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Wednesday, April 8, 2020

LISA CAROLINA: “OH MIA PATRIA VENEZUELA, SI’ BELLA E PERDUTA”.

Posted by Lisa Carolina On gennaio - 27 - 2020 Commenti disabilitati su LISA CAROLINA: “OH MIA PATRIA VENEZUELA, SI’ BELLA E PERDUTA”.

Foto: Una manifestazione guidata da Juan Guaidò (col megafono). Nel riquadro Lisa Carolina. 

 

 

Ospitiamo volentieri la lunga lettera di sfogo inviataci da Lissett (meglio conosciuta come Lisa) Carolina, cittadina venezuelana, figlia di un ex politico e ormai residente da 25 anni in Italia (Fiumicino), senza aver mai perso i contatti con la sua tormentata patria e con molti dei suoi familiari che continuano vivere in questo Paese sud americano sprofondato nella peggiore crisi economica e sociale della sua storia. Alla pari degli ebrei prigionieri in Babilonia, evocati dal Nabucco di Giuseppe Verdi, Lisa insieme a milioni di altri venezuelani si sente prigioniera di un tragico momento storico che vede uno dei Paesi potenzialmente più belli e ricchi (è stato il maggiore produttore di petrolio del mondo) vivere una situazione decisamente avvilente sul piano umano e sociale. Per la cronaca la grave crisi è iniziata a partire dal 2013 a seguito della morte del Presidente Ugo Chavez, sostituito dal suo fido Nicolas Maduro e dal contemporaneo crollo del prezzo del petrolio. Ma ecco cosa ci ha scritto la Carolina. 

 

 

La capitale del Venezuela si trova al centro della geopolitica mondiale. Ma come si vive oggi a Caracas? Ai caraque­ños la politica internazionale interessa relativamente; sono soprattutto stanchi. Stanchi delle tante promesse non mantenute del presidente di fatto, Nicolás Maduro, da tempo in caduta libera e, da gennaio di quest’anno quando si è insediato, anche di quelle del presidente ad interim, Juan Guaidó. Il primo continua a negare la crisi umanitaria, dando la colpa alle sanzioni USA quando, invece, le cause della crisi sono ben altre: soprattutto il modello economico del socialismo del XXI secolo che ha distrutto la produzione nazionale a cominciare dall’industria petrolifera (basti pensare che nel 1999 quando si insediò Hugo Chávez le industrie in Venezuela erano 12.000 mentre oggi sono poco più di 2.000 ed operano al 19% della loro capacità). Un mix di autoritarismo, corruzione e delinquenza ha portato a un esodo di persone senza precedenti nel continente ben prima che Donald Trump decidesse di sanzionare i leader del regime. Guaidó aveva invece promesso che il 23 febbraio scorso gli aiuti umanitari sarebbero entrati e invece quell’operazione fu il primo flop di una lunga serie. Alla sbandierata fine dell’”usurpazione” di Maduro (confermato presidente nel maggio 2018 in un’elezione non riconosciuta da una sessantina di Paesi) oggi a Caracas quasi nessuno crede più nelle promesse di Guaidò: non a caso il suo consenso si è dimezzato (ancora nel mese di gennaio era dell’85%).

 

 

Alla stragrande maggioranza della gente che ha un lavoro corrisposto in moneta nazionale, il bolivar, interessa poco sapere che il Messico di López Obrador, la Russia di Putin, l’Italia, la Cina, Cuba e l’Uruguay di Tabaré Vazquez riconoscono Maduro mentre gli Stati Uniti e la stragrande maggioranza dei Paesi UE stanno con Guaidó; oppure che l’ONU abbia creato una Commissione per indagare sulla violazione dei Diritti Umani a Caracas. Il motivo è semplice: la stragrande maggioranza dei venezuelani deve pensare esclusivamente a sopravvivere visto che gli stipendi sono da fame, mentre il 40% che è disoccupato vive ancora peggio. “Il governo ‘operaio’ fa collassare l’educazione” si legge sui cartelloni di protesta di un gruppo di maestri che si sono rifiutati di iniziare l’anno scolastico visto che con 6 euro al mese “è impossibile mangiare, figurarsi insegnare”.

 

Al centro commerciale Sambil di Avenida Libertadores alle sette di sera di un giovedì qualsiasi non c’è nessuno nel settore “food” e non perché non ci sia la carne per gli hamburger di McDonald’s o le arepas, il piatto tipico venezuelano, ma perché i prezzi sono assolutamente fuori portata per chi guadagna in bolivar. “Oggi a Caracas se non ci fossero i dollari e gli euro inviati da parenti ed amici emigrati all’estero nessuno di loro ce la farebbe” spiega Pedro, un italiano arrivato negli anni ’70. All’epoca il Paese era stato ribattezzato “Venezuela saudita” per le immense riserve di greggio, le maggiori al mondo certificate. Pedro è rientrato quest’anno nel nostro Paese perché “i costi della sanità là sono folli” e poi perché “la criminalità è dilagante”. A Caracas ha lasciato un appartamento di oltre 200 mq che non è riuscito a vendere perché il mercato immobiliare è stato distrutto e ora teme che gli venga espropriato grazie all’ultima trovata della dittatura. Il Venezuela, infatti, non ha nemmeno più la parvenza di una divisione dei poteri, e nelle carceri si contano ormai un migliaio di prigionieri politici, 250 dei quali appartenenti alle Forze Armate).

 

Maduro & co. hanno appunto lanciato di recente il “Plan Ubica tu casa”, letteralmente il “Piano trova la tua casa”, un censimento delle case abbandonate dagli oltre 5 milioni di venezuelani che hanno lasciato il Paese sudamericano e che ora, se disabitate, potrebbero essere occupate dagli amici del regime nonché dai collettivi chavisti, gruppi paramilitari al soldo della dittatura. Il condizionale è d’obbligo perché Maduro ha negato questa eventualità, ma sono centinaia le segnalazioni di occupazioni abusive delle case appartenenti a coloro che sono dovuti emigrare. Che Caracas sia la città dei due presidenti – quello de facto, Nicolás Maduro, e quello riconosciuto da oltre 50 Paesi, Juan Guaidó, al popolo interessa poco. E ciò nonostante che la diplomazia internazionale, la geopolitica e persino i servizi segreti di molti Paesi da oltre un anno siano concentrati sullo sviluppo politico del Paese. A far paura è soprattutto la possibile “somalizzazione” del Venezuela, sul cui territorio sono presenti i terroristi/guerriglieri/narcotrafficanti di ELN (Esercito di Liberazione Nazionale), FARC (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia), EPL (Esercito Popolare di Liberazione, detti anche “los Pelusos”), FBL (Forza Bolivariana di Liberazione), gruppi paramilitari come Los Rastrojos, Los Urabeños, ciò che rimane delle Aguilas Negras, i collettivi chavisti, i “pran” che gestiscono le carceri e il Cartello de los Soles composto da molti generali e leader del governo Maduro. Molti temono che ormai il Venezuela sia una pentola a pressione pronta a esplodere.

 

In mezzo a questo caos vivono i venezuelani, vittime e allo stesso tempo carnefici di loro stessi. Molti sembrano non avere altre vie d’uscita se non la fuga all’estero e con ogni mezzo. Con il fallimento di Guaidó non pochi venezuelani hanno perso la speranza di un ritorno al passato, quando Caracas non era la città più violenta al mondo, né quella con i salari più miseri del pianeta. “Lo stipendio base oggi è di 150.000 bolivares”, chiarisce Manuel, professione fotografo, con un piede in Colombia e l’altro a Caracas. Se fai il cambio con l’euro (che è quotato a 24.000 bolivares), significa che in un mese un mio connazionale percepisce 6 euro”. Certo qui il 90% della popolazione riceve aiuti statali, a cominciare dalle casse CLAP, acronimo che sta per Comitati Locali di Fornitura e Produzione, pacchi che dovrebbero essere distribuiti ogni mese a prezzi sussidiati con all’interno cibo ma che nella realtà arrivano ogni tre mesi. La qualità, inoltre, è pessima a tal punto che centinaia di venezuelani sono dovuti ricorrere al Pronto Soccorso dopo avere ingurgitato gli alimenti forniti loro dal governo Maduro.

 

Non solo le gestanti, i pensionati o chi non ha un lavoro ma persino chi fa il cuoco o il cameriere nei ristoranti a Caracas riceve dallo Stato un bonus di 80.000 bolivares, pari alla miseria di 3 euro circa. Poi ci sono i 25.000 bolivares del buono alimentare ma si tratta di briciole che non servono neanche a sopravvivere visto che un caffè costa di più (30.000 bolivar), un Kg di carne 90.000 ed un chilo di pesce 150.000 bolivar, ovvero quasi lo stipendio di 4 mesi! “Qui nessuno paga più nulla nella moneta locale” spiega Vitangelo, un imprenditore italiano che racconta come in Venezuela “l’economia è stata dollarizzata da tempo” mentre “il costo della vita è quasi come quello di Miami”. Per capire meglio come vive oggi l’80% della popolazione di Caracas, quella considerata povera e/o miserabile dalle statistiche ONU, è sufficiente ricordare che: 30 uova costano 36.000 bolivares, il 90% dello stipendio mensile, “una cena in un ristorante decente è inarrivabile, l’equivalente a 40 dollari”, racconta Juan Rosas, commerciante in pensione trasferitosi in Spagna dove ha raggiunto la figlia, mentre per portare a casa un litro di latte bisogna spendere un altro 80% di quanto si guadagna in 4 settimane. Una follia insomma, ed è davvero un miracolo come possano resistere i venezuelani che sono rimasti nella capitale. Non a caso sempre più famiglie sono costrette a cercare alimenti tra i rifiuti, le venezuelane sono diventate il target preferito delle mafie che gestiscono la tratta e il mercato della prostituzione globale, mentre hanno iniziato a prosperare sia la vendita di bambini per adozioni internazionali che quella degli organi. Un panorama da orrore insomma.

 

“Senza i soldi dall’estero sarebbero già morti moltissimi e sicuramente sarebbero emigrati molti più dei 5 milioni della diaspora attuale” cerca di dare una spiegazione logica al fenomeno Manuel, che ha scelto di vivere in Colombia per potersi far pagare dalle agenzie internazionali, come Reuters ed Associated Press in una valuta di un qualche valore. A differenza di un anno fa, quando Maduro tolse 5 zeri al bolivar (3 li aveva già tolti Chávez), i supermercati oggi “sono pieni di merci ma non vendono perché la gente non ha i soldi per comprare mentre sempre più prodotti hanno il prezzo direttamente in dollari”, racconta Vittorio, chef premiato dal Presidente Oscar Luigi Scalfaro come eccellenza enogastronomica italiana nel mondo. La distribuzione delle merci aumenta grazie al contributo di molte organizzazioni internazionali a cominciare dall’ONU, ma purtroppo prezzi rimangono astronomici per le misere tasche degli abitanti di Caracas. Un detergente per la cucina costa la metà di uno stipendio mentre per un chilo di farina bisogna lavorare una settimana. “Sugli scaffali c’è molta più varietà rispetto a Cuba, ma solo pochissimi possono comprare” spiega un medico cubano mandato dalla dittatura in missione umanitaria a Caracas e poi fuggito in Brasile.

 

Lo chef Vittorio invece da qualche mese si è trasferito a Panama a causa della criminalità. Sino ad allora gestiva il ristorante del Club italo-venezuelano, il più grande al mondo, ma sua figlia “insisteva per la mia sicurezza e il rischio di sequestri. Ebbene, nonostante le cose andassero bene e tutti pagassero in dollari, ho ceduto l’attività al Club per aprirne una più tranquilla qui, in riva al mare di Panama”. Oltre che di questo disastro sociale e umanitario, Caracas è anche la città delle sanzioni americane e lo specchio delle tensioni politiche che caratterizzano un po’ tutto il continente americano. Nell’urbe si vedono, quasi gomito a gomito, convivere super ricchi e miserabili. Già perché i super ricchi ci sono eccome. A prescindere dalla propaganda delle due fazioni contrapposte, los escuálidos, gli squallidi, come i chavisti chiamano chi non vota per loro, e los enchufados (più o meno “i raccomandati”) come gli anti-chavisti chiamano i supporter della “rivoluzione”, dopo 20 anni di governo del PSUV (Partito Socialista Unito del Venezuela, il partito di Maduro) le differenze sociali non solo non si sono ridotte ma sono aumentate. Unico risultato, statistiche alla mano, è stata la scomparsa della classe media. Se, infatti, nel lontano 1989 a Caracas esplose la rabbia popolare del Caracazo dovuto all’aumento del prezzo del combustibile deciso dall’allora Presidente Carlos Andrés Pérez, i poveri a quell’epoca erano meno di un terzo della popolazione mentre oggi sono triplicati.

 

Ma è cambiata anche la composizione di chi vive nei quartieri lussuosi e dei giovani che frequentano i locali notturni (per la verità sempre meno frequentati). Molti dei ricchi storici della Quarta Repubblica, ovvero il Venezuela pre1998 (quando Chávez vinse la sua prima elezione presidenziale e subito cambiò la Costituzione), non vivono più in Venezuela ma sono stati sostituiti dai nuovi ricchi “figli del chavismo”, i cosiddetti “bolichicos” o “boliburgueses”. Arricchitisi grazie ai tanti “colli di bottiglia” creati dalla burocrazia statale che controlla ogni settore dell’economia, a cominciare da quelli fondamentali del cambio, del commercio estero, delle banche, questi nuovi Paperoni sono in molti casi militari di medio ed alto grado (per capirci a Caracas oggi ci sono oltre duemila generali, più di tutti quanti sono i generali dei Paesi della NATO). Sono loro che controllano le dogane aeree e marittime (e dunque i porti), nonché la distribuzione degli alimenti sussidiati, comprese le farine, le carni e persino la carta igienica (sì, per assurdo che possa sembrare c’è anche un alto grado militare preposto al controllo e alla distribuzione di questo prodotto).

 

Il paradosso è che Caracas avrebbe tutto per essere un paradiso, con i suoi 900 metri sul livello del mare e un clima favoloso. Sullo sfondo della capitale, tra la città e il mare, a dominare è la montagna dell’Ávila, dietro c’è il porto della Guaira e poi il Mar dei Caraibi, con le spiagge dorate di Los Roques, porta d’ingresso di gran parte delle merci che riforniscono la capitale. Non tutto è miseria a Caracas, sia chiaro, e dove c’è il lusso è ancora più sfrenato che prima dell’avvento del chavismo. Prendiamo ad esempio La Lagunita, una delle zone più chic della capitale. Molti terreni sono dell’Università Simon Bolívar, una delle più importanti del Venezuela e poi c’è il Lagunita Country Club, su uno dei terreni più cari della capitale. Le ville sono spettacolari, nello stile di Miami, e gli edifici super moderni a dimostrazione che i soldi circolano, nonostante le sanzioni USA. Molti sono gli spazi verdi e le strade alberate a doppia corsia. Ci sono persino campi da golf maestosi che il governo diceva di voler espropriare ma che, a differenza di tante altre “occupazioni” fatte contro “poveri cristi”, non ha mai avuto la forza, o per meglio dire, l’intenzione rivoluzionaria di intervenire.

 

Poi c’è Los Guayabitos, nel comune di Baruta, un’altra parte buona dell’hinterland caraqueño. Qui le strade sono in condizioni pessime. Con l’auto bisogna andare a zig zag per evitare di finire in qualche buca-cratere capace di distruggere le sospensioni. In entrambi i quartieri, Lagunita e Guayabitos, tutte le abitazioni sono circondate da protezioni simil-militari, compresi fili di ferro con elettricità, per evitare intrusioni di malintenzionati. Dal distretto distretto di El Hatillo, zona turistica di Caracas, con molte case in stile coloniale e ristorantini, si possono invece vedere sullo sfondo quelle che in Brasile si chiamerebbero favelas e che a Caracas chiamano “cerros” o “rancho”: una quantità sterminata di catapecchie abbarbicate sulle montagne che circondano la capitale venezuelana. I poveri non vivono solo in favelas, ma anche in quartieri veri e propri. Il più emblematico è forse El Cementerio (Il Cimitero), dove però sono migliaia le paraboliche per vedere la tv (sino a 4 su un singolo balcone). Ultimo dato che definisce il disastro di un ventennio di chavismo: oggi un dollaro è quotato 20.000 bolivares, l’equivalente a 2 mila miliardi di bolivares se rapportato al periodo in cui Chávez decise di implementare il Socialismo del Secolo XXI. E così, mentre Maduro e Guaidó tengono impegnate le diplomazie di mezzo mondo, Caracas, che un tempo non lontano fu la città più ricca del Sudamerica, muore lentamente.

 

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HU ROBOT: AL VASCELLO LA SCONVOLGENTE COREOGRAFIA DEL FUTURO

Posted by Maurizio Miranda On ottobre - 6 - 2019 Commenti disabilitati su HU ROBOT: AL VASCELLO LA SCONVOLGENTE COREOGRAFIA DEL FUTURO
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GIOIELLI: L’IILA SOSTIENE LE DONNE ARTIGIANE DELLA BOLIVIA

Posted by Punto Continenti On maggio - 30 - 2019 Commenti disabilitati su GIOIELLI: L’IILA SOSTIENE LE DONNE ARTIGIANE DELLA BOLIVIA

Foto: Esperanza Anzola, della Segreteria Socio economica dell’IILA, con il Sindaco di Potosì William Cervantes Beltràn

 

L’IILA, l’Organizzazione internazionale italo latino americana con sede a Roma e che mantiene relazioni con tutti i Governi latino americani, ha avviato un grande progetto di cooperazione con la Bolivia: parliamo del varo di un articolato programma di assistenza, formazione e supporto all’imprenditorialità femminile nel settore della gioielleria.  Vera anima di questo progetto è la colombiana Esperanza Anzola della segreteria Socio economica dell’Istituto. Dopo una serie di missioni in Bolivia e con il decisivo contributo di importanti orafi italiani, la Anzola è ora in procinto di dare il via alla fase conclusiva del Progetto, che dovrebbe consentire alle donne boliviane più povere di acquisire una specifica professionalità in grado di renderle autonome economicamente e di contribuire ad elevare le condizioni sociali dei propri figli. Ma vediamo più nei dettagli come è articolata quest’iniziativa.

 

Il Progetto è denominato Sostegno all’imprenditoria femminile della filiera di produzione  dei gioielli  ed accessori artigianali a Potosí. Si tratta di un piccolo Comune di circa 167 mila abitanti, localizzato a oltre 4mila metri di altezza (è una delle località più alte del mondo) e dotata di una famosa miniera d’argento. Da precisare, comunque, che tutta la Bolivia vanta una grande tradizione orafa per i suoi ricchi giacimenti di oro e argento. Fino a poco tempo la lavorazione di questi metalli veniva svolta esclusivamente dagli uomini. Oggi, invece, la partecipazione delle donne è cresciuta notevolmente.

 

Il progetto dell’IILA si propone, inoltre, di arrestare la consistente emigrazione dei ‘potosinos’ determinata dalle condizioni ambientali (tra cui anche l’altezza della città) e dal basso livello d’istruzione della popolazione: quindi, delle scarse opportunità di lavoro. Eppure Potosì, oltre all’argento, dispone anche di altre ricchezze, tra cui le diverse attrazioni turistiche alimentate dal consistente patrimonio storico, architettonico e paesaggistico.

 

Per la realizzazione del Progetto, la Esperanza ha siglato un accordo con la ‘Escuela Municipal de Plateria’ trasformata in un Centro alternativo di formazione orafa, disponibile a supportare l’iniziativa con risorse economiche e con l’offerta di spazi idonei alla formazione, alla realizzazione pratica e all’utilizzo di aule multimediali per la ricerca. Per il Sindaco di Potosì, William Cervantes Beltràn, l’obiettivo è creare un efficiente Show Room capace di utilizzare la Scuola e l’artigianato anche come un efficiente strumento di promozione turistica.

 

Nel concreto l’accordo IILA, Amministrazione di Potosì e Governo nazionale prevede l’esecuzione di un articolato programma di formazione rivolto a circa 80 donne artigiane già impegnate nell’arte orafa. Questo programma può contare sia sull’assistenza del  Servicio Nacional de Aprendizaje SENA(entità colombiana con una vasta esperienza nella formazione delle risorse umane nel settore orafo), sia sulla partecipazione attiva di esperti italiani e colombiani. Non manca, poi, una particolare attenzione anche alla formazione dei ‘formatori’ e al graduale trasferimento di tecnologia.  Da registrare, infine, l’attiva partecipazione del Distretto Industriale Orafo di Valenza (in provincia di Alessandria).

 

In conclusione, i laboratori teorici/pratici consentiranno l’apprendimento della gestione dei materiali e delle attrezzature, l’uso delle tecniche orafe e la creazione di varie specializzazioni. Una grande attenzione verrà poi dedicata al design e all’originalità del prodotto che dovrà rispecchiare l’importante patrimonio storico ‘potosino’. Queste caratterizzazioni punteranno a conquistare i turisti che sempre di più sembrano orientati ad acquistare prodotti non solo belli ma  anche originali.

 

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Video suggerito e commentato (in inglese e italiano, 2 minuti):

ONU e Nuove Tecnologie: Vera sfida per Guterres – UN and New Technologies: Real challenge for Guterres

 

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JULIETA PESTARINO VINCE IL PREMIO IILA-FOTOGRAFIA

Posted by Punto Continenti On marzo - 7 - 2019 Commenti disabilitati su JULIETA PESTARINO VINCE IL PREMIO IILA-FOTOGRAFIA

Julietta Pestarino con la foto vincitrice: “Retrato de persona no identificata”. 

 

Con il progetto “Retrato de persona no identificata”, Julieta Pestarino (Argentina) ha vinto la XI edizione del Premio IILA-FOTOGRAFIA, dedicato a fotografi latinoamericani under 35 (l’IIILA è l’Istituto Italo Latino Americano con sede a Roma). Questo è quanto decretato dalla giuria che, composta da Ilaria Bussoni (curatrice e cultural manager indipendente), Lina Pallotta (fotografa e docente di Officine Fotografiche Roma), Marika Rizzo (fotografa e docente del Centro Sperimentale di Fotografia Adams), si è riunita nella sede dell’IILA selezionando i finalisti e la vincitrice. I fotografi partecipanti si sono confrontati con il tema “Uguaglianza di genere”, ispirato ad uno dei 17 Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile che fanno parte dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, ovvero il numero 5, che si prefigge di raggiungere l’uguaglianza di genere e promuovere l’empowerment di tutte le donne e le bambine. IILA, in quanto Osservatore ONU, porta avanti queste tematiche nel proprio lavoro.

 

Julieta Pestarino è nata a Buenos Aires. Tecnica nella Realizzazione Fotografica (Istituto Municipale di Arte Fotografica di Avellaneda) si è diplomata in Scienze Antropologiche. Ha frequentato un Master in Studi Curatoriali in Arti Visive all’UNTREF e attualmente è stagista dottoranda al CONICET (Consejo Nacional de Investigaciones Científicas y Técnicas). Frequenta il Dottorato in Storia e Teoria delle Belle Arti alla UBA, nell’area di storia della fotografia. Come fotografa ha sviluppato diverse serie e ha preso parte a diversi progetti, mostrando il suo lavoro in festival e mostre in Argentina, Uruguay, Ecuador, Colombia, Spagna e Ucraina. Ha realizzato lavori e workshop con Calin Kruse, Rosana Schoijett, Rosângela Rennó, Andrés Di Tella, Nele Wohlatz e Agustina Triquell, fra gli altri. Nel 2015 è stata selezionata per partecipare alla residenza artistica “No Lugar Arte Contemporáneo” nella città di Quito, Ecuador, con il patrocinio della fondazione olandese Prince Claus, che ha finanziato questo viaggio. Nel 2016 ha ottenuto una Borsa di Studio dell’Istituto della Città di Quito per la sua ricerca sul fotografo franco-americano André Roosevelt e nel 2018 ha presentato il suo primo cortometraggio “Lo que sus ojos no ven” al BAFICI (Buenos Aires International Festival of Independent Cinema), Concorso Ufficiale dei Cortometraggi Argentini.

 

Anche i cinque finalisti quest’anno sono donne. La giuria ha infatti considerato meritevoli le seguenti fotografe: Liz Tasa (Perù), Menzione d’Onore con il progetto “Kápar”, 2018; Isadora Romero (Ecuador), con il progetto “Amazona Warmikuna”, 2017; Jennifer Benavides (El Salvador), con il progetto “Son pequeñas acciones que pueden ser grandes problemas”, 2019; Indra Arrez (Messico), con il progetto “Las Sor Juanas”, 2019; Greta Rico (Messico), con il progetto “Parteras urbanas”, 2018.

 

La vincitrice e le finaliste esporranno i loro lavori al Museo di Roma in Trastevere, dal 22 ottobre al 24 novembre 2019. Assieme a loro, Leticia Bernaus (Argentina), vincitrice della X edizione del Premio, esporrà il risultato della sua residenza in Italia “La vida secreta de las piedras”, 2018. Come da regolamento, la vincitrice Julieta Pestarino realizzerà una residenza di un mese, durante la quale svilupperà un progetto fotografico che avrà come oggetto la città di Roma. Al termine della sua residenza, Julieta terrà una conferenza pubblica sul processo creativo e la realizzazione del body of work nella città. Il progetto sarà presentato nell’ambito dell’edizione successiva del Premio.

 

PHOTO IILA – Premio IILA-FOTOGRAFIA è realizzato in collaborazione con le Ambasciate dei Paesi membri dell’IILA: Argentina, Stato Plurinazionale di Bolivia, Brasile, Cile, Colombia, Costa Rica, Cuba, Ecuador, El Salvador, Guatemala, Haiti, Honduras, Messico, Nicaragua, Panama, Paraguay, Perù, Repubblica Dominicana, Uruguay, Repubblica Bolivariana del Venezuela. Per maggiori informazioni: Segreteria Culturale IILA | Tel. +39 06 68492.225/246 | www.iila.org| s.culturale@iila.org

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Video suggerito: ONU e Nuove Tecnologie (2 minuti in italiano e inglese).

ALMA DADDARIO E IL SUO CORSO DI SCRITTURA DRAMMATURGICA

Posted by Punto Continenti On marzo - 19 - 2018 Commenti disabilitati su ALMA DADDARIO E IL SUO CORSO DI SCRITTURA DRAMMATURGICA

Foto: nel riquadro Alma Daddario

“Un racconto è una storia che viene narrata in tempi rapidi e precisi, caratterizzata da un linguaggio sintetico e diretto, basato più sulla sottrazione di dettagli che sulla loro diluizione. Il tutto condito da una buona dose di “suspense”, un’aspettativa che possa tenere alta l’attenzione del lettore. Il linguaggio teatrale rappresentato dalle tre S  (sintesi, simbolicità,  sonorità), ha molto in comune con la narrativa propria del racconto breve. Per questo un racconto ha tutte le caratteristiche per poter diventare una sceneggiatura, o meglio una perfetta partitura scenica”. In questi termini la giornalista e scrittrice Alma Daddario ha presentato il suo nuovo Corso di scrittura drammaturgica, promosso dall’Istituto Teatrale Europeo fondato nel 1973 e accreditato dal Ministero dell’Istruzione (d.m. 90 del 1/12/2003)

 

In questo campo la Daddario, che vive e lavora a Roma, è sicuramente un garanzia. Nella Capitale  svolge la sua attività collaborando con varie testate giornalistiche. E’ anche autrice teatrale: premiata per “Siamo tutti…libertini” con il premio “Stanze Segrete”, ha inoltre rappresentato “Albertine o della gelosia”, “L’anima e la voce”, “Le confessioni”, “Ritmo spezzato”, “Le attese: moods for love”, “Come nebbia sottile o lieve sogno”, “Matilde di Canossa: la legge, il cuore, la fede”, “L’anima e la voce”,  “Clitennestra”, “Pancrazio, la libertà di avere paura”.  Inoltre, ha pubblicato narrativa e saggi sulla scrittura creativa. Con la scrittrice Dacia Maraini ha collaborato, presso il Centro Internazionale Alberto Moravia, alla realizzazione di seminari di scrittura teatrale e creativa. Fa parte della giuria del premio teatrale: “Ombra della Sera” per il Festival Internazionale del Teatro Romano di Volterra e del concorso internazionale di drammaturgia contemporanea: L’Artigogolo, organizzato dall’Editrice ChiPiùNeart. E’ membro del CENDIC: Centro Nazionale di Drammaturgia Italiana Contemporanea.

 

Il corso della Daddario, realizzato con altri autori (verrà presentato il 28 marzo al Teatro Abarico di Roma), prevede otto incontri (un incontro a settimana della durata di due ore e trenta). Gli incontri consistono in una parte teorica e una pratica. Sono inoltre previsti momenti di confronto con attori professionisti e registi. Prevista una sessione successiva di perfezionamento, cui potranno accedere gli allievi che abbiano seguito la prima, con altri otto incontri al termine dei quali i testi migliori saranno pubblicati in antologia. Ma vediamo alcuni aspetti caratterizzanti il corso che si svolge a Roma presso il Teatro Abarico in Via dei Sabelli 116.

 

PROGRAMMA

  • Si prevedono otto incontri (un incontro a settimana della durata di due ore e trenta)
  • Gli incontri prevedono una parte teorica e una pratica. Sono inoltre previsti momenti di confronto con attori professionisti e registi.
  • Prevista una sessione successiva di perfezionamento, cui potranno accedere gli allievi che abbiano seguito la prima, con altri otto incontri al termine dei quali i testi migliori saranno pubblicati in antologia.
  • La tecnica dell’ascolto: memorizzare, prendere appunti, congelare
  • Narrativa da recitare e teatro da leggere: contaminazioni possibili
  • La grammatica della drammaturgia e le regole delle 3 S. La differenza nella punteggiatura
  • Scrivere per il corpo: l’adattamento di un testo letterario per il teatro. Affiancare gli attori
  • Dal monologo al dialogo
  • Linguaggio e ascolto: sintesi e sonorità. Esercitazioni pratiche.
  • Suspense e ritmo: creare le attese
  • L’importanza dell’incipit
  • Prendere appunti, memorizzare, congelare
  • Consigli bibliografici

 

LA PAROLA DELLA NARRATIVA DECLINATA A TEATRO

Franz Kafka, Julio Cortàzar, Dino Buzzati, Italo Calvino, Don De Lillo, Paul Auster, Katherine Mansfield, Joyce Carol Oates, Alice Munro, Flannery O’ Connor, Raymond Carver, Tennessee Williams e altri ancora: le storie brevi di questi autori, pur diversissime fra loro, contengono i germi di una potente teatralità. Il fantastico, il mistero, la frammentarietà, il gioco fra i piani di realtà e sogno, passato e immaginazione, la presenza-assenza di certi personaggi, l’approfondita indagine psicologica degli stessi e anche uno spiazzante senso dell’imprevisto, sono tutte caratteristiche che accomunano le opere narrative brevi.

 

Queste caratteristiche, quasi spontaneamente, chiamano queste opere a un approdo scenico. Si tratta di una teatralità obliqua, anomala, indiretta, inaspettata: una teatralità tutta contemporanea, modulata sulla simbolicità di un linguaggio che spesso lascia più spazio all’intuizione che all’azione, che ha a che fare più con Beckett che con Shakespeare. Alcuni racconti brevi e brevissimi di un autore come Dino Buzzati, per esempio, appaiono molto più contemporanei e più “teatrali” delle opere che lo stesso Buzzati ha scritto appositamente per le scene. Altro esempio eccellente è quello del drammaturgo Tennesee Williams che ha iniziato cimentandosi in brevi racconti, ritratto di un’America generosa e al contempo spietata, trasformando alcuni di questi in magnifici testi teatrali, come Ritratto di ragazza in vetro, divenuto per le scene: Lo zoo di vetro.

 

MODALITÀ DI ADESIONE

Il corso di Scrittura Drammaturgica prevede un contributo associativo di €. 200,00 –  Invitiamo coloro che fossero interessati a prenotare la propria partecipazione scrivendo a info@istitutoteatraleuropeo.it . Per ulteriori informazioni: 3485483107

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Video sullo Stato Sociale

 

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DINO SUPPA: RITROVIAMO L’ORGOGLIO DI ESSERE ITALIANI

Posted by Maurizio Miranda On febbraio - 25 - 2018 Commenti disabilitati su DINO SUPPA: RITROVIAMO L’ORGOGLIO DI ESSERE ITALIANI

 

Gli italiani che oggi vivono in Italia sono 60’589’445 . Oltre 60’000’000 di italiani e figli di italiani vivono in tutto il mondo.                         Dei oltre  60’000’000 residenti all’estero, solo 4’973942 sono registrati all’AIRE e di questi, 606’000 vivono in Svizzera.

I nostri politici non si chiedono, ignorano o fanno finta di non sapere perché la metà dei propri concittadini vive all’estero e                    solo il 15% è ancora cittadino italiano al 100% ?

L’emigrazione è sorta quando l’essere umano ha cominciato a socializzare.  Spostandosi, ha cercato e si è stabilito in luoghi più idonei alle proprie esigenze. In quei nuovi luoghi ha disboscato, bonificato, costruito e realizzato quanto desiderava. In altri casi ha combattuto per conquistarsi luoghi e borghi già esistenti fondendosi con i loro abitanti. In altri casi ha chiesto e ottenuto ospitalità in cambio di servizi e lavoro.

Quali sono le cause principali della migrazione? È difficile isolare il fattore singolo più importante che porta alla decisione di spostarsi; generalmente, la responsabilità andava attribuita ad una combinazione di circostanze.  Qualsiasi decisione di migrare o di spostarsi,  deriva da una particolare serie di circostanze, ed è spesso difficile individuarle.                                                                                                                                                                                                                                                            Probabilmente il motivo principale è economico e finanziario: la percezione dell’opportunità di migliorare le proprie condizioni materiali guadagnando di più. Nelle grandi migrazioni storiche dei secoli passati, la prospettiva di una vita migliore portò decine di milioni di persone dalla loro patria al Nuovo Mondo e alle nuove terre dell’emisfero meridionale.                                                                                 Anche le condizioni politiche hanno generato migrazioni su larga scala. Espulsioni e fughe hanno contribuito a tali spostamenti.              Le guerre civili e i conflitti armati internazionali generano correnti migratorie, sebbene la fine delle ostilità tenda ad essere seguita da un rientro della maggioranza dei migranti.

Questa era la linea generale che spingeva all’emigrazione popolazioni in difficoltà, accettandone le condizioni, le usanze, rispettandone le leggi e accettando di buon grado e tanta riconoscenza la possibilità di una vita migliore in luoghi diversi dal Paese natio.

Tutti i Paesi che hanno saputo e sanno gestire l’emigrazione si sono arricchiti con l’incremento di queste nuove forze e capacità.

Oggi in Italia non è sempre e tutto così. Lo Stato italiano, accetta l’invasione di tanti stranieri che non apprezzano nemmeno quello che gli viene messo a disposizione, e nega ai propri cittadini esigenti, gli stessi trattamenti e condizioni di vita.                                                                                          Perché non utilizza queste nuove energie per colmare le lacune lavorative ed economiche come fanno gli altri Stati civili ? e maschera sotto falsa solidarietà, la propria incompetenza, la pessima e sconsiderata gestione dello Stato ?

Anche i nostri connazionali sono in gran parte emigrati per cercare altrove quanto non trovavano in casa propria.

I governanti italiani, non si sono limitati solo a promuovere l’allontanamento dei propri cittadini dall’Italia, ma addirittura li hanno usati come scambi commerciali con altri Paesi. Il Belgio ha dato all’Italia “carbone” in cambio di immigrati italiani da utilizzare nelle miniere per l’estrazione del carbone.

I Paesi che hanno saputo e sanno gestire l’emigrazione, si sono arricchiti con questa aggiunta di risorse umani di diverse categorie e con diverse capacità. Hanno accettato gli emigranti in cambio di prestazioni di lavoro e con l’obbligo di rispettare le leggi, usi e costumi del loro Paese. A queste persone, dopo anni di assimilazione della cultura, conoscenza della lingua e delle leggi è stata offerta la possibilità di comperare la cittadinanza del Paese ospitante.

Ad ogni tornata elettorale si evidenzia l’arroganza e la presunzione di molti politici che, col mandato ricevuto, non solo non hanno realizzato quanto vantavano di realizzare, predicandolo nella campagna elettorale, ma hanno anche contribuito a umiliare, massacrare e dissanguare i cittadini che li hanno eletti.                                                                                                                                                                     Ora, puntando sulla demenza e ignoranza politica dei loro elettori, si ripresentano rifacendo promesse astronomiche e utopiche che loro stessi sanno di non poter mai realizzare.

Si ripresentano anche alcuni politici che, anche se armati di buona volontà e grandi progetti, non sono riusciti a realizzare quanto volevano perché condizionati dai loro dirigenti dei partiti, che impongono cosa e quando farlo.

Si sono candidati anche gruppi di giovani con idee e progetti moderni e attraenti che: promettono di cambiare il Sistema, eliminare la Casta e ridare all’Italia il rispetto che merita.

Per realizzare questo miracolo politico bisognerebbe innanzitutto cambiare la mentalità di tantissimi italiani che, per servilismo e ottusità continuano a dare il loro consenso elettorale a personaggi che li hanno già sfruttati, umiliati, presi in giro.

Sarebbe un sogno meraviglioso avere un governo giovane, moderno, funzionante e sburocratizzato.

E’ risaputo che la Costituzione italiana è una delle migliori al mondo.

Sono convinto che per far funzionare il Paese,

basterebbe:

 

Far rispettare l’attuale Costituzione senza continuare a fare modifiche insensate.

Rendere lo Stato più presente nel Paese con le forze dell’ordine, oggi destinate in gran parte a fare la scorta o ad accompagnare “Onorevoli”  a fare la spesa, o a portare il cane al parco.

Eliminare e non far eleggere politici indagati o addirittura già condannati.

Limitare l’eleggibilità dei politici al massimo di due legislazioni.

Eliminare i vitalizi ai politici non più eletti.

Eliminare i tanti e inutili ministeri.

Dare la scorta e l’auto blu, solo alle alte cariche dello Stato.

Creare un ministero per l’emigrazione, guidato e gestito da ex emigranti.

Aumentare considerevolmente il dazio sui prodotti importati dall’estero, che esistono e vengono prodotti in Italia.

Limitare o ridurre gli interventi dei nostri militari all’estero e reintrodurre il servizio militare obbligatorio.

Dato che: Lo Stato Italiano non ha potere giuridico e amministrativo sui dipendenti del Vaticano e del Clero che operano nel Vaticano e in tutto il nostro Paese, necessita:

Limitare le costanti interferenze, invasione e imposizioni della Chiesa nelle attività dello Stato e nella vita comune dei cittadini italiani

Ritrattare e ridimenzionare i “Patti Lateranenzi” vera sottomissione e servilismo dello Stato Italiano al Vaticano.

Far pagare le tasse al Vaticano per tutti i beni immobili che possiede sul territorio italiano.

Far pagare TUTTI i servizi che lo Stato Italiano fornisce al Vaticano.

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