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Friday, May 7, 2021

UNIPACE: 11 AUTORI A CONFRONTO SUL REDDITO UNIVERSALE

Posted by Enea Franza On aprile - 24 - 2021

Foto: copertina del libro ed Enea Franza

 

L’Università Internazionale per la Pace con sede a Roma (Istituita insieme alle altre Università omologhe nel 1980 dalle Nazioni Unite) ha affrontato nel libro ‘Basic Income’ uno degli argomenti più affascinanti che nei prossimi anni potrebbe alimentare un vasto dibattito politico ed economico a livello internazionale. Parliamo della possibilità di introdurre per la prima volta nella storia dell’Umanità un reddito di base per tutti in grado di liberare concretamente l’uomo dall’angoscia di avere il minimo indispensabile per condurre una vita dignitosa. Di seguito riportiamo in forma integrale l’introduzione al libro eseguita dal prof. Enea Franza, Direttore del Dipartimento di Scienze Politiche di UNIPACE, che ha curato la pubblicazione alla quale hanno collaborato 11 studiosi ed esperti di questioni sociali (l’elenco completo si trova in coda all’articolo). La prefazione del libro porta, invece, la firma dell’Ing. Prof. Gianni Cara, Presidente di UNIPACE -Roma.

 

Finanza ed etica. “Quando nel mondo del credito si parla di finanza etica, generalmente ci si riferisce al seguente concetto: se il denaro viene utilizzato per finanziare attività sociali, il suo utilizzo è  etico. Ovviamente si presume che altrimenti non lo sia. Dietro questa concezione c’è sicuramente una sfumatura ideologica che pone l’etica del capitalismo(essenzialmente rivolta al profitto) prima di un’altra etica: il denaro per qualcos’altro (un’ideologia, una religione, un’opinione, ecc.). Il motivo, comprensibilmente, sta nell’atteggiamento di una parte del mondo degli affari di interpretare il capitalismo come una corsa sfrenata al denaro, dimenticando purtroppo che i valori su cui si basa sono anche altri. Da qui la comprensibile reazione, che enfatizza lo scopo nell’uso del denaro come elemento discriminante per giudicare l ‘etica dell’investitore e dell’investimento”. Così si esprime Jacopo Schettini Gherardini, in un bellissimo articolo di ‘Il Sole 24Ore’, del marzo 2002, sul tema del binomio Finanza ed Etica, centrando, a mio avviso, l’essenza del dibattito sulla finanza etica; infatti, le varie discussioni sulla finanza etica trovano pochi spunti di convergenza.

 

A parte, infatti, l’accordo generale sulla lotta alla speculazione finanziaria, alla finanza derivata, alla lotta ai paradisi fiscali, c’è una profonda divisione sulle questioni etiche e, quindi, sugli interventi concreti; da un lato c’è chi predilige, appunto, i temi dell’ecologia e dell’uso e distribuzione delle risorse naturali. Le tematiche affrontate, in questo caso, non sono nuove al mondo ecologico: clima, acqua, biodiversità, risorse, le tematiche ecologiche vengono affrontate con fermezza, integrandole con le tematiche sociali, con la qualità della vita sulla terra, con l’iniquità. Altri, invece, favoriscono interventi a favore della ricerca scientifica o delle nuove tecnologie.

 

Inizi del XX secolo. Non è infatti facile stabilire una data precisa a cui attribuire la nascita del concetto di finanza etica. Un’idea sufficientemente soddisfacente è quella di far coincidere questa data con la costituzione dei primi fondi di investimento etico, apparsi negli Stati Uniti all’inizio del XX secolo. In quel periodo alcune istituzioni religiose cominciarono ad evitare di investire in azioni del peccato, legate ai settori dell’alcol, del tabacco e del gioco d’azzardo: fu così istituito il Pioneer Fund, il primo fondo di investimento orientato in senso etico, in cui versò la maggior parte degli uomini protestanti americani. Dopo la seconda guerra mondiale, intorno agli anni ’60 e ’70, numerose comunità e università religiose americane si rifiutarono di investire i loro soldi in titoli di società coinvolte nella guerra del Vietnam. Inizia così l’interesse per la destinazione finale del denaro, che non dovrà più subire alcuna demonizzazione, sic et simpliciter, da parte del sistema finanziario, considerato estraneo a qualsiasi principio morale, ma che rispecchi il contributo dato allo sviluppo sociale.

 

Nel 1971, il Pax World Fund è stato creato dai Metodisti, è stato il primo fondo di investimento reciproco moderno socialmente responsabile. Non solo sono stati esclusi i titoli di società coinvolte in varie attività di dubbia moralità, come il commercio delle armi, la produzione di tabacco e alcol, il gioco d’azzardo, ecc., Ma sono state incluse attività che hanno dimostrato solidi valori etici: rispetto per l’ambiente, per i dipendenti e così via. Lo scopo del fondo era di contribuire alla pace nel mondo investendo in società che producono beni e servizi per sostenere la vita.

 

A quel periodo è legata anche la diffusione della questione dei diritti umani. Quindi molte persone si sono rifiutate di investire in attività legate allo sfruttamento di gruppi etnici minoritari, al Sudafrica e alla sua politica di apartheid. Dagli USA, con l’inizio dell’applicazione dello SRI (Investimento Socially Responsible and shareholder activism), che mirava a indirizzare l’attenzione degli investitori sui nuovi criteri di responsabilità sociale adottati dalle imprese,  si è passati all’Europa, dove è apparsa la prima società di consulenza etica. Ad esempio, furono fondate Eiris, Ethibel e Avanzi; successivamente sono stati diffusi anche indici sulle Borse, originariamente negli USA e successivamente anche nelle altre Borse europee, riguardanti titoli etici, come il Dow Jones Sustainability Indexes, o il Domini 400 Social Index. Alla fine del 1999 c’erano 188 fondi diversi in Europa, con un patrimonio di circa 11 miliardi di dollari, che nei primi anni del XXI secolo hanno registrato una crescita non solo forte ma anche impetuosa.

 

Veniamo all’oggi. La crisi finanziaria del 2007 ha evidenziato responsabilità specifiche. Molti hanno sottolineato le pratiche predatorie dei mutuanti subprime e la mancanza di una supervisione efficace da parte delle autorità governative. Altri hanno accusato i mediatori di credito di indirizzare i mutuatari verso prestiti che non potevano soddisfare e hanno accusato i periti di inflazionare artificialmente le valutazioni delle proprietà. Wall Street è stata complice nello scommettere su titoli che incorporavano mutui subprime senza verificare l’effettiva solvibilità dei prestiti sottostanti. In sostanza, ci si è chiesti se le forze libere e selvagge del capitalismo possano effettivamente determinare il bene comune ed è stato fortemente riproposto il tema della finanza etica e dell’uso delle risorse finanziarie che aiutano uno sviluppo equilibrato.

 

Ebbene, a mio avviso, l’enorme crescita della popolazione umana (soprattutto in alcune regioni particolarmente povere del pianeta) rappresenta tra tutte le urgenze  quella più attaccabile sul piano finanziario.  In questo campo la finanza può certamente dare un contributo vincente e un modo per riscattarsi. I dati statistici stimano, infatti,  che l’attuale popolazione mondiale sia di oltre 7,5 miliardi di individui; l’esplosione demografica ha, inoltre, la caratteristica di amplificare la differenziazione tra le razze umane presenti, ed è destinata a generare un mondo sempre più diverso, se si tiene conto della diversa fertilità tra occidente, Paesi africani ed estremo oriente. Tanto per fare un esempio, mentre il numero di figli per famiglia in Italia è 1,3, per il Niger è del  6,5.

 

Pianificazione familiare. La questione da affrontare, quindi, parte dall’osservazione che le ricerche statistiche condotte da qualificati istituti di analisi e ricerca demografica mostrano che oltre 214 milioni di gravidanze sono indesiderate e, quindi, subite. È quindi evidente che si può fare molto e che il denaro (molto denaro) è necessario per una corretta informazione, educazione e prevenzione della “pianificazione familiare”, cioè per la progettazione e l’uso del controllo delle nascite. Per evitare possibili incomprensioni chiarisco subito che la pianificazione familiare non può e non deve essere intesa come una politica che non pone la donna e la sua famiglia al centro della scelta di procreare; quindi, politiche di pianificazione familiare come quelle, ad esempio, adottate dal governo cinese non fanno certamente parte della questione affrontata.

 

Ebbene, dopo questa doverosa premessa, spiegheremo perché, dal nostro punto di vista, è conveniente per Stati e individui investire nella pianificazione familiare dei Paesi africani e dell’Estremo Oriente. Le ragioni economiche sono essenzialmente due. Il primo è evidente a tutti: l’enorme povertà di alcuni Paesi finisce per colpire anche le economie occidentali, come dimostrano le carovane di poveri che migrano dal Sud del mondo in cerca di opportunità verso i Paesi più ricchi. Il fenomeno è evidente su entrambe le sponde dell’Atlantico (Mediterraneo, rotta balcanica e Messico sono solo alcuni degli esempi più recenti), nonché  in Estremo Oriente, dove molti cinesi bussano alle porte dell’India.

 

E’ nell’interesse di tutti intervenire. Una crescita demografica anormale ha creato un problema insostenibile per i paesi poveri, che non sono in grado di affrontare e sostenere i costi per il mantenimento dei propri cittadini. Il loro sviluppo, infatti, crolla sotto l’influenza della crescita demografica; e quelle persone non hanno altra scelta che emigrare. Facciamo un semplice esempio per aiutarci a capire la complessità del fenomeno. Supponiamo di avere una popolazione di 3 milioni; con l’attuale tasso di natalità nascerebbero 330 bambini ogni giorno, e quindi, solo per l’istruzione, servono almeno 10 nuove classi e almeno 20 insegnanti, senza contare medici e infermieri; ci sono anche problemi di urbanizzazione. La nostra ipotetica popolazione raddoppia in pochi anni e segue il movimento verso i centri urbani dove l’acqua e l’elettricità sono garantite. Avrà quindi bisogno di più cibo, con conseguente maggiore sfruttamento della terra e delle risorse. I costi, quindi, sono enormi ed è nell’interesse di tutti intervenire, con investimenti che permettano di affrontare l’emergenza.

 

Un altro motivo per cui dovrebbe essere conveniente investire nei paesi poveri, di cui in realtà si sente molto poco,  è che usare il denaro in questi paesi può portare profitto: la chiave di tutto sta nel cosiddetto dividendo demografico. In sostanza, se si riesce a controllare e ridurre il tasso di natalità di una nazione, si apre una finestra in cui il numero totale di persone attive è più alto di quelle non produttive, costituite principalmente da bambini, donne incinte e anziani; a questo punto, nelle giuste condizioni, la diminuzione della natalità e l’aumento dei lavoratori attivi sul totale della popolazione, si determina un aumento della produttività collegabile ad un periodo di straordinaria crescita economica. Ma analizziamo quali sono le condizioni affinché questo miracolo avvenga.

 

Condizioni inevitabili. La prima: gli Stati poveri devono dirottare parte degli investimenti, ora destinati alla costruzione di grandi infrastrutture, alla pianificazione familiare. Questo programma, poi, dovrebbe essere coordinato e sostenuto da istituzioni finanziarie internazionali, con investimenti e piani di rimborso legati alla crescita economica del Paese beneficiario del programma di intervento. I programmi finanzierebbero principalmente i costi di istruzione per una gravidanza responsabile, da attuare attraverso interventi per la distribuzione di mezzi contraccettivi e con assistenza diretta, nonché un piano di intervento sanitario per l’assistenza alle donne incinte e la cura del nascituro. Questa operazione da sola consente un ritorno di circa 2,5 dollari, per ogni dollaro attualmente speso. In altre parole, dopo una spesa di 100, se ne risparmiano 250 per interventi di minore spesa (anche questi destinati, ma ex post, alla cura dei nati e delle donne).

 

I sondaggi condotti in alcuni paesi africani, come la Tanzania e l’Uganda, ad esempio, hanno dimostrato che oltre l’85% delle donne desidera la contraccezione ed è incinta, con circa il 40% di gravidanze indesiderate. Le nascite e le malattie di mamme e bambini determinano un costo per la comunità, che con la pianificazione familiare si riporterebbe a termini fisiologici. Con queste premesse, famiglie con un numero più limitato di figli (sicuramente più sani) e donne più sane e più istruite disponibili a concepire in età più avanzata e, quindi, con maggiori possibilità di impiego. Il risparmio sui costi continua quindi nel tempo, ripagando gli investimenti effettuati che, oltre a coprire i costi, possono anche generare profitti, ma sono necessari ulteriori interventi per raggiungere una situazione di redditività determinata dalla riduzione dei costi: una nuova governance, con una più adeguata distribuzione della ricchezza e investimenti in formazione che consentano l’acquisizione di competenze preprofessionali più legate al mondo del lavoro per l’inserimento professionale nella società.

 

Investire nei Paesi poveri. Quindi investire nei paesi poveri, ripeto, può essere un vero affare, e con un rendimento sostenuto che sarà tanto più alto quanto il programma di pianificazione familiare verrà condotto con determinazione e rapidità. Ne sono un esempio la Tunisia e la Corea del Sud che mostrano dividendi demografici molto diversi: mentre in Corea del Sud la velocità dell’intervento ha generato un alto profitto, questo non si può dire per la Tunisia, dove il lento decremento demografico non lo ha reso possibile per cogliere appieno i benefici di un aumento della forza lavoro. Ringrazio tutti coloro che hanno avuto la pazienza di seguirmi fino a questo punto, sperando di aver acceso nei loro cuori la speranza di un futuro diverso e migliore.

 

Indice

La finanza al servizio dell’etica – Enea Franza

Reddito universale tra diritti umanitari e Unione Europea – Paolo Iafrate

Crimine e povertà nell’era post-covid-19 – Aikaterini-Sotiria Argyriou

Reddito di base universale (UBI) come concetto unico – prospettiva internazionale – Jolanta Kubicka

Reddito universale, salario minimo, reddito di cittadinanza: parti diverse dello stesso motore – Paolo Patrizio

Il reddito di base universale come tipo di mutua sicurezza sociale – Bruna Augusto, Marcus Brancaglione e Pedro Theodoro dos Santos

Reddito di base universale per l’India un mito – Shobana Nelasco

Il ruolo decisivo dei media – Antonio Diomede

Reddito universale: primi esperimenti nel mondo e commento conclusivo – Rainero Schembri.

AUTORI

Enea Franza. Dottore Commercialista e Revisore Contabile. Direttore del Dipartimento di Scienze Politiche Università Internazionale per la Pace-Roma. Dirigente Consob e docente in diverse Università italiane ed estere. Dottore commercialista, revisore legale dei conti e giornalista freelance. Membro di diversi collegi sindacali di enti e società pubbliche o private. Autore di pubblicazioni scientifiche. Relatore in Italia e all’estero di economia e diritto dei mercati finanziari e d’impresa.

Paolo Patrizio (Italia), Avvocato, attuale Segretario Generale del Consiglio di Cooperazione Internazionale Italo-Arabo, Giudice Arbitrale della Camera Arbitrale Internazionale, Vice Presidente Nazionale di Meritocrazia Italia, membro del gruppo Fintech dell’Università della Pace della Direttore Scientifico delle Nazioni Unite e locale e Saggista de “Ilgiuslavorista.it” per Giuffrè Editore.

Iolanda Kubicka (Polonia), PhD Adjunct, Visiting Professor, Doctor of Economic Sciences, Head of the Department of International Relations per diversi anni, Specialist in fields of: International Economic Relations, Integration Process, International Management, Law, International Logistics and Engineering. Autore di numerosi libri scientifici e numerose pubblicazioni in polacco e inglese. Professore a contratto presso molte università polacche e straniere. Coopera con molte istituzioni come: Ambasciata del Regno del Belgio in Polonia e Lituania, Ambasciata dell’India, Ambasciata della Cina e altri. Per molti anni docente per studenti provenienti da tutto il mondo, in particolare: UE (Italia, Spagna, Lituania e altri) ed extra UE, come: Ucraina, Russia, India, Cina, Messico, Pakistan, Bangladesh, Libano, Uzbekistan, Tagikistan, Georgia, Costa d’Avorio, Ruanda, Zimbabwe, Nigeria, Algeria, Marocco e altri.

Aikaterini-Sotiria Argyriou (Grecia), PhD Candidata in International Economics (West Ukrainian National University), Diploma in Social Policy (Panteion University Greece), Diploma in Journalism, Master in Methodology and Applications in Social Policy (Panteion University), Master in Shipping (St Thomas Polytechnic of Singapore,  University of Piraeus Greece), Master in Psychology (Ternopil Volodymyr Hnatiuk National Pedagogical University Ukraine), Master in Geography (Ternopil Volodymyr Hnatiuk National Pedagogical University Ukraine), Master in Tourism (Ternopil Volodymyr Hnatiuk National Pedagogical University Ukraine), Master in Human Resource Management (St Thomas Polytechnic of Singapore – University of Patras). MBA in Tanker Management, MBA in Convenzione sul lavoro marittimo, MBA in Sistema di gestione ambientale, Seminario in Relazioni interculturali, Seminario in Geoinformatica ambientale.

Paolo Iafrate, (Italia) professore a contratto, esperto di diritto penale, immigrazione e diritto musulmano e paesi islamici; di privacy e conformità. Dottore di ricerca (Phd) in Sistema giuridico romanistico e unificazione del diritto, specializzazione in diritto islamico. Attualmente è Professore a contratto presso l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata di Regolamentazione nazionale ed europea sull’immigrazione, nonché membro del Consiglio Scientifico del Centro di Ricerca Economica e Giuridica (CREG). Collabora, in qualità di esperto, con centri di ricerca universitari e non. È docente presso l’Università Internazionale per la Pace – Onlus – sezione italiana di “Diritti umani, immigrazione e cooperazione” e membro del comitato etico. È anche esperto esterno della Commissione Europea per vari programmi. Dal 2014 è curatore speciale per la rappresentanza legale dei minori nei procedimenti civili ed esperto di diritto musulmano, paesi islamici e diritto dell’immigrazione. Autore di numerose pubblicazioni sull’argomento. Autore del libro “La legislazione su immigrati e rifugiati in Italia: tra formalità e operazioni”.

Bruna Augusto, Marcus Brancaglione e Pedro Theodoro dos Santos (Brasile). Brancaglione è l’attuale direttore della ONG Instituto ReCivitas. Dal 2008 il gruppo è responsabile del Progetto sociale per il reddito di base a Quatinga Velho, Brasile. Autori di numerosi libri e articoli relativi alla difesa dei diritti civili e umani. Il gruppo collabora a diverse pubblicazioni, studi e congressi con Università e Reti Internazionali.

Shobana Nelasco (India). E’ economista dello sviluppo, insegna a studenti laureati e master per 31 anni, inclusi studenti di ricerca e svolge attività sociali nell’ambito di diverse  organizzazioni. Si è specializzata in Economia dello sviluppo, Reddito di base, Giustizia di genere, Studi dell’Asia meridionale, Storia medievale antica del Tamilagam (Storia dravidica), Saiva Sidantham, Arte e cultura del Tamilagam, Prestiti esterni, Protezione dell’ambiente, Economia gandhiana, Studi cristiani ecc. Lavora anche per la pace, la protezione dell’ambiente, l’emancipazione delle donne e l’eliminazione della povertà e dei mali sociali e per portare un’economia sostenibile e del benessere. Nelasco ha pubblicato 11 libri e 102 articoli in varie riviste.  È una guida alla ricerca di dottorato presso la Madurai Kamaraj University, University of Technology, Mauritius e Sainath University, Ranchi for Economics and Management

Antonio Diomede (Italia), è Presidente della REA, Radiotelevisioni Europee Associate, Associazione fondata nel 1978. In quel periodo nacquero in Italia centinaia di radio e televisioni private (fenomeno unico al mondo), rompendo il monopolio della TV di Stato. Nel 2002 l’Ing. Diomede è stato chiamato a far parte del Comitato per lo sviluppo dei sistemi digitali promosso dal Governo in vista dell’introduzione del Digitale Terrestre. Attualmente è impegnato in una difficile battaglia per salvare numerose emittenti radiofoniche e televisive locali in gravi difficoltà economiche.

Rainero Schembri (Italia). Nato a Napoli nel 1950 ha vissuto per 15 anni in Brasile. Nel 1968 è tornato in Italia, laureandosi in Scienze Politiche presso l’Università La Sapienza di Roma. Nel 1973 ha iniziato la sua carriera giornalistica occupandosi prevalentemente di relazioni economiche e culturali internazionali. Ha pubblicato: Dalle Città all’Europa (AICCRE), L’Italia nell’Internazionalizzazione (1 e 2 – edito da Assomercati Internazionali), Radio and TV al bivio (edito dalla REA), La nuova era sociale (edito dall’Università Internazionale per la Pace di Roma), nonché altri volumi di natura culturale ed economica. Schembri è attualmente il Coordinatore generale del Movimento per la Tutela Sociale, un movimento d’opinione internazionale che mira a rafforzare lo Stato Sociale su scala internazionale.

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Videoclip La Nuova Era Sociale (con traduzione in inglese)

 

 

 

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