( Foto – Algeri di notte) – Prosegue l’indagine di REA INTERNATIONAL e del Circuito delle 100 Radio, sulle reali motivazione dei singoli Paesi in occasione della votazione all’ONU sulla mozione di condanna della Russia per l’invasione dell’Ucraina. In questa puntata parliamo di cinque Paesi che si sono astenuti (l’elenco dei Paesi esaminati precedentemente si trova a fondo pagina). Complessivamente 141 Stati hanno votato a favore, 34 si sono astenuti, 13 non hanno votato  e solo 5 si sono opposti alla condanna.

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ALGERIA. Tra i grandi beneficiari del conflitto Russia-Ucraina si trova sicuramente l’Algeria. Non è quindi un caso che in occasione della votazione all’ONU sulla condanna della Russia per l’invasione dell’Ucraina, l’Algeria si sia collocata nella lista dei Paesi che si sono astenuti, in modo da poter sfruttare a proprio vantaggio la nuova situazione.

Ecco cosa ha dichiarato, ad esempio, l’Ambasciatore algerino a Roma, Abdelkrim Tohuaria, in un’intervista al Sole 24 Ore: “L’Italia”, ha sostenuto Tohuaria, “potrà contare su forniture aggiuntive di gas algerino allo stesso prezzo fino a toccare, e forse superare, i 30 miliardi di metri cubi già nei prossimi mesi con un aumento di circa 2 miliardi di metri cubi rispetto ai volumi attuali”.

In parole povere, l’Algeria può darci una grande mano nel tentativo di diventare sempre meno dipendenti dal gas russo. Del resto, i rapporti tra i due Paesi sono eccellenti, come dimostrato anche in occasione delle visite ad Algeri del nostro Presidente Sergio Mattarella e del Ministro degli esteri Luigi Di Maio.  

A facilitare le cose, c’è anche il gasdotto Transmed che già attraversa la Tunisia fino a Mazara del Vallo. Infine, l’Eni sta per firmare un importante accordo con l’algerina Sonatrach del valore di 1,4 miliardi di dollari per l’esplorazione di un nuovo giacimento di gas.

Ottenuta l’indipendenza nel 1962, per moltissimi anni l’Algeria ha vissuto una situazione di grande instabilità. Nel 1999 è diventato Presidente Abdelaziz Bouteflika che ha guidato il Paese con il pugno di ferro. Nel 2010, l’Algeria, insieme a tanti altri Paesi, è stata attraversata dal fenomeno delle primavere arabe, cioè, delle proteste popolari che hanno cambiato la situazione.

L’attuale Presidente Abdelmadjid Tebboune sta cerando, ad esempio, di trasformare l’economia algerina da economia di Stato a economia di mercato aperta al mondo. Ed ecco perché l’Ageria preferisce mantenere oggi un profilo politicamente neutrale: ed ecco perché all’Onu ha preferito astenersi.

SUDAFRICA.

SUD AFRICA

In questo momento più che di una crisi economica del Sudafrica possiamo parlare di una grave crisi dello Stato in quanto tale. Ma forse sarebbe più corretto sostenere che si tratta di una profonda crisi dell’ANC: l’African National Congress, il partito al potere dalla fine dell’apartheid nel 1994. Ormai un vero partito-Stato.

Sul banco degli accusati si trova, tra gli altri, l’ex Presidente Jacob Zuma, al vertice del Sudafrica dal 2009 al 2018. Condannato dalla Corte Costituzionale per corruzione e per non essersi presentato al processo a suo carico,  Zuma dal luglio del 2021 si trova in prigione.

Secondo un rapporto conosciuto come State capture (cattura dello Stato) il Presidente avrebbe sperperato insieme ai vertici del partito centinaia di milioni di dollari, molti dei quali arrivati dall’estero come donazioni e che hanno finito per condizionare anche la politica estera. Ma ecco un esempio concreto: dopo che per anni il Sudafrica aveva riconosciuto Taiwan, la quale aveva sostenuto l’ANC alle elezioni del 1994, sono arrivati i cinesi di Pechino con nuove e sostanziose donazioni. Risultato: l’ANC cambiò velocemente la sua politica del duplice riconoscimento di Cina e Taiwan. Attualmente  il Sudafrica riconosce solo la Cina con la quale fa parte, tra l’altro, del gruppo BRICS, che comprende anche Brasile, Russia e India.

Per molti osservatori politici sarà molto difficile  che l’attuale Presidente Cyril Ramaphosa riesca a mettere in carreggiata l’ANC e, quindi, anche lo Stato. La gravissima crisi economica che ha colpito il Sudafrica nel luglio del 2021 ha provocato una serie di rivolte popolari. Molti poveri non hanno più alcuna fiducia nelle capacità dello Sato di risolvere i loro problemi quotidiani, di contrastare la violenza dilagante, di garantire un’assistenza sanitaria accettabile o di fornire sufficientemente acqua ed energia elettrica.

Purtroppo, in questo momento mancano in Sudafrica personalità di prestigio internazionale come l’arcivescovo Desmon Tutu o il grande combattente per la libertà e l’uguaglianza razziale, Nelson Mandela. Non è, quindi, un caso che in tutto il Paese stiano proliferando le associazioni sociali e religiose. Molti sudafricani lavorano per le Ong o per aziende con buoni profitti che destinano parti dei guadagni a opere di beneficenza.

Detto ciò è anche vero che il Sudafrica, avendo una popolazione molto giovane e un’economia diversificata e in ripresa, secondo molti economisti è destinato a diventare un mercato di primaria importanza, nonché la porta d’accesso verso diversi altri mercati della regione, soprattutto per i beni di consumo Questo spiega anche il grande interesse dimostrato dalle aziende italiane, molte delle quali operanti nel settore energetico e che hanno aperto in Sudafrica filiali o centri di commercializzazione.  

VIETNAM. Dopo che per 16 anni il Vietnam ha combattuto gli Stati Uniti, dal 1957 fino agli accordi di Parigi del 1973, fa un certo effetto sapere che i vietnamiti si sono astenuti all’ONU. Tanto più che l’unificazione dei due Vietnam, quella comunista del Nord e quella del sud sostenuta dagli americani, avvenne grazie a un consistente appoggio fornito a suo tempo ai Vietnamiti dall’Unione Sovietica e anche dalla Cina.

Ma ormai è passato mezzo secolo. E’ vero che il Vietnam continua ad essere un a Repubblica di tipo socialista a partito unico ma le prospettive economiche e i rapporti internazionali sono molto cambiati. Oggi il Vietnam mantiene relazioni con tutto il mondo e da diversi anni ha avviato una serie di riforme economiche che hanno consentito al Paese una crescita del 7-8% all’anno, con un sostanziale aumento dei salari e abbattimento della povertà.

Nel 2015, poi, il Vietnam ha aderito all’accordo commerciale multilaterale di libero scambio che coinvolge numerosi Paesi affacciati sul Pacifico, tra cui il Giappone, l’Australia, il Canada e il Messico.

In sostanza, il Vietnam ormai rappresenta uno dei paesi con le migliori prospettive di sviluppo. E quindi ha tutto l’interesse a mantenere una posizione equidistante sulla scena internazionale, così come si è dimostrato in occasione del voto all’ONU.

Pakistan. Il Pakistan si è astenuto all’ONU. Del resto per il Primo Ministro pakistano Imran Khan la situazione era abbastanza imbarazzante.

Da un lato i rapporti con la Russia negli ultimi tempi sono molto migliorati: Putin vede, infatti, nel Pakistan una possibilità di rafforzare la sua posizione in tutta l’Asia meridionale, perfino in Afghanistan a seguito della sconcertante ritirata degli americani.

Dall’altro lato, certe critiche fatte agli Stati Uniti, soprattutto per la convulsa gestione della crisi Afghana, hanno finito per incrinare pesantemente i rapporti tra il Pakistan e gli Stati Uniti. Rimane il fatto, però, che i pakistani non possono permettersi il lusso di contrastare apertamente gli Stati Uniti. 

Non dimentichiamo,  infatti, che all’associazione di sicurezza QUAD, insieme all’America, al Giappone e all’Australia, partecipa anche l’India, cioè, il grande nemico del Pakistan. I due Paesi hanno, infatti, da sempre un conto in sospeso per il possesso della regione del Kashmir. E su questo e altri  insidiosi terreni non v’è dubbio che gli Stati Uniti possono esercitare un ruolo di primaria importanza.

BOLIVIA. Spostiamoci oggi in Sudamerica e parliamo della Bolivia e della sua astensione all’Onu in occasione del voto di condanna della Russia per l’invasione dell’Ucraina. Per molti anni, più precisamente dal 2006 al 2019, l’ex Presidente Evo Morales è stato per la sinistra sudamericana quasi un mito.

Dopo che era stato eletto per la quarta volta dovette rinunciare all’incarico e andare in esilio. All’epoca si è parlato molto di golpe sostenuto dai militare che hanno portato alla Presidenza la senatrice dell’opposizione Jeanine Anez. Durante il suo Governo ad interim la Bolivia ha chiesto un prestito di 327 milioni di dollari per la lotta al Covid.

Dal 2020 la Bolivia è guidata dal socialista Luis Arce molto vicino a Morales e che ha mantenuto i buoni rapporti con la Russia. Non a caso, in occasione del voto, il Governo ha fatto sapere attraverso un comunicato del Ministero degli Affari Esteri, che la Bolivia non condannava l’invasione militare della Russia ma si limitava a chiedere la pace e ad esortare le parti a cercare soluzioni diplomatiche nel quadro del diritto internazionale e della Carta dell’Organizzazione delle Nazioni Unite.

Nei rapporti, invece, con il grande fratello, cioè, gli Stati Uniti, la Bolivia sta cercando in tutti i modi di mantenere ben salda la sua autonomia politica e, soprattutto, quella economica: lo dimostra, tra l’altro, la decisione assunta dal Governo di La Paz  di restituire al FMI l’intero prestito richiesto solo due anni prima, con l’aggiunta di 24 milioni di dollari di interessi, per un totale di 351 milioni di dollari. Per la Bolivia la restituzione di questo prestito è motivato dalla necessità di proteggere la sovranità economica e a evitare le pesanti condizioni di pagamento ritenute decisamente inaccettabili.

Puntate precedenti

Puntata n.1 (http://puntocontinenti.it/?p=19857) – Bielorussia, Corea del Nord, Siria, Eritrea

Puntata n.2 (http://puntocontinenti.it/?p=19877) – Cina, Cuba, India, Iraq, Iran

* REA International fa riferimento alla REA (Radiotelevisioni Europee Associate) e al Circuito delle 100 Radio

Consulenza scientifica: UNIPACE (Università Internazionale per la Pace) dell’ONU – Sede di Roma