Sunday, August 20, 2017

CATERINA BETTI: VOGLIONO UCCIDERE L’EMITTENZA LOCALE

Posted by Caterina Betti On agosto - 10 - 2017 Commenti disabilitati su CATERINA BETTI: VOGLIONO UCCIDERE L’EMITTENZA LOCALE

Foto: Caterina Betti

 

Riportiamo di seguito l’articolo inviatoci dalla giornalista televisiva Caterina Betti (della TVRS Marche) in merito alla decisione del Consiglio dei Ministri di licenziare in via definitiva il testo del nuovo regolamento relativo ai contributi ex legge 448 e che per la REA (Radiotelevisioni Europee Associate) contiene criteri eccessivamente selettivi che favoriscono solo ì grandi gruppi editoriali. Ad, esempio, viene imposto un numero minimo di dipendenti (da 8 a 18, in base al territorio) e di giornalisti (da 2 a 5) che la stragrande maggioranza delle piccole e medie radio e Tv non è in grado di assolvere.

 

Quello che sta succedendo alle emittenti locali non è un problema di nicchia relegato al singolo settore o il capriccio di qualche piccolo ed insignificante editore. Caro lettore, anche se non ne fai parte, ti riguarda eccome…non sai quanto. L’attacco all’informazione libera è conclamato su tutti i fronti, dal “libero” web ai social, all’emittenza privata.Quello che sta succedendo alle emittenti locali non è un problema di nicchia relegato al singolo settore o il capriccio di qualche piccolo ed insignificante editore. Caro lettore, anche se non ne fai parte, ti riguarda eccome…non sai quanto. L’attacco all’informazione libera è conclamato su tutti i fronti, dal “libero” web ai social, all’emittenza privata.

 

L’emittenza locale in sé è una ricchezza da tutelare in quanto portavoce delle varie comunità e delle minoranze linguistiche, culturali, sociali, politiche e religiose presenti sul territorio, che nel loro complesso costituiscono un popolo; in particolare l’emittenza privata locale in Italia trova la sua più ampia espressione per via della ricchezza culturale che il Paese offre. E’ un caso unico al mondo, in cui sopravvivono (temo ancora per poco) casi di emittenti create da editori puri, ovvero slegati da imprese o da altre attività finanziarie, e una sostanziosa moltitudine di offerte informative territoriali alternative all’ordinario servizio pubblico, che da solo non soddisfa l’esigenza di informazione specifica delle differenti comunità e minoranze che hanno il diritto ad esprimersi (principio valido in tutte le sue declinazioni tutelato a partire dall’art.21 Cost., art.5-8 TUR e L 112/2004 e così via). L’ultima nuova giunta è l’approvazione, da parte del Consiglio dei Ministri di concerto con i ministri Luca Lotti e Carlo Calenda, del regolamento per il “riparto delle risorse del Fondo per il pluralismo e l’innovazione dell’informazione”, titolo ampiamente antifrastico, sulla stessa scia illusoria di meravigliosi nomi dallo scopo puramente cosmetico come il Fondo Salva Stati o del Decreto Salva Banche, che non salvano un bel nulla, anzi. Il Fondo per il pluralismo, nel nostro caso, preceduto da una melliflua introduzione sul rispetto dell’art.21 della Costituzione, ripartisce circa 117 mln di euro di contributi pubblici provenienti da varie voci della Legge di Stabilità 2016 NON tra tutte le emittenti locali ma ESCLUSIVAMENTE tra le maxiemittenti, circa una per regione. I requisiti per l’ottenimento dei contributi sono infatti eccessivamente restrittivi per delle piccole/medie aziende ormai in difficoltà economica da anni e costrette, per sopravvivere, a licenziare sempre più.

 

Il ragionamento più logico dovrebbe essere il seguente: per una informazione libera blog, giornali e emittenti private non dovrebbero essere finanziate anche tramite contributi statali, ma dovrebbero trarre introiti dalla pubblicità e dai servizi giornalistici svolti, magari con un sistema comune, un fondo a cui destinare uno 0, da parte di tutta l’editoria di questi ultimi introiti per emergenze. In un’economia funzionante o quantomeno decente sarebbe ed era perfettamente normale un bilanciamento tra pubblico e privato (Rai+emittenza privata) in un settore così delicato che necessita di una buona varietà ed offerta. Ma all’interno di una crisi indotta e voluta (non da noi maggioranza sempre più impoverita, ovviamente), dove i media, in particolare quelli “indipendenti” o di nicchia o locali potrebbero, e molti lo fanno, porre domande non sollevate dalla parte dell’informazione mainstream in ambito economico, giuridico e sociale, i contributi servono per tenere al laccio questi ultimi. Come malati terminali attaccati ad una flebo che comunque non impedisce i licenziamenti e la riduzione dell’attività informativa, di fatto non sono più liberi. Ora il colpo di grazia con questa assegnazione scellerata dei contributi ai grandi gruppi. I piccoli editori fastidiosi vanno eliminati. O le piccole aziende riusciranno ad andare avanti riducendo al minimo i costi (più di così…), oppure vivrà solo una emittente a regione all’incirca, sostenuta da contributi statali. Non è un caso che ultimamente si senta parlare sempre più spesso riguardo al settore, negli ambienti amministrativi, anche in presenza di sindacalisti dei giornalisti, di aggregarsi in un’unica emittente regionale, di unirsi, di adeguarsi al modello tedesco: grandi emittenti rigorosamente pubbliche giocoforza prone al sistema, per ogni Lander; sai com’è loro possono posizionare aiuti di stato in ogni dove, nemmeno vengono computati, mentre noi ovviamente dobbiamo centellinare le voci degli investimenti pubblici come Pollicino.

 

L’emittente (e l’informazione) unica regionale, poi nazionale, globale, intergalattica… Ah, quello strano e obsoleto concetto del PLURALISMO dell’informazione… Potrei e potremmo essere considerati malati patologici e paranoici con disturbi ossessivo compulsivi, ma c’è un filo rosso che lega la progressiva intenzione di sopprimere l’informazione libera, in tutte le sue forme, ed è incarnato nella volontà di far sopravvivere i grandi centri informativi ben più controllabili. Il piccolo è improduttivo, si potrebbe dire a livello di mera matematica. In questo caso il piccolo (editore radiotelevisivo o blogger che sia) pare una grossa spina nel fianco da estrarre ed estirpare in fretta, indipendentemente dal mezzo. Tutto passa per l’informazione: ridurre i canali, ridurre a zero il fondamentale concetto di pluralismo di cui l’Italia rappresentava, a partire dal celebre fenomeno delle radio libere e del cosiddetto caos dell’etere, un unicum di cui vantarsi in tutto il mondo, significa avviare concretamente un processo di annientamento degli ultimi baluardi della libertà di manifestazione del pensiero, che senza tali mezzi di diffusione è del tutto depotenziata.

 

A tutte le tv e radio locali: cosa avete ormai da perdere? Il modello economico impersonato dall’Unione Europea, recepito da leggi nazionali (vedere il Testo Unico della Radiotelevisione, se ci concentriamo su questo specifico settore) vi vuole morti. La Costituzione, al contrario, vi tutela. A voi la scelta. Sono certa che questo ultimo passo farà riflettere molti piccoli editori seguiti con piacere dalla cittadinanza nei loro territori di competenza, che da anni svolgono una bellissima quanto complicata attività creativa e utile alla società intera. Ora davvero non avete più nulla da perdere, siete stati isolati. Usate i vostri mezzi per della consistente attività di opposizione e per la ricerca della verità, con ancora più forza e tenacia. Molti blogger lo stanno già facendo, ma bisogna agire su tutti i fronti possibili, la battaglia è la medesima. I grandi media mainstream, hanno fallito perché imbrigliati e ne abbiamo le prove riscontrate nella realtà dei fatti. Hanno fallito su tutti i fronti: Euro, Unione Europea, geopolitica, immigrazione, eventi politici come il Referendum del 4 dicembre, eccetera eccetera… Siete l’ultima speranza, insieme ad editori liberi che operano sul web, per una salvifica inversione di marcia. Siete liberi, siate liberi.

 

 

CATERINA BETTI: “NEOLIBERISMO? SCORDATEVI LO STATO SOCIALE”.

Posted by Caterina Betti On dicembre - 29 - 2016 Commenti disabilitati su CATERINA BETTI: “NEOLIBERISMO? SCORDATEVI LO STATO SOCIALE”.

Foto: nel riquadro Caterina Betti

Riceviamo e volentieri pubblichiamo l’articolo inviatoci da Caterina Betti (nel riquadro), incentrato sull’impossibilità di conciliare il neoliberismo con lo Stato Sociale.  “Il primo” dichiara l’autrice, “ha solo l’effetto nefasto di distruggere il secondo”.

 

WELFARE STATE: questo “strano” concetto che noi ormai facciamo fatica anche solo ad immaginare (penso ai giovani in particolare) e che dovrebbe invece rappresentare l’emblema del progresso di una società, è un argomento che molto di rado viene affrontato da autori di libri che possano dirsi intellettualmente onesti. Bistrattato mediaticamente, anche se in maniera non troppo evidente, e politicamente, lo Stato sociale rappresenta ciò che per uno Stato sviluppato dovrebbe essere la normalità.

 

Innanzitutto perché il welfare state, o “Stato di benessere” è così importante? E perché dovremmo richiederlo a gran voce?

 

Per WELFARE STATE sostanzialmente si intende un tipo di stato che, tra le sue normali funzioni e responsabilità, ha quella della tutela del benessere dei propri cittadini. E per benessere, a sua volta, intendiamo la disponibilità di beni e servizi ad appannaggio di tutti i cittadini resa possibile dallo Stato. Il concetto centrale è dunque quello della RESPONSABILITA’ di questa idenità giuridica. Esempi espliciti di welfare sono: standard minimi di reddito, solidarietà sociale ed economica istituzionalizzata, in generale sicurezze minimali garantite a tutte le classi sociali (lavoratori, disoccupati, studenti, malati, disabili, ecc…).

 

La tutela del welfare e delle sicurezze minimali non sono solo il segno di una società solidale ed avanzata, ma rappresentano il trampolino di lancio verso il ritorno ad una partecipazione più assidua ed attiva a quello che gli antichi romani chiamavano negotium: l’attività pubblica, la partecipazione politica. Va da sé, infatti, che nel momento in cui viene garantita una decente quanto serena base economica ed una sicurezza per eventuali situazioni di disagio, quali la malattia o la disoccupazione per esempio, o la sicurezza di poter accedere liberamente a beni e servizi da parte dei cittadini senza ulteriori costi, allora il cittadino si sentirà più coinvolto ed incentivato a partecipare a quella vita pubblica che non lo emargina, ma al contrario, lo sorregge.

 

Quando il cittadino sta oggettivamente bene, allora può occuparsi serenamente anche di temi sociali, politici, economici, può impegnarsi attivamente in politica o nella divulgazione di temi che gli stanno a cuore. In caso contrario la società giocoforza si inaridisce. Il welfare state è una forma di coesione sociale, uno strumento di legittimazione e di attuazione delle democrazie moderne.

 

Altre funzioni del welfare state sono quelle di tenere sotto controllo le disfunzioni del mercato per ridurre gli impatti negativi sulla società civile e ridurre le disuguaglianze economiche e sociali prodotte dall’eccessiva libertà dei mercati. Da qui deriva la critica del libro di Domenico Secondulfo “Sociologia del benessere. La religione laica della borghesia” al SISTEMA NEOLIBERISTA che, proprio alla luce di un tema come il welfare, non poteva essere tralasciata.

 

Per cui appare questa frase: “Lo svuotamento dell’intervento dello Stato sull’economia e sulla società, teorizzato dalla FILOSOFIA NEOLIBERISTA, colpisce in massima parte proprio quelle strutture di cura e quell’apparato di accudimento che caratterizzava lo “Stato del benessere”, mettendo anche questa importante dimensione della vita, ormai entrata nell’abitudine e nelle aspettative di base dei cittadini, nelle mani del mercato, smontando la dimensione politico-collettiva dell’idea di benessere sia sul piano teorico ed ideologico che su quello fattuale.”

 

Ergo, la FILOSOFIA E L’AZIONE NEOLIBERISTA smantella ciò che con il progresso e lo sviluppo della dimensione politico-collettiva era diventato un DIRITTO NORMALE E CONSOLIDATO. Dagli anni ’60-’70 dunque si era instaurata una concezione di Stato come garante del benessere, che rappresentava nientemeno che il diritto di cittadinanza, un pacchetto tutto compreso in cui c’erano anche le tutele sociali garantite. Poi dagli anni ’80 in avanti si consolida la filosofia neoliberista, che spazza via e distrugge anni di progresso non solo meramente economico, ma anche e soprattutto intellettuale. Spazza via una nuova concezione di umanità e di Stato, allentando le redini dei mercati ed utilizzando strumenti come le crisi economiche indotte, volute e sfruttate a livello mediatico ad ampio raggio, per far accettare restrizioni e contrazioni sempre più importanti dello “Stato di benessere”.

 

Il capitolo si conclude con un ottima menzione di Keynes (anche in questo caso, quasi inaspettata). Un Keynes paladino dell’intervento dello Stato per limitare gli effetti dei mercati liberi, capaci di distruggere il welfare state e per annientare le grandi sacche di disoccupazione date dalla Grande Depressione del 1930. Lo Stato per Keynes PUO’ e DEVE ASSICURARE LA PIENA OCCUPAZIONE, concetto che lui lega al welfare. Perché rientra nelle NORMALI FUNZIONI DI UNO STATO poter garantire la PIENA OCCUPAZIONE attraverso le leve economiche e gli strumenti di cui, per definizione, dispone. Nulla di più semplice. Questo a beneficio dell’economia e del benessere sociale collettivo.

 

Conclusione: la convivenza tra neoliberismo e welfare state è ASSOLUTAMENTE IMPOSSIBILE. Il primo ha solo l’effetto nefasto di distruggere il secondo. Sono due contrari. Ed infatti è, parallelamente, la stessa incompatibilità totale che intercorre tra la Costituzione ed i Trattati Europei. La cosa curiosa è notare come le garanzie dello Stato sociale contenute nella Costituzione, che dovrebbero essere difese a rigor di logica dai partiti tipicamente di sinistra, subiscono ora la smania del “cambiamento” (con la vomitevole propaganda che siamo stati costretti a sentire per tutta la campagna referendaria) in direzione neoliberista. L’illogico che diventa normalità. Sarebbe bene tenere sempre presente le considerazioni di Domenico Secondulfo quando si sentirà in giro (come avviene tutti i giorni da anni) che il welfare state “è superato” o che non si può realizzare perché “è troppo costoso”.

 

NOTA. Dall’inizio del 2016 la REA (Radiotelevisioni Europee Associate) è impegnata in un Progetto di ricostituzione di un nuovo e forte Stato Sociale. Per chi fosse interessato a sapere qualcosa di più suggeriamo di vedere il video Il seme di un nuovo Stato Sociale su YouTube 

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