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Friday, July 20, 2018

LUPO NERO, LUPO BIANCO CON IL GRUPPO PERMACULTURA

Posted by Bianca Salvi On marzo - 18 - 2018 Commenti disabilitati su LUPO NERO, LUPO BIANCO CON IL GRUPPO PERMACULTURA

Foto: Ottavia Nigris Cosattini, ideatrice del progetto e presidente dell’Associazione Culturale G.G.International.

Un’economia sostenibile e a misura d’uomo? Sembra una cosa utopistica, ma è quello che teorizza ma soprattutto mette in pratica la permacultura. I principi di questa nuova formula per affrontare la crisi in tutti i settori riguardano certamente la cura della terra, delle persone, delle specificità sia paesaggistiche che culturali e artigianali del territorio, e soprattutto la condivisione del surplus che avviene secondo un libero scambio e la messa a disposizione di tutti, non solo di prodotti ma anche di singole capacità professionali. La messa in pratica di questi principi ha ispirato il docu-film: “LUPO NERO, LUPO BIANCO – VIAGGIO NEL GRUPPO PERMACULTURA SICILIA”, a cura di Ottavia Nigris Cosattini, in collaborazione con Olimpia e Giovanni Nigris Cosattini.

 

Il suggestivo titolo si ispira a un’antica leggenda dei nativi d’America, realizzato con l’intento di far conoscere quanto attuato in Sicilia, quale esempio di eccellenza replicabile nelle altre regioni, il docu-film è stato proiettato lo scorso 4 Marzo a Roma, inaugurando la riapertura del teatro Quirinetta, e sarà ospitato il 22 a Udine e il 26 a Milano, per proseguire il tour in altre città. L’importante iniziativa ha voluto coinvolgere tutti, dai bambini, con il percorso dell’orto biologico-didattico, agli adulti, con un momento di confronto e condivisione, accompagnato dalla degustazione di prodotti siciliani e da uno showcase del gruppo dei Verrospia, che ha curato la colonna sonora del docu-film.

 

“Questo progetto è un atto politico, non partitico, perché la messa in pratica di questi principi è fare concretamente politica” ha specificato Ottavia Nigris Cosattini, introducendo la proiezione. Grazie alla Permacultura, una comunità di individui che si aiutano reciprocamente, attraverso scambi di servizi, prodotti e conoscenze, c’è chi non ha più paura della vecchiaia, né di ciò che potrebbe succedere in un futuro quanto mai incerto, in una società che corre, spesso senza sapere dove andare, incentrata sul consumismo, l’ossessione tecnologica, prigionieri di una falsa libertà e delle nostre solitudini.

 

La Permacultura insegna ad andare sempre avanti, a considerare la crisi non solo come negatività ma anche come opportunità per un cambiamento di pensiero e azione, per contrastare il “divide et impera” e il consumismo sfrenato. Molti sono gli esempi virtuosi che vanno in questo senso: la Banca del Tempo, libere associazioni di persone che si auto-organizzano e si scambiano tempo, attività, saperi, servizi, per aiutarsi soprattutto nelle piccole necessità quotidiane; le Reti di Economia Solidale, circuiti economici in cui le diverse realtà si sostengono a vicenda, creando spazi di mercato finalizzato al benessere di tutti.

 

Al termine della proiezione romana sono intervenute una serie di associazioni che hanno presentato la loro attività. Italia che cambia, un progetto che vuole raccontare e mettere in rete chi, di fronte a un problema, si attiva per cambiare concretamente le cose, senza delegare, fornendo l’esempio, il knowhow e il supporto a progetti già in atto. Transition Italia che mira a progettare un futuro senza combustibili fossili, attraverso azioni locali per il risparmio energetico, gruppi di acquisto solari o la creazioni di sistemi di produzione energetiche collettive. Amatrice 2.0, una rete solidale a sostengo delle comunità locali con i metodi delle Transition Town e della permacultura, per una rinascita ecologica e solidale dei paesi colpiti dal sisma ad Amatrice e zone limitrofe. P.U.R.O., acronimo di Permacultura Urbana e Roma, un luogo di incontro, studio e sperimentazione, secondo le etiche e i principi della permacultura. GNOL, Genitori No Obbligo Lazio, che sta realizzando un processo metodico e organizzato, per restituire senso e valore al ruolo perduto della cittadinanza e dignità al pensiero critico delle persone comuni. Infine, dalla Sicilia, Le Galline Felici, un consorzio di produttori che coltivano rispettando l’ambiente, il lavoro e le persone.

Prossimi appuntamenti: 22 Marzo Udine, presso il cinema Il Visionario. 26 Marzo a Milano, presso la Cascina Torchiera.

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Spot REA sullo Stato Sociale

LA CIVILTA’ DEL LAVORO DI ANTONIO GAVINO SANNA

Posted by Bianca Salvi On febbraio - 28 - 2018 Commenti disabilitati su LA CIVILTA’ DEL LAVORO DI ANTONIO GAVINO SANNA

 

“Questa è una storia di campagna, una storia semplice, una storia di terra…”, così un narratore-cronista introduce questo spettacolo che ci parla del lavoro come fatica, come schiavitù, come maledizione biblica, come indice di onestà e inserimento sociale, il lavoro come fonte di felicità e d’infelicità, come merce per creare profitto per pochi, portando per mano lo spettatore in un viaggio a ritroso nel tempo per poi tornare ai giorni nostri.

 

All’improvviso una frase, buttata lì quasi per caso da uno degli interpreti, evoca i terribili fantasmi del lavoro forzato all’interno dei campi di concentramento: “Arbeit macht frei”, ovvero “Il lavoro rende liberi”, che campeggiava all’ingresso di Auschwitz e altri famosi siti di prigionia per ebrei ma non solo. Omosessuali, internati militari italiani, minoranze di ogni genere venivano fatti lavorare a morte. Non possiamo non chiederci a questo punto, e questo è il dubbio che volutamente l’autore sobilla nello spettatore: “Ma quale lavoro rende liberi, e da cosa?”.

 

Sulla scena cinque attori, che di scena in scena cambiano secolo e veste, viaggiano a ritroso nel tempo per cercare il senso di questa parola, che oggi viene detta, invocata ed evocata come non mai prima. Più che un viaggio, si tratta di una riflessione filosofica sul senso etico del lavoro attraverso la storia dell’uomo, un senso legato ai concetti di libertà e schiavitù nella sua evoluzione, o …involuzione. Durante il percorso incontriamo personaggi come Solone e Menenio Agrippa, Paolo di Tarso, Bertrand Russel e Maynard Keynes, oltre a tanti uomini e donne senza nome, liberi o schiavi, che hanno vissuto e lavorato nel tentativo, a volte vano, di costruire una migliore condizione umana.

 

L’evoluzione della storia ci conduce alla contemporaneità, dopo la capitolazione di quelle civiltà primordiali ma felici, che avevano un concetto innato del limite e del rispetto dell’ambiente, e di conseguenza della dignità degli esseri viventi tutti. L’avvento del colonialismo, il saccheggio e la rapina di uomini e territori dopo la scoperta delle Americhe, avrebbe avuto il “merito” di porre la prima pietra di quello che sarebbe diventata la civiltà contemporanea che avrebbe visto la nascita del capitalismo fondato su un profitto che sempre meno avrebbe tenuto conto del fattore umano.

 

Questo in sintesi il racconto, ben articolato nel suo excursus storico, dello spettacolo proposto da Antonio Sanna, autore del testo oltre che regista e interprete. Ritmo serrante e pieno di sorprese catturano e spiazzano di volta in volta, grazie anche all’evidente affiatamento degli instancabili interpreti, che tengono acrobaticamente il palcoscenico per più  di un’ora. Momenti di divertimento, seppur amari, ironia e paradosso, ma anche commozione, e soprattutto spunti di riflessione. Il finale è un futuro ipotetico ed estremo. Alla fine è inevitabile chiedersi: ma se il lavoro venisse sempre più a mancare, ci ritroveremmo, domani, più liberi o più schiavi di prima? Lo spettacolo, presentato in prima nazionale al teatro Tordinona di Roma, proseguirà in tournèe nelle maggiori città italiane, e sarà ospite del Festival Internazionale del Teatro Romano di Volterra.

 

SCHEDA

Una produzione Associazione Culturale L’Attore in Movimento

Con: Maria Giulia Ciucci, Gianfranco Miranda, Giulio Pierotti, Antonio Gavino Sanna, Serena Ventrella

Regia Antonio Gavino Sanna

Maschere e pupazzi Azadeh Shirmast

Scene e Costumi Azadeh Shirmast e Antonio Gavino Sanna

Luci e fonica Pasquale Citera

INTERPRETI

 

ANTONIO SANNA

Attore dal 1974, ha partecipato a numerosi spettacoli, sia di teatro classico che di sperimentazione, con compagnie come Tieri-Lojodice, MemèPerlini, Gruppo Teatro e altre. Come drammaturgo ha ricevuto diversi premi in concorsi nazionali (Anticoli Corrado, Fondi-La Pastora) e ha messo in scena alcune sue opere al Piccolo Eliseo (Fenomeni Non Ancora Classificati, regia di Mita Medici), al Teatro Tordinona (Metafisico e metà no, regia di Marco Mete) e in altri spazi. Ha realizzato come regista quattro spettacoli, fra cui (anche come autore) “Infinito Futuro” da 1984 di Orwell. Nel doppiaggio presta la voce tra gli altri a: Kenneth Branagh, Antonio Banderas, Gary Sinise, Stanley Tucci ecc..

MARIA GIULIA CIUCCI. Fiorentina di nascita, si avvicina al teatro nel 2002 grazie al regista e drammaturgo Stefano Massini, col quale va in scena in numerosi spettacoli, tra cui “Studio su Moby Dick”(2009),”DerUndergang (la caduta)”(2009),”In the absolutewhite”(2010),”Le stanze di Amleto e Ofelia”(2011). Nel Marzo 2010, a seguito di un corso intensivo di scrittura tenuto dallo stesso Massini, partecipa alla Mise en espace di “Violenza, femminile singolare, ovvero galleria di microtesti sulla violenza alle donne dalla cronaca”, poi pubblicato dalla Vicepresidenza della Regione Toscana. Dall’Ottobre 2011 vive a Roma, dove lavora come doppiatrice e attrice.

GIANFRANCO MIRANDA. Ha iniziato a studiare recitazione con il maestro Antonio Sanna. Recita in diversi  spettacoli tra cui “Blues in sedici” di Stefano Benni; “Infinito Futuro” tratto da 1984 di Orwell. Lavora nel Doppiaggio dove presta la voce a diversi attori tra cui Ryan Gosling in “BladeRunner 2049”, “Drive”, Harry Cavill in “l’uomo d’acciaio”, “Batman v Superman” e altri.

GIULIO PIENOTTI. Nasce a Modena dove studia e muove i primi passi sul palcoscenico. Da circa tredici anni vive e lavora a Roma in ambito teatrale, nel doppiaggio cine-televisivo e come speaker pubblicitario. Ha partecipato alla messa in scena di “Infinito Futuro” di e con Antonio Sanna; come assistente alla regia di Eleonora Pippo in “Itagliani!” di Antonella Cilento con Margherita Di Rauso, e ancora con Antonio Sanna in “Jean Genet e Tennessee Williams a Tangeri”,  questi ultimi due spettacoli entrambi presentati al Festival Nazionale di Todi. Ha inoltre partecipato al film “Notte di Quiete” di Daniele Malavolta.

SERENA VENTRELLA. Frequenta “l’Accademia del Sogno” con docenti come Anna Mazzamauro, Paolo Ferrari, Ennio Coltorti, Nicasio Anzelmo. Parallelamente al percorso artistico, si laurea in “Design, comunicazione visiva e multimediale” alla Quaroni – La Sapienza-. A 23 anni debutta al teatro Ghione ne “La bottega del caffè” di Goldoni, a fianco di Riccardo Garrone. Tra le esperienze lavorative più significative troviamo la collaborazione sia con il Teatro Sistina ne “La compagnia giovani del Sistina” che con il teatro Ghione. Nel 2013 arriva anche il grande schermo: interpreta l’avvocatessa Fidofly nel film “Sole a Catinelle” di e con Checco Zalone. Nel 2015 si occupa dell’ideazione e della regia di “Shakespeare Grand Tour”, uno spettacolo itinerante sui personaggi shakespeariani con Franco Oppini e altri 12 attori. Nel 2017 si cimenta nella scrittura di un atto unico, “Muffa”, con cui vince il premio under 35 “Annita Favi”. Dal 2016 lavora anche come doppiatrice.

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LA ‘SILVIO D’AMICO’ PRESENTA ‘QUATTRO INTERNI DA LABICHE’

Posted by Bianca Salvi On febbraio - 8 - 2018 Commenti disabilitati su LA ‘SILVIO D’AMICO’ PRESENTA ‘QUATTRO INTERNI DA LABICHE’

 

Accademia Nazionale d´Arte Drammatica “Silvio d´Amico” ha presentato nel suggestivo teatro dei Dioscuri al Quirinale: “Involucri – Quattro interni da Labiche”, studi degli allievi registi di II anno: Danilo Capezzani (Se ti becco, son dolori!), Caterina Dazzi (L’affare di Rue de Lourcine), Federico Orsetti (Il premio Martin) e dell’allievo diplomato Lorenzo Collalti (Un cappello di paglia di Firenze), con la guida di Giorgio Barberio Corsetti. L’ironia graffiante, il paradosso, gli equivoci del teatro di Eugène Labiche  hanno caratterizzato l’opera degli allievi di un laboratorio che ha coinvolto giovani registi e attori in un progetto ideato da Giorgio Barberio Corsetti, che come maestro delle giovani generazioni di registi, autori e attori dell’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, ha proposto negli ultimi anni uno studio esaustivo di un autore, da cui trarre poi autonomi progetti di elaborazione scenica: Pasolini, Kleist, Müller, e ora Labiche. Sono nati così: Se ti becco, son dolori!, Un cappello di paglia di Firenze, L’affare di Rue de Lourcine e Il premio Martin, quattro diversi studi di altrettante opere del drammaturgo francese.

 

“L’associazione degli avvenimenti”,  ha affermato in proposito Giorgio Barberio Corsetti, “nella scrittura di questo drammaturgo è talmente inaspettata e rapida che mette in moto una percezione surreale quasi onirica, e la comicità scaturisce dalla sorpresa, c’è sempre qualcosa di perturbante e di spietato. Con i suoi intrecci crea dei meccanismi che stritolano i personaggi e tutte le ipocrisie borghesi portando al parossismo le situazioni, scatenando delle risate liberatorie. Il destino segnato dalle convenzioni e dalle costrizioni sociali non può essere che ridicolo e tragicamente ineluttabile. Uno strano Fato inesorabile percorre le sue trame. I personaggi con i loro difetti sono creaturali, mai caricature, esseri colti di sorpresa dagli eventi che reagiscono d’istinto, quasi con innocenza, e per questo si trovano sempre di più invischiati negli intrighi…Lavorando sul ritmo e sui tempi comici gli attori sono messi alla prova in una esecuzione diabolicamente inarrestabile. Una bella palestra per dei giovani registi ed attori. 

 

Ed effettivamente i giovani allievi si sono cimentati con convinzione e dovizia nella rappresentazione delle brevi ma impegnative pièces, o “Involucri”, come sono stati denominati nel titolo. Eugène Marin Labiche (1815-1888) fu tra gli esponenti più rappresentativi del vaudeville: l’ironia, l’inimitabile talento drammaturgico nel costruire intrecci, equivoci, fatalità creano una comicità cinica, surreale, un gioco al massacro a colpi di risate condite di crudeltà. “Chi conosce gli uomini prova amarezza”  affermava in proposito Emile Zola “e questo gusto amaro è il sapore della genialità”. Il laboratorio, durato due mesi, ha prodotto uno spettacolo pensato per gli spazi suggestivi del Teatro dei Dioscuri al Quirinale, in cui i ragazzi dell’Accademia hanno lavorato grazie ad un protocollo d’intesa con l’Istituto Luce-Cinecittà. Ma vediamo più nei dettagli i lavori presentati.

 

Se ti becco, son dolori! Allievo regista Danilo Capezzali con Flaminia Cuzzoli (ALEXANDRA), Xhulio Petushi (PAUL DE SAINT-GLUTEN) Giorgio Sales (FARIBOL) e gli allievi del II anno Danilo Capezzani (PAPAVERT), Caterina Corbi (M.ME D’APREMONT), Serena Costalunga (FRANCOISES), Francesca Florio (CORINNE), Luca Forlani e Sara Mafodda (I NOTAI), Leonardo Ghini (LUCIEN), Alberto Penna (LEOPARDI). Trama: Faribol, un direttore d’orchestra un po’ farfallone, fa scoprire alla moglie il nome e l’indirizzo della sua amante. La moglie Alexandra, infuriata, si reca di nascosto all’appuntamento, lo pizzica sotto le finestre della nuova fiamma e decide di attuare una spietata vendetta. Organizza una festa in casa, invita due atletici notai, cede alle lusinghe di un conte provolone e, come se non bastasse, scortata dalla banda di spasimanti, si imbuca al concerto che il marito dirige, sconvolgendone la serata. Una girandola di situazioni paradossali coinvolgono i protagonisti sapientemente diretti da Danilo Capezzani nella pièces, dove spiccano uno stralunato Giorgio Sales nel ruolo del protagonista, e una vivace Flaminia Cuzzoli nel ruolo della moglie tradita.

 

L’affare di Rue de Lourcine. Allieva regista Caterina Dazzi con Lavinia Carpentieri (Norine), Emanuele Linfatti (Mistingue), Francesco Russo (Lenglumé) e gli allievi del II anno Michele Lorenzo Eburnea (Justin), Marco Selvatico (Potard). Trama: L’affare di Rue de Lourcine è un atto unico che assume le tinte di un esilarante quanto macabro noir. La riunione degli ex allievi dell’istituto Labadens si trasforma in una notte d’ebbrezza. La mattina seguente, la mente del protagonista ex allievo Lenglumé è un buco nero: il nostro non ricorda nulla delle ultime ore trascorse in baldoria. Un russare nel suo letto gli rivela la presenza di  Mistingue, un ex labadensiano, con il quale avrebbe passato la serata alcolica. Per una catena di equivoci i due si convincono d’aver brutalmente ucciso una giovane carbonaia. Da quel momento Lenglumé imboccherà a grandi passi la strada del crimine, tentando l’omicidio dei testimoni a carico, fino a giungere alla decisione estrema di assassinare Mistingue, compagno di sbronze e testimone scomodo dell’omicidio. Finale spiazzante e lieto fine con grande sollievo dei protagonisti. Credibili e caratterizzati da un recitativo naturale i giovani allievi diretti da Caterina Dazzi. 

 

Il premio Martin. Allievo regista Federico Orsetti con Federico Benvenuto (Agenor), Alessia D’ Anna (Loisa), Giacomo Mattia (Martin), e gli allievi del II anno Giulia D’ Aloia (Bathilde), Domenico De Meo (Edmond), Raffaele De Vincenzi (Pionceux), Diego Giangrasso (Hernandez). Trama: Ferdinand Martin viene raggirato dall’amico Agénor. Per vendicarsi lo accompagna, insieme a sua moglie e al suo cugino spagnolo, in Svizzera, con l’obiettivo di gettare per vendetta l’infido amico in un burrone. L’amicizia tra i due uomini, però, è più forte del terribile gesto che Ferdinand vuole compiere, e anche qui alla fine tutto si  risolve, e Ferdinand sarà persino disposto a perdere la moglie, che nel frattempo si è invaghita dell’esotico cugino spagnolo, piuttosto che l’amicizia di Agènor.

 

Un cappello di paglia di Firenze. Regia di Lorenzo Collalti con Luca Carbone (Fadinard), Flavio Francucci (Nonancourt), Paola Senatore (La Baronessa de Champagne) e gli allievi del II anno Vincenzo Abbate (Vèzinet), Adriano Exacoustos (Tardiveau e Félix), Luigi Fedele (Bobin e Achille de Rosalba), Dora Macripò (Virginie), Elisabetta Mancusi (Anais), Gaja Masciale (Hélène e La cameriera della Baronessa), Iacopo Nestori (Beauperthuis e Émile Tavernier), Mersila Sokoli (Clara). Trama: E’uno dei vaudeville più noti e rappresentati di Labiche. Il giorno del matrimonio di Fadinard, un giovane ereditiere, durante il tragitto verso casa per ultimare i preparativi, il suo cavallo mangia il cappello di Anais, giovane signora a passeggio in compagnia d’un tenente, Emile. I due si presentano a casa di Fadinard pretendendo la restituzione di un cappello identico a quello perduto. Anais è infatti sposata e il marito scatenerebbe un putiferio se scoprisse la scappatella della moglie. Fadinard comincia la ricerca del cappello per liberarsi dei due clandestini; il corteo nuziale lo seguirà ignaro e, tra equivoci e incomprensioni, personaggi e luoghi inaspettati, l’impresa si rileverà non affatto semplice come sembra. Surreale quanto basta la regia di Lorenzo Collalti; in alcuni quadri potrebbe essere paragonata a certi dipinti dell’espressionismo tedesco o di James Ensor, che enfatizzavano il grottesco di abitudini e rituali tipici di una borghesia bigotta ai limiti del ridicolo. Acrobati talentuosi e credibili tutti i protagonisti, impegnati in questo classico del drammaturgo francese.
Funzionale e dinamica la Scenografia di  Francesco Esposito che ha curato anche i costumi per tutti gli atti unici. Disegno luci  Gianluca Cappelletti – Supervisione suoni  Hubert  Westkemper Aiuto regista Fabio Condemi. Non possiamo che augurare allo spettacolo una meritata e fortunata tournèe.

 

 

 

 

 

 

 

 

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