Come ogni anno Punto Continenti riporta il Cartellone Integrale della nuova programmazione del Teatro Vascello di Roma guidato da Manuela Kustermann (via Via Giacinto Carini, 43).

(Foto: nel riquadro MAnuela Kustermann, attrice e direttrice del Vascello).

STAGIONE TEATRALE 2024 2025
dal 26 al 29 settembre giovedì e venerdì h 21, sabato h 19 e domenica h 17
DE PROFUNDIS
Di Oscar Wilde
traduzione di Camilla Salvago Raggi
versione teatrale di Glauco Mauri
Con Glauco Mauri
musiche Vanja Sturno
luci Alberto Biondi
allestimento scenico Laura Giannisi
produzione Compagnia Mauri Sturno
durata 60’ guarda il video di presentazione   https://youtu.be/65Fv4cj5rvI
Il “De Profundis” è una lunga lettera dedicata al suo giovane amico Alfred Douglas con il
quale ebbe per qualche anno un’intima relazione. Ma in due anni di carcere Alfred non gli
scrisse mai una sola riga.
Verso la fine della sua condanna Oscar Wilde ebbe il permesso di scrivere una lettera. Al
mattino gli veniva consegnato un foglio e alla sera quel foglio gli veniva ripreso riempito
dalle parole di solitudine, di angoscia ma anche dalla speranza che la maturazione del
dolore può dare ad un’anima disperata. Solo alla fine della prigionia gli furono consegnati
tutti i fogli da lui scritti.
È una lettera di dura verità e di dolcissimo dolore. Poesia, poesia di vita vera, tra le più vere
che ho avuto la gioia di incontrare nei miei lunghi anni.
Spero sia così anche per voi.
È uno spettacolo particolare dove so di correre dei rischi, lo so e di questo ne sono
entusiasta perché umilmente convinto di proporre al teatro qualcosa di nuovo. (Glauco
Mauri)
Glauco Mauri, uno dei più grandi artisti teatrali italiani, porta in scena “De Profundis” di
Oscar Wilde, sua la versione teatrale della lunga lettera, quasi una autobiografia, che Wilde
con la sua arte arguta e intelligente ha trasformato in una parabola universale della
sofferenza, del valore dell’arte e dell’amore.
Mauri con il suo lavoro di elaborazione ha mirato innanzi tutto a eliminare le parti troppo
letterarie, le non poche imperfezioni (dovute alle pesanti restrizioni carcerarie), le omissioni
e gli spazi temporali non rispettati nell’epistola, per renderla “scenicamente più efficace”.
Non un romanzo, ma una lunghissima lettera indirizzata al giovane Bosie (Alfred Douglas)
che Wilde scrisse durante gli ultimi mesi della prigionia nel carcere di Reading.
Con l’arrivo del nuovo direttore, più sensibile nei suoi riguardi, gli fu concesso l’uso di carta
e penna, severamente proibito dal durissimo regime carcerario a cui erano sottoposti gli omosessuali. Tuttavia Wilde poté leggere per intero quanto aveva scritto solo all’uscita dal
carcere, quando gli furono consegnati tutti i fogli.
Nel 1895 Oscar Wilde, notissimo scrittore e commediografo all’apice del successo (tre sue
commedie erano contemporaneamente rappresentate nei teatri londinesi) fu condannato a
due anni di lavori forzati, il massimo della pena per i reati legati all’omosessualità. Al
carcere duro, che minò fortemente il suo fisico, si unirono la bancarotta finanziaria (i suoi
libri non si vendettero più e le commedie ritirate dei cartelloni), la perdita dei due figli, che
non rivide mai più, e la sua casa e i suoi beni sequestrati. Oscar Wilde che aveva incantato i
salotti letterari e mondani di Londra e Parigi fu messo al bando e sarebbe morto in miseria
tre anni dopo l’uscita dal carcere, lontano dall’Inghilterra.
Acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/de-profundis/237703

Dal 1°al 6 ottobre dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19 e domenica h 17
LA FABBRICA DELL’ATTORE 50 ANNI DI (R)ESISTENZA
Dal teatro nelle cantine degli anni ’70 al Teatro Vascello, 50 anni della nostra storia e della
nostra vita, sospesi fra immaginazione e realtà.
drammaturgia e regia Manuela Kustermann
con la collaborazione di Gaia Benassi
Con Manuela Kustermann, Massimo Fedele, Gaia Benassi, Paolo Lorimer
Cura delle immagini Paride Donatelli
produzione La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello
Uno spettacolo immersivo di immagini, video, luci, musiche, ricordi e aneddoti per celebrare
il cinquantesimo anniversario della compagnia La Fabbrica dell’attore e rivivere insieme le
atmosfere magiche di spettacoli che hanno segnato un’epoca.
Dalle cantine degli anni ‘70 al Teatro Vascello, 50 anni della nostra storia e della nostra vita,
sospesi fra fantasia e realtà.
Dedicato a Giancarlo Nanni e a tutti gli artisti che hanno fatto parte della nostra avventura
Acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/la-fabbrica-dell-attore-50-anni-di-r-
esistenza/237717

Dal 9 al 13 ottobre dal mercoledì al venerdì h 21, sabato h 19 e domenica h 17
Spettacoli del teatro vascello giovedì e venerdì 10-11 ottobre h 21 e domenica 13 ottobre h
17 – debutto mercoledì 9 ottobre h 21
UCCELLINI
di Rosalinda Conti
un progetto di lacasadargilla
regia Lisa Ferlazzo Natoli, Alessandro Ferroni
con Emiliano Masala, Petra Valentini, Francesco Villano
paesaggi sonori e ideazione spazio scenico Alessandro Ferroni
ambienti visivi Maddalena Parise
scene Marco Rossi
luci Omar Scala
costumi Anna Missaglia
suono Pasquale Citera
coordinamento artistico al progetto Alice Palazzi
assistente alla regia Matteo Finamore
assistente scenografa Francesca Sgariboldi
collaborazione alle immagini in ombra Malombra
foto di scena Claudia Pajewski
produzione La Fabbrica dell’Attore/Teatro Vascello 
in coproduzione con Romaeuropa Festival, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa
in collaborazione con AMAT & Comune di Pesaro, lacasadargilla, PAV Fabulamundi
Playwriting Europe, RAM – Residenze Artistiche Marchigiane
con il sostegno di ATCL / Spazio Rossellini
durata 1 h e 15’
Una casa nel bosco. Una casa del bosco. Un bosco che allo stesso tempo esiste e non
esiste, non esattamente. La casa è un ambiente e pure ha qualcosa di organico. Una trama
e un trauma la sorreggono. Una riunione familiare vi accade, imprevista e accidentale.
Uccellini racconta di presenze e assenze, di umani (morti e vivi) e animali (vivi e morti). Di
rimossi e fratture, di sguardi discordi nel dare senso al mondo, alle relazioni e alle perdite. E
soprattutto di cosa c’è nel mezzo, sulla sottile linea di confine. Uccellini è un esercizio
notturno tra i fantasmi, dove qualcun(altro) sembra scrivere la storia, stando in ascolto,
nascosto nel bosco.
Bio lacasadargilla
lacasadargilla è un ensemble. Composta da Lisa Ferlazzo Natoli – autrice e regista –,
Alessandro Ferroni – regista e disegnatore del suono –, Alice Palazzi – attrice e
coordinatrice dei progetti – e Maddalena Parise – ricercatrice e artista visiva –, lavora su
spettacoli, installazioni, progetti speciali e curatele. E riunisce intorno a sé un gruppo mobile
di attori, musicisti, drammaturghi, artisti visivi. lacasadargilla innesta i propri lavori sulle scritture, siano esse originali, adattamenti letterari o testi di drammaturgia contemporanea.
Una riflessione intorno al tempo, alle mitografie e alle eredità linguistiche, psichiche e
familiari che ci legano al passato e a un futuro che possiamo solo intravedere. Nel 2019
lacasadargilla vince due premi UBU per miglior regia e miglior testo straniero con When the
Rain stops Falling. Nel 2023 lacasadargilla riceve i premi UBU per miglior spettacolo e
miglior testo straniero con Anatomia di un suicidio e per miglior regia con Anatomia di un
suicidio e Il Ministero della Solitudine.

Prima Nazionale
15 – 16 ottobre martedì e mercoledì h 21
ALTRI LIBERTINI

di Pier Vittorio Tondelli
regia: Licia Lanera
Compagnia Licia Lanera
con: Giandomenico Cupaiuolo, Danilo Giuva, Licia Lanera, Roberto Magnani
luci: Martin Palma
sound design: Francesco Curci
costumi: Angela Tomasicchio
aiuto regia: Nina Martorana
tecnico di Compagnia: Massimiliano Tane
Prodotto da Compagnia Licia Lanera con il sostegno di Ravenna Teatro
Romaeuropa Festival 2024 – In corealizzazione con la Fabbrica dell’Attore Teatro Vascello
durata 1 h e 20’
Linguaggio esplicito
Opera prima di Pier Vittorio Tondelli, pubblicata per la prima volta nel 1980 dalla casa
editrice Feltrinelli, “Altri Libertini” apparve come un fulmine a ciel sereno nel panorama
italiano e internazionale. Strutturato in sei racconti o “episodi”, il romanzo (così lo definiva il
suo stesso autore) raccolse un enorme successo in Italia e all’estero per la sua
trasgressione e attualità unite a un linguaggio vivo, giovanile e dialettale, non senza
riferimenti a citazioni artistiche e culturali. Caratteristiche che contribuirono ad annoverare
Tondelli tra gli autori più importanti della letteratura contemporanea e “Altri Libertini” come
parte del suo patrimonio nonostante le prime incomprensioni della critica e gli ostacoli
giudiziari (il romanzo fu sequestrato per oscenità e Tondelli fu processato e assolto con
formula ampia dal Tribunale di Mondovì). La regista e attrice Licia Lanera (prima in Italia a
ottenere i diritti per la messa in scena dell’opera) si concentra su tre racconti della raccolta
(Viaggio, Altri Libertini e Autobahn) e interviene drammaturgicamente riunendoli in un unico
spettacolo che la vede in scena con Giandomenico Cupaiuolo, Danilo Giuva e Roberto
Magnani.
Compagnia Licia Lanera nasce nel 2006, cofondata da Licia Lanera con il nome Fibre
Parallele. Opera nel teatro sperimentale e nel teatro di prosa ed e? finanziata da MIC e da
Regione Puglia come Impresa Culturale.
Il core business della compagnia e? produrre spettacoli teatrali e portare avanti la tournee
rispecchiando la grande tradizione delle compagnie di giro. Sono sedici gli spettacoli
prodotti e portati in tournee dal 2006 ad oggi.

Attualmente il repertorio ha all’attivo otto spettacoli: “The Black’s Tales Tour”, “Mamma”
(primo premio al Troia Teatro Festival), la trilogia “Guarda come nevica”, “Venere/Adone”,
“Con la carabina” e “Love me”. Due pezzi di Antonio Tarantino.
Tra i riconoscimenti ottenuti negli anni, lo spettacolo teatrale “Cuore di cane” arriva finalista
ai Premi Ubu 2019 rispettivamente per la categoria miglior attrice e miglior progetto sonoro
e nel 2022 lo spettacolo “Con la carabina” ottiene due Premi Ubu per la miglior regia e
miglior nuovo testo straniero messo in scena da una compagnia italiana. Dal 2012 la
Compagnia si occupa anche di formazione teatrale.

Prima Nazionale
19-20 ottobre sabato h 19 e domenica h 17
CIME TEMPESTOSE
di Emily Brontë un progetto di Martina Badiluzzi
regia e drammaturgia Martina Badiluzzi
con Arianna Pozzoli e Loris De Luna
dramaturg Giorgia Buttarazzi
collaborazione alla drammaturgia Margherita Mauro
scene Rosita Vallefuoco
suono e musica Samuele Cestola
luci Fabrizio Cicero
drammaturgia del movimento Roberta Racis
produzione Cranpi, CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia,
Romaeuropa Festival
in corealizzazione con La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello
con il contributo di MiC – Ministero della Cultura
con il sostegno di Teatro Biblioteca Quarticciolo
durata 75’
Il potere trasformativo della scrittura femminile si manifesta attraverso autrici come Emily
Brontë che hanno ridefinito il panorama letterario e plasmato l’immaginario di generazioni.
Attraverso romanzi come “Cime tempestose”, la scrittrice ha saputo esprimere il fervore per
l’emancipazione che ha permeato la sua esperienza nella brughiera dello Yorkshire
vittoriano. Cresciuta in un contesto che mescolava la selvaggia natura della regione con i
fermenti della rivoluzione industriale, costretta a celare la sua attività di autrice sotto uno
pseudonimo maschile, Brontë rifletteva profondamente sull’alienazione emergente nella
società capitalistica dell’epoca. Non è quindi un caso se la regista Martina Badiluzzi si sia
rivolta a questo romanzo e alla sua autrice per il quarto capitolo del suo ciclo sulle identità
femminili (“Cattiva sensibilità”, “The making of Anastasia” – vincitore del bando Biennale di
Venezia Registi Under 30 nel 2019 – e “Penelope” – co-prodotto da Romaeuropa Festival
2022). Il suo “Cime Tempestose” è un dialogo tra interiore ed esteriore, una riflessione
sull’ambivalenza della natura umana. Trasportando gli spettatori al centro dell’universo
tormentato di Catherine e Heathcliff (qui interpretati da Arianna Pozzoli e Loris De Luna),
Badiluzzi rende omaggio alla potenza intrinseca della letteratura e dell’arte, concludendo il
suo percorso sulle identità con due figure tragiche del contemporaneo «mito fondante della
nostra società, racconto del profondo fraintendimento tra femminile e maschile, tra natura e
civiltà».
Martina Badiluzzi: Regista, autrice e interprete. Si è formata studiando con Anatolij
Vasil’ev, il duo artistico Deflorian/Tagliarini, Lucia Calamaro, la regista brasiliana Christiane
Jatahy, Joris Lacoste e Jeanne Revel, Agrupación Señor Serrano e Romeo Castellucci. Nel

Prima Nazionale
25-26-27 ottobre venerdì h 21, sabato h 19 e domenica h 17
ROBERTO ZUCCO

di Bernard Marie Koltés un progetto di Giorgina Pi /Bluemotion
traduzione di Francesco Bergamasco
adattamento, regia, scene e video: Giorgina Pi
colonna sonora originale: Valerio Vigliar
ambiente sonoro: Collettivo Angelo Mai
con Valentino Mannias e Andrea Argentieri, Flavia Bakiu, Sylvia De Fanti, Gaia Insenga,
Giampiero Judica, Monica Demuru, Dimitri Papavasiliou, Alessandro Riceci, Alexia
Sarantopoulou
produzione: Teatro Nazionale di Genova, Teatro Metastasio di Prato e Romaeuropa
Festival
in corealizzazione con Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello
in accordo con Arcadia; Ricono Ltd, per gentile concessione di François Koltès
Dopo Tiresia, Filottete e Pilade, dopo aver attraversato le visioni di Kae Tempest, Sofocle,
Adrienne Rich, Heiner Müller e Pier Paolo Pasolini, Giorgia Pi si rivolge a Bernard Marie
Koltès. Il suo sguardo si concentra questa volta su un antieroe, su un personaggio che del
mito prende la capacità di mettere in luce pieghe oscure dell’umano. Basato sulla storia
reale di un giovane, Roberto Zucco è l’ultima opera del drammaturgo francese, il racconto di
un criminale che, dopo essere stato accusato della morte violenta dei propri genitori, fugge
dal carcere, sfida la polizia di tre diverse nazioni e infine, arrestato, muore suicida. Con un
numeroso cast formato da Valentino Mannias, Andrea Argentieri, Flavia Bakiu, Sylvia De
Fanti, Gaia Insenga, Giampiero Judica, Monica Demuru, Dimitri Papavasiliou, Alessandro
Riceci e Alexia Sarantopoulou, Giorgina Pi scava nella dimensione corale del testo, nel
raffinato tessuto psicologico dei personaggi che circondano il protagonista, negli universi
oscuri abitati da donne, reietti e corrotti e trova in Zucco e nel suo mondo l’incarnazione
contemporanea dell’ossessione della sfida, forma di follia del nostro presente.
Giorgina Pi è un’artista nata e cresciuta a Roma. Si laurea in Dams, si specializza a Parigi
con una tesi sugli spettacoli shakespeariani del Théâtre du Soleil. Autrice di saggi e articoli
è dottoranda in comparatistica presso le Università di L’Aquila e Paris 8. Regista, attivista,
videomaker, femminista, fa parte del collettivo artistico Angelo Mai – spazio indipendente
per le arti di Roma. Con il gruppo Bluemotion realizza spettacoli e immagina ambientazioni,
in una ricerca che coniuga arti della scena, ricerca visuale e musica dal vivo. La regista dal
2018 è accompagnata da 369gradi, produzione apprezzata in Italia e all’estero nell’ambito
delle nuove drammaturgie e del teatro di innovazione.
Bluemotion è una formazione nata a Roma all’interno dell’esperienza artistica e politica
dell’Angelo Mai. Performer, registi, musicisti e artisti visivi si uniscono per creare a partire
dalle proprie suggestioni, confrontando i propri sguardi sul presente e sull’arte. Le opere di

Coop. La Fabbrica dell’Attore (E.T.S.) iscritta all’Albo delle Cooperative n.A138933 Partita Iva 00987471000 C.F. 01340410586
via Giacinto Carini n.78 00152 Roma tel. 065881021 fax 065816623 E-mail: amministrazione@teatrovascello.it

www.teatrovascello.it

Bluemotion sono sempre creazioni collettive, risultato dello scambio e delle visioni dei
membri del gruppo. Gli artisti di Bluemotion sono anche attivisti nel campo dei diritti umani e
dei diritti dei lavoratori dello spettacolo. A marzo 2014 gli artisti di Bluemotion hanno subito
accuse molto gravi che tentavano di tradurre il loro impegno politico in atti criminosi. Dopo
più di un anno sono stati scagionati da ogni accusa e si è conclusa una incresciosa
indagine che ha tentato di limitare la loro libertà e di ridurre le intense e decennali attività
dell’Angelo Mai. L’Angelo Mai e Bluemotion nel 2016 ricevono il premio UBU Franco
Quadri.

dal 29 ottobre al 3 novembre

dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19 e domenica h 17
spettacoli del teatro vascello 30-31 ottobre e 1° novembre mercoledì – giovedì – venerdì
h 21 e 3 novembre domenica h 17
LA VEGETARIANA
scene dal romanzo di Han Kang
adattamento del testo Daria Deflorian e Francesca Marciano
una co-creazione con Daria Deflorian, Paolo Musio, Monica Piseddu, Gabriele Portoghese
regia Daria Deflorian
scene Daniele Spanò
luci Giulia Pastore
suono Emanuele Pontecorvo
costumi Metella Raboni
collaborazione al progetto Attilio Scarpellini
aiuto regia Andrea Pizzalis
regia Daria Deflorian
una produzione INDEX; Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale; La Fabbrica
dell’Attore – Teatro Vascello in corealizzazione con Romaeuropa Festival; TPE – Teatro
Piemonte Europa; Triennale Milano Teatro
in coproduzione con Odéon–Théâtre de l’Europe; Festival d’Automne à Paris; théâtre
Garonne, scène européenne – Toulouse
con il supporto di MiC – Ministero della Cultura
durata 100’ guarda il trailer https://www.youtube.com/watch?v=cgCVKQxtGW8
Daria Deflorian torna al Romaeuropa Festival in veste di regista e attrice per portare in
scena insieme a Monica Piseddu, Paolo Musio e Gabriele Portoghese il gesto misterioso,
potente, irrazionale quanto politico di Yeong-hye, protagonista de “La vegetariana”,
romanzo della scrittrice sudcoreana Han Kang. Un testo sensuale, provocatorio, ricco di
immagini potenti, colori sorprendenti e domande inquietanti: il rifiuto radicale, categorico
quanto violento di una donna che sceglie di non mangiare più carne dà il via ad un graduale
processo di metamorfosi. Mentre Yeong-hye cambia, cercando di diventare essa stessa
vegetazione, ecco che è l’intero mondo che la circonda a vivere l’impatto della sua
trasformazione: dall’irritazione sconcertata del marito, all’esaltazione artistica del cognato
fino alla consapevolezza addolorata della sorella. L’umanità è dannosa, furiosa, assassina,
violenta, tutte cose che Yeong-hye non vuole essere. Lei non vuole smettere di vivere.
Vuole smettere di vivere come noi.
Daria Deflorian Attrice, autrice e regista, tra i nomi di spicco della scena teatrale
contemporanea. Come attrice lavora tra gli altri con Nanni Moretti, Stephane Braunschweig,
Massimiliano Civica, Lotte Van Den Berg, Lucia Calamaro, Martha Clarke, Fabrizio Arcuri,
Mario Martone, Remondi e Caporossi. Vince il Premio Ubu 2012 come miglior attrice e il

Premio Hystrio2013. Dal 2008 al 2021 condivide i progetti con Antonio Tagliarini. I loro
spettacoli girano l’Europa e vincono molti premi: Premio Ubu 2014 come miglior testo,
miglior spettacolo straniero in Canada nel 2015, Premio Riccione 2019 e Premio Hystrio

  1. I loro testi sono pubblicati da Titivillus, Cue Press e Luca Sossella. Nel 2022 firma la drammaturgia e la regia di En finir dai testi di Edouard Louis per La Manufacture/Alta scuola
    di formazione di Losanna e poi per l’Accademia Silvio D’Amico di Roma. Nel 2023 firma
    drammaturgia e regia di Elogio della vita a rovescio, prima tappa del progetto biennale
    attorno a La vegetariana. Dal 2021 cura la direzione artistica di INDEX (index-
    productions.com) insieme alla compagnia Muta Imago.
    Acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/la-vegetariana/237721

Coop. La Fabbrica dell’Attore (E.T.S.) iscritta all’Albo delle Cooperative n.A138933 Partita Iva 00987471000 C.F. 01340410586
via Giacinto Carini n.78 00152 Roma tel. 065881021 fax 065816623 E-mail: amministrazione@teatrovascello.it

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4 novembre lunedì h 21 in collaborazione con Flautissimo
IL SEN(N)O

di Monica Dolan
titolo originale The B*easts
con Lucia Mascino
adattamento e regia Serena Sinigaglia
traduzione Monica Capuani
scene Maria Spazzi
luci e suoni Roberta Faiolo
assistente alla regia Michele Iuculano
tecnico di produzione Christian Laface
produzione Centro d’Arte Contemporanea Teatro Carcano
distribuzione a cura di Mismaonda
Alla fine tutto si riduce a una sola domanda: pensiamo che il seno sia una cosa oscena
oppure che sia quello che è e basta?
Una psicoterapeuta si trova a dover valutare un gesto mai compiuto prima. Una madre ha
preso una decisione sul corpo di sua figlia e questa decisione scatena intorno a lei una
serie di conseguenze e di reazioni sempre più fuori controllo.
Un monologo volutamente sfidante, Il Sen(n)o ci conduce nell’esplorazione di un tema
terribilmente attuale: come l’esposizione precoce alla sessualizzazione e alla pornografia
nell’era di internet abbiano inciso profondamente sulla nostra cultura.
Scritto da Monica Dolan e tradotto da Monica Capuani, dopo un enorme successo in
Inghilterra Il Sen(n)o debutta per la prima volta in Italia interpretato da Lucia Mascino con la
regia di Serena Sinigaglia.
Lucia Mascino, attrice poliedrica e sui generis, la cui carriera spazia dal teatro, alla
televisione, al cinema sia d’autore che popolare, ha ottenuto riconoscimenti prestigiosi tra i
quali: 4 candidature ai Nastri d’argento, il Premio Anna Magnani per il cinema nel 2018
come miglior attrice protagonista e il Premio Flaiano per il teatro nel 2023.
“Quando ho letto il testo un anno fa, ho pensato che fosse urgente portarlo in scena.
Abbiamo impiegato un anno con Serena per addentrarci in una materia così toccante,
complessa e piena di riverberi come la manipolazione continua della nostra identità che
viviamo, immersi come siamo, in modelli di marketing più che in situazioni reali, e come
questa manipolazione sia ancora più violenta e fuori controllo nella zona dell’infanzia e
dell’adolescenza” – Lucia Mascino
Serena Sinigaglia regista eclettica e trasversale, la cui carriera dura da più di 25 anni. Dirige
opere liriche e prosa. Classici e contemporanei. Collabora coi più importanti drammaturghi
italiani nella creazione di testi originali, tra questi Roberto Saviano, Fausto Paravidino,
Letizia Russo, Emanuele Aldrovandi. Riceve numerosi riconoscimenti tra i quali

dal 19 novembre al 1° dicembre dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19 e domenica h 17
LA SCORTECATA
liberamente tratto da Lo cunto de li cunti
di Giambattista Basile 
testo e regia Emma Dante 
con Salvatore D’Onofrio, Carmine Maringola
elementi scenici e costumi Emma Dante 
luci Cristian Zucaro
assistente di produzione Daniela Gusmano
assistente alla regia Manuel Capraro 
produzione Atto Unico / Compagnia Sud Costa Occidentale, e Carnezzeria.
coordinamento e distribuzione Aldo Miguel Grompone, Roma
durata 60’
“Oh, Valentine, un favore,” disse Maximilien “il vostro dito mignolo, che io possa baciarlo
attraverso queste assi!”
Valentine salì su una panchina, e passò, non il mignolo attraverso l’apertura, ma tutta la
mano al di sopra del recinto. Maximilien mandò un grido, e, arrampicandosi con un balzo
sullo steccato, afferrò quella mano adorata, e vi impresse le labbra ardenti; ma subito la
piccola mano sgusciò dalle sue, e il giovane sentì fuggire Valentine, spaventata forse per
quella sensazione a lei sconosciuta.
Il conte di Montecristo Alexandre Dumas
Lo cunto de li cunti overo lo trattenimiento de peccerille, noto anche col titolo di
Pentamerone (cinque giornate), è una raccolta di cinquanta fiabe raccontate in cinque
giornate.
Prendendo spunto dalle fiabe popolari, Giambattista Basile crea un mondo affascinante e
sofisticato partendo dal basso. Il dialetto napoletano dei suoi personaggi, nutrito di
espressioni gergali, proverbi e invettive popolari, produce modi e forme espressamente
teatrali tra lazzi della commedia dell’arte e dialoghi shakespeariani.
Come una partitura metrica, la lingua di Basile cerca la verità senza rinunciare ai ghirigori
barocchi della scrittura.
La scortecata è lo trattenimiento decemo de la iornata primma e narra la storia di un re che
s’innamora della voce di una vecchia, la quale vive in una catapecchia insieme alla sorella
più vecchia di lei. Il re, gabbato dal dito che la vecchia gli mostra dal buco della serratura, la
invita a dormire con lui. Ma dopo l’amplesso, accorgendosi di essere stato ingannato, la
butta giù dalla finestra. La vecchia non muore ma resta appesa a un albero. Da lì passa una
fata che le fa un incantesimo e diventata una bellissima giovane, il re se la prende per
moglie.

In una scena vuota, due uomini, a cui sono affidati i ruoli femminili come nella tradizione del
teatro settecentesco, drammatizzano la fiaba incarnando le due vecchie e il re. Basteranno
due seggiulelle per fare il vascio, una porta per fare entra ed esci dalla catapecchia e un
castello in miniatura per evocare il sogno.
Le due vecchie, sole e brutte, si sopportano a fatica ma non possono vivere l’una senza
l’altra. Per far passare il tempo nella loro miseria vita inscenano la favola con umorismo e
volgarità, e quando alla fine non arriva il fatidico: “e vissero felici e contenti…” la più
giovane, novantenne, chiede alla sorella di scorticarla per far uscire dalla pelle vecchia la
pelle nuova.
La morale: il maledetto vizio delle femmine di apparire belle le riduce a tali eccessi che, per
indorare la cornice della fronte, guastano il quadro della faccia; per sbiancare le pellecchie
della carne rovinano le ossa dei denti e per dare luce alle membra coprono d’ombre la vista.
Ma, se merita biasimo una fanciulla che troppo vana si dà a queste civetterie, quanto è più
degna di castigo una vecchia che, volendo competere con le figliole, si causa l’allucco della
gente e la rovina di sé stessa.
Acquisita on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/la-scortecata/237720
Per un pubblico di famiglie e bambini a partire dai 6 anni in su.


23-24-30 novembre e 1° dicembre sabato h 16,30 e domenica h 11,30
Il CANTO DELLA SIRENA
liberamente tratto da “La Sirenetta” di H.C. Andersen
testo e regia Emma Dante
con Viola Carinci, Davide Celona, Stephanie Taillandier
Luci Cristian Zucaro
Coordinamento e distribuzione Daniela Gusmano
Produzione Atto Unico / Sud Costa Occidentale
durata 60’
“Ogni volta che un bambino muore, scende sulla terra un angelo, prende in braccio il bimbo
morto, allarga le grandi ali bianche e vola in tutti i posti che il bambino ha amato.” H.C.
Andersen
“Il canto della sirena” racconta la storia di una sirena che se ne sta ore e ore su un scoglio a
contemplare il mare. L’umido del mare le trapassa le ossa e raffredda il suo corpo che ama
invece la terraferma da dove il mare è una distesa bellissima con un odore buono. Ogni
sera, Agnese, la più piccola di sei sorelle, con la pelle delicata come petali di rosa e gli
occhi chiari come laghi profondi, canta a riva sotto le stelle, finché un giorno, a causa di una
terribile tempesta, vede affondare una nave. Agnese si tuffa e salva un principe che sta per
affogare. Lo riporta a riva e se ne innamora perdutamente. È a questo punto che la sirena


Prima rappresentazione assoluta in forma teatrale
61° Festival di Nuova Consonanza
25 novembre lunedì h 21
Ore 20.30 presentazione di Dacia Maraini
Syro Sadun Settimino
o il trionfo della Grande Eugenia
Operina Monodanza in un atto di notte
Di Sylvano Bussotti
Poema di Dacia Maraini (1974 rev. 2024)
Voce recitante Manuela Kustermann
Danzatore Carlo Massari della C&C Company
Ensemble Roma Sinfonietta
Direttore M° Marcello Panni

EVO Ensemble
Filmati e proiezioni da Sylvano Bussotti, RARA (film) 1968/ 1970)
nell’edizione restaurata dalla Cineteca Nazionale di Bologna
Tema dell’Opera: la sessualità fluida di un giovane settimino che vuole diventare ballerino.
Compositore, scenografo, costumista, pittore, direttore artistico di vari teatri italiani come la
Fenice di Venezia, il Festival Puccini di Torre del Lago, la Biennale Musica, Bussotti ha
scritto numerose opere liriche, balletti, pagine orchestrali e una ricca produzione di musica
da camera e solistica. Tra le opere ricordiamo Passion selon Sade (Genova, Carlo Felice)
Lorenzaccio (Venezia, la Fenice) Rara Requiem (Parigi, Journèes Bussotti) Cristallo di
Rocca (Milano, Scala) Bergkristall e Racine (Opera di Roma).
Innovativo nella musica, inventivo nella scrittura e nella pittura, che lo pone tra i più originali
talenti del ‘900 italiano, si ricordano ancora le sue numerose messe in scena come regista,
costumista e scenografo di opere di Verdi e Puccini (oltre alle sue stesse opere) all’Arena di
Verona, alla Scala, a Roma, Genova, Palermo, etc.
A tre anni esatti dalla sua scomparsa, Nuova Consonanza intende ricordare questo grande
e multiforme artista con la prima rappresentazione assoluta di una sua opera da camera del
1974 Syro Sadun Settimino, ancora ineseguita e dimenticata, dopo la presentazione in
forma di concerto al Festival di Royan del 1974, curata dallo stesso Bussotti, che ne fu
anche la voce recitante.
Il poema di Dacia Maraini del 1969, rivisto nel 2024, forma la struttura dell’opera e ha come
soggetto un tema scabroso per l’epoca e per i gusti del pubblico, un ragazzo che nasce
settimino e vuole diventare ballerino. Le sue difficoltà però nascono dall’ambiguità della sua
sessualità, che oggi si direbbe fluida, e oscilla tra maschio e femmina nel corso del
poemetto con accenti abbastanza crudi. Nel corso della sua difficile adolescenza deve
superare ostacoli famigliari e pregiudizi sociali per realizzarsi.

L’operina monodanza alterna con grande originalità testo, balletto, cori a cappella (invisibili)
e una parte strumentale per piccola orchestra.
Per la novità del progetto e la scabrosità dell’argomento l’operina non trovò posto sulle
scene di nessun teatro italiano e il cammino di Bussotti andò in altre direzioni. Solo quattro
brani per 12 voci a cappella con il titolo Sadun furono riusati come base per un Ballet blanc.
al Maggio Musicale Fiorentino del 1976.
A cinquant’anni esatti dalla prima esecuzione in forma di concerto al festival di Royan,
Syro Sadun Settimino verrà ricreato al Festival di Nuova consonanza, diretto oggi come
allora da Marcello Panni, amico e interprete accreditato di altre sue prime assolute
(Bergkristall all’Opera di Roma, Cristallo di Rocca alla Scala, Passion selon Sade a
Genova). Questo avvenimento sarà arricchito dalla presenza di Dacia Maraini come
presentatrice, dalla lettura del suo poema affidata a Manuela Kustermann, anche lei amica
storica di Bussotti, da un balletto monodanza creato e interpretato dal giovane coreografo
Carlo Massari. Proiezioni e filmati di Bussotti stesso faranno da scenografia mobile.
Acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/syro-sadun-settimino/237727

dal 3 all’8 dicembre dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19 e domenica h 17
IL GIARDINO DEI CILIEGI

PROGETTO ČECHOV – terza tappa
di Anton Čechov
traduzione Fausto Malcovati
regia Leonardo Lidi
Personaggi e interpreti
Boris Borisovic Simeonov-Piscik – Giordano Agrusta
Charlotta Ivanovna – Maurizio Cardillo
Jasa – Alfonso De Vreese
Varja, sua figlia adottiva – Ilaria Falini
Peter Sergeevic Trofimov – Christian La Rosa
Dunja – Angela Malfitano
Ljubov’ Andreevna – Francesca Mazza
Lenja Andreevna, sorella di Ljubov’ – Orietta Notari
Ermolaj Alekseevic Lopachin – Mario Pirrello
Firs – Tino Rossi
Semen Panteleevic Epichodov – Massimiliano Speziani
Anja, sua figlia – Giuliana Vigogna
scene e luci Nicolas Bovey
costumi Aurora Damanti
suono Franco Visioli
assistente alla regia Alba Porto
produzione Teatro Stabile dell’Umbria
in coproduzione con Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale, Spoleto Festival dei Due
Mondi
Immersi nell’inutilità del nostro giardino.
Leggendo il Giardino dei Ciliegi di Anton Čechov mi è sempre sembrato palese – e magari
ho sempre sbagliato – che il nostro giardino è sinonimo di nostro teatro. Ed avendo avuto il
progetto Čechov una validità politica dal suo principio, dal rientro post pandemico con
Gabbiano per interrogarci sul come ripartire nell’incontro con il pubblico, mi sembra
stimolante chiudere il cerchio con questo testo così profondo nelle sue domande. Un testo,
l’ultimo di Čechov, che presenta a tratti monologhi più concettuali e smaccatamente
filosofici rispetto ai precedenti, ma che continua a sballottarci da un personaggio all’altro,
spostando la “ragione” su più punti e facendoci letteralmente girare la testa. Termineremo il
viaggio confusi, pieni di domande e con pochissime risposte. Ecco, forse, cosa vuol dire
drammaturgia. Ecco perché Čechov, sopravvissuto al tempo, dovrebbe essere il maestro di
riferimento del teatro del domani: un simpatico individuo che prendendosi un po’ in giro
immette generosamente una riflessione nell’altro. Con la cura verso l’altro e la noncuranza

del proprio io. In un teatro dove bisogna autodefinirsi pedagoghi e maestri per salvarsi dalla
mediocrità, Čechov ci rassicura nel dubbio, citando Amleto attraverso le mani troppo in
movimento di Lopachin e ci ricorda che il dubbio fa parte del nostro mestiere e che senza di
quello non potremmo sopravvivere, che senza il dubbio la creatività perde appetito. In un
Italia che cerca sempre di più sintetiche risposte sbertucciando la complessità, il progetto
Čechov rischia di non sapere. Si potrebbe scomodare il paradosso socratico del “allora capii
che veramente io ero il più sapiente perché ero l’unico che non sa né pensa di sapere” ma
sono certo di poter esprimere lo stesso concetto con qualche canzoncina da Festivalbar
nella prossima messa inscena.
Per chi conosce il testo: se inizialmente ci sembra normale parteggiare per il monologo di
Trofimov e il suo concetto di essere consapevolmente un eterno studente, colui che
comprende che per avanzare nella vita non bisogna mai smettere di lavorare e di far
lavorare la propria mente, non posso non saltare sulla sedia ogni volta che leggo che l’unico
ad andare a teatro in questo copione è Lopachin. Lopachin, che si sveglia alle cinque del
mattino, figlio di contadini, Lopachin che ha fatto i soldi e che pensa a come farne sempre di
più, ieri sera è stato a teatro a differenza di tutti gli intellettuali presenti in quella casa. Ecco,
tutto qui. Ecco che, per l’ennesima volta, non possiamo accomodarci sulla lettura spiccia dei
buoni e dei cattivi, ma che per raccontare la complessità umana divertendoci dobbiamo
ricercare i paradossi della gente.
Lopachin e Trofimov, semplificando, sono una mano destra e una mano sinistra che si
stringono solo nell’incapacità di dichiararsi alla donna amata nel loro infantilismo
relazionale. Ed ecco che le donne Ljubov’, Dunja, Varja e Anja, che hanno creduto
nell’amore, si ritrovano sistematicamente sconfitte e deluse dai loro uomini, troppo distratti
dai pensieri del proprio ombelico. Ed ecco Charlotta, sola da sempre e per sempre, che
simula un infanticidio per divertimento, sbarazzandosi così di un fantoccio bambino e della
retorica del ruolo teatrale donna/mamma. Un calcio nelle palle al capocomicato con i suoi
personaggi femminili così semplificati. Che grande Čechov! Che bello il Giardino dei Ciliegi!
Che non si può incasellare, che non può essere fatto in nessun modo se non in quello più
difficile, che necessita di un credo radicale nell’atto creativo. La richiesta alla nobiltà
d’animo, alla generosità come più grande forma d’arte.
Un luogo, un giardino/teatro, che aveva trovato la sua utilità cento anni fa e che adesso vive
solo nel ricordo dei suoi interpreti. Che adesso non produce più la marmellata di cui i nostri
nonni erano tanto ghiotti e che per questo si può tranquillamente buttare giù in favore di un
parcheggio. “Bisognerebbe buttarlo giù questo teatro” tuonava il maestro del Gabbiano.
Eccoci ancora qui. Sarà un piacere vederli tutti di fila. E va bene inorridire pensando alla
ruspa che distruggerà i nostri alberi ma forse dovremmo coraggiosamente prendere per il
bavero anche lo zio Gaev che, colpevolmente, parla di caramelle e si protegge nel ciò che è
stato e che, per paura della morte e dello scorrere del tempo, si facilita l’esistenza
associando il presente e il denaro alla volgarità. Senza prendere il toro per le corna,
decidendo di non essere incisivo. E di perdere. Ma in questo tempo la testa va lasciata fuori

dalla sabbia, in questo tempo è importante ribadire a gran voce che il nostro inutile giardino,
il nostro teatro pubblico, non si può basare solo sui numeri, non si può valutare solo
contando quante ciliegie produce di anno in anno. Altrimenti, ieri come oggi, tanto vale
privatizzarlo e farci tante villette per i turisti. Se non c’è rischio di impresa non è Pubblico e
non merita di essere sostenuto dalle persone. E non fate i furbi su questo: non
nascondetevi dietro il sipario se non amate il teatro. Se volete più ciliegie in maniera
dozzinale solo per produrre fiumi di marmellata non è un grande giardino – citato anche nel
dizionario enciclopedico – il posto adatto a voi. Se l’unico pensiero è avere sempre di più,
accumulare in maniera autolesionista e spremere le persone accanto a noi, se crediamo in
questa forma di schiavismo del nuovo millennio, se smettiamo di occuparci della qualità
delle nostre vite attraverso la qualità della vita degli altri allora mi chiedo che cosa stiamo
facendo, ancora, su un palcoscenico. E se lo chiedono anche gli attori, abbandonati nel
tempo a dover elemosinare attenzione con lunghi monologhi emotivi ed effimeri, su armadi
di cento anni fa. A dover auto affermare il valore del proprio lavoro. Ci siamo dimenticati di
loro, abbiamo chiuso la porta a doppia mandata e li abbiamo lasciati agonizzanti dopo aver
sfruttato il loro servizio.
Ecco l’ultima immagine che Čechov ci lascia nel finale di Giardino, nel finale di una vita
spesa per il teatro. Una persona che ha servito altre persone per tutta la vita, senza se e
senza ma, dimenticato. Dice a sé stesso, o al teatro che sta occupando “… Non hai più
forze, non ti è rimasto proprio niente, niente… Eh, buono a nulla …”. Poi una corda tragica
di violino a riempire la scena. Anche Čechov, dopo tutta questa buona marmellata regalata,
ci lascia con una nota triste, come se non avesse più voglia di ridere. E infatti c’è da
piangere. O, forse, da reagire. Leonar

Prima Nazionale
dal 10 al 22 dicembre dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19 e domenica h 17
FAUST
tratto da Faust I e II di Johann Wolfgang von Goethe
di Leonardo Manzan e Rocco Placidi
con Paola Giannini, Alessandro Bay Rossi (altri attori da definire)
regia Leonardo Manzan
scene Giuseppe Stellato, video e luci Paride Donatelli, Sound Franco Visioli
produzione La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello, Teatro Piemonte Europa, LAC Lugano
Arte e Cultura
Faust è una leggenda popolare che Goethe ha portato al grado estremo della complessità
letteraria e filosofica. La sua opera-mondo, mostruosa per estensione, varietà di stili,
numero di personaggi, tempi e luoghi, è praticamente irrappresentabile.
Eppure, anche se leggendo le sue mille pagine uno se lo dimentica, Faust è un’antica fiaba
di tradizione orale. E noi vogliamo recuperare la semplicità e insieme la forza di un racconto
che potrebbe cominciare così: c’era una volta un uomo che fece un patto col diavolo.
Partiamo da qui, da un Prologo in teatro in cui Faust, l’artista moderno e infelice, con la sua
compagnia, tiene una conferenza sul Faust di Goethe davanti a un sipario chiuso.
Faust non può più essere rappresentato, se ne può solo parlare.
Faust come artista non può più agire, non può più creare, può solo analizzarsi.
Faust è talmente autoconsapevole che non sa più chi è.
Direttamente dagli inferi, Mefistofele arriva a disturbare con la sua spavalda ingenuità
questo consesso di sottili intelligenze.
Mefistofele è il diavolo. È veramente il diavolo. Non ci credete? E infatti è proprio questo il
suo problema: nessuno gli crede più, nessuno crede che il diavolo esiste.
Mefistofele arriva in un mondo che non riconosce più, il mondo moderno che “ha bandito il
Malvagio ma non i malvagi”, un mondo che non si abbandona più al piacere della finzione,
che rifiuta l’inganno, che non conosce la magia del teatro.
Per rappresentare Faust bisogna credere nel diavolo.
Mefistofele ha bisogno che Faust creda in lui, per recuperare il suo potere. Faust ha
bisogno di credere nel diavolo per recuperare la possibilità del teatro.
Dall’arrivo di Mefistofele il sipario si apre e comincia il viaggio nell’immaginazione. Si può
lasciare il teatro restando in teatro? Spostarsi nel tempo e nello spazio rimanendo fermi,
proprio come il Faust di Goethe richiede?
Si scopre una scena fatta di pannelli, superfici proiettabili e mobili. Formano un labirinto in
cui Mefistofele invita Faust a perdersi.
Il nostro Faust viene riproposto con il linguaggio e l’estetica della graphic novel.

Lunedì’ 23 dicembre h 21
LE GRANDI COLONNE SONORE

M° Paolo Vivaldi dirige l’Orchestra Giovanile di Roma
Le più celebri colonne sonore che hanno fatto la storia del cinema Italiano e mondiale
verranno eseguite e introdotte da una breve introduzione del Maestro Vivaldi che ne
spiegherà la loro attinenza al film e le loro caratteristiche espressive Il concerto sarà
eseguito con il supporto delle immagini dei film sullo schermo.
Acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/le-grandi-colonne-sonore/237722

Coop. La Fabbrica dell’Attore (E.T.S.) iscritta all’Albo delle Cooperative n.A138933 Partita Iva 00987471000 C.F. 01340410586
via Giacinto Carini n.78 00152 Roma tel. 065881021 fax 065816623 E-mail: amministrazione@teatrovascello.it

www.teatrovascello.it

Per un pubblico di famiglie e bambini
Prima Nazionale
dal 27 al 31 dicembre
FLORA

CIRCO EL GRITO in collaborazione “FESTIVAL OPS! di Fondazione Musica per Roma e
SIC / Stabile di Innovazione Circense”
Semina un pensiero e raccoglierai un’azione, semina un’azione e raccoglierai un’abitudine,
semina un’abitudine e raccoglierai un carattere, semina un carattere e raccoglierai un
destino.
Charles Reade
un progetto di Duo Kaos / ARCA
Performance Giulia Arcangeli, Clio Gaudenzi, Luis Paredes
Regia Giacomo Costantini
Immaginario e coreografie Giulia Arcangeli, Luis Paredes Sapper
Composizioni musicali di Clio Gaudenzi
scenografie ideate da Giulia Arcangeli e Luis Paredes e realizzate da Spazio Scenico
Ancona
luci Giacomo Costantini
genere Performing Arts / Circo Contemporaneo
discipline: danza, bicicletta acrobatica, manipolazione di oggetti, mano a mano,live music
tipo di pubblico tout public durata 50 min. circa
produzione di ARCA
co-prodotto da Blucinque/Nice centro di produzione per il circo contemporane e SIC/Stabile
di Innovazione Circense
In un paesaggio scenico dai colori terrigni due figure camminano l’una verso l’altro, mentre
lo spazio ruota e immerge lo spettatore in una dimensione onirica modellata dalle lente
metamorfosi e dagli equilibri silenziosi del mondo naturale.
L’alba lascia spazio al giorno, il tramonto alla notte in un presente che rivela tracce di
passato: reale e immaginario si fondono facendo emergere vaghe reminiscenze di storie
lontane, visioni meravigliose di un “pianeta che verrà”.
Con un linguaggio poetico e immaginifico, gli artisti si muovono in scena contaminando le
tecniche acrobatiche del nouveau cirque con quelle della ricerca coreografica propria della
danza contemporanea.

Duo Kaos è una compagnia di circo contemporaneo italo- guatemalteca fondata
dall’acrobata e creativa Giulia Arcangeli e dall’artista multidisciplinare Luis Paredes Sapper
nel 2009 e che ha base nella regione Marche (Italia).
Dal 2015 è riconosciuta e apprezzata oltre i confini nazionali con lo spettacolo “Time to
Loop”, che conta oltre 500 repliche all’attivo ed è stato ospite di festival e rassegne in tutto il
mondo. In un percorso di costante ricerca artistica, in equilibrio tra tradizione e
sperimentazione, spontaneità e ricercatezza, le creazioni della compagnia si compongono
di paesaggi visionari
CLIO GAUDENZI
Attrice, musicista e acrobata
Inizia il suo percorso professionale a Trieste con l’Accademia della Follia con la quale
lavora per diversi anni. Incontra poi Emma Dante con cui collabora in qualità di attrice-
acrobata. Svolge ora la sua attività teatrale come libera professionista in Italia e all’estero.
Da cinque anni è parte dell’ Associazione Culturale “MestieriMisti” e gestisce un piccolo
teatro sotterraneo chiamato ” Il Grottino ” nel centro di Pesaro (Marche).
www.cliogaudenzi.com
GIACOMO COSTANTINI
Scrittura scenica e regia
Giacomo Costantini è un performer, regista e drammaturgo multidisciplinare, considerato
uno dei pionieri del circo contemporaneo in Italia. Dagli anni Novanta conduce una ricerca
sulla sintesi tra circo e musica. È co-direttore artistico del Circo El Grito www.elgrito.net
Per un pubblico di famiglie e bambini dai 6 anni


Dal 2 al 6 gennaio
LUZ DE LUNA

CIRCO EL GRITO TEATRO CIRCENSE
in collaborazione “FESTIVAL OPS! di Fondazione Musica per Roma e SIC / Stabile di
Innovazione Circense”
di e con Fabiana Ruiz Diaz
Regia Michelangelo Campanale
e con Gennaro Lauro
Scenografie Michelangelo Campanale – Fabiana Ruiz Diaz
Costumi Beatrice Giannini
Luci Tea Primiterra
Macchinisti Michele Petini – Maxime Morera
Un ringraziamento a Raffaella Giordano per la sua presenza nel tempo e
l’accompagnamento del percorso artistico.
Produzione SIC / Stabile di Innovazione Circense Realizzato grazie al contributo di
Ministero Italiano della Cultura e Regione Marche
Durata: 60 minuti Tout public dai 6 anni
VIDEO Promo ‘Luz de luna’ https://vimeo.com/902198122/b85cb4a4eb
SINOSSI
Nel riparo intimo di una piccola stanza colorata che sembra un dipinto, la quotidianità vibra
di particolari, fuori il temporale, poco a poco l’orizzonte geometrico del mondo degli oggetti
sbiadisce, diventa sfondo, sopraggiunge il lato surreale, l’oscurità è il varco per magia e stupore.
Strani esseri si affacciano, bestiario dell’irrazionale, archetipi: è la fantasia che si nutre
dell’inconscio o viceversa?
I colpi di scena che punteggiano questo dramma circense gentile sono improntati a un’ironia
delicata, una narrazione immaginifica, avvolgente, sintesi di teatro e circo. Acquista on line
https://www.vivaticket.com/it/ticket/luz-de-luna/237723
Fabiana Ruiz Diaz, acrobata aerea e co-fondatrice di Circo El Grito e del
SIC / Stabile di Innovazione Circense, propone un appassionante viaggio onirico in cui
musica e volo si fondono per donare allo spettatore uno sguardo nuovo verso ignoti stati di
coscienza.
In punta di piedi la protagonista cerca di incoraggiare una visione del “circo di creazione”, di
cui questo lavoro ne è un limpido esempio.
“Dalla esperienza di Liminal, il mio primo progetto personale realizzato con la
collaborazione artistica di Raffaella Giordano, approdo oggi a questo nuovo lavoro insieme
a Michelangelo Campanale, regista e sapiente ‘domatore’ della macchineria scenica.
Nella vita il percorso della crescita a volte è speculare a quello del palcoscenico”.
Fabiana Ruiz Diaz
I virtuosismi della disciplina aerea eseguiti da una delle principali interpreti europee di
questa tecnica e realizzati in un contesto notturno, celebrano un’atmosfera di mistero e
meraviglia, innescando nel pubblico uno stato di sospensione e contemplazione.
Un lavoro che è a tutti gli effetti il sequel di Luminal, prima opera personale dell’artista
uruguayana e dove la narrazione autobiografica della protagonista sfocia nei paradossi dei
sogni e delle estemporanee esperienze della veglia.
FABIANA RUIZ DIAZ
È un’artista multidisciplinare, co-fondatrice di El Grito e del SIC/Stabile di Innovazione
Circense. In provincia di Macerata gestisce lo spazio di residenza artistica “Agreste”, mentre
al Teatro Feronia di San Severino Marche (MC) co-dirige una fortunata rassegna di circo

contemporaneo. Il suo nuovo spettacolo Luz de Luna ha debuttato a gennaio 2024 nella
Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone di Roma.
Fra il 2022 e il 2023, durante i tour europei del Circo El Grito che hanno registrato il tutto
esaurito e riscosso consenso dalla stampa, sono andati in scena oltre 400 spettacoli tra
proprie produzioni e compagnie ospiti da tutto il mondo.
Dalla Biennale Internazionale del Circo di Bruxelles all’Auditorium Parco della Musica di
Roma, dal Festival di Avignon al Teatro Regio di Parma e al Teatro Pubblico Pugliese, dal
Fusion Festival in Germania al Piccolo e
al Teatro alla Scala di Milano, El Grito ha diffuso i propri spettacoli in Europa declinando il
circo contemporaneo nei suoi tre luoghi simbolo: la strada, il teatro, lo chapiteau.
CIRCO EL GRITO
Circo El Grito nasce a Bruxelles nel 2007 dall’incontro tra Fabiana Ruiz Diaz (Uruguay) e
Giacomo Costantini, considerati dalla stampa i pionieri del circo contemporaneo in Italia. La
compagnia raccoglie la più chiara tradizione circense rinnovandola nel contesto
contemporaneo, per presentare spettacoli che si muovono al confine fra circo, musica,
danza, magia, teatro e letteratura.
Nel 2022 Circo El Grito annuncia la nascita del SIC/Stabile di Innovazione Circense, il primo
centro internazionale di produzione multidisciplinare dedicato al circo contemporaneo e
riconosciuto dal MiC. Il progetto è stato premiato dalla Commissione ministeriale con il
punteggio più alto nella qualità artistica.

Dal 7 al 12 gennaio dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19 e domenica h 17
BAHAMUTH

di Flavia Mastrella Antonio Rezza con Antonio Rezza
e con Manolo Muoio
e Neilson Bispo Dos Santos
liberamente associato al “Manuale di zoologia fantastica” di J.L. Borges e M. Guerrero
(mai) scritto da Antonio Rezza habitat di Flavia Mastrella
assistente alla creazione Massimo Camilli luci e tecnica Alice Mollica
macchinista Andrea Zanarini
organizzazione Tamara Viola, Stefania Saltarelli
una produzione RezzaMastrella – La Fabbrica dell’Attore Teatro Vascello
durata 1 h e 20’ senza intervallo
Dal giocattolo a Bahamuth
In una scatola appena accennata, un uomo trascorre l’agonia che lo porterà a una nuova
vita fatta di rigurgiti tribali e storie passate, inquinate da problematiche contemporanee.
Il lavoro di ideazione dello spazio scenico è durato due anni.
Ho concepito la scatola e gli altri elementi scultorei per l’allestimento scenico di Bahamuth
pensando a un grande giocattolo, sviluppando l’idea delle sculture in tasca * (una ricerca di
microscultura che porto avanti dal 2004). L’allestimento scenico è composto da pochi
elementi – L’abito rosa, in stoffa e metallo, spersonalizza la materia uomo, dando vita a un
personaggio antropomorfo che si muove sul palcoscenico col carisma di un essere
mitologico incline a problematiche conservatrici. Il volo è un elemento simile a un ventaglio
ingigantito, azzurro e arancio di stoffa e legno: la scultura non riesce a decollare per motivi
di spazio e diventa componente estetica, emblema della potenzialità ignorata…. I quadri di
scena mutanti frammentano il corpo recitante che si moltiplica col movimento e racconta di
un sé contaminato, reattivo fino allo sfinimento. Gli oggetti sono ridotti al
minimo…Bahamuth vive di atmosfere e non considera gli orpelli che umanizzano la
situazione giocattolo, e dirigono la percezione alla facile comprensione. La scatola,
giocattolo di metallo, legno, stoffa verde e aria, determina un vincolo formale e provoca
un’urbanizzazione dello spazio composto di piani d’aria, definiti da rette quasi mai parallele.
Il giallo fluorescente delle aste, le dimensioni spropositate, i rapporti di equilibrio distorti,
danno all’uomo d’oro, che vive l’ambiente, la possibilità di sfinirsi nell’immobilità e in seguito
di estendersi e saltare affiancato dai due ragazzi blu, intesi come elementi dinamici.
I due giovani mettono in moto le possibilità meccaniche della struttura, ruotano le ali leggere
e svolazzanti che chiudono la scatola e si mostrano indaffarati intorno al fardello uomo,
entrano in scena frantumando la solitudine del protagonista e la staticità della scultura.
La scatola, elemento filiforme dall’equilibrio bizzarro, possiede solo l’illusione della chiusura,
è vibrante nello spazio e soprattutto è dipendente alle sollecitazioni dell’umano.
Antonio è partito dall’immobilità di un uomo steso.

La storia dello spettacolo è nel ritmo: i passi, le frasi, I frammenti narrati, sono tenuti
assieme dal corpo – parola. Il susseguirsi delle vicende è una costruzione creata con le
regole del montaggio cinematografico; Bahamuth si svolge in uno spazio esterno – interno
che logora la percezione del tempo e lo reimposta. La sequenza drammaturgica è costruita
mettendo in relazione i frammenti di storie con i movimenti e con i ritmi sonori della parola
recitata in corsa.
La triade parola – corpo – spazio si manifesta in forma biforcuta, a tratti sintetica e
metaforica e in altri momenti estremamente rappresentativa.
La successione degli eventi nell’ambiente giocattolo, devia la percezione del reale
dall’immagine persuasiva.

  • le sculture in tasca sono materia appena accennata composta con il criterio del
    mare con ironia parlano un linguaggio codificato nel particolare e stravolto nelle
    dimensioni
    acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/bahamuth/237698
    Dal 14 al 19 gennaio dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19 e domenica h 17
    ANELANTE
    di Flavia Mastrella Antonio Rezza con Antonio Rezza
    e con Ivan Bellavista, Manolo Muoio, Chiara A. Perrini, Enzo Di Norscia
    (mai) scritto da Antonio Rezza habitat di Flavia Mastrella
    assistente alla creazione Massimo Camilli Luci Mattia Vigo/ Luci e tecnica Daria Grispino
    macchinista Andrea Zanarini organizzazione Tamara Viola Stefania Saltarelli
    una produzione RezzaMastrella
    La Fabbrica dell’Attore Teatro Vascello
    Antonio Rezza e Flavia Mastrella Leoni d’oro alla carriera
    La Biennale di Venezia 2018
    durata 90’
    In uno spazio privo di volume, il muro piatto chiude alla vista la carne rituale che esplode e
    si ribella. Non c’è dialogo per chi si parla sotto. Un matematico scrive a voce alta, un lettore
    parla mentre legge e non capisce ciò che legge ma solo ciò che dice. Con la saggezza
    senile l’adolescente, completamente in contrasto col buon senso, sguazza nel recinto
    circondato dalle cospirazioni.
    Spia, senza essere visto, personaggi che in piena vita si lasciano trasportare dagli eventi,
    perdizione e delirio lungo il muro. Il silenzio della morte contro l’oratoria patologica, un
    contrasto tra rumori, graffi e parole risonanti. Il suono stravolge il rimasuglio di un concetto e
    lo depaupera. Spazio alla logorrea, dissenteria della bocca in avaria, scarico intestinale
    dalla parte meno congeniale. Flavia Mastrella / Antonio Rezza
    Acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/anelante/237697

Ci si piega troppo spesso con l’assurdo dietro, e si fanno i conti dei traumi passati. Così
l’essere inferiore cerca conforto nell’impegno civile. E con la morte altrui ritorna l’amor
proprio. Tra balli, feste orientali, lutti premeditati ci si libera della solidarietà, pratica
aziendale che genera profitto. Anche la cultura con gli occhiali piega il culo. Chi legge un
libro è costretto a stare zitto da chi scrive, chi legge compra il suo silenzio, chi compra un
libro fomenta e capovolge l’omertà. Ma con la mamma biologica la partita è persa: pelle
della sua pelle ma fine della tua. A.R.
Addio terza dimensione. Esplode il luogo comune, i viventi non si accorgono di essere
prigionieri di un monitor, vecchi e giovani, spossati dal desiderio di emergere, ritrovano nel
reinventarsi la spietatezza dell’infanzia e la malvagità dell’adulto. L’ Anelante vive confinato
tra le muraglie, chiuso nel recinto, senza sporgersi, pretende di conoscere il mondo, lo fa
per non accorgersi della vuotezza che gli riempie la vita. Disposto a tutto, per sostenere la
gerarchia di sempre usa i sistemi virtuali di cui si è impadronito. F.M.

dal 21 al 26 gennaio dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19 e domenica h 17
IL RITO
di Ingmar Bergman traduzione di Gianluca Iumiento
adattamento e regia Alfonso Postiglione
produzione Ente Teatro Cronaca, Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, Fondazione
Campania dei Festival – Campania Teatro Festival
CON Elia Schilton (Giudice Ernst Abrahmsson) Alice Arcuri
(Thea Winkelmann) Giampiero Judica (Sebastian Fischer)
Antonio Zavatteri (Hans Winkelmann)
adattamento e regia Alfonso Postiglione
scene Roberto Crea costumi Giuseppe Avallone
musiche Paolo Coletta
disegno luci Luigi Della Monica partitura fisica Sara
Lupoli aiuto regia Serena Marziale
coproduzione Ente Teatro Cronaca Teatro di Napoli – Teatro
Nazionale Fondazione Campania dei Festival – Campania
Teatro Festival
durata 100’
guarda io trailer https://youtu.be/VJGDHVqaBd0
Il rito è tratto dal film omonimo di Ingmar Bergman del 1969. Tre artisti di varietà (i coniugi
Hans e Thea, e Sebastian, amante della donna) sono denunciati per l’oscenità presunta di un
numero del loro ultimo spettacolo. Il giudice Abrahmsson li interroga per decretarne
l’eventuale condanna. Non riuscendo a farsi un’idea dai colloqui con gli artisti, l’uomo assiste
alla performance allestita nel suo ufficio, subendone conseguenze inaspettate. Al centro del
lavoro, il tema della censura e l’impossibilità di contenere la potenzialità destabilizzante
dell’atto artistico
Lo spettacolo
Il rito è tratto dall’omonimo film (in originale, Riten) scritto e diretto da Ingmar Bergman nel
1968, il primo da lui realizzato direttamente per la televisione, l’ulti- mo girato interamente in
bianco e nero. Bergman cominciò a scrivere pensandolo come allestimento teatrale per il
Dramaten di Stoccolma, incoraggiato dal favore di Erland Josephson, suo sodale e
consigliere. Ma il regista-autore ci ripensò e lo dirottò verso una “partitura filmata per primi
piani”. Il film è una sorta di cinema da camera, girato in interni con soli quattro personaggi,
ed è incentrato sul rappor- to, spesso conflittuale, tra autorità costituita e azione artistica.
Lo spettacolo Il rito, nello specifico, è tratto dal testo originale integrale, da cui Bergman
sviluppò in seguito la sceneggiatura. Difatti, il testo risulta più esteso e approfondito, nella
parte dialogica, rispetto alla versione filmata, costituendosi come una sorta di inedito.
Tre attori di teatro di varietà (i coniugi Hans e Thea, e Sebastian, amante della donna) sono
stati denunciati per l’oscenità presunta di un numero del loro ultimo spettacolo. Un giudice
incaricato, il Dott. Abrahmsson, li interroga per decretarne l’eventuale condanna. Dai

colloqui con gli artisti – in cui si scoprono soprattutto le ambigue articolazioni dei rapporti tra
i tre attori, oltre la discutibile natura dello stesso giudice – l’uomo non riesce a farsi una idea
chiara della faccenda e finisce per assistere alla performance allestita nel suo stesso ufficio,
al termine della quale subirà conseguenze fatali.
La performance dei tre artisti si rivela una sorta di rito dionisiaco dalle chiare va- lenze
simboliche, in cui la forza della creazione artistica vince sui tentativi di censura e
normalizzazione di una qualsivoglia autorità, politica o sociale. E per ciò, il rito si configura
come una sorta di parodia delle Baccanti di Euripide, nel senso etimologico di una loro
ricantazione entro parametri estetici e sociali contemporanei. Il giudice può corrispondere
facilmente alla figura di Penteo, in aperta ostilità nei confronti dei tre artisti, dietro i quali si
celano identità e funzioni da sacerdoti dionisiaci. Ma forse, nel finale, si paventa la presenza
stessa del Dio, sotto le spoglie dell’eterno femminino, fascinoso e perturbante, di Thea.
Oltre la censura – subita spesso da Bergman ai suoi tempi, ed oggi strisciante in maniera
sempre meno latente tra le pieghe più varie del nostro vivere sociale – nel testo è forse
ancora più centrale il tema della impossibilità di contenere la potenzialità destabilizzante
dell’atto artistico, votato a stanare le verità dell’essere umano, a rischio anche della morte.
Il testo si sviluppa in nove scene – la prima e l’ultima con i quattro attori, le altre da coppie
degli stessi – ambientate esclusivamente in interni – una camera d’albergo, un ufficio, un
bar, il camerino di un teatro – spazi volutamente claustrofobici. I rapporti tra i personaggi
sono tesi e affilati e posseggono una forza interlocutoria che tiene desta l’attenzione fino
all’inaspettato finale.
La scena dello spettacolo, si presenta come una grande scatola interamente bianca,
indefinita e assoluta, al centro della quale campeggia una piattaforma sospesa, su cui è
allestito, completamente in nero, l’ufficio del giudice Abrahmsson. L’uomo è rintanato lì
sopra, rifugiato dal mondo, protetto dal suo abito istituzionale. Non osa, forse non può, o
non sa, allontanarsi dal suo ambito. I tre artisti agiscono sul bianco ineffabile nelle loro
intime relazioni, quando non interrogati dall’autorità del magistrato, che li accoglie,
alternandoli, sulla piattaforma-ufficio. In realtà, nonostante la cooptazione ufficiale, il loro è
una sorta di assedio volontario, di assalto all’istituzione, di contagio artaudiano con i germi
della loro libertà artistica e del loro consapevole azzardo esistenziale.
Il rito, teatralmente, è soprattutto una partitura di parole e rapporti fisici tra i personaggi. La
natura muscolare e nervale delle fisionomie al centro della vicenda ne fanno materia per un
moderno kammerspiele. L’aggressività è evidente, nei confronti tra le parti, e risalta la
scontrosità delle identità in gioco.
Il giudice si mostra dapprima rispettoso, cerimonioso, quasi adulatorio nei con- fronti dei tre
artisti chiamati a dar conto del loro spettacolo. I tre sono divi, famosi, privilegiati elementi
umani da preservare sul loro piedestallo, e lui è un semplice servitore della comunità.

Ma già dopo la prima scena, il gioco si fa progressivamente più prepotente da parte del
censore. L’azione scardinante dei vari interrogatori comincia a mostrare i meccanismi che
regolano i rapporti, moralisticamente discutibili, del terzetto di artisti.
Le dichiarazioni diventano vere e proprie confessioni, sempre più intime. Ci sembra quasi di
sentire i miasmi e avvertire i rumori interiori di queste individualità tenute insieme da
relazioni malate, sul filo dell’eccezione. L’atto confidente diventa liberatorio. Tanto che vien
quasi il sospetto che ci provino gusto a farsi umiliare. E allora sotto un’inchiesta dai vaghi
toni kafkiani, con l’accusa di oscenità ci finisce la vita stessa, nel nostro caso quella di tre
individui, troppo liberi e creativi rispetto alla morale comune. E si dispiegano dunque la
fragilità e ipersensibilità nevrotica della bellissima Thea, la vanità violenta dell’irresponsabile
Sebastian, la razionalità noiosa di un più calcolatore Hans.
Ma a poco a poco i piani iniziano a ribaltarsi. Nell’istruttoria, sempre più ambigua e crudele,
il giudice svela le sue frustrazioni e sgradevolezze, abbrutito da una disperata solitudine e
ricattato dalle debordanti umanità dei tre artisti.
E allora tutti fanno a gara a mettere in scena la propria più marcia e intima verità. Nell’ultima
scena, dove c’è il rito per antonomasia, quello dionisiaco della Elevazione, c’è il lasciarsi
andare definitivo, il consegnare il peso di una intera esistenza.
Il rito di cui forse ci parla davvero Bergman è dunque quello dello svelarsi, raccontarsi,
esibirsi continuamente e sfacciatamente e così facendo consegnare le proprie colpe a
qualcuno, fosse anche la colpa ultima di vivere, rischiando anche di perderla, la vita.
Il giudice qui diventa spettatore privilegiato di un teatrino personale e segreto, che esibisce
progressivamente le nature autentiche e dunque inesorabili delle persone (dei personaggi).
Ma egli stesso ne approfitta, in uno scambio delle parti, per manifestarsi soprattutto a sé
stesso, verso un atto catartico che afferma la necessità, fin dalle notti dionisiache, dell’atto
ineludibile della (auto)rappresenta- zione.
Allo stesso tempo, denunciare come osceno un rito (seppur di origine ellenica, per cui
pagana) accusando l’arte e gli artisti di essere portatori (in)sani dell’atto mi- sterico, ci
spinge a sospettare, ancora oggi, dopo anni dalle riflessioni bergmaniane, che l’unica
sacralità possibile – intesa come summa di valori universali a cui è sempre più difficile
appellarsi – sia contenuta, prima ancora che nell’atto, nello sforzo artistico. E ciò, in un
mondo che si impegna a celebrare quotidianamente, pure compiacendosi, la lunga agonia
dell’estinzione di Dio. E dell’uomo. Alfonso Postiglione
Acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/il-rito/237715

dal 28 gennaio al 2 febbraio dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19 e domenica h 17
IL GRANDE VUOTO

uno spettacolo di Fabiana Iacozzilli
regia Fabiana Iacozzilli 
drammaturgia Linda Dalisi, Fabiana Iacozzilli 
dramaturg Linda Dalisi
con Ermanno De Biagi, Francesca Farcomeni, Piero Lanzellotti, Giusi Merli e
con Mona Abokhatwa per la prima volta in scena
progettazione scene Paola Villani
luci Raffaella Vitiello
musiche originali Tommy Grieco
suono Hubert Westkemper
costumi Anna Coluccia
video Lorenzo Letizia
aiuto regia Francesco Meloni
scenotecnica Mauro Rea, Paolo Iammarrone e Vincenzo Fiorillo
fonico Jacopo Ruben Dell’Abate, Akira Callea Scalise 
direzione tecnica Francesca Zerilli
assistenti Virginia Cimmino, Francesco Savino, Veronica Bassani, Enrico Vita
collaborazione artistica Marta Meneghetti, Cesare Santiago Del Beato
foto di scena Laila Pozzo
ufficio stampa Linee Relations
produzione Cranpi, La Fabbrica dell’Attore-Teatro Vascello Centro di Produzione
Teatrale, La Corte Ospitale, Romaeuropa Festival
con il contributo di MiC – Ministero della Cultura, Regione Emilia-Romagna
con il sostegno di Accademia Perduta / Romagna Teatri, Carrozzerie n.o.t, Fivizzano
27, Residenza della Bassa Sabina, Teatro Biblioteca Quarticciolo
durata 90’
Terzo capitolo della Trilogia del Vento
Il Grande vuoto indaga l’ultimo pezzo di strada che una famiglia percorre prima di svanire
nel vuoto e, questo dissolversi, è amplificato dal progressivo annientamento delle funzioni
cerebrali della madre a causa di una malattia neurodegenerativa. Al progressivo svuotarsi
del cervello della madre fa eco lo svuotarsi di esseri umani dalla casa, mentre questa si
popola di oggetti, di ricordi che aumentano pesano e riempiono tutte le stanze. Il lavoro
trova risonanze e spunti in “Una donna” di Annie Ernaux, e nel romanzo “Fratelli” di

Carmelo Samonà ed è il tentativo di raccontare una grande storia d’amore: quella tra una
madre, i suoi figli e un padre che muore.
Ne Il Grande vuoto la narrazione teatrale si contamina con il video per raccontare che
grazie alle fotocamere Tapo e i loro video ad alta risoluzione con visione notturna fino a
trenta piedi, un figlio può continuare a vivere la propria vita ed entrare senza essere visto in
quella del proprio genitore. Guardare la madre giocare al solitario, fissare la televisione
spenta, parlare con persone che non esistono, non farsi il bidet, piangere, stare seduta e
ferma sul bordo del letto, passare la notte a tirare fuori dai cassetti fotografie pezzi di carta
mutande sporche per poi rimetterli dentro.
Tante le domande che ci hanno spinto a sprofondare in questa materia artistica, ad
addentrarci in questa ricerca su cosa rimane di noi e se resta qualcosa di quello che siamo
stati mentre ci approssimiamo alla fine, ma una su tutte è forse la più incandescente bella e
giusta per il lavoro ed è quella letta in un fumetto della autrice Giulia Scotti: “il punto è
trasformare il dolore in bellezza. Ci riusciremo ancora?” Acquista on line
https://www.vivaticket.com/it/ticket/il-grande-vuoto/237713
Trilogia del vento
La Trilogia del vento è un trittico in cui Fabiana Iacozzilli si interroga su tre tappe
dell’esistenza umana: l’infanzia e il rapporto con i maestri che ci mostrano o ci impongono
delle vie da percorrere (La classe); la maturità e il rapporto con la genitorialità e la cura
(Una cosa enorme) e, infine, la vecchiaia in rapporto con il vuoto e il senso della memoria (Il
grande vuoto). I punti di partenza sono stati da un lato – e per la prima volta – il dato
biografico dell’autrice e dall’altro il lavoro di nutrimento della materia artistica, condotto
attraverso le interviste a donne e uomini pronti a condividere una scheggia della propria
vita.

Prima Nazionale
Dal 7 al 16 febbraio dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19 e domenica h 17
BOCCONI AMARI – SEMIFREDDO
Scritto e diretto da Eleonora Danco
cast in via di definizione Cinque personaggi. Padre, madre, tre figli.
produzione La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello e Teatro Metastasio di Prato.
Prima parte. Casa dei genitori. La famiglia si riunisce per il compleanno della madre. Siamo
nella lira nel 1999. Il padre la madre e la figlia trentenne Paola vivono insieme. Li
raggiungono i due fratelli Luca 40 anni Pietro 38 anni. Una volta tutti insieme nella casa
paterna si mangiano l’un l’altro come pesci in un acquario. Battute serrate dai ritmi
travolgenti. I meccanismi dei conflitti familiari espressi in un linguaggio universale, in cui
tanti si potranno riconoscere.
Seconda parte. Vent’anni dopo. Siamo nell’euro. La famiglia si ritrova nella stessa casa per
festeggiare il compleanno del padre.
Luca, sessant’anni, Pietro cinquantotto anni, invecchiati e travolti dalla crisi economica,
patiscono l’egoismo del padre, un Re Lear del terzo piano che si schiera ora con un figlio,
ora con l’altro.
La scena diventa un’arena dove le ombre e i ricordi si agitano come lembi. I flash, come in
un film, rendono i personaggi giovani e vecchi, a tratti tornano bambini e adolescenti.
Cadono in uno stato di trans allucinatorio, non si accorgono di esprimere le immagini più
profonde del loro subconscio. Una regia fisica. Una danza, un movimento continuo,
visionario e commovente.
Acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/bocconi-amari-semifreddo/237700

dal 18 al 23 febbraio dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19 e domenica h 17
IL MINISTERO DELLA SOLITUDINE
uno spettacolo di lacasadargilla
parole di Caterina Carpio, Tania Garribba, Emiliano Masala, Giulia Mazzarino, Francesco
Villano
drammaturgia del testo Fabrizio Sinisi
regia Lisa Ferlazzo Natoli e Alessandro Ferroni
con Caterina Carpio, Tania Garribba, Emiliano Masala, Giulia Mazzarino, Francesco Villano
drammaturgia del movimento Marta Ciappina
cura dei contenuti Maddalena Parise
spazio scenico e paesaggi sonori Alessandro Ferroni
luci Luigi Biondi
costumi Anna Missaglia
aiuto regia Alice Palazzi / Caterina Dazzi
assistente al disegno luci Omar Scala
scene costruite nel Laboratorio di Scenotecnica di ERT
responsabile del Laboratorio e capo costruttore Gioacchino Gramolini
costruttori Davide Lago, Sergio Puzzo, Veronica Sbrancia
scenografie decoratrici Ludovica Sitti con Sarah Menichini, Benedetta Monetti, Rebecca
Zavattoni
costumi realizzati da Officina Farani
consulenza alle scenografie Annalisa Poiese
foto di scena Claudia Pajewski
produzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Teatro di Roma-Teatro
Nazionale, Teatro Metastasio di Prato, La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello
in collaborazione con lacasadargilla
con il sostegno di ATCL
si ringrazia per l’ospitalità in residenza Carrozzerie ǀ n.o.t.
con la collaborazione di Teatro Asioli – Correggio
Il testo Il Ministero della Solitudine è pubblicato nella collana Linea di Emilia Romagna
Teatro Fondazione ERT / Teatro Nazionale e Luca Sossella editore a cura di Sergio Lo
Gatto e Debora Pietrobono. Il libro è stato curato da Maddalena Parise / lacasadiargilla e
Fabrizio Sinisi.
Interpreti e personaggi:
Giulia Mazzarino – Alma
Francesco Villano – F.
Emiliano Masala – Primo
Tania Garribba – Simone
Caterina Carpio – Teresa
Durata: 95’ guarda il trailer https://www.youtube.com/watch?v=CzLsDEGVfHM

Lisa Ferlazzo Natoli firma insieme al regista e disegnatore del suono Alessandro Ferroni, Il
Ministero della Solitudine, nuovo spettacolo di lacasadargilla.
Il lavoro, una scrittura interamente originale a cura di tutto l’ensemble, si avvale della
collaborazione di Fabrizio Sinisi, che cura la drammaturgia del testo, e di Marta Ciappina
che cura invece la drammaturgia del movimento.
Lo spunto dello spettacolo nasce da una notizia di cronaca politica internazionale. Nel
gennaio 2018, la Gran Bretagna ha nominato ufficialmente un ministro della Solitudine, il
primo al mondo, per far fronte ai disagi che questa può̀ provocare a livello emotivo, fisico e
sociale. L’anno successivo viene inaugurato il relativo Ministero, «istituzione dalla natura
politicamente ambigua e dalle finalità̀ incerte».
A partire da questa vicenda, la compagnia lacasadargilla inaugura una riflessione su un
luogo – reale e immaginifico – capace di operare con linguaggi e dispositivi narrativi intorno
ai desideri, ai rimossi e alle immaginazioni di un’epoca che sempre più̀ richiede di ragionare
con cura sulle comunità̀ dei viventi.
Una scrittura originale di, con e per cinque attori, strutturata per flash, incontri, incidenti e
costituita da partiture fisiche all’orlo di una danza. Una storia che indaga la solitudine
innanzitutto come incapacità̀, come difficoltà del desiderio – oggetto non controllabile per
definizione – a trovare una corrispondenza, avendo in sé una speranza troppo alta,
spericolata o eccessiva, per potersi mai realizzare. O ancora quella solitudine in cui si
sprofonda perché́ ciò̀ che è successo è irrecuperabile, e non interessa a nessuno.
Scrive lacasadargilla: «Mantenendone ferma la natura “leggera” e incidentale – come
nell’improvviso rendersi conto che la propria vita è racchiusa in un acquario – abbiamo
immaginato una struttura articolata attorno a cinque vicende, cinque storie di solitudine.
Dell’Istituzione Ministero ne viene definita la natura politica sostanzialmente ambigua e
tragicamente comica. È un luogo dove la liberazione del desiderio può attutire l’isolamento?
Come si classifica una persona sola? C’è un sussidio di solitudine? In cosa consiste e chi
ne ha diritto? Con cosa bisogna coincidere per essere definiti soli e dunque appartenere a
una categoria riconosciuta? È lo scandalo della solitudine. È l’affollamento degli assenti
nelle nostre vite, siano essi vivi, deceduti, spettri o tutta la moltitudine degli incontri mancati.
Solitudine tutta contemporanea, di un’allegrezza insidiosa e irragionevolmente lieve.
Solitudine come atlante di ricordi, catalogo di gesti, per percorrere il mondo e trattenere
qualcosa di un noi; solitudine incarnata in alcuni oggetti, quasi dei kit di sopravvivenza: uno
scatolone con tutta la vita dentro, un barattolo di miele fatto in casa, una pianta di plastica
verde acceso, un set da pic-nic pronto all’uso, come se fossero ‘sacche di storie’, utensili
eccessivi e numinosi per un’esistenza fuori dal normale».
Alma (Giulia Mazzarino) esce poco, le fa paura la materia che esplode, scompare e si
trasforma. Raccoglie ogni traccia del proprio presente: il rumore di un’ape quando muore o
come suona il mondo fuori dalla sua stanza. Dorme per sognare, a lungo e a colori.

F. (Francesco Villano), è l’unico di cui non sapremo mai il nome completo, sempre alle
prese con difficoltà economiche, chiede a più riprese un sussidio al Ministero per la
costruzione di un alveare; è ossessionato dal pensiero dell’estinzione.
Primo (Emiliano Masala) è di poche parole. Ha come unico partner una Real Doll, Marta,
con cui parla e accanto a cui silenziosamente sogna. Per professione è un “cleaner-
moderatore”, pulisce i social network da contenuti giudicati non ammissibili.
Simone (Tania Garribba) è un’impiegata del Ministero. È una sorta di emanazione stessa
del Luogo: incarna i cataloghi, le procedure, i protocolli di tutti gli specifici casi di solitudine
che le passano tra le mani. È una figura che intercetta, organizza e riscrive le tracce e le
‘vite degli altri’.
Teresa (Caterina Carpio) è fatta di atti mancati, oscilla tra aspirazioni borghesi e bovarismo.
Scrive un lunghissimo romanzo che presto presenterà̀ al mondo – o almeno così lei crede.
Ha un linguaggio ridondante, acceso, letterario, che sembra girare a vuoto.
Acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/il-ministero-della-solitudine/237714

dal 25 febbraio al 2 marzo dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19 e domenica h 17
RECOLLECTION OF A FALLING
30 anni di Spellbound Contemporary Ballet
Programma in due parti
Jacopo Godani – “Forma mentis”
Mauro Astolfi – “Daughters and angels”
Interpreti: Maria Cossu, Giuliana Mele, Lorenzo Beneventano, Alessandro Piergentili, Anita
Bonavida, Roberto Pontieri, Martina Staltari, Miriam Raffone, Filippo Arlenghi
Una produzione Spellbound
in collaborazione con Comune di Pesaro & AMAT per Pesaro Capitale italiana della Cultura
2024, Festival Torino Danza
durata 30’ e 38’ con intervallo di 15’
Viviamo in un pianeta pieno di ricordi. Abbiamo impiegato circa trent’anni per imparare
come assemblare i nostri e non diventarne schiavi.
Il ricordo della prima caduta, quell’attimo prima e soprattutto quell’attimo dopo che ci ha
fatto capire che è stato un bene spingerci verso esperienze più profonde. Questo è il nostro
punto di partenza, nato dall’idea e dal tentativo di parlare dell’interconnessione di tutto
quello che abbiamo attraversato.
Trent’anni per capire che non saremo mai delle isole indipendenti ma parte di un tutto.
Probabilmente avremo ricordi più ricchi di cui nutrirci, forse sempre più disordinati, ma pur
sempre qualcosa che mettiamo dentro e poi tiriamo fuori da noi stessi.
Recollection of a falling è il nostro sistema di dati accessibili e infinitamente espandibili.
Come esseri umani abbiamo fornito prove sufficienti delle nostre capacità di distruggere
tutto: il ricordo di una caduta, piccola o pericolosamente grande può essere il modo per
riconnetterci al mondo naturale, saltarci dentro e ricostruirlo ogni giorno.
Parte 1
Forma mentis
Coreografia, Art Direction, Luci, Costumi: Jacopo Godani
Musica originale: Ulrich Müller
Musica dal vivo Sergey Sadovoy
Assistente alle coreografie: Vincenzo De Rosa
FORMA MENTIS, un’esperienza coreografica che celebra giovani danzatori straordinari che
partecipano alla creazione di un manifesto artistico per le nuove generazioni. In questa
nuova creazione, Jacopo Godani utilizza l’arte della “danza intelligente” come strumento di
realizzazione e come mezzo di comunicazione diretta con le nuove generazioni.

Consapevole delle molteplici sfaccettature che siano state attribuite all’arte negli ultimi
decenni, Jacopo Godani ricerca un equilibrio tra la presentazione di un formato d’arte
contemporanea definito da un terreno etico e la creazione di un dispositivo che possa
fungere da sostegno per giovani artisti per trasformare la loro creatività in idee concrete e
progettualità.
Forma Mentis è una piattaforma vibrante per esplorare il potenziale della danza come
linguaggio universale per mezzo della propria intelligenza. Ogni passo, ogni movimento, è
un’opportunità per esprimere idee e visioni, creando un dialogo dinamico con sé stessi, il
pubblico e le generazioni future. In questo spazio creativo, Godani riconosce il valore del
talento e della determinazione professionale. Ogni danzatore, ogni artista, è un faro di
ispirazione per coloro che anelano a realizzare i propri sogni.
Forma Mentis non è solo una performance, ma un impegno a creare un impatto duraturo
usando la danza come strumento di incoraggiamento a una pluralità di idee e prospettive.
Ogni movimento sul palcoscenico è un passo avanti verso la scoperta e la celebrazione del
potenziale umano.
Forma Mentis è un invito a esplorare, a sognare e a creare, è un’opportunità per le nuove
generazioni di concretizzare i pensieri, alimentare le visioni e le aspirazioni.
Parte 2
Daughters and angels
Coreografia e regia: Mauro Astolfi
Set e Disegno luci: Marco Policastro
Musica originale: Davidson Jaconello
Costumi: Anna Coluccia
Assistente alle coreografie: Elena Furlan
Daughters and Angels è un lavoro ispirato dalla lettura di Knowledge and Powers di Isabel
Pérez Molina pubblicato da Duoda, un centro di ricerca interdisciplinare dell’Università di
Barcellona riconosciuto a livello internazionale nel campo degli Women’s Studies. Il testo
incrocia un interesse di Mauro Astolfi, coltivato fin da adolescente, rispetto all’immaginario
legato alle “streghe”, oltre la spettacolarità della cinematografia e alla patina della magia e
più rivolto ai costrutti culturali, gli stereotipi di genere, di linguaggio, gli abusi di potere
radicati ancora oggi.
Secondo Isabel Pérez Molina le donne in ambito medico furono le prime nella storia
occidentale a conoscere e a praticare soluzioni terapeutiche di diverso tipo. Durante il
Medioevo furono guaritrici, anatomiste e farmacologhe, intenditrici di piante medicinali e
conoscitrici dei segreti della medicina empirica tramandata da generazione in generazione.
Riconosciute dalla comunità come “donne sapienti”, ma “chafarderas” (pettegole), prima
che “streghe” dalle istituzioni, destabilizzavano un certo sistema organizzato e
soprasseduto dagli uomini, sfidando i limiti imposti dai modelli dominanti di genere al punto

da divenire un problema per l’élite maschile feudale e patriarcale. Durante il Rinascimento
la tensione misogina si consolida, insieme alle dinamiche di esclusione per le donne in ogni
campo. È in quel momento che la lotta per il controllo maschile della conoscenza e della
scienza si inasprisce e comincia la caccia alle streghe.
In Daughters and Angels Mauro Astolfi rielabora storia, sensazioni e percezioni personali,
per mettere in evidenza l’automatismo folle che porta a trasformare in violenza, negazione e
annichilimento tutto ciò che non si conosce. In scena, una grande seta nera rappresenta il
confine immaginario di un luogo dove riunirsi di notte, per nascondersi e decidere come
sopravvivere all’ignoranza legittimata. Il nero come blocco, negazione, opposizione,
protesta al potere, al controllo, al mistero. Ma anche luogo di sicurezza, riservatezza e
misteriosa inaccessibilità.
In Daughters and Angels, non parlo di magia, ma della possibilità di intraprendere un
percorso di conoscenza da parte del genere maschile del proprio femminile, smantellando
gli stereotipi di genere e mettendo in discussione alcune rocche forti della mascolinità.
Cerco di recuperare un’informazione antica, il semplice potere della conoscenza, senza
appartenenza né primati. La donna che immagino è stata una figlia che ricorda ed amplifica
ciò che ha imparato dalla sorgente, l’uomo, sembra aver dimenticato quasi tutto” (Mauro
Astolfi)
Acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/recollection-of-a-falling/237725

dal 4 al 9 marzo dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19 e domenica h 17
EDIPO RE
di Sofocle traduzione Fabrizio Sinisi
adattamento e regia Andrea De Rosa
con (in o.a.) Francesca Cutolo, Francesca Della Monica, Marco Foschi, Roberto Latini,
Frédérique Loliée, Fabio Pasquini
scene Daniele Spanò
luci Pasquale Mari
suono G.U.P. Alcaro
costumi Graziella Pepe
realizzati presso Laboratorio di Sartoria del PICCOLO TEATRO DI MILANO – TEATRO
D’EUROPA
produzione TPE – Teatro Piemonte Europa, Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, LAC
Lugano Arte e Cultura, Teatro Nazionale di Genova, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro
Nazionale
durata 75 min guarda il trailer https://www.youtube.com/watch?v=b0C4IkpRU6A&t=13s
“Sei tu”
La verità che Edipo sta cercando è chiara. Ma la luce di quella verità, per lui che è il
campione della chiarezza, è troppo forte e infine lo acceca.
Considerato uno dei testi teatrali più belli di tutti i tempi, Edipo re di Sofocle rappresenta il
simbolo universale dell’eterno dissidio tra libertà e necessità, tra colpa e fato. Arrivato al
potere grazie alla sua capacità di “far luce attraverso le parole”, abilità che gli aveva
permesso di sconfiggere la Sfinge che tormentava la città di Tebe, Edipo è costretto,
attraverso una convulsa indagine retrospettiva, a scoprire che il suo passato è una lunga
sequenza di orrori e delitti, fino a riconoscere la drammatica verità delle ultime, desolate
parole del Coro: “Non dite mai di un uomo che è felice, finché non sia arrivato il suo ultimo
giorno”.
In una città che non vediamo mai, un lamento arriva da lontano. È Tebe martoriata dalla
peste. Un gruppo di persone non dorme da giorni. Come salvarsi? A chi rivolgersi per
guarire la città che muore? Al centro della scena, al centro della città, al centro del teatro c’è
lui, Edipo. Lui, che ha saputo illuminare l’enigma della Sfinge con la luce delle sue parole, si
trova ora di fronte alla più difficile delle domande: chi ha ucciso Laio, il vecchio re di Tebe?
La risposta che Edipo sta cercando è chiara fin dall’inizio, e tuona in due sole parole: “sei
tu”. Ma Edipo non può ricevere una verità così grande, non la può vedere. Preferisce
guardare da un’altra parte. Sarà la voce di Apollo, il dio nascosto, il dio obliquo, a guidarlo
attraverso un’inchiesta in cui l’inquirente si rivelerà essere il colpevole. Presto si capirà che
il medico che avrebbe dovuto guarire la città è la malattia. Perché è lui, Edipo, l’assassino e

quindi la causa del contagio. La luce della verità è il dono del dio. Ma anche la sua
maledizione.
La nuova regia di Andrea De Rosa, che torna per l’occasione a lavorare con Fabrizio Sinisi
dopo la fortunata collaborazione sul testo di Processo Galileo, parte dalla storia di Edipo re
che ruota attorno alla verità, proclamata, cercata e misconosciuta. “Il sapere è terribile, se
non giova a chi sa.” Nello spettacolo di De Rosa, Edipo è interpretato da Marco Foschi,
affiancato da Roberto Latini nel ruolo di Tiresia, da Frédérique Loliée nella parte di
Giocasta, Fabio Pasquini di Creonte e da un coro dalle molteplici voci di Francesca Cutolo e
Francesca Della Monica. La messa in scena di Edipo re si avvale dell’intervento artistico di
Graziella Pepe ai costumi, Pasquale Mari alle luci e di G.U.P. Alcaro ai suoni, questi ultimi,
tra le molte collaborazioni, hanno affiancato De Rosa in Solaris. Le scene sono state
affidate a Daniele Spanò.
Acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/edipo-re/237704

Dall’11 al 16 marzo dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19 e domenica h 17
MOBY DICK ALLA PROVA
di Orson Welles
adattato – prevalentemente in versi sciolti – dal romanzo di Herman Melville
traduzione Cristina Viti
uno spettacolo di Elio De Capitani
costumi Ferdinando Bruni
musiche dal vivo Mario Arcari, direzione del coro Francesca Breschi
maschere Marco Bonadei, luci Michele Ceglia, suono Gianfranco Turco
con Elio De Capitani
e Cristina Crippa, Angelo Di Genio, Marco Bonadei, Enzo Curcurù, Alessandro Lussiana,
Massimo Somaglino, Michele Costabile, Giulia Viana/Giulia Di Sacco (in via di definizione),
Vincenzo Zampa, Mario Arcari
coproduzione Teatro dell’Elfo e Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale
durata 2 ore e 20 minuti + intervallo
guarda il trailer https://vimeo.com/manage/videos/580278056/5892caa461
Lo spettacolo è dedicato alla memoria di Gigi Dall’Aglio
Moby Dick alla prova, scritto (oltre che, a suo tempo, diretto e interpretato) da Orson
Welles, è lo spettacolo a cui Elio De Capitani ha lavorato nel corso dell’inverno del 2020/21
e che è giunto al debutto l’11 gennaio ’22 all’Elfo Puccini di Milano, ottenendo un
notevolissimo successo.
«Il testo di Welles, inedito in Italia, è un esperimento molteplice» sottolinea il regista «Blank
verse shakespeariano, una sintesi estrema del romanzo, personaggi bellissimi, restituiti in
modo magistrale e parti cantate. Noi abbiamo realizzato questo spettacolo ‘totale’, con in
più la gioia di una sfida finale impossibile: l’apparizione del capodoglio. E con un semplice
trucco teatrale siamo riusciti a crearla in scena».
La produzione di questo spettacolo di dimensioni corali vede associati il Teatro dell’Elfo e il
Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale.
In scena accanto a De Capitani (che interpreta Achab, padre Mapple, Lear e l’impresario
teatrale) troviamo Cristina Crippa, Angelo Di Genio, Marco Bonadei, Enzo Curcurù,
Alessandro Lussiana, Massimo Somaglino, Michele Costabile, Giulia Viana, Vincenzo
Zampa. Il cast salda le eccellenze artistiche di tre generazioni di interpreti. La musica dal
vivo di Mario Arcari e i canti diretti da Francesca Breschi (vibranti rielaborazioni degli sea
shanties) riempiono intensamente la scena generando emozioni profonde, in uno spazio
dominato da un fondale enorme, eppure leggero, cangiante e mutevole, capace di evocare
l’immensità del mare e la presenza incombente del capodoglio.

Orson Welles portò al debutto il suo testo il 16 giugno 1955, al Duke of York’s Theatre
di Londra. Lo mise in scena in un palco praticamente vuoto, scegliendo di non dare al
pubblico né mare, né balene, né navi. Solo una compagnia di attori e sé stesso in quattro
ruoli, Achab compreso. E vinse la sfida di portare in teatro l’oceanico romanzo di Melville
gettando un ponte tra la tragedia di Re Lear e Moby-Dick: l’ostinazione del re – che la vita,
atroce maestra, infine redimerà – si rispecchia in quella irredimibile, fino all’ultimo istante,
dell’oscuro e tormentato capitano del Pequod.
Splendidamente tradotto per l’Elfo dalla poetessa Cristina Viti, il copione di Welles
restituisce con forza d’immagini la prosa del romanzo.
Dalle note di regia
Achab, come Kurtz in Cuore di tenebra, per devastare la natura, soggioga i suoi simili e ne
fa strumento del suo odio, con estrema facilità: compito agevole, dopotutto… La mia unica
ruota dentata sa mettere in moto i loro diversi meccanismi… ed eccoli tutti in moto…
Vitalismo rapace, prepotentemente – ma non esclusivamente – occidentale, che
rappresenta quella parte d’umanità che ci porta al disastro, al gorgo mortale che inghiotte la
Pequod. Siamo alla sesta estinzione di massa, siamo al riscaldamento globale, siamo
sull’orlo del baratro e continuiamo a correre. Generando odiatori meno mitici ma altrettanto
ferali di Achab. Diciamolo: Moby-Dick parla di noi, oggi. Ne parla come solo l’arte sa fare.
Cogliendo il respiro dei secoli – tra passato e futuro – nel respiro di ogni istante della nostra
vita. Elio De Capitaniquella di Cristiana Morganti, complice l’esplosione di energia che fa seguito alla catarsi di
questa confessione aperta, sincera, sofferente ma di un dolore mai autocompiaciuto, anzi
immediatamente lenito dalla risata, anche di sé, con il pubblico.
Accompagnati da un collage musicale che spazia da Vivaldi al punk-rock di Peaches, da
Giselle, di Adolphe Adam alla musica elettronica di Ryoji Ikeda, si alternano momenti di
danza e di parola, come l’irresistibile sfogo sui divieti stilistici che imbrigliano chi è cresciuto
sotto la direzione di uno dei più grandi nomi della danza di sempre, Pina Bausch, o il
tentativo ripetuto, e inevitabilmente sempre fallito, di spiegare lo spettacolo a chi guarda,
così che poi “ci si possa rilassare”. Numerose altre piccole, deliziose storie conducono a un
finale che è un delicato ritorno all’interiorità. Lo spettacolo non va spiegato, sembra dire
Cristiana Morganti, meglio godersi il viaggio, esattamente come nella vita. Acquista on line
https://www.vivaticket.com/it/ticket/behind-the-light/237699
Sono aperte le iscrizioni per la Master Class di Teatro Danza con Cristiana Morganti per
danzatori e attori professionisti per un massimo di 20 partecipanti che si terrà MARTEDI 18
e MERCOLEDI 19 MARZO 2025 dalle h 15.00 alle h 19.30 Presso il Teatro Vascello. La
Master Class si svolgerà su 2 giorni con lo stesso gruppo: quindi 2 classi di 4 ore
l’una, dalle h 15.00 alle h 19.30 (4 ore di lezione + 1 pausa di 30 min). 
Costo d’iscrizione 150 Euro a persona. Per poter partecipare è necessario inviare la
richiesta con il curriculum a  produzione@teatrovascello.it  
Si richiede ai partecipanti di garantire la loro presenza in entrambi i giorni per tutte le ore.

25-26 marzo martedì e mercoledì h 21
ERODIADE

di Giovanni Testori
con Francesca Benedetti
spettacolo a cura di Marco Carniti
Musiche Originali David Barittoni
Video Artist Francesco Scandale
Aiuto regia Francesco Lonano
Erodiade per Giovanni Testori si fa corpo, metà Dio, metà donna che scopre il lato ambiguo
e fluido della sua virilità. Francesca Benedetti, musa dell’autore milanese, affronta la
scrittura testoriana facendosi carne e sangue e immergendosi in un flusso verbale senza
precedenti per restituire al pubblico, il mito ribaltato di un personaggio
controverso e trasgressivo come Erodiade, che oggi si fa.

dal 28 marzo al 6 aprile dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19 e domenica h 17
debutto venerdì 28 marzo h 21
LA PULCE NELL’ORECCHIO
di George Feydeau
traduzione, adattamento e drammaturgia Carmelo Rifici e Tindaro Granata
regia Carmelo Rifici
con (in ordine alfabetico)
Fausto Cabra
Alfonso De Vreese
Giulia Heathfield Di Renzi
Ugo Fiore
Tindaro Granata
Christian La Rosa
Marta Malvestiti
Marco Mavaracchio
Francesca Osso
Alberto Pirazzini
Emilia Tiburzi
Carlotta Viscovo
e un attore in via di definizione
scene Guido Buganza
costumi Margherita Baldoni
luci Alessandro Verazzi
musiche Zeno Gabaglio
assistente alla regia Giacomo Toccaceli
coaching movimenti acrobatici Antonio Bertusi
coaching clownerie Andreas Manz
realizzazione maschera Alessandra Faienza
supporto realizzazione scene e attrezzeria Matteo Bagutti
costumista assistente Ilaria Ariemme
direttore di scena e capo macchinista Ruben Leporoni
macchinista e movimentazione pedana girevole Fabrizio Cosco
capo elettricista Alessandro Di Fraia
fonico Nicola Sannino
sarta di scena Margherita Platé
aiuto sarta Ottavia Castellotti
trucco e parrucco Enrico Maria Ragaglia
costumi realizzati presso il Laboratorio di Sartoria del Piccolo Teatro di Milano – Teatro
d’Europa
produzione LAC Lugano Arte e Cultura, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa

dal 9 al 13 aprile da mercoledì al venerdì h 21, sabato h 19 e domenica h 17
I FANTASMI DELLA NOSTRA STORIA
un progetto di Fabrizio Gifuni
IL MALE DEI RICCI Ragazzi di vita e altre visioni Pier Paolo Pasolini
un’idea di Fabrizio Gifuni
da Ragazzi di vita, Poesia in forma di rosa, Scritti corsari, Lettere luterane,
Seconda forma de La meglio gioventù di Pier Paolo Pasolini
durata 1 h e 20’, atto unico
A quasi vent’anni dal debutto di ‘Na specie de cadavere lunghissimo (2004) spettacolo
culto, andato in scena per dieci anni consecutivi, ideato e interpretato dall’attore, con la
regia di Giuseppe Bertolucci, Fabrizio Gifuni ritorna alle pagine di Pasolini con una nuova
drammaturgia originale. La rilettura di Ragazzi di vita romanzo d’esordio dello scrittore
interpolata e storicizzata con altri scritti pasoliniani (poesie, lettere, editoriali, interviste) dà
vita a un racconto molto personale che l’attore autore trasferisce in teatro, dialogando ogni
sera con i rappresentanti della città, i cosiddetti spettatori, in un gioco di inedite prospettive
e vertiginosi sdoppiamenti.
L’attore si fa carico di portarci dentro le giornate di questi giovani ragazzi, ci restituisce la
loro generosità e i loro egoismi, il comico, il tragico, il grottesco, la violenza di questo
sciame umano che dai palazzoni delle periferie si muove verso il centro, in un percorso che
è anche un rito di passaggio dall’infanzia alla prima giovinezza. Ma il corpo/voce di Gifuni ci
costringe al contempo a misurarci con un fantasma poetico, una voce inquieta che continua
a reclamare un ascolto. Ancora oggi in direzione ostinata e contraria.
Acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/i-fantasmi-della-nostra-storia-il-male-dei-
ricci/237710
CON IL VOSTRO IRRIDENTE SILENZIO
Studio sulle lettere dalla prigionia e sul memoriale di Aldo Moro ideazione e drammaturgia
di Fabrizio Gifuni
Si ringraziano Nicola Lagioia e il Salone internazionale del Libro di Torino, Christian Raimo
per la collaborazione
Francesco Maria Biscione e Miguel Gotor per la consulenza storica
durata 1 h e 40’ circa, atto unico
Aldo Moro durante la prigionia parla, ricorda, scrive, risponde, interroga, confessa, accusa,
si congeda. Moltiplica le parole su carta: scrive lettere, si rivolge ai familiari, agli amici, ai
colleghi di partito, ai rappresentanti delle istituzioni; annota brevi disposizioni testamentarie.
E insieme compone un lungo testo politico, storico, personale – il cosiddetto memoriale –
partendo dalle domande poste dai suoi carcerieri.

Le lettere e il memoriale sono le ultime parole di Moro, l’insieme delle carte scritte nei 55
giorni della sua prigionia: quelle ritrovate o, meglio, quelle fino a noi pervenute. Un fiume di
parole inarrestabile che si cercò subito di arginare, silenziare, mistificare, irridere. Moro non
è Moro, veniva detto.
La stampa, in modo pressoché unanime, martellò l’opinione pubblica sconfessando le sue
parole, mentre Moro urlava dal carcere il proprio sdegno per quest’ulteriore crudele tortura.
A distanza di quarant’anni il destino di queste carte non è molto cambiato.
Poche persone le hanno davvero lette, molti hanno scelto di dimenticarle. I corpi a cui non
riusciamo a dare degna sepoltura tornano però periodicamente a far sentire la propria voce.
Le lettere e il memoriale sono oggi due presenze fantasmatiche, il corpo di Moro è lo spettro
che ancora occupa il palcoscenico della nostra storia di ombre.
Dopo aver lavorato sui testi pubblici e privati di Carlo Emilio Gadda e Pier Paolo Pasolini, in
due spettacoli struggenti e feroci, riannodando una lacerante antibiografia della nazione,
Fabrizio Gifuni attraverso un doloroso e ostinato lavoro di drammaturgia si confronta con lo
scritto più scabro e nudo della storia d’Italia.

dal 15 al 19 aprile dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19
SALVEREMO IL MONDO PRIMA DELL’ALBA
Uno spettacolo di CARROZZERIA ORFEO
Drammaturgia Gabriele Di Luca
Con (in o.a.)
Sebastiano Bronzato
Alice Giroldini
Sergio Romano
Roberto Serpi
Massimiliano Setti
Ivan Zerbinati
Regia Gabriele Di Luca, Massimiliano Setti, Alessandro Tedeschi
Assistente alla regia Matteo Berardinelli
Consulenza filosofica Andrea Colamedici – TLON
Musiche originali Massimiliano Setti
Scenografia e luci Lucio Diana
Costumi Stefania Cempini
Direzione tecnica Alice Mollica e Andrea Gagliotta 
Tecnico elettricista Ermanno Marini
Creazioni video Igor Biddau
Con la partecipazione video di Elsa Bossi, Sofia Ferrari e Nicoletta Ramorino
Una coproduzione Marche Teatro, Teatro dell’Elfo, Teatro Nazionale di Genova,
Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini
in collaborazione con Centro di Residenza dell’Emilia-Romagna “L’arboreto – Teatro
Dimora | La Corte Ospitale
Durata dello spettacolo 120’ con intervallo
Linguaggio esplicito
Guard il trailer https://www.youtube.com/watch?v=fZkXkc3xyjQ
Dopo aver esplorato in diversi spettacoli il mondo degli ultimi, dei reietti, degli esclusi e dei
perdenti, in questa nuova produzione Carrozzeria Orfeo indaga il mondo del benessere e
dell’apparente successo, attraverso il racconto dei primi, dei vincenti, della classe dirigente,
dei ricchi, paradossalmente, però, imprigionati nello stesso vortice di responsabilità
asfissianti, doveri castranti, sensi di colpa e infelicità che appartengono a tutti e, quindi,
frantumati da tutto ciò che la mentalità capitalista non può comprare: l’amore per se stessi,
la purezza dei sentimenti, gli affetti sinceri, la ricerca di un senso autentico nell’esistenza.
NOTE DI DRAMMATURGIA di Gabriele Di Luca
“Il bene non potrà mai vincere perché è sfinente. L’onestà, la sincerità, il vero amore, sono
tutte cose sfinenti da praticare perché non durano, sono solo degli istanti. Mentre il male è
un maledetto maratoneta, uno spietato realista senza sonno che ha la resistenza dalla sua.”

Salveremo il mondo prima dell’alba è il racconto della vita di alcuni ospiti in una clinica di
riabilitazione di lusso situata su un satellite nello spazio, nuova meta turistica dei super
ricchi, specializzata nella cura delle dipendenze contemporanee (sessuali, affettive, da
lavoro, da psicofarmaci). Sono tutti vittime ognuno della propria dipendenza e del proprio
egoismo, vie di fuga da una realtà opprimente. Ma le dipendenze e la riabilitazione
costituiscono solo il sintomo esteriore di problemi più profondi ed esistenziali… di una
sensazione di smarrimento comune ad un’intera generazione.
L’intero spettacolo, infatti, vuole farsi metafora di un modello di vita ormai giunto a un punto
di non ritorno, dove parole come comunità, umanità e gentilezza sono quasi del tutto
scomparse e bandite se non per essere strumentalizzate a fini propagandistici, elettorali e
commerciali. Ciò che ne rimane è un’umanità confusa e impaurita, sopraffatta
dall’ossessione di questo continuo doversi vendere, con il terrore che nessuno ti voglia mai
comprare. Il tutto viene esplorato in pieno stile Carrozzeria Orfeo, grazie a un occhio
sempre lucido e, forse, disilluso, che intende cogliere, con ironia ed estremo divertimento, i
paradossi, le contraddizioni e le deformazioni grottesche della realtà attraverso personaggi
strabordanti di umanità, ironia e dolore.
Lo spettacolo, in fondo, vuole raccontare una società sempre più triste, eppure, satura di
foto felici in cui non sembra più esistere un luogo dove riconoscersi come soggetti autentici,
né tantomeno in progetti sociali che richiedano la nostra dedizione e la nostra lealtà. Perché
l’unico comandamento sembra essere quello di produrre; l’errore è bandito, la sofferenza
individuale è percepita come una vergogna, una zavorra da nascondere agli altri, come
segnale chiaro di debolezza e fallimento; mentre, in modo sempre più meschino e
ingannevole, va affermandosi la nuova eroica parola portavoce del capitalismo, resilienza,
che, nel cinico pragmatismo di questo sistema malato, in fondo significa solo: “Resisti
nonostante tutto, ignora te stesso e il tuo dolore, nascondilo, non ascoltarti più e vai avanti.
Produci, produci, produci!” E se non esiste limite alla produzione, anche individualmente,
dai desideri soddisfatti nascono di conseguenza sempre nuovi desideri. Sempre più
prepotenti, ossessivi e, spesso, indotti dal mondo esterno. Come se volessimo bere il mare
di bicchiere in bicchiere. L’infinito. L’impossibile. Un impossibile ricerca senza tempo. Ed è
da qui che viene il nostro dolore.
Hegel ci parla di Cattivo infinito come di “questo continuo voler sorpassare il limite, che è
l’impotenza di toglierlo e la perenne ricaduta in esso.” E il grande problema sembra essere
che ormai non ci si scandalizza nemmeno più delle disfunzioni e delle atrocità del sistema,
perché è un modello di vita diventato così maledettamente normale da essere riuscito a
colonizzare il nostro inconscio senza lasciarci nessuna percezione di un’alternativa.
Il tema centrale di Salveremo il mondo prima dell’alba, quindi, si fonda sulla riflessione
che, a nostro avviso, nei prossimi decenni, l’umanità non potrà essere assolutamente in
grado di ritrovarsi unita nel combattere le grandi battaglie da tempo rimaste inascoltate,
come il cambiamento climatico, l’inquinamento, la fame nel mondo e l’ingiustizia,
semplicemente perché non è preparata a farlo. In un contesto alienante, dove le nuove

generazioni sembrano ereditare solo valori come successo, visibilità e vittoria, diviene
impossibile pensare a una grande battaglia collettiva per salvare questo pianeta e chi lo
abita. Quando i politici stessi si espongono su tik tok per pubblicizzarsi e la vita politica, al
pari di tutto il resto, diventa mera comunicazione, non può esistere una classe dirigente in
grado di sensibilizzare la cittadinanza sui grandi temi. Forse, allora, per poter combattere
delle grandi battaglie comuni, dovremo prima essere in grado di ritrovare quel senso di
reciprocità e solidarietà che sembriamo aver smarrito. Potremo concentrarci sulle grandi
battaglie collettive solo se riusciremo prima a riabituarci a guardare con occhi attenti ciò che
ci è vicino. Potremo, forse, farcela solo se riusciremo ad arginare tutta quell’invisibile, eppur
feroce, violenza quotidiana tra esseri umani. Perché lo sappiamo tutti, ci troviamo di fronte a
una pandemia, sì… di indifferenza ed egoismo. Ma se riusciremo in questo, se riusciremo a
riavvicinarci attraverso un gesto e un pensiero sincero, un insignificante atto di cura gratuita,
se riusciremo a ritagliare, in mezzo al caos, uno spazio per il pensiero semplice, familiare e
umano, forse, come proveranno a fare i ricchi e delusi ospiti del nostro rehab… beh, forse
(ma chi può dirlo), potremo salvare il mondo prima dell’alba.
“Non siamo in grado di riconoscere le cose importanti, siamo troppo stanchi ed esausti dal
resto. Vediamo la vita solo sfiorando la catastrofe.” «Quando Gabriele Di Luca mi ha
proposto di fare da consulente filosofico per il suo nuovo spettacolo ne sono stato
entusiasta: amo il lavoro di Carrozzeria Orfeo, un mix sapiente di potenza visionaria, ironia
devastante e ritratti chirurgici dei nostri abissi grotteschi. Così, ci siamo visti alcune volte per
chiacchierare, abbiamo organizzato incontri con una nota astronauta italiana per capire
meglio com’è la vita nello spazio (“non c’è poesia nel guardare ogni giorno la Terra da
lontano. È un lavoro come un altro. Se vuoi la poesia devi portartela da casa”), e abbiamo
condiviso letture, visioni e spunti sull’aggressività umana, sulle diseguaglianze, sul
transumanesimo. Quando, poi, Gabriele mi ha mandato il testo dello spettacolo ho pensato
subito al videogame degli anni ’90 Mortal Kombat, un picchiaduro violentissimo e gustoso in
cui, dopo la vittoria, appariva sullo schermo la scritta con il sangue Finish him!, e il giocatore
aveva a disposizione una manciata di secondi per realizzare la Fatality con cui
spettacolarizzare la morte dell’avversario. Salveremo il mondo prima dell’alba è la Fatality di
Carrozzeria Orfeo: finisce lo spettatore togliendogli tutte le illusioni perbeniste, le certezze
su buoni e cattivi e le aspettative sull’umano mal riposte, e lo obbliga a godersi notte oscura
del nostro tempo, senza speranze a fare da lucine d’emergenza e a rovinare il buio. In
questo modo, però, fa accadere l’impossibile: la manifestazione di un senso della vita. Un
senso forse tragico, senz’altro ironico, ma comunque un senso capace di tenerci in piedi
malgrado tutto. E di far vedere, con Nietzsche, “La vita come mezzo della conoscenza: con
questo principio nel cuore si può non soltanto valorosamente, ma perfino gioiosamente
vivere e gioiosamente ridere”. Prima, però, “vi farà molto incazzare”» Andrea Colamedici –
TLON

Dal 6 all’11 maggio dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19 e domenica h 17
6 DONNE che hanno segnato la storia/ 6 AUTORI che le raccontano
sei giorni per sei grandi ritratti femminili
testi originali di Viola Ardone, Maurizio De Giovanni, Norma Jeane, Dacia Maraini, Eugenio
Murrali, Sandra Petrignani
con Mariangela D’Abbraccio e Manuela Kustermann
Camille Claudel – Dacia Maraini
Marie Curie – Sandra Petrignani
Marilyn Monroe – i suoi diari segreti
Maria Montessori – Eugenio Murrali
Rosa Luxemburg – Viola Ardone
Billie Holiday – Maurizio De Giovanni
un progetto di Mariangela D’Abbraccio
regia Francesco Tavassi
produzione La Fabbrica dell’Attore / Teatro Vascello
Il progetto, si articola in sei giorni.
Ogni replica è dedicata ad una grande figura femminile.
Ogni ritratto sarà opera di un autore diverso, pensato per una sola voce, in forma
monologo/reading.
Un viaggio attraverso il grande talento femminile che ha inciso, segnato e modificato la
nostra storia, passando spesso attraverso dure battaglie sociali, discriminazioni e
sofferenze. Hanno aderito al progetto, alcune delle firme più prestigiose e talentuose del
nostro panorama autoriale.
Camille, la scultrice geniale e incompresa, che fu tra le prime ad esprimersi attraverso una
forma d’arte, fino allora maschile. Consumata dalla passione per il suo maestro/amante
Auguste Rodin e rinchiusa dalla stessa madre in manicomio, dove muore dimenticata da
tutti. Billie, la signora triste del jazz, cresciuta fra violenza e degrado ma capace, a soli 24
anni, di sfidare con la voce le discriminazioni razziali cantando Strange Fruit.
Marie, scienziata fra le più brillanti del Novecento, insignita di due Premi Nobel, per i suoi
studi sulle radiazioni e per aver scoperto il radio e il polonio. Muore tradita dalle radiazioni
oggetto della sua ricerca.
Rosa, rivoluzionaria di professione, studiosa marxista e antimilitarista, creò il Gruppo
Internazionale, che sarebbe diventato in seguito la Lega Spartachista, che entrò a far parte
del Partito Socialdemocratico Indipendente di Germania, prima di divenire infine il nucleo di
quello che diverrà poi il Partito Comunista di Germania. Fu uccisa da un colpo di pistola alla
testa e gettata in un canale.
Marilyn, la più grande diva del cinema e icona di femminilità, prigioniera della sua immagine
e della crudeltà dello star system, fu vittima del potere maschile intellettuale e politico dei
suoi anni fino alla sua precoce e misteriosa morte.

Maria, è stata una pedagogista, educatrice e medica italiana, internazionalmente nota per il
metodo educativo che prende il suo nome, adottato in migliaia di scuole dell’infanzia,
elementari, medie e superiori in tutto il mondo. Fu tra le prime donne a laurearsi in medicina
in Italia, attiva nella lotta per l’emancipazione femminile e costretta ad abbandonare l’Italia
per le sue idee.
Sei donne di eccezionale talento e di struggente umanità, vittime di discriminazione e
protagoniste di grandi battaglie, che hanno segnato in modo determinante la Storia e le
storie di noi tutti. A raccontarle, attraverso differenti registri narrativi, sei autori per sei
narrazioni in forma di reading pensate per due voci, quelle di Mariangela D’Abbraccio e
Manuela Kustermann, protagoniste del nostro teatro, interpreti fra le più attente e sensibili
della scena italiana. Sei diverse performance che compongono un percorso drammaturgico
e restituiscono tutta la fragilissima potenza di donne straordinarie.
Acquista on line https://www.vivaticket.com/it/search?q=6%20donne&o=date

dal 13 al 18 maggio dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19 e domenica h 17
FELICISSIMA JURNATA
Finalista Forever Young – La Corte Ospitale 2022
Vincitore del premio Giuria Popolare – Dante Cappelletti 2021
drammaturgia e regia Emanuele D’Errico
con Antonella Morea e Dario Rea
e con le voci delle donne e degli uomini del Rione Sanità
scene Rosita Vallefuoco
musiche originali Tommy Grieco
suono Hubert Westkemper
luci Desideria Angeloni
costumi Rosario Martone
aiuto regia Clara Bocchino
realizzazione scene Mauro Rea
macchinista Michele Lubrano Lavadera
fonico Stefano Cammarota
foto di scena Laila Pozzo
ufficio stampa Linee Relations (Valeria Bonacci, Giorgia Simonetta)
produzione Cranpi, Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, Putéca Celidònia
in collaborazione con La Corte Ospitale – Forever Young 2022
con il sostegno di Teatro Biblioteca Quarticciolo
e di C.RE.A.RE Campania Centro di residenze della Regione Campania
durata 60’ guarda il trailer https://vimeo.com/928531604
Felicissima jurnata cerca di cogliere l’essenza o, forse, l’assenza di vita reale che unisce
sul filo della solitudine il basso napoletano e quel che ne resta di Giorni Felici di Beckett.
Dal 2018 Putéca Celidònia vive attivamente il Rione Sanità di Napoli portando il teatro in
mezzo ai vicoli bui ed abbandonati.
“Ci è successo, dopo aver gradualmente preso confidenza, di entrare in alcuni bassi (la
tipica abitazione al piano terra con ingresso su strada) e di trovare una situazione surreale.
Così abbiamo deciso di iniziare un viaggio!
Nello zaino abbiamo messo la macchina da presa, il quaderno degli appunti e le domande
che il testo di Giorni Felici ci ha mosso, immergendoci nelle storie delle persone che ci
hanno sorpreso, rapito e portato su di una strada imprevista.
E tra un’intervista e l’altra abbiamo domandato loro chi fosse Beckett e nessuno lo aveva
mai sentito nominare. Eppure ci sembravano così vicini, così familiari.
Il testo è venuto da sé, lo hanno scritto loro: le storie di Assunta, Pasqualotto, Angela e di
tutti gli altri sono così pregne da poterci scrivere romanzi per ognuno di loro. Questo testo è
anche la storia di una donna di centonove anni C-E-N-T-O-N-O-V-E ANNI che ancora si
trucca, che mette lo smalto e “sente” la gente intorno che suona e che canta.

Di queste storie si compone Felicissima jurnata, che pone l’accento sulla paralisi emotiva
e fisica che queste persone si impongono per mancanza di mezzi. Molti di loro non sono
mai usciti dalla loro città – nel migliore dei casi – e nel peggiore non sono mai usciti dal
proprio quartiere e chissà da quanto tempo dalla propria casa. Non è prigionia questa? È
una prigionia consapevole o inconsapevole?”
Acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/felicissima-jurnata/237707

dal 20 al 25 maggio dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19 e domenica h 17
LA GATTA SUL TETTO CHE SCOTTA
di Tennessee Williams
traduzione Monica Capuani
regia Leonardo Lidi
con Valentina Picello, Fausto Cabra e cast in via di definizione
scene e luci Nicolas Bovey
costumi Aurora Damanti
assistente regia Alba Maria Porto
Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale
Dopo Lo zoo di vetro Leonardo Lidi torna a Tennessee Williams allestendone il primo
grande successo teatrale: La gatta sul testo che scotta, andato in scena in prima assoluta a
Chicago nel 1944. Una ricca famiglia del Sud degli Stati Uniti entra in crisi di fronte alla
morte annunciata del padre-padrone, mettendo in mostra l’avidità e la debolezza di
carattere dei due figli, ed in particolare il dramma di Brick e di sua moglie, la gatta del titolo.
Brick e Maggie vivono insieme ma da tempo non hanno rapporti sessuali, per volere di lui,
che ritiene la moglie responsabile del suicidio del suo amico Skipper. Ritratto formidabile di
un uomo che lotta rabbiosamente “contro la luce che muore” (sono versi di Dylan Thomas),
questa è una delle prime e più violente prese di posizione a proposito del tema
dell’omosessualità, significativamente scomparso nella notissima versione cinematografica
di Elia Kazan, interpretata da Paul Newman e Liz Taylor. Il teatro di Leonardo Lidi, regista
residente del Teatro Stabile di Torino, si muove da tempo attraverso le pagine dei più grandi
autori per la scena (García Lorca, Čechov, Molière), focalizzando il proprio lavoro sui
delicati rapporti familiari e sulla tenerezza dei sentimenti negati, un punto di vista registico
che gli è valso numerosi riconoscimenti da parte della critica.
Acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/la-gatta-sul-tetto-che-scotta/237718

INFO ORARI
dal martedì al venerdì h 21
sabato h.19
domenica h.17
lunedì h 21
Circo El Grito h.19
Emma Dante Il Canto della Sirena Vascello dei Piccoli sab. 16,30 dom.11,30
BIGLIETTERIA
intero € 25
over 65 € 20
cral e convenzioni € 18
studenti € 16
Vascello dei piccoli € 15 / € 12 (bambini)
Concerti € 15 / € 12 (studenti e anziani)
Abbonamenti
Zefiro (8 titoli) € 120
Eolo (9 titoli) € 135
Card libera (6 spettacoli a scelta su tutta la programmazione) € 108
Card love a 2 spettacoli a scelta su tutta la programmazione per 2 persone (4 ingressi) € 72

Zefiro
DE PROFUNDIS
CAPITOLO II
IL GIARDINO DEI CILIEGI
IL RITO
IL MINISTERO DELLA SOLITUDINE
MOBY DICK
LA PULCE NELL’ORECCHIO
LA GATTA SUL TETTO CHE SCOTTA
Eolo
UCCELLINI
LA VEGETARIANA
LA SCORTECATA
FAUST
BAHAMUTH
IL GRANDE VUOTO

Coop. La Fabbrica dell’Attore (E.T.S.) iscritta all’Albo delle Cooperative n.A138933 Partita Iva 00987471000 C.F. 01340410586
via Giacinto Carini n.78 00152 Roma tel. 065881021 fax 065816623 E-mail: amministrazione@teatrovascello.it

www.teatrovascello.it

BOCCONI AMARI SEMIFREDDO
EDIPO RE
FELICISSIMA JURNATA
Campagna abbonamenti
Abbonamento Zefiro 120 euro (8 titoli) (ACQUISTA ONLINE
https://www.vivaticket.com/it/Ticket/abbonamento-zefiro-8-spettacoli/237688 ) con
eventuale scelta del posto
Abbonamento Eolo 135 euro (9 titoli) (ACQUISTA ONLINE
https://www.vivaticket.com/it/Ticket/abbonamento-eolo-9-spettacoli/237687 ) con
eventuale scelta del posto
Card libera 108 euro (6 spettacoli a scelta) (ACQUISTA ONLINE
https://www.vivaticket.com/it/Ticket/card-libera-6-spettacoli/237689 ) con eventuale
scelta del posto
Card love 72 euro (2 spettacoli a scelta per 2 persona) (ACQUISTA ONLINE
https://www.vivaticket.com/it/Ticket/card-love-2-spettacoli-4-ingressi/237690 ) con
eventuale scelta del posto
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Vascello: Via Giacinto Carini, 43, Roma; Via Maurizio Quadrio, 22, 00152 Roma, Via R.
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