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Saturday, December 16, 2017

ALESSANDRO ZARLATTI: LA MIA GIORNATA CON ‘IRMA’

Posted by Alessandro Zarlatti On settembre - 12 - 2017

 Alessandro Zarlatti

Ad Alessandro Zarlatti, romano, giornalista e scrittore residente all’Avana, abbiamo chiesto di descrivere la sua giornata vissuta con ‘Irma’, l’uragano che ha colpito pesantemente  Cuba, insieme a tante altre località caraibiche e della Florida.  Zarlati è autore di diversi libri di successo, tra cui ‘Alcune strade per Cuba’ (ouverture Edizioni). Inoltre, dal 2012 è titolare della scuola di lingua e cultura italiana Leonardo Da Vinci, molto frequentata dai cubani.  

 

Lo sapevo che prima o poi mi sarebbe toccato. Troppi anni a Cuba eludendo i cicloni come una biscia. Anni passati a domandare a chiunque: “Com’è? Fa paura?”. Sempre risposte vaghe: “Dipende” – “Da cosa?” – “Dipende…dalla traiettoria, dall’occhio… a volte passa e ripassa…”. Poi arriva Irma. Ci siamo. Avevo fatto preparativi da guerra nucleare: scatolame per una divisione di fanteria, acqua potabile per una anno, medicinali contro malattie debellate da secoli, testamenti, addii. E’ sabato. Irma arriva. Ansia. Batticuore. Telefonate febbrili agli amici. Finestre sigillate. Candele. Racaricare i telefonini, i computer, il Kindle, perfino il rasoio elettrico, chissà perché. Ma poi ci sono i cubani. E’ la frase con cui si dovrebbe iniziare qualunque cronaca da queste latitudini.

 

Sono l’elemento di discontinuità un po’ per tutto. Per il ciclone anche. Verso le 12 il vicino mette musica. La scelta è una salsa datata, Van van e Adalberto Alvarez. Inizia a cazzeggiare e a ballare con la moglie. Nery, la vecchia vedova che vive a due case da me offre a tutto il vicinato un caffè pigro che sa di fagioli bruciati. Si chiacchiera. Si alza il vento ma ancora non piove. Tutti tranquilli. Io osservo nervosamente i serbatoi traballanti sui tetti delle case, le piante, le antenne. Provo a dire qualcosa, mi ascoltano per rispetto ma tutti proseguono con le chiacchiere. Julio, il chirurgo che vive di fronte, apre una bottiglia di rum. Si beve. Mi tranquillizzo. Aumenta il vento e io mi tranquillizzo.

 

E’ una comunità. Mi piace. Staccano la luce. Qualcuno porta panini con maionese. Mi domando se sia possibile trasformare un ciclone in una festa del barrio. Il vicino stacca la batteria della macchina e ci attacca lo stereo. Musica! Adesso piove. Vento a raffiche. Solo verso le nove, quando le raffiche superano i 100 chilometri all’ora, Lalito si accorge che un albero di avocado pende pericolosamente sul tetto. Siamo ubriachi. Lalito e il suo amico obeso prendono i machete e salgono sul tetto. La gente li sfotte. In mezz’ora tirano giù l’albero. Poi tornano a bere. Verso le 11 vediamo volare i coperchi dei serbatoi come freesbee nel cielo. Ha qualcosa di bello e di mostruoso insieme.

 

Verso mezzanotte mi richiamo alla prudenza. Scendo nel mio bunker e mi chiudo. Mi metto a letto. Fa caldo da morire senza aria condizionata e il vento fischia come un bambino che grida. Mia moglie mi domanda: “Hai paura?” – “Un po’, ma a Cuba la paura finisce per diventare una cosa stupida…”. Gli altri li sento schiamazzare fino all’alba. Giocano a domino. Bevono. Io dormo un paio d’ore. Quando mi affaccio è mattino e il vento è calato e anche la pioggia. I vicini hanno già quasi finito di ripulire la strada. Mi salutano e mi sorridono. Mi aiutano a spazzare il mio portal.

 

In mezz’ora è tutto come sempre. Mi accorgo che la paura è molto legata alla solitudine. O, più precisamente, alla separazione. Quando esiste una comunità la paura si attenua come la forza degli uragani quando toccano terra. Resta il pericolo della vita, la sua eterna incertezza, la sua bellezza in poche parole, e per quella ognuno ha una risposta più intima, quando ce l’ha. Domenica ho girato in moto per le carcasse dell’Avana. Un intero popolo a rimettere in piedi case, alberi, tutto. Ma quei sorrisi e quella saggezza semplice non se n’erano andati. La paura è una cosa stupida. Se non altro quella che è di troppo. Questo mi hanno insegnato ancora una volta i cubani. Ancora più belli, cosi’, appena spettinati il giorno dopo il ciclone più forte di sempre.

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