UA-111326531-1
Thursday, October 1, 2020

‘PROFUGHI’: UN LIBRO SULLA DRAMMATICA ESPULSIONE DALLA LIBIA

Posted by Punto Continenti On agosto - 31 - 2020

Profughi italiani dalla Libia. Nel riquadro Daniele Lombardi.

 

Sono passati cinquant’anni ma la questione degli indennizzi per gli italiani costretti a scappare dalla Libia nel 1970 ancora non è stata risolta. per molti si tratta di una vera  vergogna nazionale. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze continua, infatti, a non erogare circa 20 dei 200 milioni di euro stanziati  con la legge 7/o9 a favore dei profughi dalla Libia. Ora l’Associazione AIRL guidata dalla battagliera Presidente Giovanna Ortu ha deciso di avviare un’azione legale per ottenere quello che spetta alle 200 famiglie di rimpatriati aventi diritto. Da precisare che il Ministero sostiene di conformarsi a un criterio di ‘ragionevole prudenzialità’ che imporrebbe di accantonare 18 dei 200 milioni di euro stanziati: una spiegazione che l’AIRL ritiene del tutto approssimativa e sostanzialmente elusiva. Comunque un approfondimento politico, economico, sociale e umano riguardante l’intero dramma degli italiani rimpatriati dalla Libia  lo possiamo trovare nel nuovo stimolate libro PROFUGHI di Daniele Lombardi in attesa di pubblicazione.

 

Molisano, classe 1973, Lombardi è giornalista e scrittore. Oltre a dirigere la rivista dell’Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia ha scritto il noir “La confraternita del lupo”. Inoltre, ha fondato Scriptalab, agenzia di comunicazione divulgativa e editing per le piccole aziende. Laureato in Sociologia Politica, ha un master in critica giornalistica conseguito presso l’Accademia d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” di Roma. “In Libia”, ricorda Lombardi, “nel 1970 vivevano 20mila italiani, perfettamente integrati con la popolazione locale”. Ma Gheddafi, appena salito al potere, la pensava diversamente e confiscò loro ogni avere, considerandoli un residuato dell’imperialismo fascista. Tornati in Italia con una valigia e poco altro, senza soldi né lavoro, molti rimpatriati, migliaia, finirono nei campi profughi.

 

Lì rimasero per mesi o, addirittura, anni in casette fatiscenti o freddi casermoni, in locali senza riscaldamento, con i bagni in comune, cibo pessimo e senza alcuna privacy. Sperimentarono sulla loro pelle la discriminazione verso il diverso, pur essendo italiani, e le privazioni da profugo in patria. Storie sorprendentemente simili a quelle dei migranti di oggi, coi quali condividono privazioni emotive e condizioni di vita disagiate.Questo libro tratta delle loro vicende, nascoste sotto un velo di normalità e silenzio per cinquant’anni.Il volume è arricchito da un’analisi dell’azione di Aldo Moro nei rapporti italo-libici, scritta da Mario Savina. E da una presentazione dello scrittore Roberto Costantini, “tripolino” con la Libia nel cuore e nella penna.

PROFUGHI: 

Autore: Daniele Lombardi

Editore: Aracne

USCITA PREVISTA: 14 settembre.

Costo: 12 euro.

È possibile acquistarlo  (e prenotarlo già da ora) sicuramente tramite l’AIRL, sia richiedendolo direttamente che attraverso il sito www.airl.it 

 

INTRODUZIONE AL LIBRO

Nei quasi quindici anni in cui ho lavorato all’AIRL, mi sono occupato di tutti i molteplici argomenti che riguardano una collettività eterogenea e socialmente stratificata. Dalle ovvie rivendicazioni per gli indennizzi sui beni perduti alla ristrutturazione del cimitero di Tripoli, dai convegni alla legge sul riscatto degli alloggi.Della vicenda dei campi profughi per gli italiani provenienti dalla Libia, stranamente, ho invece sentito parlare solo in rari casi e di sfuggita. Quasi che una sorta di pudore ne nascondesse gli accadimenti, come un lenzuolo appoggiato su un mobile vecchio e impolverato, celato perché ci riporta alla mente ricordi spiacevoli.

Eppure non si tratta di un episodio di poco conto nella storia dei rimpatriati, dell’Italia e dei rapporti tra Italia e Libia. Provate a immaginare la scena, scevri da condizionamenti ideologici: c’è un gruppo di connazionali che vive all’estero – poniamo che siano italiani residenti in Venezuela o in Svizzera – in tempo di pace, di più, alla fine dei floridi anni Sessanta, anni di boom economico e di conquiste sociali. Questi connazionali sono i figli, talvolta i nipoti, di immigrati arrivati lì per sfuggire alla fame con la promessa di un futuro migliore, un tema ricorrente in tutte le storie di immigrati. Sono nati lì, si potrebbe parlare addirittura di ius soli. Svolgono i lavori più disparati: sono agricoltori, bancari, meccanici, commercianti, avvocati, maestri. Hanno famiglie, case, macchine, conti in banca, terreni. I loro figli vanno a scuola e vivono in armonia con i figli dei loro ospiti, senza curarsi troppo delle differenze di religione o di pelle o di lingua.

Ad un certo punto, nel 1969, un mese dopo che Armstrong aveva messo piede sulla Luna, la loro vita cambia. Come diceva John Lennon, la vita è ciò che ci accade mentre siamo intenti a fare altro. Quello che accade nelle esistenze agli italiani di Libia è conseguenza di un colpo di Stato: il vecchio re viene scalzato da un gruppo di giovani militari, infarciti da ideali confusi, e scarsamente applicabili nella realtà, come d’altronde tutti gli ideali. Sono nazionalisti e socialisti, un connubio pessimo, come è noto. Alla loro testa un giovane e sconosciuto tenente 27enne, Muammar Gheddafi, tra i cui primi atti si segnala la sua stessa promozione a colonnello.

Questi giovani rivoluzionari, per ingraziarsi la popolazione e giustificare l’abbattimento di un regno corrotto ma pacifico e aperto, hanno bisogno di un nemico esterno. Gli italiani sono i colpevoli perfetti per la propaganda del nuovo regime, anche se di politica si intendono poco – sia di quella della madrepatria, in quanto molto lontani fisicamente da essa sia di quella locale, finora scarsamente invasiva nei loro confronti –. Agli occhi della popolazione e del mondo esterno, viene loro attribuita questa presunta colpevolezza a causa di una serie di convinzioni storiche, ideologiche, culturali tipiche un po’ di tutte le latitudini e che, nelle varie epoche, assumono denominazioni differenti: sono usurpatori, sono venuti a rubare il lavoro e le terre, sono diversi, non si integrano, hanno dei privilegi economici che i locali non hanno.

La nuova Repubblica Socialista e il suo capo – un colonnello glamour che qualcuno, come lo scrittore Roberto Saviano è arrivato a definire un “tiranno rock”, anche dopo qualche decennio di dittatura – si consolidano e, un anno dopo, decidono che è arrivato il momento di colpire gli italiani. Con decreto di confisca datato 21 luglio 1970, ordinano ai nostri connazionali di consegnare tutto ciò che possiedono: case, macchine, conti in banca, terreni, gioielli, contanti, contributi pensionistici. Devono lasciare ogni avere al “popolo” della giovane repubblica araba libica e andarsene dal Paese. Tornarsene in Italia, pagandosi pure il viaggio di ritorno.

Un momento, si dirà. Siamo nel 1970, non ci sono guerre mondiali in corso e le relazioni tra l’Italia e quel Paese sono ottime. L’ente per gli idrocarburi italiani è il partner privilegiato nell’estrazione dei preziosi petrolio e gas indispensabili al boom economico in atto. L’Italia certamente avrà fatto qualcosa contro l’espulsione dei propri cittadini da un luogo in cui essi sono nati e vissuti! Per di più, quest’atto unilaterale è stato perpetrato senza un reale motivo scatenante, se non per una tardiva vendetta per le violenze compiute da Mussolini e i suoi trent’anni prima. Dato il fast forwarddella Storia del mondo nel Novecento, circa un’era geologica!

Il governo italiano, dunque, non avrà certamente permesso che tutti i beni di cittadini residenti in un Paese estero, frutto del lavoro di una vita, fossero requisiti; e che loro, i cittadini, fossero rimandati in patria come dei nullatenenti anzi, con regolare certificato di nullatenenza vistato dal regime.E in effetti qualcosa l’Italia ha fatto: si è fatta due conti e, tra gli interessi petroliferi e quelli di una collettività di ventimila persone comuni, ha optato per i primi. La sua azione si è, quindi, risolta in una protesta formale. Ed energica. Tanto vigorosa che, il 15 ottobre del 1970, l’ultimo italiano ha dovuto lasciare la Libia.

I connazionali vittime del decreto non poterono perciò contare su alcuna tutela sovranazionale, se non su blande rassicurazioni che non sarebbe loro “torto un capello”. Rassicurazioni inutili dato il clima di violenza e intimidazione che si respirava a Tripoli nell’estate del 1970. Bisognava fare le valigie, riempite dello stretto indispensabile, e partire, lasciando le chiavi della propria casa nella toppa, così che il regime potesse disporne liberamente. Lo stesso valeva per i veicoli. Le saracinesche dei negozi potevano tranquillamente rimanere alzate, il saccheggio era di Stato. Ma, prima di tutto, occorreva dimostrare di aver pagato tutte le bollette e minuziosamente inventariare quanto si era posseduto fino a quel momento, per farne poi dono grazioso a Gheddafi e compagni.

Sul molo di Tripoli, alla partenza delle navi che due o tre volte a settimana facevano la spola solcando il Mediterraneo, gli italiani subivano umilianti quanto meticolosi controlli personali e dei bagagli. Chi veniva trovato in possesso di beni “proibiti” finiva in galera. Se si trattava dei propri soldi, occultati per evitare di ricominciare una nuova vita senza una lira, si veniva accusati di traffico di valuta.

I sentimenti dei libici erano contrastanti: c’era chi gioiva per aver finalmente scacciato l’usurpatore fascista (nel 1970!) e chi si rammaricava per aver perso un conoscente cortese, più spesso un amico. C’era chi inneggiava a una presunta supremazia musulmana e chi era triste perché gli uomini non si distinguono né si giudicano per la loro appartenenza religiosa.

I sentimenti degli italiani erano, invece, un misto di rassegnazione, rabbia e incertezza: erano rassegnati a dover abbandonare la terra che conoscevano, dove molti erano nati e vissuti, nella quale avevano passato l’infanzia e la giovinezza, si erano innamorati, avevano lavorato. Provavano rabbia per il modo nel quale erano stati trattati, per le condizioni in cui la confisca dei beni era avvenuta e per l’ingiustizia subita, ingiustizia della quale a nessuno pareva importare. Nemmeno all’Italia, malgrado le rassicurazioni delle autorità all’arrivo, terra alla quale erano costretti ad affidare un futuro incerto avendola, nella maggior parte dei casi, visitata solo durante le vacanze estive.

La tragica sorte degli italiani di Libia sembrava aver raggiunto il suo acme con lo sbarco nel nostro Paese, chiusura ideale del viaggio di non ritorno da Tripoli (nel vero senso della parola dato che, fino al 2008, furono loro vietati anche i visti turistici per tornare a visitare la “repubblica araba” di Gheddafi).

Per molti fu così. Ma per alcuni sfortunati, come prevedibile appartenenti, in pianta stabile o temporanea, alle classi più disagiate – ovvero quelle che pagano sempre il prezzo degli eventi storici, economici o sanitari – si aprirono le porte di luoghi (anzi nonluoghi, come direbbe Marc Augè) dove il buon senso faticherebbe anche solo a immaginare di veder collocati dei cittadini italiani in Italia: i campi profughi.

Una storia quasi del tutto dimenticata, ricostruita ascoltando le testimonianze di chi in quei campi ha vissuto (pochi mesi o molti anni), sfogliando le cronache

dei giornali dell’epoca e gli scritti degli storici. Ma anche rileggendo dell’impegno dei singoli o di gruppi che immediatamente – già nell’agosto del 1970 -, si riunirono per dare assistenza ai profughi dalla Libia; singoli e gruppi che, di lì a poco, confluiranno nell’unica realtà nazionale a difesa dei rimpatriati, l’Airl.

 

 

Intervista fatta dalla REA (Radiotelevisioni Europee Associate) con la Presidente dell’AIRL Giovanna Ortu

 

Comments are closed.

AGENDA 2030 – Promosso dalla REA

Tre obiettivi: 1) il Pluralismo dell’Informazione; 2) il Rafforzamento dello Stato Sociale Democratico; 3) la Promozione di uno sviluppo economico sostenibile.  […]

COSA SI ASPETTANO DALL’EUROPA

Riflessioni, suggerimenti  e critiche riguardanti il futuro dell’Europa da parte di personaggi e normali cittadini.          COSA […]

STORIA E VIAGGI CULTURALI

Dall’Antica Roma ai giorni nostri, dalle splendide località italiane ai posti più sperduti nel mondo, viaggi singoli o in gruppo organizzati dalla REA […]

PANORAMA

  Incontri Internazionali – Personaggi italiani ed esteri – Eventi  – Essenzialisti promotori di una migliore Qualità della vita    […]