ha colpito pesantemente  Cuba, insieme a tante altre località caraibiche e della Florida.  Zarlati è autore di diversi libri di successo, tra cui ‘Alcune strade per Cuba’ (ouverture Edizioni). Inoltre, dal 2012 è titolare della scuola di lingua e cultura italiana Leonardo Da Vinci, molto frequentata dai cubani.  

 

Lo sapevo che prima o poi mi sarebbe toccato. Troppi anni a Cuba eludendo i cicloni come una biscia. Anni passati a domandare a chiunque: “Com’è? Fa paura?”. Sempre risposte vaghe: “Dipende” – “Da cosa?” – “Dipende…dalla traiettoria, dall’occhio… a volte passa e ripassa…”. Poi arriva Irma. Ci siamo. Avevo fatto preparativi da guerra nucleare: scatolame per una divisione di fanteria, acqua potabile per una anno, medicinali contro malattie debellate da secoli, testamenti, addii. E’ sabato. Irma arriva. Ansia. Batticuore. Telefonate febbrili agli amici. Finestre sigillate. Candele. Racaricare i telefonini, i computer, il Kindle, perfino il rasoio elettrico, chissà perché. Ma poi ci sono i cubani. E’ la frase con cui si dovrebbe iniziare qualunque cronaca da queste latitudini.

 

Sono l’elemento di discontinuità un po’ per tutto. Per il ciclone anche. Verso le 12 il vicino mette musica. La scelta è una salsa datata, Van van e Adalberto Alvarez. Inizia a cazzeggiare e a ballare con la moglie. Nery, la vecchia vedova che vive a due case da me offre a tutto il vicinato un caffè pigro che sa di fagioli bruciati. Si chiacchiera. Si alza il vento ma ancora non piove. Tutti tranquilli. Io osservo nervosamente i serbatoi traballanti sui tetti delle case, le piante, le antenne. Provo a dire qualcosa, mi ascoltano per rispetto ma tutti proseguono con le chiacchiere. Julio, il chirurgo che vive di fronte, apre una bottiglia di rum. Si beve. Mi tranquillizzo. Aumenta il vento e io mi tranquillizzo.

 

E’ una comunità. Mi piace. Staccano la luce. Qualcuno porta panini con maionese. Mi domando se sia possibile trasformare un ciclone in una festa del barrio. Il vicino stacca la batteria della macchina e ci attacca lo stereo. Musica! Adesso piove. Vento a raffiche. Solo verso le nove, quando le raffiche superano i 100 chilometri all’ora, Lalito si accorge che un albero di avocado pende pericolosamente sul tetto. Siamo ubriachi. Lalito e il suo amico obeso prendono i machete e salgono sul tetto. La gente li sfotte. In mezz’ora tirano giù l’albero. Poi tornano a bere. Verso le 11 vediamo volare i coperchi dei serbatoi come freesbee nel cielo. Ha qualcosa di bello e di mostruoso insieme.

 

Verso mezzanotte mi richiamo alla prudenza. Scendo nel mio bunker e mi chiudo. Mi metto a letto. Fa caldo da morire senza aria condizionata e il vento fischia come un bambino che grida. Mia moglie mi domanda: “Hai paura?” – “Un po’, ma a Cuba la paura finisce per diventare una cosa stupida…”. Gli altri li sento schiamazzare fino all’alba. Giocano a domino. Bevono. Io dormo un paio d’ore. Quando mi affaccio è mattino e il vento è calato e anche la pioggia. I vicini hanno già quasi finito di ripulire la strada. Mi salutano e mi sorridono. Mi aiutano a spazzare il mio portal.

 

In mezz’ora è tutto come sempre. Mi accorgo che la paura è molto legata alla solitudine. O, più precisamente, alla separazione. Quando esiste una comunità la paura si attenua come la forza degli uragani quando toccano terra. Resta il pericolo della vita, la sua eterna incertezza, la sua bellezza in poche parole, e per quella ognuno ha una risposta più intima, quando ce l’ha. Domenica ho girato in moto per le carcasse dell’Avana. Un intero popolo a rimettere in piedi case, alberi, tutto. Ma quei sorrisi e quella saggezza semplice non se n’erano andati. La paura è una cosa stupida. Se non altro quella che è di troppo. Questo mi hanno insegnato ancora una volta i cubani. Ancora più belli, cosi’, appena spettinati il giorno dopo il ciclone più forte di sempre.

ALESSANDRO ZARLATTI: E’ GIUNTA L’ORA DEL TAMARRO CUBANO

Posted by Alessandro Zarlatti On maggio - 8 - 2016 Commenti disabilitati su ALESSANDRO ZARLATTI: E’ GIUNTA L’ORA DEL TAMARRO CUBANO

 Alessandro Zarlatti

 

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un commento inviatoci dal giornalista e scrittore italiano Alessandro Zarlatti sulla svolta economica e sociale che sta vivendo Cuba dopo la ‘riapacificazione’ con gli Stati Uniti. L’analisi di Zarlatti è impietosa e merita di essere  valutata.

 

Se chi legge crede che il denaro sia il metro per misurare lo stato di benessere e di felicità di un popolo, gli consiglio di interrompere qui la lettura. Nessuna demonizzazione del denaro, figurarsi, ma è un’analisi molto semplice: servono cifre sul Pil, sul reddito medio e il gioco è fatto. Perseguendo invece il buon-demone, e cioè percorrendo un tratto di una prospettiva eudemonica, cerco di dire due o tre cose che so di lei. Di Cuba, intendo, paese dove vivo e lavoro.

 

Sta cambiando? Sembra di sì. Aperture, dialoghi, collaborazioni economiche, forti investimenti. E’ ragionevole pensare che nei prossimi decenni il popolo cubano avrà il portafoglio più pieno e maggiori possibilità di scelta tra prodotti ed opportunità. Ora la domanda è: quando c’è più denaro c’è più felicità? Non lo so. Non in modo così automatico. Credo che il denaro possa concorrere a costruire un senso di soddisfazione, di non preoccupazione, di pace. E su questo terreno fertile credo possa attecchire qualche forma di felicità. Ma gli anni e l’esperienza mi dicono che procurarsi questa ricchezza ha un prezzo da pagare. Un prezzo che rema contro proprio a quella ricerca della felicità che si persegue.

 

E’ qui il nodo, a mio parere, più importante. L’iniziativa privata, la conseguente divisione in classi, chi può e chi non può, “to have and to have not” direbbe Hemingway, la tanto celebrata concorrenza, sono elementi che infiacchiscono (in Italia lo sappiamo bene, io credo) fino ad uccidere ogni tipo di rete sociale, di buona comunicazione, di senso profondo di una comunità, in una parola sola: di sensibilità umana. Questo è il modello che tanto facilmente sta facendo proseliti a Cuba, un individualismo ottuso, e dai suoi primi esordi non promette nulla di buono.

 

Si sta affermando rapidamente una classe di nuovi “ricchi” cafoni e ignoranti. Sono parole dure ma è giusto chiamare lo cose col proprio nome. Si sta delineando la figura del tamarro (a Roma sarebbe il coatto, altrove avrebbe altri nomi) caraibico, così tanto a tinte disperatamente forti che Antonio Cassano al confronto è un pacato signore dai gusti raffinati. Ironizzo ma parlo di un cafone senza neanche duemila anni di storia e cultura a mitigare la sua tracotanza.

 

In occasione della visita di Obama, un amico giornalista che veniva da New York mi diceva con sconcerto: “Alessandro, da quello che vedo, i cubani giovani sono una massa di coatti allucinanti…”. Io mi chiudevo in un silenzio meditabondo. Il tamarro cubano ha la sua immancabile macchinona lavata, la sua musica di riferimento, il reggaeton, che gli conferma i suoi valori e i suoi principi, il suo concetto di un femminile imbarazzante, le sue puttane, il suo cinismo, il suo rifiuto per la cultura in ogni forma. Flirta con l’America di Fast and furious, stima tale Pitbull, si mette la croce al collo perchè l’ha visto fare a un dj e sogna denaro e ancora denaro. Ah, e ovviamente ha rimosso sessant’anni di rivoluzione come fossero un incubo terrificante che complottava contro l’affermazione del suo meraviglioso ego sul pianera terra.

 

Ometti da nulla, si potrebbe dire, se non fossero già la maggioranza. E il tamarro cubano è felice? No, credo che nel suo caso (come in quello di tutti i tamarri del mondo) non si possa neanche parlare di felicità. Stiamo ad un livello pre-umano nel quale felicità e infelicità si attestano ad un grado di elaborazione elementare come caldo-freddo, duro-morbido, ruvido-liscio. Ecco, il grosso rischio, a mio giudizio, è che i valori della Rivoluzione Cubana vengano messi in soffitta in una manciata di mesi da questo tipo di individui.

 

Cuba è una paese come mille altri dell’area. Non ha nulla di particolare. Non è più bello di altri. Spiagge, architettura coloniale anche un po’ sfasciata, belle ragazze. Punto. Per me l’unico, per molti versi incredibile, elemento di discontinuità nel moto perpetuo delle chiappe delle mulatte, dei ballerini con il ritmo nel sangue, dei dittatorelli con la faccia d’ananas, dei negretti sdentati che ti lustrano le scarpe, è stata la Rivoluzione Cubana.

 

Nelle sue mille contraddizioni e storture ha creato generazioni colte e solidali, strade personalissime nelle arti, nella ricerca scientifica, nella ricerca di quella che, in ultima analisi, è la meta di tutti, la felicità appunto. Ha sdoganato e reso alta la cultura negra, di per sè cultura della schiavitù, dell’animismo e della superstizione. Una cultura che senza la rivoluzione torna ad essere la zucca di Cenerentola senza la fatina. Ha integrato masse di esclusi, le ha istruite e le ha fatte sedere al grande tavolo della cosa comune per la firma del contratto sociale.

 

 

Ecco, tutto questo terrorizza il grande tamarro cubano, tutto questo è vissuto come un grande ostacolo alla realizzazione individuale dal grande tamarro cubano. Per lui chi studia è un coglione (mi ricorda qualcosa…), chi vuole fare le cose per bene, senza bustarelle e commissioni e pagando le tasse è un coglione (mi ricorda ancora qualcosa…), per lui chi dice timidamente che Fast and furious è immondizia è un coglione, retrogrado e conservatore. Bene. Credo (temo) che il giovane cubano nei prossimi anni avrà più soldi nel portafoglio ma li spenderà tutti per assicurarsi il cofanetto completo di Pitbull o la crema che promette di sterminare la cellulite di un intero quartiere e sarà roso dal sospetto costante di aver perso qualcosa per strada, forse le chiavi di casa, o forse qualcosa di più importante che proprio non riesce a ricordare.

ALESSANDRO ZARLATTI: IL MUNDIAL VISTO DA CUBA. INCREDIBILE.

Posted by Alessandro Zarlatti On agosto - 1 - 2014 Commenti disabilitati su ALESSANDRO ZARLATTI: IL MUNDIAL VISTO DA CUBA. INCREDIBILE.

Foto: L'Avana. Nel riquadro Alessandro Zarlatti  Riceviamo e volentieri pubblichiamo un commento spassoso dello scrittore italiano Alessandro Zarlatti residente a Cuba su come in questa suggestiva isola caraibica è stato seguito il recente campionato del mondo di calcio. Nella foto Alessandro Zarlatti, sullo sfondo la capitale L’Avana.

Di Alessandro Zarlatti 

Seguire i mondiali di calcio di Brasile 2014 da Cuba è stato un po’ come seguire un allunaggio da Spinaceto, quartiere periferico di Roma. Che c’è di male? Non lo so, qualcosa di male c’è ma adesso non mi viene in mente. Comunque ciò che mi tormenta di più è questa distanza da tutto. Dall’evento, ovviamente, ma anche da tutti quei riferimenti personali, quelle sicurezze, che in caso di  mondiale senti necessarie, quasi vitali.   Un mondiale è un evento mediatico per miliardi di persone, un evento sostanzialmente virtuale, poco distante da una simulazione alla Playstation, perciò, a meno che tu non sia il cognato di Neymar, stai facendo, nè più nè meno, quello che sta facendo il resto dell’umanità. Seguirlo da lontano.

 

Però, provo a spiegarmi, trovo malinconici quei cubani che finita, ad esempio, Brasile-Cile, sono usciti per strada con una bandiera carioca a festeggiare. A festeggiare cosa? Boh. A sventolare quella bandiera davanti a chi? Parla uno che per la finale di coppa Italia del 2013 si è trovato a seguire la diretta all’hotel Habana Libre indossando la maglietta di Damiano Tommasi (archeologia) e a condividere oscenità con un ceffo mai più rivisto.  E con una coda mortifera e depressa davanti ad una dozzina di birre.   Comunque, se c’è un elemento che invidio al cubano fruitore di futból è l’ingenuità.

 

Decenni di campionato italiano hanno creato un utente medio del bel paese simile ad un funzionario della Stasi. Intasato di dietrologia, di complottismo, incline a ricostruire trame e combine che risalgono a Ciro Menotti, esperto di doping ed antidoping più di Ben Johnson, in tecniche di guerriglia e, of course, master in economia applicata al football business. Insomma, quando mi ritrovo a fare i miei rilievi velenosi (e avvelenati) con un cubano resto esterrefatto e deluso. “Quello al novantesimo corre ancora come fosse in motorino”; “la tecnica più raffinata per pilotare le partite non è sui gol annullati o sui rigori ma sui falli a centrocampo, facci caso…”; “…è tutto un discorso tra squadre Adidas e squadre Nike…”

 

Quando lancio certe affermazioni uguali ad esche succulente che un altro italiano azzannerebbe immediatamente come uno scorfano affamato, un cubano, invece, le accoglie con educazione, seguendo alla lettera il manuale del buon ospite, ma, in ultima analisi, come un morbo incomprensibile e da trattare con l’Amuchina. Materia eminentemente psichiatrica. Bizzarrie. Cineserie. Io resto lì, senza  benzina. Senza sponde.

 

A guardare lo stesso monitor ma una realtà completamente diversa dalla sua. Inconciliabile. Lontana. Lui vede Neymar, il grande Messico, il sogno dei “cafeteros”, gli elefanti della Costa d’Avorio. E sventola bandiere a caso con la gioia nel cuore, con amore sincero per questo fenomeno meraviglioso che è il futból. Io m’incattivisco su un’astuzia arbitrale, guardo Blatter e Platini come i piloti delle torri gemelle, considero certe prodezze tanto celebrate come il semplice prodotto di un cocktail sfacciato di ormoni, anfetamine, e Gatorade.   Troppo lontani. Irrimediabilmente lontani siamo.

 

Come Mastroianni nell’ultima sequenza della Dolce Vita. Ci salutiamo da lontano. Da due sponde diverse. Ma mi tengo la mia malattia. Mi tengo la mia perizia da serial killer. La monomania da pubblico ministero del Processo di Biscardi. Non ho scelta. Ho perso l’innocenza. La sua innocenza. In fondo non chiedo molto. Non chiedo i miei abituali compagni di mondiale accanto. Mi basterebbe il ceffo di quel Roma-Lazio ed esorcizzare insieme a lui una sconfitta, tracciando scenari da guerra fredda infinita,  nascondendo vicendevolmente la nostra distanza dall’allegria.

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