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Friday, June 22, 2018

NAIM ARAIDI: IN MEDIO ORIENTE L’EUROPA POTREBBE FARE DI PIU’

Posted by Punto Continenti On gennaio - 18 - 2015 Commenti disabilitati su NAIM ARAIDI: IN MEDIO ORIENTE L’EUROPA POTREBBE FARE DI PIU’

E’ presente in Italia con sette incontri Naim Araidi, poeta ed ex Ambasciatore israeliano in Norvegia, per parlare del suo successo letterario Canzoni di Galilea – La poesia che unisce i popoli – (edizioni SEAM, presentazione e traduzione di Stefania Battistella) e per spiegare il pensiero dei luoghi comuni dell’islam. Il 21 gennaio Araidi sarà  a Roma presso la libreria Pellicanolibri (via Gattico, 3, 06 6156 3181,  ore 18:00) sede delle presentazioni letterarie e dei dibattiti sul sociale organizzati dallo scrittore e poeta  Beppe Costa, fondatore della casa editrice che oggi porta il nome della libreria.

Attualmente Araidi è anche il Direttore del Centro di Letteratura per bambini presso il Collegio Arabo e Coordinatore di Studi per gli studenti non ebrei del Gordon College. Inoltre svolge un’intensa attività giornalistica avendo, tra l’altro, partecipato alla redazione della rivista dell’Unione degli Scrittori Ebrei Mifgash, oltre a fondare la rivista Al-Aswar. Prima di presentare il suo libro a Roma abbiamo avuto modo di intervistarlo per approfondire alcuni aspetti riguardanti il tormentato Medio oriente.

 

Dott. Naim, qual è il principale messaggio che lei cerca di trasmettere attraverso il suo libro ‘Canzoni di Galileia’?

 

Il primo messaggio è la traduzione. Attraverso le poesie voglio far sapere alle persone e ai lettori che, anche considerando la questione che noi viviamo, all’interno di un un conflitto molto complicato, noi dobbiamo ancora amare e vivere tutti assieme. Gli uomini e le donne che provengono da molte religioni, culture, loro possono vivere assieme. Penso che la poesia possa parlare al mio posto dal momento che sono un poeta e non uno scrittore.

 

Ormai è sensazione diffusa che la questione palestinese non si risolverà mai. Eppure, la soluzione di due Stati che convivono pacificamente è l’unica possibile. A lei non è mai venuto il sospetto che sia in campo palestinese che in quello israeliano politicamente ed economicamente ci siano molti, forse troppi, che non hanno alcun interesse a che si arrivi alla pace?

 

Sicuro ci sono molti gruppi da entrambe le parti che hanno qualche interesse a mantenere la situazione in conflitto. Prima di tutto sono d’accordo che la soluzione sia quella di stabilire due Stati perché ogni Stato ha la sua lingua, la sua cultura e così via. Però ci sono molte persone e gruppi che hanno interesse a mantenere solo uno Stato a causa dei loro interessi. E ne possiamo parlare, dei loro interessi. Quindi sono sicuro che questi  interessi ci siano.

 

Come sono le relazioni tra gli intellettuali palestinesi e  israeliani e in che misura gli scrittori e gli artisti possono aiutare a risolvere questo problema?

 

Ci sono molte atteggiamenti che gli intellettuali potrebbero tenere. Da entrambi le parti ci sono comportamenti positivi che portano gli intellettuali e gli artisti a incontrarsi e a parlare, per preparare l’atmosfera per i politici affinché possano prendere la decisione giusta. E loro, gli intellettuali, credono di poterlo fare parlando e dialogando. Ma da entrambe le parti, ci sono correnti ed elementi che non credono nell’incontro e nel dialogo.

 

Per esempio, se pensiamo al campo israeliano, che ha rigettato la possibilità di due Stati, è noto il loro pensiero di non poter dare ai palestinesi il loro Stato perché  ritengono che la maggioranza dei palestinesi pensi solo a uno Stato palestinese che comprenda Gaza e Cisgiordania. Per questi israeliani i palestinesi guardano alle due ‘conquiste’ come punti di partenza o gradini iniziali per tornare a prendere, man mano, quella che era la Palestina nel suo principio, la Palestina storica. E’ questo ciò che molti israeliani pensano in merito all’atteggiamento e alle intenzioni dei palestinesi. Nel campo palestinese, invece, c’è chi crede che Israele non voglia la pace ma pensi solo di prendere tutta la Palestina come è stato promesso nella bibbia.

 

Qual è il suo rapporto personale con l’Italia e come giudica la politica estera italiana e quella europea nei riguardi della questione arabo israeliana?

 

La mia relazione con l’Italia è una relazione legata alla letteratura, alla cultura e all’arte in generale. Non ho relazioni con politici ma solo relazioni riguardanti le arti. So che l’immagine di Israele in Europa, in generale, e specialmente in Italia, è davvero negativa. Perché  gli europei, nei riguardi di questo conflitto, fanno attenzione solo alle conseguenze determinate dai fatti di cronaca riportati dai telegiornali. Non si chiedono perché il conflitto è iniziato, o non dedicano molta attenzione a questo aspetto.

 

Gli europei guardano solo ai fatti senza cercare di risalire ai motivi scatenanti. Per Israele questa è una cosa sbagliata. Per quanto riguarda i palestinesi, che in  maggioranza sono arabi musulmani, tutto ciò che avviene in Europa e nel mondo per opera dell’estremismo musulmano, come gli attacchi terroristici o quello che recentemente è accaduto a Parigi, solo può danneggiarli e rendere ancora più difficile la loro situazione. Quello che mi aspetto dall’Europa è che approfondisca meglio le ragioni di questo conflitto, in modo da avere un quadro generale più corrispondente alla realtà. Solo così potrà assumere delle posizioni equilibrate in grado di influenzare positivamente l’andamento dei negoziati e di incidere concretamente su entrambi i contendenti. In altri termini, di svolgere un efficace ruolo  di mediazione.

 

Come vede in proiezione futura la minaccia dell’Isis?

Non voglio credere e non sono sicuro che questo gruppo sia musulmano o arabo. E’ una cosa che sta succedendo ora quindi non so come sarà in futuro. Penso che sia una nuova creazione, che queste persone siano state create e mandate dal mondo occidentale per distruggere il medio oriente. Non penso che loro avranno in futuro uno Stato o che possano influenzare il mondo arabo. Questa è una creazione che vuole distruggere l’immagine del mondo arabo e del mondo islamico.

Rainero Schembri

 Naim Araidi

AL TEATRO VASCELLO DI ROMA ‘IL GABBIANO’ DI ANTON CECHOV

Posted by Punto Continenti On gennaio - 15 - 2015 Commenti disabilitati su AL TEATRO VASCELLO DI ROMA ‘IL GABBIANO’ DI ANTON CECHOV

E’ sicuramente impegnativo. Ma per chi ama chiudere la giornata assistendo a un lavoro teatrale ricco di risvolti psicologici e umani, possiamo senz’altro suggerire di non perdere ‘Il Gabbiano’ di Cechov, in scena al Teatro Vascello di Roma sotto la puntuale regia di Fabiana Iacozzilli e con un cast di attori di ottimo livello. Sono diversi i momenti ‘alti ed emozionanti dello spettacolo, tra le quali una corsa in cerchio e senza remore di una delle protagoniste  dell’opera, con in sottofondo un crescendo wagneriano da brivido. Non sono da meno anche le scene e i costumi che non mancano di originalità e incisività.

 

Il dramma si svolge in una tenuta estiva in riva a un lago. Protagonista della vicenda è Kostya, figlio della famosa attrice Arkadina, che è appena giunta nella tenuta con il suo amante, Trigorin, un noto romanziere, per una breve vacanza. Kostya, innamorato di Nina, che sogna il teatro e la gloria, decide di scrivere drammi allo scopo di attirarsi le sue grazie e di diventare famoso come scrittore. Ma quando prova a rappresentare una sua opera, sua madre fa fallire la rappresentazione, trovandola ridicola e incomprensibile. Testimone di questo fallimento, Nina si allontana da Kostya e si infatua di Trigorin, che seguirà a Mosca. Diventata attrice, conoscerà tuttavia amarezze e delusioni. Abbandonata da Trigorin, continuerà a rifiutarsi a Kostya, che finirà per suicidarsi.

 

Il percorso di Kostya è l’avvincente storia di un fallimento, un fallimento artistico ed umano. Tutto ha inizio con l’interruzione del suo spettacolo, momento in cui, in un solo istante, scivola nel vuoto della solitudine e tutti lo abbandonano proprio come accade nella vita. La sua solitudine, da questo momento in poi, è di struggente bellezza ed il suo continuo dialogo con la vita e con la morte, alla ricerca di un senso, è raggelante. Non sa come andare avanti, per continuare a vivere vorrebbe uccidere l’amore che prova per Nina ed invece finisce per “baciare la terra dove ha camminato la sua amata”. È completamente vinto dalle passioni, odia quello che scrive e si uccide perché sa di non aver raggiunto nulla nella vita: essere uno scrittore geniale ed avere accanto a sè l’amore della madre e di Nina. E noi lo capiamo, lo capiamo profondamente, perché in fondo non è proprio l’amore l’unica cosa al mondo per cui valga la pena di vivere?

 

La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello
in collaborazione con Compagnia Lafabbrica

IL GABBIANO
di Anton Cechov

regia Fabiana Iacozzilli
con Simone BarracoJacopo Maria Bicocchi, Elisa BongiovanniLuigi Di Pietro, Francesca Farcomeni,Guglielmo Guidi, Anna, Mallamaci, Ramona NardòBenjamin Stender, Paolo Zuccari
collaborazione artistica Matteo Latino
regista assistente Marta Meneghetti
aiuto regia Giada Parlanti
assistente alla regia Gabriele Paupini
scene Matteo Zenardi
disegno luci Hossein Taheri
costumi Gianmaria Sposito

 

Teatro Vascello – www.teatrovascello.it

Prezzi: Biglietto studente € 15,00 euro posto unico – 10 euro solo per gruppi di almeno 10 persone  

Via Giacinto Carini 78  – 00152 Monteverde Roma  Info 065881021 – 065898031

 

 

 

 

 

CARACALLA: PRESENTATO IL CATELLONE 2015 CON LUCI E OMBRE

Posted by Punto Continenti On gennaio - 14 - 2015 Commenti disabilitati su CARACALLA: PRESENTATO IL CATELLONE 2015 CON LUCI E OMBRE

Nella sala delle Bandiere al Campidoglio è stata presentata la stagione 2015 che si svolgerà dal 23 giugno all’8 agosto alle Terme di Caracalla di Roma, uno dei luoghi (insieme all’Arena di Verona) più suggestivi e famosi del mondo. Erano presenti il Sindaco Ignazio Marino, il Sovrintendente del Teatro dell’Opera Carlo Fuortes, il Direttore artistico Alessio Vlad e l’Assessore alla cultura di Roma Giovanna Marinelli. Bisogna dire che ha fatto un certo effetto ritrovarsi alla presentazione della stagione di Caracalla, dopo che l’anno scorso proprio tra i ruderi dell’antica Roma sono scoppiati clamorosamente i guai che da diversi anni covavano all’interno del teatro.

 

Ma come è stata questa presentazione? Piena di luci e ombre.

 

Cominciamo dalle luci. Quest’anno la stagione è dedicata prevalentemente ai capolavori di Giacomo Puccini che, dopo Verdi, è sicuramente uno dei più rinomati compositori lirici del mondo. Vedremo quindi: Madama Butterfly, Turandot e la Bohème. Ad aprire comunque la danza (è proprio il caso di dire) sarà il Corpo di ballo del Teatro dell’Opera con Pink Floyd Ballet, affidata alla coreografia di Roland Petit. Si tratta di un capolavoro”, così recita la nota di presentazione, “che il grande coreografo francese ha creato su musiche della famosa band nel 1972”.  Un altro ritorno di altissimo livello riguarderà Roberto Bolle, considerato da molti il miglior ballerino in circolazione, che si esibirà con l’American Ballet Theatre di New York.

 

Sempre per quanto riguarda le ‘luci’ è stato ricordato che:  le repliche a Caracalla sono quasi raddoppiate nel 2014 rispetto al 2013, mentre quest’anno, considerando anche i balletti, le serate passeranno da 20 a 26; questa crescita determinerà un sostanzioso incremento degli incassi e quindi un fondamentale autofinanziamento del Teatro che contiene 4 mila posti; già l’anno scorso è stato registrato, nonostante le varie difficoltà ormai superate, un record di presenze con oltre 56 mila spettatori; l’incasso complessivo è stato di 2,3 milioni di euro (1,9 nel 2013); quest’anno la rassegna di Caracalla avrà il patrocinio dell’Expo 2015; verrà applicata una forte riduzione dei prezzi soprattutto se i biglietti verranno acquistati in abbonamento; infine, dopo tanto travaglio finalmente il bilancio del Teatro dell’Opera è tornato in pareggio.

 

Fin qui le luci, passiamo alle ombre che sono emerse quando si è passati alle domande ai giornalisti che, tra le altre cose, hanno chiesto; l’Amministrazione è disposta a farsi controllare i conti anche dalle forze sindacali in modo da evitare che si ripetano certi sprechi che hanno portato con la passata gestione a un buco di 30 milioni di euro? Per il Sindaco “il problema è stato superato con la legge Bray che ha finanziato il teatro con 25 milioni di euro e con la nuova gestione che è stata in grado di portare i conti in pareggio”. Da rilevare, sempre in base alla legge Bray, che se entro due anni i conti non saranno a posto il Teatro verrà commissariato e potrebbe anche fallire.

 

Altra domanda; visto che tutti gli organi sono scaduti a fine anno non è il caso di affrontare anche la questione del doppio in carico detenuto Fuortes che oltre ad essere il sovrintendente al Teatro dell’Opera di Roma dirige anche il Parco della musica? Sempre per il Sindaco Marino, “in un Paese in cui qualcuno ha avuto anche venti incarichi bisogna solo dire grazie a Fuortes che per mille euro ha accettato di mettere a disposizione la sua competenza per risanare il Teatro”. Va detto, per la precisione, che Fuortes esercita anche altri incarichi e che proprio lui, in passato, aveva manifestato l’intensione di non proseguire nel doppio incarico, ritenendolo evidentemente incongruente.

 

Alla domanda che senso ha presentare un cartellone senza indicare i nomi dei cantanti Fuortes ha giustificato questa anomalia col fatto che “ancora non sono stati firmati tutti i contratti che, comunque, verranno probabilmente resi noti entro un paio di settimane. In ogni caso va riconosciuto il fatto che, rispetto al passato, il nuovo cartellone è stato presentato con molto anticipo”.  C’è da rilevare, però, che all’estero i grandi teatri spesso si muovono su  una programmazione triennale. E poi, non sarebbe stato meglio aspettare la riconferma o l’eventuale nomina di un nuovo Sovrintendente per presentarsi alla stampa?

 

E’ stato poi rilevato che il corpo da ballo, che in passato è stato un fiore all’occhiello del teatro, si trova in uno stato di profondo disagio, senza un direttore e con un numero di ballerini fissi ridotto all’osso. Da parte della dirigenza è stata riconosciuta l’esistenza del problema, determinato dal fatto che molti ballerini sono andati in pensione perché raggiunti i limiti di età e che la legge Bray non consente di fare nuove assunzioni a tempo indeterminato. Inoltre, l’attuale Sovrintendente, con il mandato scaduto, non può nominare un nuovo direttore.

 

Infine, è stata sollevata l’obiezione che a Roma scenografi, registi, cantanti e altri artisti italiani praticamente non trovano più spazio. In effetti, basta una veloce lettura al cartellone per notare che la prevalenza straniera ormai assomiglia molto a quella praticata dalle squadre di calcio. Per il Direttore artistico Vlad “la questione non ha senso perché l’Opera rappresenta quello che di più internazionale esiste nell’arte”. Peccato che poi all’estero molti ragionano in un modo diverso.

 Il Sindaco di Roma Ignazio Marino

SILVIA PASINI: SUI CONTI DEL TEATRO DELL’OPERA VIGILIAMO TUTTI

Posted by Punto Continenti On gennaio - 4 - 2015 Commenti disabilitati su SILVIA PASINI: SUI CONTI DEL TEATRO DELL’OPERA VIGILIAMO TUTTI

Silvia Pasini

Continuiamo con la nostra inchiesta sulla critica situazione del Teatro dell’Opera di Roma. Dopo aver intervistato Fabio Morbidelli (orchestra), Franco Melis (coro), Alessandro Tiburzi (balletto) e Denise Lupi (scenografa) è la volta del mezzosoprano Silvia Pasini (cantante del coro e anche solista). Dopo essersi diplomata sotto la guida di Marika Rizzo, la Pasini ha seguito numerosi corsi di perfezionamento con cantanti di livello mondiale come Luciano Pavarotti, Mirella Freni, Corinna Vozza, Raina Kabaivanska, nonché presso l’Accademia Chigiana di Siena, l’Accademia di Osimo,  l’Accademia Voci Verdiane di Busseto e ‘Il Progetto Giovani’ presso il Teatro dell’Opera di Roma.

 

Nel 1996 ha avuto l’opportunità di debuttare al Teatro Lirico di Cagliari nel ruolo di ‘Fidalma’ nel ‘Matrimonio Segreto’ di Domenico Cimarosa. Vincitrice e finalista di diversi e importanti concorsi lirici ha interpretato nel corso degli anni diversi ruoli in grandi teatri italiani ed esteri, tra cui l’Opera di Roma, La Fenice di Venezia, Il Teatro Filarmonico di Verona, i teatri di Rio de Janeiro, Stoccarda, Francoforte, ecc. Ma torniamo alla realtà di Roma.

 

Come giudica la scelta dei solisti avvenuta negli ultimi anni al Teatro dell’Opera di Roma?

 

Negli ultimi anni il livello dei cast si è molto elevato, in linea con gli standard qualitativi degli altri grandi Teatri europei. Di pari passo, inevitabilmente, anche i costi sono lievitati, contribuendo al mostruoso buco di bilancio che sfiora ormai i 30 milioni di euro.

 

In che modo, a suo giudizio, il Teatro dell’Opera di Roma può conciliare l’esigenza di risanare il bilancio con quella di non abbassare troppo il livello qualitativo dei cantanti, visto che parliamo del teatro della Capitale?

 

Su questo non ho dubbio alcuno. Il Teatro dell’Opera è una realtà eccezionalmente ricca di potenzialità indiscusse, in tutti i suoi molteplici settori. E’ un vero e proprio centro di produzione culturale grazie alle scuole, al balletto, ai laboratori, all’alta maestria del personale che lo anima e al coro e all’orchestra acclamati in tempi recenti anche in Giappone col maestro Riccardo Muti, come realtà di valore indiscusso.

In merito alla sua domanda e alla luce delle recenti vicende tristemente note a tutti, si è molto discusso su questo punto in teatro.

Roma non può prescindere dai grandi interpreti, ma deve riuscire a mettere a punto un modello produttivo ‘europeo’ che affianchi alle stars internazionali, chiamate per le prime e per determinate produzioni, compagnie stabili di cantanti di buon livello, che a costi contenuti potrebbero subentrare per le repliche in un’ottica anche di aumento della produttività, che è certamente un altro punto fondamentale da realizzare per uscire dalla crisi. Ciò consentirebbe di aumentare, quindi, notevolmente il numero degli spettacoli,  e alcuni di essi dovrebbero essere a prezzi veramente popolari in modo da diffondere sempre di più la cultura della lirica presso la cittadinanza. Altro aspetto importante sarebbe quello di riuscire a realizzare parallelamente alla produzione ordinaria, spettacoli di repertorio, a costi contenuti grazie all’uso del materiale presente in teatro ( costume, scenografie, artisti). Tutti questi argomenti sono stati affrontati nei recenti tavoli di trattativa tra Sindacati e Azienda e molti di essi sono parte integrante dell’Accordo del 17 novembre che è servito a scongiurare i licenziamenti annunciati il 2 ottobre.

 

A proposito, come vengono scelti i cantanti?

 

Con gli anni la situazione è molto cambiata nei teatri. Fino agli anni ottanta era prassi consolidata fare le audizioni. Ci si poteva semplicemente proporre a un teatro, si veniva ascoltati dal Direttore Artistico o dal direttore d’orchestra ed eventualmente scritturati per una stagione o anche per una sola produzione.

Oggi invece predominano le agenzie liriche. Sono oltre un centinaio, più o meno grandi e presentano e promuovono i cantanti presso i teatri. In genere il loro compenso è del 10% sul cachet lordo dell’artista. Spesso riescono a portare più di un cantante all’interno della stessa produzione, nonché il direttore d’orchestra, il regista etc. E’ molto difficile oggi che un cantante possa proporsi da solo, soprattutto in determinati teatri. Io credo che se anche questo sistema ha una sua ratio, per via anche del numero elevato di cantanti oggi sul mercato per cui le Agenzie si trovano a svolgere in qualche modo il ruolo di ‘filtri’, mi piacerebbe tornare ad un sistema in cui un giovane cantante ad esempio, possa recarsi in un teatro e avere la possibilità di essere ascoltato e, se bravo, scelto dal Direttore Artistico!

 

In che misura incidono nella scelta dei solisti il direttore d’orchestra, il direttore artistico, il sovrintendente o anche i singoli dirigenti e altri poteri?

 

La scelta dei cantanti fa capo alle Direzione Artistica, in tutti teatri, per cui valgono le considerazione fatte prima. Ovviamente può anche accadere che il Direttore d’Orchestra scelga personalmente certi cast, con cui magari ha già lavorato o proponga personalmente degli artisti. Per quanto riguarda ‘alti dirigenti o altri poteri’, come li chiama lei, che in certi casi riescono a imporre nomi di loro gradimento, mi viene da considerare solo che evidentemente nel nostro campo trovano applicazione dinamiche che riscontriamo in tanti altri settori produttivi del nostro Bel Paese! Ma voglio ancora sottolineare che laddove ci fossero regole chiare, applicate correttamente e figure certe e autorevoli di riferimento, tante cose non potrebbero avvenire!

 

Molto indicativamente quanto possono incidere, in termini di percentuale, l’insieme dei cantanti solisti sul budget di uno spettacolo?

 

Molto dipende, ovviamente, dalla caratura dei singoli cantanti. C’è chi guadagna 3 mila e chi arriva a incassare anche 20 mila euro a serata, che è il massimo che si possa prendere in Italia (25 mila i direttori d’orchestra, credo) Comunque, a grandi linee, possiamo dire che l’insieme dei solisti incide mediamente  tra il 20% il 50% della produzione, in determinati casi.  Però, ripeto, questo è un dato molto approssimativo.

 

E’ vero che anche in teatro corrono le tangenti. Si racconta che alcuni grandi direttori d’orchestra prendono delle percentuali sui cantanti. E’ plausibile?

 

Nell’ambiente corre voce che in alcuni casi sia successo anche questo. Del resto perché non dovrebbe succedere nel mondo dell’Opera ciò che avviene un po’ dappertutto?  Comunque lei non troverà mai un cantante che pubblicamente riconoscerà di aver pagato una tangente per poter cantare. A meno che non decida di cambiare mestiere.

 

Risulta nel vostro ambiente che anche tra i cantanti ci sono dei raccomandati politici?

 

Vale la risposta precedente.

 

Ma allora, per completare la trilogia, ci sono anche forti ricatti o favoritismi legati a fattori sessuali?

 

Forti no, o almeno voglio sperare che non sia così…. è chiaro che se un/una cantante piace particolarmente non solo per le sue doti canore, qualche aiutino può sicuramente arrivare e tornare utile per una scrittura.

 

Come vede il futuro del Teatro dell’Opera di Roma?

Molto dipende da noi. Anche se per natura gli artisti non sono inclini a occuparsi di questioni amministrative, dopo gli ultimi avvenimenti abbiamo capito che TUTTI dobbiamo essere vigili sulla gestione economica del teatro. Se non arriveremo al pareggio di bilancio entro il 2016, andremo tutti a casa! Con la firma del recente accordo sindacale tutti i dipendenti del teatro hanno partecipato di tasca propria a salvare 180 posti di lavoro e cosa fondamentale, a difendere il perimetro della Fondazione, consapevoli che un teatro d’Opera è una realtà composita e variegata ma Unica e indivisibile. Questa è la sua forza e la sua debolezza al tempo stesso. D’ora in poi vigileremo ogni giorno sul rispetto degli impegni presi, con forza e consapevolezza.

In gioco c’è la sopravvivenza nostra e del Teatro.

 

Nota: le precedenti interviste sul Teatro dell’Opera di Roma sono state fatte a:

Denise Lupi  (http://puntocontinenti.it/?p=6931) – Solista

Fabio Morbidelli (http://puntocontinenti.it/?p=6419) – Orchestra

Franco Melis (http://puntocontinenti.it/?p=6588 ) – Coro

Alessandro Tiburzi (http://puntocontinenti.it/?p=6662) – Balletto

 

MARILIA BELLATERRA: SIAMO CON I ‘FIGLI DELL’ESILIO TIBETANO’

Posted by Punto Continenti On dicembre - 27 - 2014 Commenti disabilitati su MARILIA BELLATERRA: SIAMO CON I ‘FIGLI DELL’ESILIO TIBETANO’

In occasione della recente visita a Roma di Tenzin Gyatso, quattordicesimo Dalai Lama, la massima autorità spirituale del Buddhismo tibetano (in esilio dal 1959, a seguito dell’occupazione politica e militare del Tibet da parte della Cina),  abbiamo incontrato Marilia Bellaterra, psicologa e Presidente dell’Aref. Si tratta di una Onlus che dal 2003 fornisce supporto ai rifugiati Tibetani che vivono in India e Nepal affinché possano mantenere in vita la storia del Tibet, la sua religione e le sue tradizioni linguistiche e culturali e, quindi, preservarne le radici  e l’identità anche fuori dalla propria terra di origine. L’Aref è legalmente riconosciuta dal governo Italiano ed è accreditata presso il Governo Tibetano in esilio. E’ nota l’ostilità del Governo cinese verso chiunque incontri o sostenga il Dalai Lama nei suoi spostamenti internazionali. Di questa ostilità ne parla senza remore anche la Bellaterra nell’intervista che segue. 

 

Lei ha partecipato organizzativamente alla recente visita del Dalai Lama a Roma in occasione del 14° World Summit dei Premi Nobel per la Pace. E’ rimasta soddisfatta di come si è svolta la cerimonia?

 

L’organizzazione è stata, necessariamente, frettolosa e complessa. Due mesi per spostare un Summit dal Sud Africa a Roma non sono molti se si pensa a tutte le immaginabili difficoltà che si sono frapposte. D’altra parte Roma ha ospitato già otto volte il Summit, dal 1999 al 2007 e il Sindaco Marino ha quindi raccolto una tradizione consolidata. Certo l’imbarazzo per il rifiuto da parte del Governo Sudafricano di concedere al Dalai Lama, premio Nobel per la Pace nel 1959, il visto dovuto, ha accompagnato i lavori di questo Summit. Dando evidenza a come le leggi di mercato possano avere la meglio sulla logica stessa. Ma la tenacia di partecipanti e organizzatori ha mostrato che è possibile, decidendo di farlo onorare, nel pensiero e nelle azioni, l’eredità di Nelson Mandela e del suo credo di vita, come emerge in modo forte dalla dichiarazione finale di questo Summit e dall’impegno di ciascuno per una possibile Pace.

 

Sul piano umano come descriverebbe il Dalai Lama?

 

Un Leader spirituale, manifestazione del Buddha della compassione, cioè un Dio vivente per i Suoi fedeli e, insieme un semplice monaco, come Lui si definisce, sono variabili che rendono ogni descrizione manchevole e riduttiva. In tutte le numerose volte che ho avuto i previlegio di incontrarLo, in udienze pubbliche e private, ho sempre avuto di Lui l’immagine di una forza tangibile, resiliente e contagiosa. Di una profondità rara e di una capacità, ben più che umana, di comprendere, trasmettere, restituire, connettersi in modo intenso e sincero a ciascuno, offrendo a tutti la Sua genuina attenzione. L’ho sempre visto curioso, compassionevole, aperto e pronto a quella risata speciale che viene solo dal cuore. Kundun “la presenza” come Lo chiamano i Suoi fedeli è di certo una grande anima e, insieme, un essere umile e senza orpelli, come solo le creature elevate e superiori hanno il privilegio di essere e di potersi mostrare.

 

Come Lei si è avvicinata al mondo tibetano?

 

E’ stato ‘per caso’. A ridosso di un grave e duplice lutto che, nel 2001 mi ha portato in Ladakh e in India. Dove ho conosciuto, di persona, la forza resiliente di un Popolo straordinario. Da questa esperienza è nata la mia Associazione “Rina e Franco Bellaterra” International Onlus, in memoria dei miei genitori, impegnata nel sostenere gli esuli Tibetani con azioni di cooperazione, formative, politiche e sociali, sia in India che sul nostro territorio. E che continua da oltre 10 anni nel suo tenace lavoro grazie agli attuali Consiglieri, mio figlio Francesco Codispoti tra questi. In collaborazione con altri Organismi di settore, come l’Associazione Italia Tibet, di cui sono Consigliere nazionale e che si occupa da oltre 25 anni di sostenere politicamente la causa tibetana,  con numerosi accrediti nazionali, appoggiata da Referenti Locali di sicura affidabilità e riconosciuta dalla Central Tibetan Administration del Governo Tibetano in Esilio.

 

Che aria si vive oggi nel Tibet?

 

Quella che ci si può immaginare pensando a ben 150 persone, uomini e donne, laici e monaci, in età dai 13 ai 60 anni che, negli ultimi anni, si sono immolati con il fuoco per dare visibilità alla tragedia del loro Paese, occupato militarmente dal 1950 dal Governo di Pechino. L’aria di un’esasperazione tangibile, di fronte al silenzio dei Governi di altri Paesi e all’indifferenza dei tanti che stanno solo a guardare. Senza cogliere il senso delle violenze subite, delle persone uccise, dei Templi distrutti, dell’espressione di culto che diventa reato, della deforestazione intensiva, degli aborti forzati, dello sfruttamento tout court, della lingua e delle tradizioni annientate, dell’obbligo per i bambini, sin dalle elementari di leggere e scrivere solo in cinese. L’aria, in una parola, di quella ‘sinizzazione’ inarrestabile del Tibet che va avanti dal 1951, di quella aggressione demografica feroce, di quel esercito di oltre 150.000 esuli sparsi per il mondo, di quel ‘genocidio per diluizione’ che rischia di trasformare solo in ricordo la cultura millenaria del Popolo Tibetano, patrimonio dell’umanità intera.

 

Ci racconti in estrema sintesi il contenuto del suo libro ‘Figli dell’esilio. 10 anni trascorsi a dar voce al Popolo Tibetano’?

 

E’ il frutto di oltre 10 anni di lavoro della mia Associazione, con la prefazione del Capo del Governo Tibetano in Esilio. E il nostro contributo a che la tragedia del Popolo Tibetano resti vibrante ed esempio tangibile per ciascuno di noi. Ci sono dentro tutte le nostre emozioni e le nostre esperienze, attraverso le tante azioni di cooperazione internazionale a favore dei rifugiati Tibetani. E ci sono molte “storie”. Cioè la nostra scelta di tramettere in modo simbolico e spesso metaforico,  non di semplice cronaca, le tante vicende reali e vissute. Ci sono, anche, le testimonianze dei sostenitori che hanno avuto modo di connettersi a livello personale con i bambini, i monaci, i nonni, le famiglie che hanno deciso di sostenere. Oltre a quelle di alcuni Tibetani che ci testimoniano la loro gratitudine e il loro impegno. E, infine, ci sono moltissime foto. Quelle che illustrano, meglio di mille parole, il presente del Tibet e la significatività del nostro lavoro.

 

Come giudica la mancata visita del Dalai Lama in Vaticano, determinata dalla preoccupazione della Santa Sede di non creare degli ostacoli alle trattative in corso con i cinesi sulle libertà religiosa?

 

Sua Santità il Dalai Lama ha espresso solo rammarico per l’imbarazzo arrecato. E la Sua valutazione è di certo politicamente ponderata. Io mi lego piuttosto alla ‘tristezza’ di Desmond Tutu per questo mancato incontro. Penso che, in particolare Papa Francesco, così attento alle tante offese alla Democrazia e alla Pace, avrebbe potuto e dovuto fare di più. Magari seguendo l’esempio dei Suoi predecessori, Paolo VI che aveva ricevuto il Dalai Lama nel 1973, Giovanni Paolo II che dal 1980 al 1990 lo aveva incontrato 5 volte e Benedetto XVI che nel 2007 aveva fatto altrettanto, sebbene in forma privata. Certo le vessazioni della Repubblica Popolare Cinese non risparmiano nessuno e, senza toccare i temi noti del Vescovi cattolici incarcerati in Cina, e della libertà religiosa negata a qualunque confessione non istituzionale, dobbiamo ammettere che le esigenze della realpolitk e gli interessi non solo spirituali della Chiesa hanno avuto la meglio, nell’obiettivo di evitare che si richiudesse lo spiraglio, di recente aperto, nelle trattative tra Pechino e la Santa Sede.

 

È dal 2011 che il Dalai Lama si è dimesso da capo del governo tibetano in esilio. Inoltre ha rinunciato all’indipendenza del Tibet in favore di un’ampia autonomia. Lei crede che quest’obiettivo sia raggiungibile in tempi ragionevoli?

 

Vorrei essere ottimista ma non lo credo. Ad oggi la RPC ancora si ostina, contro ogni evidenza, a definire il Dalai Lama un ‘lupo vestito da agnello’, accusandolo di separatismo, quasi fosse un terrorista invece che una vittima del regime. Tutti speriamo che la Cina possa fare passi in avanti, rivedere posizioni del passato e fare nuove ‘concessioni’ di autonomia, di dialogo, di diritti,  considerando il futuro che avanza, invece che gli interessi del presente. La verità è che questa speranza non sembra né attendibile né reale. Almeno non in tempi brevi. Ma, necessariamente, un giorno, lo steso popolo cinese, minerà dall’interno il proprio sistema. E la Cina, al culmine della propria sconsiderata espansione, finirà per implodere su se stessa. Quindi credo piuttosto in un cambiamento dall’interno, capace di far nascere una nuova democrazia. Stimolata dalla lotta di tante persone, oppresse al pari del Tibetani. Come testimonia la recente ‘rivoluzione degli ombrelli’ di Hong Kong, con un oceano di giovani che si battono per il diritto al suffragio universale.

 

Il nuovo corso cinese, soprattutto sul piano economico, potrebbe incidere anche sulla questione tibetana?    

 

Quale nuovo corso? Vedo solo un’espansione esponenziale di un corso consolidato e noto. Proveniente da un Paese dove la distanza tra classe al potere e popolazione è siderale. Dove i turni di lavoro viaggiano su ritmi disumani di 15 ore, con doppi badge (ufficiale e non), dove i suicidi sul lavoro sono all’ordine del giorno, dove lo sfruttamento dei bambini lavoratori è prassi comune. Come lo è il traffico di organi, gli aborti forzati, la detenzione e la tortura fino alla morte nei Laogai (o in ciò che, solo formalmente, li ha sostituiti) anche per semplici reati di opinione, l’assenza di libertà di stampa e di pensiero. Per non parlare della bolla edilizia in Cina, dell’aria ormai irrespirabile, delle città cancerogene e dei 1,4 milioni di morti per inquinamento solo nel 2010. E vedo che questo corso incide, allargandosi a macchia d’olio, su tutti noi.

 

Visto che è la nostra stessa economia a pagare il prezzo di uno strapotere economico che, ottusamente non contrastiamo. Avvelenati da prodotti ‘Made in China’ che si annidano tra i cibi taroccati, i farmaci che assumiamo ogni giorno, i giocattoli tossici con cui giocano i nostri bambini, i vestiti che indossiamo, le creme che usiamo per la nostra pelle, gli infiniti oggetti tecnologici (o i loro componenti) che popolano la nostra vita, insieme alla paccottiglia inutile che ci invade.

 

Diciamo che, da quando è entrata ufficialmente a far parte del WTO nel 2001, dopo oltre 15 anni di trattative, la Cina ha avuto il via libera non solo all’apertura del proprio mercato ai beni e servizi dei Paesi membri, ma all’incremento delle opportunità di esportazione e all’appropriazione delle nostre aziende in crisi. Per questo, ancor prima di agire in senso etico a favore di un popolo oppresso, quale quello del Tibet faremmo bene a pensare alla nostra economia, alla nostra cultura, alle nostre scelte economiche e commerciali, perché gli errori che stiamo commettendo nel presente non dettino, tragicamente, il nostro futuro.

 

La conoscenza del mondo tibetano ha avuto una qualche influenza sulla sua attività di psicologa?

 

Dice l’antropologo Gregory Bateson che si impara solo per differenza. Quindi, di sicuro, da questo Popolo, così ‘differente’, ho molto imparato. O meglio ho rafforzato alcuni orientamenti che da sempre accompagnano il mio lavoro. Per esempio la forza della condivisione, la ricchezza delle tradizioni sia culturali che familiari e trigenerazionali. E, soprattutto, più che l’attenzione ai limiti, la fiducia nelle risorse delle persone. Cioè quella particolare caratteristica chiamata ‘resilienza’ che rende gli esseri umani capaci di far fronte agli eventi sconvolgenti della vita trovando, proprio in essi, la forza per una nuova fase di crescita e di evoluzione. Come mi ha insegnato, in modo vibrante e diretto, il Popolo Tibetano. E come, del resto, ho imparato, quale psicoterapeuta, da tutte le famiglie e da tutti i pazienti incontrati negli oltre 30 anni del mio lavoro.

NOTA: l’indirizzo di Aref International è: Via di San Crisogono 39, 00153 Roma, tel. 06 5896181, www.arefinternational.org – info@arefinternational.org

 Marilia Bellaterra

DENISE LUPI: VIGILANZA ASSOLUTA SUI COSTI DELLA SCENOGRAFIA

Posted by Punto Continenti On dicembre - 13 - 2014 Commenti disabilitati su DENISE LUPI: VIGILANZA ASSOLUTA SUI COSTI DELLA SCENOGRAFIA

“Apparentemente tutti si sono tranquillizzati. Si è riusciti a evitare il licenziamento in blocco di coro e orchestra. E’ stato firmato un accordo pieno di buoni propositi sul piano manageriale e di risanamento dei conti. La verità è che non dobbiamo essere per nulla sereni. Basti ricordare che la legge Bray prevede, tra le altre cose, il pareggio di bilancio delle fondazioni lirico sinfoniche entro due anni. E se non si raggiungera’ questo risultato, alla fine del 2016 il Teatro dell’Opera di Roma rischia il commissariamento e quindi anche la liquidazione coatta”. A parlare è Denise Lupi, scenografa realizzatrice del Teatro, nonché rappresentante sindacale del Libersind – Confsal.

 

Signora Lupi, lei è stata una delle firmatarie dell’accordo sindacale del 17 novembre scorso. Ora che fa, lo rimette in discussione?

 

Assolutamente no. Vorrei solo che non allentassimo l’attenzione. Abbiamo semplicemente evitato in extremis un disastro ma il pericolo è sempre dietro l’angolo. Senza il rispetto rigoroso dell’accordo ritengo che sia molto arduo ottenere  nell’arco di due anni il risanamento e il ripianamento dell’assurdo debito accumulato, che ammonta a circa di 28 milioni di euro.

 

Una parte di questo debito accumulato lo si deve anche alle scenografie e costumi. Quindi siete direttamente chiamati in causa. 

 

Qui va chiarito subito un punto fondamentale. Le scenografie sono diventate così costose perché, nelľ ultimo decennio, si è fatto largo ricorso a scene tutte costruite, molto pesanti, le cui strutture sono necesssariamente realizzate in ferro (da società esterne), con un costo che può arrivare a sfiorare anche i 350 mila euro ad allestimento (a seconda del progetto), piuttosto che realizzare tutto nei nostri Laboratori di Scenografia e Falegnameria, con dipinti su tela o costruzioni in legno che possono costare, incluso tutto, al massimo 60 mila euro. Questa è una scelta che non dipende certamente da noi scenografi.

 

Però, c’è chi sostiene che oggi tutti i grandi teatri del mondo fanno ricorso a scenografie spettacolari.

 

Ma perché lei crede che non si possono fare delle splendide scenografie dipinte? Lo chieda a tutti gli scenografi che progettano con budget limitati, o guardi i bozzetti storici conservati nell’archivio del Teatro dell’Opera di Roma per capire che si possono progettare spettacoli bellissimi, atmosfere meravigliose, grandi spazi prospettici senza ricorrere necessariamente a strutture elefantiache o a utilizzare costruzioni che pesano tonnellate, che a volte possono essere molto pericolose nel montaggio e nello smontaggio e che, occupando tutto il palcoscenico, bloccano ogni possibilità di allestire contemporaneamente altri spettacoli (e che oltretutto hanno un elevatissimo costo di trasporto e immagazzinamento). Io stessa, che sono qui dalľ 85, ho partecipato alla realizzazione di innumerevoli bellissimi spettacoli quasi esclusivamente dipinti su tela e solo parzialmente costruiti, ma solo in legno e quindi realizzati dai nostri Laboratori.

 

La verità è che stiamo mortificando una delle più grandi capacità artistiche italiane che ha le sua fondamenta nelľ invenzione della scena alľ italiana nel rinascimento, che si fonda sulla pittura nella quale siamo maestri. La scuola di scenografia italiana è invidiata in tutto il mondo e a Roma siamo riusciti fino a ora a conservare un Laboratorio di Produzione con grandi professionisti.

 

Ma se è così, perché si è optato per delle soluzioni così costose, soprattutto in un momento di crisi?

 

Forse perché si è cercato di accontentare certe ambizioni di registi e scenografi o direttori preoccupati solo di mettere la propria firma su grandi lavori realizzati con le costruzioni. Non si è cercato di invitarli a inventare progetti diversi e più sostenibili. Tutto ciò senza contare sul fatto che le esternalizzazioni, come sappiamo tutti, possono soddisfare meglio tanti appetiti.

 

In altri termini, lei teme che anche il Teatro delľ Opera possa essere coinvolto nel grande scandalo che in questo momento travolge le massime istituzioni della Capitale?

 

Beh, mi auguro che cosi’ non sia, anche se in molti casi sono state assunte delle decisioni a dir poco discutibili e che hanno portato al disastro finanziario del teatro. D i tutto ciò qualcuno dovrà pur pagare il conto, o no? Per ora gli unici a vedersi ridotti lo stipendio e quindi a contribuire concretamente al risanamento sono i dipendenti che non hanno avuto alcune responsabilità in queste scelte.

 

Ne è proprio sicura? Perché non avete protestato e scioperato quando queste scelte sono state intraprese?

 

Perché ci dicevano che i conti erano a posto, che il teatro poteva permettersi certe scelte. Per quanto riguarda il mio settore, in tutti questi anni sono rimaste inascoltate le proposte del nostro e degli altri sindacati di ridurre le spese di allestimento e di ritornare quanto più possibile alle scene dipinte, al repertorio e alľ alternanza degli spettacoli (che è il metodo più semplice di aprire il sipario almeno quattro volte alla settimana). Si sono voluti perseguire obiettivi diversi. Ed è proprio per questo che invito tutti a non accontentarsi dell’accordo firmato ma di seguire passo dopo passo l’evolversi della situazione, per non ritrovarci fra due anni nelle stesse condizioni, o forse ancora peggio. Dobbiamo stare molto attenti affinché tutte le promesse e i buoni propositi vengano mantenuti.

 

Per quanta riguarda il suo settore specifico, la scenografia, cosa s’aspetta?

 

Che s’intraprenda un percorso di economia sostenibile per i teatri, che si valorizzino le maestranze interne che sono di altissimo profilo professionale, che si utilizzi l’enorme quantita’ di materiale conservato nei magazzini, parliamo di migliaia di scenografie e costumi sottoposti alla naturale usura del tempo, che tutto quello inutilizzato da noi venga dato in affitto, prestato o donato ai teatri più piccoli a rischio chiusura, che per gli allestimenti tutti costruiti e più impegnativi si faccia un esclusivo ricorso alle cooproduzioni in modo da ammortizzare le spese facendo girare lo spettacolo su molti teatri.

 

Inoltre, che si aumenti notevolmente il numero di spettacoli ricorrendo alľalternanza degli spettacoli (riproponendo il repertorio) con scenografie leggere, soprattutto dipinte che, grazie ai 64 tiri esistenti all’opera di Roma, si possono allestire contemporaneamente (a differenza di ciò che avviene con le strutture pesanti per le quali si fanno normalmente solo poche repliche), che ci sia una programmazione almeno triennale che consenta di realizzare gli allestimenti con il necessario anticipo sia sul piano qualitativo che occupazionale, che si lavori alla creazione di un Museo dei Costumi Storici e Arredi/Oggetti d’Opera visitabile a pagamento, che si crei una Scuola di Pittura di Scenografia alľ Italiana in modo che non vada perduto un enorme patrimonio di conoscenze in grado di dare lavoro a molti giovani, sia in Italia che all’estero. Sarà compito nostro fare in modo che tutto ciò non rimanga lettera morta.

 

 Denise Lupi

Nota: le precedenti interviste sul Teatro dellì’Opera di Roma sono state fatte a:

Fabio Morbidelli (http://puntocontinenti.it/?p=6419) – Orchestra

Franco Melis (http://puntocontinenti.it/?p=6588 ) – Coro

Alessandro Tiburzi (http://puntocontinenti.it/?p=6662) – Balletto

FERNANDO AYALA: “ALLEANZA DEL PACIFICO, UNA CARTA VINCENTE”

Posted by Punto Continenti On dicembre - 10 - 2014 Commenti disabilitati su FERNANDO AYALA: “ALLEANZA DEL PACIFICO, UNA CARTA VINCENTE”

 Ambasciatore del Cile Fernando Ayala

 

Recentemente si sono riuniti a Santiago del Cile i vertici dell’Alleanza del Pacifico (organizzazione nata formalmente nel luglio del 2012) della quale fanno parte oltre al Cile (guidato dalla Presidentessa Michelle Bachelet), anche la Colombia (Presidente Juan Manuel Santos), Messico (Enrique Penae Neto), Perù (Ollanta Humala) e Panama (Juan Carlos Varela). Si tratta di un’alleanza commerciale che punta essenzialmente sulle liberalizzazioni. E i risultati non sono mancati: in due anni è stata conseguita la libera circolazione del 90% dei beni e servizi prodotti dai Paesi membri. Inoltre, è stata varata la liberalizzazione dei capitali, nonché il libero accesso alle persone che possono viaggiare senza visto d’ingresso.

 

Ma per sapere qualcosa di più su questo processo d’integrazione e dei rapporti che l’Alleanza del Pacifico mantiene con tutte le altre organizzazioni presenti in America Latina, il giornalista peruviano Roberto Montoya, residente a Roma, ha organizzato un altro dei suoi incontri internazionali sostenuti da ‘Mediatrends America Europa’ (www.mediantrendsamerica.com). Questa volta l’ospite d’onore è stato l’Ambasciatore del Cile in Italia Fernando Ayala. L’incontro con la stampa internazionale è avvenuto presso l’hotel NH Giustiniano di Roma.

 

Sulla presunta distinzione di stampo politico tra il blocco dei Paesi di sinistra e quelli liberali, l’Ambasciatore ha sostenuto che le differenze sono molto meno accentuate di quel che si pensa generalmente. “Certo”, ha dichiarato Ayala, “nel blocco di sinistra ci sono Paesi come Cuba e Venezuela che esprimono situazioni abastanza radicali. Ma se guardiamo, ad esempio, al Brasile, non ci sono differenze sostanziali con, ad esempio, il Cile che è poi guidato da un governo di centro sinistra”.

 

Per Ayala esiste, è vero, un distinzione sul piano della politica economica tra l’Alleanza del Pacifico, che è un’associazione commerciale che punta su una maggiore integrazione basata su forme sempre più estese di liberalizzazioni, e associazioni come il Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay e Venezuela) che hanno maggiormente un profilo di unione dognale a carattere protettivo. Le due organizzazioni possono tuttavia convegere tanto è vero che il Cile è anche membro Associato del Mercosur.

 

“Quello che bisogna capire”, ha sostenuto l’Ambasciatore, “è che il Continente latino americano non è un blocco unico, come molti tendono a credere, in virtù del fatto che quasi tutti i Paesi parlano lo spagnolo, ad eccezione del Brasile, della Guiana e di Surinam. Ci sono, infatti, enorme differenze geografiche, culturali ed economiche e questo spiega il proliferare di organizzazioni sovranazionali”.   

 

Per quanto riguarda in particolare il Cile,  Ayala non si è sottratto dal commentare uno degli aspetti più delicati della sua storia: cioè, le scelte economiche fatte a suo tempo dalla giunta militare di Pinochet. In quegli anni, infatti, in netta controtendenza con gli altri regimi militari, il Cile decise di aprire completamente la sua economía agli investimenti esteri. “Non v’è dubio”, ha spiegato l’Ambasciatore, “che questa scelta ha avuto delle conseguenze pesantissime sulle aziende cilene e sui livelli occupazionali. Tuttavia, bisogna riconoscere che queste aperture hanno costretto le imprese cilene a confrontarsi con i mercati internazionali e quindi a diventare molto più competitive”.  

 

Su richiesta specifica, l’Ambasciatore ha affrontato anche la delicata questione del seggio permanente da riservare all’America Latina nell’ambito del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Come è noto a contenderlo sono soprattutto Brasile, Argentina e Messico. Su questo punto la posizione del Cile sembra molto chiara: “Siamo favorevoli”, ha dichiarato “all’ingresso del Brasile insieme a India e Sud Africa. Le dimensioni continentali del Brasile e la sua rilevanza economica giustificano ampiamente il suo ruolo di rappresentante dell’intero Continente latino americano”.

 

Sempre a proposito del Brasile, l’Ambasciatore ha ritenuto infondata la preoccupazione che il Governo di Brasilia sia oggi molto più interessato al grupo dei cosiddetti BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) piuttosto che all’America Latina. “Lo dimostra il fatto”, ha sostenuto, “che la nascita dell’Unasur, l’organizzazione dei Paesi dell’America del Sud, è stata fortemente voluta proprio dal Brasile che poi è stato, insieme all’Argentina, anche il principale promotore del Mercosur”.

 

In ogni caso il Cile si sta adoperando affinché vi sia una maggiore convergenza tra l’Alleanza del Pacifico e il Mercosur, nonchè tra tutti gli Stati e organizzazioni latino americane, soprattutto  su temi come l’energia, le infrastrutture, l’ambiente ecc.  “Solo presentandoci uniti” ha sottolineato Ayala, citando le parole della Presidente Bachelet, “il Continente potrà  ottenere dei risultati concreti sulla scena internazionale. Si tratta, naturalmente, di un proceso molto lungo e difficile, come lo dimostrano le attuali difficoltà registrate dall’Unione Europea. Occorre superare la barriera degli interessi nazionali, che sono sempre molto forti. Tuttavia, anche in America Latina l’integreazione regionale è fatalmente destinata a diventare un proceso irreversibile, che trascende i vari contrasti politici, economici, sociali e culturali”.   

 

FIERA DEL LIBRO: SCRITTORI LATINO AMERICANI A CONFRONTO

Posted by Punto Continenti On dicembre - 8 - 2014 Commenti disabilitati su FIERA DEL LIBRO: SCRITTORI LATINO AMERICANI A CONFRONTO

Nell’ambito della VII Edizione di ‘America Latina tierra de libros’ promossa dall’IILA (Istituto Italo Latino Americano) e che si è svolta a Roma all’interno della Fiera nazionale della piccola e media editoria (intitolata ‘Più libri più liberi’), abbiamo incontrato un gruppo di scrittori latino americani (vedere biografia a fondo pagina) per parlare della nuova realtà economica e culturale di questo grande Continente. All’incontro collettivo hanno partecipato Ricardo Domeneck (Brasile), Eduardo Rafael Heras Leon (Cuba), Raul Perez Torres (Ecuador), Luis Felipe Lomelì (Messico) ed Eduardo Gonzales Viana (Perù). Sono stati presenti, inoltre, Sylvia Irrazabal (Segretario culturale dell’IILA) ed Esperanza Anzola (Ufficio stampa e pubbliche relazioni) che ha promosso e coordinato il dibattito.

 

Il Leitmotiv dell’incontro è stata la ricerca di capire ‘Dove sta andando l’America Latina’, alla luce anche dei nuovi orientamenti politici assunti negli ultimi anni da Paesi come il Venezuela, l’Ecuador, la Bolivia, il Brasile, l’Uruguay e altri che stanno presentando al mondo un nuovo volto socialista e democratico. Per lo scrittore brasiliano Domeneck, “non v’è dubbio che sono stati raggiunti alcuni risultati molto importanti sul piano sociale e ciò è stato riconosciuto e premiato dall’elettorato che da 12 anni vota in Brasile il partito dei lavoratori, PT. Tuttavia”, sostiene Domeneck, “la sinistra non può continuare in eterno a vivere sulle conquiste del passato. Essa ha favorito la nascita di una nuova classe media che oggi esige un nuovo salto di qualità, mentre i poveri rimasti indietro sono ancora tanti. La recente risicata vittoria di Dilma Rousseff, dopo i due governi Lula e dopo il suo primo mandato presidenziale, dimostrano che quasi la metà della popolazione del Paese è insofferente verso un certo modo di gestire la politica che, tra l’altro, ha alimentato una forte corruzione”.

 

Per Heras Leon, “questa esigenza di cambiamento viene avvertita anche a Cuba, soprattutto nell’ambito della giovane generazione.  I figli non s’accontentano più di sentire dai genitori come era una volta Cuba ma vogliono discuture su come dovrà essere il Paese domani”. Per Heras Leon, “il Governo ha già avviato una serie importante di riforme anche se la situazione cubana rimane condizionata pesantemente dal blocco economico imposto dagli Stati Uniti e dalla paura che un’apertura eccessiva potrebbe alimentare un’invasione di capitali esteri in grado di stravolgere le tante conquiste ottenute col sangue”. A una domanda precisa in che cosa la rivoluzione cubana ha fallito Heras Leon ha risposto: “Nel sogno di creare un uomo nuovo. Un obiettivo che è stato perseguito più volte nella storia dell’Umanità ma che fino ad ora nessuno è riuscito a condurre in porto. Evidentemente è una missione impossibile”.

 

Chi invece non fa parte del blocco della sinistra latinoamericana è il Messico. “Tuttavia anche noi”, sostiene lo scrittore messicano Lomelì, ingegnere, ecologo e dottore in filosofia,  “abbiamo compiuto importanti riforme sul piano economico e sociale. Attualmente uno dei nostri maggiori problemi riguarda la sicurezza, come lo dimostra la recente strage di studenti avvenuta nel sud del Paese. Inoltre dobbiamo affrontare una criminalità che grazie al narco traffico si è notevolmente potenziata e anche frantumata. Ormai ci sono tante bande che controllano autonomamente diverse zone del Paese. Il Governo sta varando una serie di misure di contrasto alla criminalità ma occorre anche coinvolgere e sensibilizzare maggiormente l’opinione pubblica. E questo, del resto, è uno degli argomenti maggiormente trattati in questo momento da giornalisti e scrittori messicani”.

 

Per lo scrittore peruviano Gonzales Viana che vive negli Stati Uniti, “oggi in Perù si sta assistendo a una preoccupante sterzata in senso autoritario e populista. Il problema”, dice, “è che i peruviani ancora non si sono liberati da certe strutture collegate al processo di colonizzazione del Paese, tra cui la sopraffazione dei potenti sui più deboli. In questa analisi e ricerca sulle cause dell varie contraddizioni che affliggono la società peruviana un ruolo importante lo stanno svolgendo gli scrittori e gli intellettuali residente all’estero. Gli emigrati, ma soprattutto i figli degli emigrati, si stanno interessando molto in questo momento della cultura e delle credenze  del nostro Paese che vanta notoriamente una storia millenaria. Ed è proprio nella riscoperta dei valori del nostro passato che s’annida il segreto per dare un futuro migliore al Perù”.

 

Nella lista dei più piccoli ma dinamici Paesi dell’America Latina figura decisamente l’Ecuador, Paese fortemente impegnato sul fronte social. Per Perez Torres,  “l’indirizzo marcatamente sociale intrapreso dal governo ecuadoriano trova un largo consenso non solo tra gli intellettuali ma anche tra i giovani e nella popolazione in generale. Naturalmente per uno Stato piccolo come l’Ecuador resta fondamentale riuscire a integrarsi nelle economie degli altri Paesi dell’America Latina. Non a caso l’Ecuador crede molto nel ruolo di alcune organizzazioni sovranazionali come l’UNASUR (l’Associazione dei Paesi dell’America del Sud) che potranno svolgere nei prossimi anni una parte importante nel processo di consolidamento di tutte le economie latino americane. Solo così, del resto, sarà possibile contrastare gli eccessi e le storture determinate dalla globalizzazione ormai avviata su base planetaria”.

 

Alcune note biografiche.

RICARDO DOMENECK . Originario di San Paolo del Brasile vive da molti anni a Berlino. I suoi libri sono stati pubblicati in Germania, USA, Belgio, Spagna, Slovenia, Emirati Arabi Uniti, Argentina, Svezia, Messico e Cile. Nel 2013 un’antologia bilingue delle sue poesie è stata pubblicata in Germania. Nel 2012 ha pubblicato”Ciclo do amante substituivel” (Cliclo dell’amante sostituibile).

EDUARDO RAFAEL HERAS LEON. Scrittore, critico, redattore e docente è laureato in filologia e giornalismo. Ha diretto il Centro di formazione per scrittori intestato a Onelio Jorge Cardoso. Da questa scuola sono usciti alcuni dei grandi scrittori cubani. Autore di diversi volumi ha vinto numerosi premi nazionali e internazionali. Tra gli ultimi libri, “Cuestion de Principio”, “La noche del Capitan”, “Balada pare un amor possivel”.

RAUL PEREZ TORRES. Poeta e giornalista è nato a Quito. I suoi racconti sono stati pubblicati in molte lingue. Occupa un posto di rilievo all’interno della narrativa ispano americana. I suoi racconti sono stati pubblicati in molte lingue e alcuni di essi compaiono in francese in un’antologia latino americana.  Ultimi libri:  “Papiro Ciego”, “El tiempo Esa Pluma”, “Area de Candela”.

LUIS FELIPE LOMELI. E’ nato a Etzatlan, è ingegnere, ecologo, scrittore e dottore in filosofia. Il suo racconto “Todos Santos de California” è stato incluso nell’antologia “Curiose inquetudini. Sedici racconti del Messico contemporaneo”, quarto volume della collana bilingue “Narramerica”, creta dall’IILA ed edita da Fahrenheit 451 . Parte del suo lavoro è stato tradoto in 12 lingue.

EDUARDO GONZALES VIANA. E’ nato a Chepen, La libertad. negli anni ’80. La sua scrittura si orienta sul tema antropologico. “Habla Sampedro. Llama a los brujos” (Argos Vergara 1979), incentrato su una conversazione con uno sciamano nel nord del Perù, è diventato un bestseller in Spagna. Tra i suoi ultimi successi figura “Don Tuno, el senor de los cuerpos astrales” e “Vallejo en los infiernos”.

LA REA ESPONE ALLA CAMERA IL DRAMMA DELLE PICCOLE RADIO E TV

Posted by Punto Continenti On dicembre - 5 - 2014 Commenti disabilitati su LA REA ESPONE ALLA CAMERA IL DRAMMA DELLE PICCOLE RADIO E TV

La REA (Radio televisioni europee associate) è stata ricevuta dalla IX Commissione Trasporti, Poste e Telecomunicazioni della Camera dei Deputati nell’ambito del ciclo delle audizioni relative all’indagine conoscitiva  sul sistema dei servizi di media audiovisivi e radiofonico. La delegazione della REA, presieduta da Antonio Diomede, ha illustrato il documento sullo stato di crisi del settore radiotelevisivo locale con le possibili soluzioni in risposta alle negative prese di posizioni del Governo e del Ministero dello Sviluppo Economico relativamente alla pianificazione delle frequenze tv e alla pianificazione della numerazione dei programmi sul telecomando.

 

In particolare la REA ha sollecitato i parlamentari ad intervenire sul Governo affinché si decida ad aprire un Tavolo di confronto per un dialogo di merito sulla questione della dismissione delle 76 frequenze che interferiscono i Paesi confinanti della dorsale adriatica e della Sicilia per evitare diatribe giudiziarie che possono arrivare fino a Strasburgo.  I danni che subiranno le aziende locali sottoposte a chiusura forzata entro fine anno sono dell’ordine di 2.200 milioni di euro, mentre il Governo prevede un fondo di appena 51 milioni per la rottamazione. Rimediare si può, si legge nel documento, purché, l’Amministrazione del MiSE sia disponibile a rispettare la legge spesse volte calpestata.

 

Si tratta di mettere in atto le cinque mosse che la legge prevede per ristabilire ordine e armonia nel comparto televisivo: 1) assegnare alle locali almeno 1/3 della capacità trasmissiva coordinata da utilizzare primariamente nelle aree di confine; 2) utilizzare le frequenze non coordinate nelle aree orograficamente protette; 3) ripianificare con gli anzidetti criteri; 4) assicurare il diritto d’uso di un programma a tutte le emittenti ex analogiche con reti gestite da consorzi o da intese; 5) assicurare alle emittenti ex analogiche storiche un LCN di seguito alle nazionali ex analogiche storiche (dall’8 in poi senza soluzione di continuità).

 

Il documento mette in evidenza come “con un programma ragionato di attuazione del digitale avremmo potuto evitare la fase del passaggio dal DVB-T per transitare direttamente sul DVB-T2 facendo risparmiare alle famiglie, alle imprese televisive e allo Stato 10 miliardi di euro. Cioè una ingente massa di danaro che è andata all’estero in quanto in Italia non c’è una sola azienda che produce semiconduttori, televisori con decoder integrati e decoder interattivi. In sostanza abbiamo finanziato le aziende giapponesi, asiatiche, tedesche e olandesi”.

E la radio? “ La radio”, sostiene la REA, “non è la parente povera della televisione. La Radio è il mezzo informativo più diffuso in Italia e nel mondo” Tuttavia  il Governo ha sottratto importanti frequenze già assegnate per il digitale radiofonico mentre il canale 13 VHF, nonostante le promesse, rimane inutilizzato. La FM è inascoltabile. E’ urgente mettere mano alla pianificazione isofrequenziale per risparmiare almeno 1200 impianti ridondanti in modo da dare respiro alle locali per il recupero degli ascolti e della pubblicità.

 Antonio Diomede

AMERICA LATINA PROTAGONISTA ALLA FIERA DEL LIBRO DI ROMA

Posted by Punto Continenti On novembre - 29 - 2014 Commenti disabilitati su AMERICA LATINA PROTAGONISTA ALLA FIERA DEL LIBRO DI ROMA

Giovedì 4 dicembre, verrà inaugurata al Palazzo dei Congressi di Roma l’edizione 2014 di Più libri più liberi, la fiera dedicata alla piccola e media editoria (resterà aperta fino all’8 dicembre). Nello stesso giorno presso la sede dell’Istituto Italo Latino Americano di Roma (in via Paisiello 24, ore 17) sarà protagonista ‘Il nuovo romanzo latinoamericano’. All’appuntamento, introdotto da Sylvia Irrazábal, Segretario Culturale dell’IILA e coordinato da Rosa Maria Grillo, docente di letteratura ispanoamericana all’Università di Salerno, saranno presenti figure emergenti e note del panorama letterario latinoamericano come: Alejandra Costamagna (Cile), Eduardo Heras León (Cuba), Raúl Pérez Torres (Ecuador), Luis Felipe Lomelí (Messico) ed Eduardo González Viaña (Perú).

 

L’intenzione dell’IILA è di promuovere sotto la sigla América Latina Tierra de Libros la propria partecipazione alla Fiera che quest’anno rende omaggio al grande scrittore colombiano e Premio Nobel  Gabriel García Márquez. Non a caso lo stesso titolo della manifestazione, Vivir para contar, s’ispira al primo dei tre volumi dei racconti autobiografici. I protagonisti degli incontri sulla letteratura latinoamericana del nuovo millennio saranno: Rosalba Campra (Argentina), Ricardo Domeneck (Brasile), Alejandra Costamagna (Cile), Santiago Gamboa (Colombia), Zingonia Zingone (Costa Rica), Eduardo Heras León (Cuba), Raúl Pérez Torres (Ecuador), David Majano (Guatemala), Luis Felipe Lomelí (Messico), Eduardo González Viaña (Perú) ed Edgar Borges (Repubblica Bolivariana del Venezuela). L’organizzazione degli incontri con gli autori latino americani è stata curata dell’IILA in collaborazione con le Ambasciate dei Paesi membri. Ma ecco alcuni degli avvenimenti più importanti in calendario in Fiera per quanto riguarda l’America Latina.

 

Sabato 6 dicembre è in programma una serata dedicata a Garcia Marques alla quale interverranno l’Ambasciatore Giorgio Malfatti di Monte Tretto, Segretario Generale dell’IILA,  Alessandra Riccio, docente di letteratura ispanoamericana all’Università di Napoli – L’Orientale e lo scrittore Raffaele Nigro. L’attrice Maria Rosaria Omaggio leggerà brani delle opere dello scrittore.

 

Venerdì 5 dicembre, nella sede di Più libri più liberi, l’IILA offrirà ai visitatori della Fiera un interessante percorso attraverso il mondo letterario del Continente con due appuntamenti. Il primo, Il Microracconto. Racconti brevi: le nuove forme di narrazione, introdotto da Sylvia Irrazábal, Segretario Culturale dell’IILA e coordinato da Francesco Fava, docente di letteratura ispanoamericana alla IULM di Milano, vede la partecipazione degli scrittori Rosalba Campra (Argentina), Ricardo Domeneck (Brasile), Alejandra Costamagna (Cile), Zingonia Zingone (Costa Rica), Eduardo Heras León (Cuba), Raúl Pérez Torres (Ecuador), Luis Felipe Lomelí (Messico), Eduardo González Viaña (Perú), Edgar Borges (Repubblica Bolivariana del Venezuela).

 

Il secondo, Percorsi letterari tra Europa e America Latina, sarà presieduto da Lucio Battistotti, Direttore della Rappresentanza in Italia della Commissione Europea. L’incontro è incentrato  su un dialogo tra gli scrittori Ricardo Domeneck (Brasile), Santiago Gamboa (Colombia), David Majano (Guatemala) ed Edgar Borges (Repubblica Bolivariana del Venezuela) e verrà coordinato dalla giornalista Roberta Ronconi.   Sempre nell’ambito di Più Libri più Liberivenerdì 5 dicembre, nella Sala del Consiglio del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi Roma Tre, è in programma l’incontro Forme della letteratura latinoamericana nel nuovo millennio che l’IILA organizza in collaborazione con l’Ateneo romano. All’appuntamento, coordinato da Camilla Cattarulla, docente di letteratura ispanoamericana all’Università Roma Tre, interverranno tutti i poeti e gli scrittori invitati.

 

 Gabriel García Márquez 

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