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Friday, July 20, 2018

CULTURA, HI-TECH, BIOTECH, RINNOVABILI: PRIORITARI PER L’INDIA

Posted by Varo De Maria On marzo - 28 - 2015 Commenti disabilitati su CULTURA, HI-TECH, BIOTECH, RINNOVABILI: PRIORITARI PER L’INDIA

Dopo la recente celebrazione a Roma dei 30 Anni di attività’ dell’Indo – Italian Institute for Trade and Technology,  presieduto da Maurizio Miranda, sotto l’egida e l’intervento dell’Ambasciatore indiano Shri Basant K. Gupta (1) un nuovo importante appuntamento  attende l’India: si svolgerà il 12 Aprile a Hannover quando il Primo Ministro dell’Unione Indiana, Narendra Modi, inaugurerà la partecipazione  indiana alla più grande fiera industriale, unitamente alla Cancelliera tedesca, Angela Merkel. In quella circostanza verrà presentato il progetto INDIA PAESE PARTNER della GERMANIA IN EUROPA. A questo incontro il Primo Ministro arriverà accompagnato da 350 imprese Indiane (in aggiunta alle 253 ospitate precedentemente a Roma).

 

La Fiera Tedesca ha già avuto in passato come Partners la Cina e la Russia e non ha indugiato ad incalzare gli indiani, sulla spinta degli investitori e delle imprese tedesche che hanno notevoli interessi in tutta l’Asia meridionale e altre aree del Continente. Per quanto riguarda specificamente l’India va registrato che la McKinsey (multinazionale di consulenza di direzione) ha previsto per il 2015 che il Pil di New Delhi dovrebbe crescere del 6,3% e, stando al Fondo Monetario internazionale, entro due anni quella indiana sarà l’economia in più rapida crescita nel mondo.

 

La ricetta di Modi è costituita da una miscela di interventi sulla liberalizzazione e semplificazione burocratica, nonché sulla seconda liberalizzazione hi-tech che punta all’ innovazione tecnologica: parliamo di internet mobile, cloud computing, pagamenti digitali, e-commerce, ma anche di genomica, fonti non convenzionali di energia (come lo shale gas) e infrastrutture di rete moderne. Tutto questo, sempre secondo la McKinsey, dovrebbe portare il Pil dell’India ad una crescita del 20-30% in dieci anni, l’equivalente a 550 miliardi di dollari in più all’anno per l’Unione Indiana: cioè, tre volte tanto il valore attuale dell’industria indiana dell’Ict.

 

In sostanza, nel corso della visita in Germania il Presidente Modi e i rappresentanti del suo governo spingeranno con i piani ‘Make in India’, ‘Skill India’ e ‘Digital India’ su una crescita economica nazionale ed internazionale basata sulla reciprocità  dei settori manifatturieri tedeschi ed indiani nei rispettivi Paesi, sulle competenze scientifiche e tecnologiche comuni legate alla ‘Economia della conoscenza’ nonché  sulle applicazioni digitali e dell’ICT: settori nei quali già si vedono  tassi di crescita molto rilevanti.

 

Il Primo Ministro indiano si tratterrà per un lungo week-end anche a Berlino e in altre città tedesche per poi proseguire verso la Francia, il Belgio e il Canada. Al suo ritorno in India incontrerà nuovamente la Merkel, che sarà  a New Dehli, per siglare altri accordi con l’India, visto che da tempo (e  silenziosamente)  il gigante tedesco ha trovato e coltivato una serie di intese sul piano tecnico, scientifico, di ricerca e sviluppo, nonché di tipo culturale, adottando una sottile strategia di espansione tangibile e intangibile.

 

Il fenomeno non riguarda tanto la lavorazione dei prodotti ma la loro concezione. Le imprese tedesche che hanno aperto centri di ricerca & sviluppo in India sono più che quintuplicate valorizzando talenti giovanili tedeschi e indiani ben collegati in Rete ed interattivi con la madrepatria. Non a caso lo scorso anno, sempre ad Hannover, parteciparono come espositori 122 aziende e 2.400 visitatori indiani. Questo dinamismo indiano su scala internazionale trova, del resto, ampio riscontro da anni in occasione dei vertici annuali di Davos in Svizzera.

 

Ma, in questo contesto, che ruolo può giocare l’Italia?

 

Secondo un’indagine condotta dall’Indo – Italian Institute for Trade and Technology  e che ha trovato ampi consensi anche da parte indiana in occasione dell’incontro di Roma, tra i settori con maggiori prospettive per le imprese italiane figurano sicuramente il fashion, l’archeologia, tutte le attività che ruotano intorno al settore museale, l’hi-tech, biotech, energie rinnovabili e le applicazioni e servizi satellitari. Da rilevare, a questo proposito, che il Governo indiano ha auspicato la costituzione di Centri permanenti di formazione indo – italiani o, ancor meglio, delle Corporate University dove il mondo accademico e imprenditoriale italiano si potrà interfacciare con quello indiano in pianta stabile leggera e continua, favorendo la crescita e la fidelizzazione delle esperienze dei giovani talenti indiani e italiani, in sintonia con le necessità delle rispettive aziende e mercati. Ed è proprio per andare incontro a quest’esigenza che l’Indo Italian Institute for Trade and Technology ha attivato la nascita dell’Indo-Italian Fashion Corporate University (I.I.F.C.U.), che si propone come strumento nodale per il ricambio generazionale in Italia, in India e altri Paesi.

Nota

(1) Punto Continenti ha seguito i lavori del trentennale dell’Indo Italian Institute for Trade and Technology  con un servizio giornalistico (http://puntocontinenti.it/?p=7353) e un video ( https://www.youtube.com/watch?v=3XJ8DgGJ3Tg&feature=youtu.be).

 Primo Ministro Indiano Narendra Modi 

LA DI.MAR PUNTA SULL’INDIA SUPPORTATA DA AMBASCIATA E IIITT

Posted by Varo De Maria On novembre - 24 - 2014 Commenti disabilitati su LA DI.MAR PUNTA SULL’INDIA SUPPORTATA DA AMBASCIATA E IIITT

Non è certamente un fatto usuale che un Ambasciatore vada a visitare un’ azienda italiana in una  località non particolarmente famosa. Se poi si tratta del rappresentante di un gigante come l’India e di un ‘impresa di piccola dimensione allora la sorpresa è decisamente grande e merita di essere raccontata. Parliamo della visita compiuta dall’Ambasciatore indiano Basant K. Gupta presso  gli stabilimenti della Di.Mar nel Lazio, più precisamente nell’Alta Tuscia a Velentano. Si tratta di un gruppo di aziende specializzato nella lavorazione della pelletteria delle grandi firme del Made in Italy.

 

La ragione di questa visita ha naturalmente un significativo precedente: nel settembre scorso i vertici dell’azienda, con alla testa i fondatori Angelo Cionco e Fabio Martinelli, sono andati in India nell’ambito di una missione organizzata dall’Indo Italian Institute for Trade and Technology  – IIITT (un Istituto da trent’anni attivo sul mercato indiano) presieduto da Maurizio Miranda (vedere intervista su Punto Continenti – http://puntocontinenti.it/?p=6333) per verificare le possibilità di investire o creare delle società miste con imprese indiane. Una missione che ha potuto contare sul deciso sostegno dell’Ambasciata indiana a Roma. Oltre all’Ambasciatore, infatti, si sono impegnati nell’organizzazione degli incontri e nella stesura di possibili accordi anche il Primo segretario politico e commerciale Madan Mohan Sethi (molto attivo nella ricerca di partners italiani) e il suo consulente commerciale Giuseppe Giannuzzi.

 

A differenza di quanto succede nella maggior parte delle missioni all’estero, che quasi sempre rimangono confinate alle belle intenzioni senza particolari e concrete conseguenze,  questa volta gli obiettivi sono stati in buona parte raggiunti. La Di.Mar non solo si trova in procinto di espandersi sul grande mercato indiano, ma sta anche valutando seriamente di farsi quotare alla Borsa Indiana BSE Ltd (in precedenza denominata Bombay Stock Exchange Ltd) che da anni intrattiene rapporti di collaborazione con l’Indo Italian Institute. La strada per questa nuova ‘avventura’ è stata aperta nel corso di un incontro ufficiale con il Chief Regulatory Officer della borsa, Nehal Vora, il General Manager Khushro A. Bulsara, il Deputy Bhusha Mokashi e la Associate Manager Radhika Khatau.

 

Ma quali sono gli obiettivi a breve e medio termine del gruppo Di.Mar?

 

“Dopo aver maturato”, spiega Fabio Martinelli, uno dei fondatori del Gruppo, “una trentennale esperienza internazionale nel campo della pelletteria e accessori di lusso, oggi puntiamo decisamente a diventare un’azienda leader nel settore, con una propria linea di borse in pelle da presentare sul mercato indiano che, da sempre, è molto affascinato dal made in Italy”. Per l’altro socio, Angelo Cionco, “l’espansione sui mercati esteri ha portato alla creazione di uno ‘style department’ nell’ambito del quale gli stilisti daranno vita alla nuova collezione che sarà realizzata ricorrendo all’utilizzazione di tecnologie avanzate e materiali innovativi”.

 

Da segnalare, poi, che nel corso dell’incontro, al quale erano presenti anche il Sindaco di Valentano Franco Pacchiarelli, il Vice Sindaco Leonardo Ricci e l’Assessore Carlo Alfonso Fioroni, i vertici della Di.Mar hanno rappresentato all’Ambasciatore dell’India e al Sindaco l’intenzione di fondare un’Accademia della Pelletteria, con una duplice sede: in India, per insegnare ai giovani artigiani l’arte dei maestri pellettieri valentanesi, e a Valentano, dove il Comune ha già reso disponibili i locali della vecchia scuola media. Una proposta che ha registrato ampi consensi sia da parte dell’Ambasciatore che del Sindaco.

 

“Con il successo della missione indiana della Di.Mar”, conclude il Presidente dell’IITT, Maurizio Miranda, “abbiamo dato il via in forma concreta ai festeggiamenti del trentennale dell’Indo Italian Institute. Attualmente stiamo lavorando su un grande progetto denominato ‘Italia-India nel mondo”, che oltre ad avvicinare le imprese dei due Paesi, si propone di portare insieme aziende italiane e indiane sui mercati terzi. Inoltre, è nostra intenzione far conoscere meglio la realtà economica e culturale italiana agli indiani, e quella indiana agli italiani. Il tutto verrà, comunque, esposto nel corso di una giornata celebrativa che si svolgerà all’interno dell’Ambasciata indiana a Roma, con l’indispensabile supporto dell’Ambasciatore e dei suoi collaboratori”.

 

Foto:  la Direttrice Creativa Tania Pezzuolo  (1) ; il Sindaco di Valentano Francesco Pacchiarelli (3) ; Cristiana Marcucci (2 ), consorte del Chief Financial Officer  Marco Fornari (15); il Presidente di Di.Mar Group Angelo Cionco (5) e Consorte Patrizia Codoni (4); l’Ambasciatore dell’India Basant K. Gupta (10)  con l’Ambasciatrice Shanam Gupta (8); il Ceo di Di.Mar Group Fabio Martinelli (12) e Consorte Debora Grillo (13); alle sue spalle i coniugi Alan (14) e Pat Brison (17), il Vice Sindaco di Valentano Leonardo Ricci (16 ); il figlio dell’Ambasciatore Abhishek Gupta che studia a Roma alla J. Cabot University (18); nella seconda fila a destra l’Assessore di Valentano Adolfo Fiorona (11), con al centro Massimo Cittadini (7) e Federico Cittadini (9) dell’IMI; infine, semi nascosto, Maurizio Miranda (6), Presidente dell’Indo – Italian Institute for Trade and Technology.

 

 

 

ADRIANA FERFECKA VINCE IL 13° CONCORSO LIRICO ‘OTTAVIO ZIINO’

Posted by Varo De Maria On novembre - 12 - 2014 Commenti disabilitati su ADRIANA FERFECKA VINCE IL 13° CONCORSO LIRICO ‘OTTAVIO ZIINO’

Tra i più entusiasti figura il tenore di livello mondiale Raul Gimenez, di nascita argentino e da moltissimi anni in Spagna: “Non solo la vincitrice”, ha spiegato a Punto Continenti,  “ma almeno altri due o tre cantanti sono destinati a fare una carriera splendida. Come Presidente della giuria posso assicurare che la selezione è stata durissima perché il livello medio è risultato molto elevato. E questo va a tutto onore del prestigio dell’organizzazione”.

 

L’organizzazione a cui fa riferimento Gimenz (considerato dalla critica  uno dei più sensibili ed eleganti artisti del ‘bel canto’) è l’Associazione Villaggio della Musica che per il tredicesimo anno ha organizzato nella splendida cornice del teatro Torlonia di Roma (definito il Teatro delle Meraviglie) il concorso lirico internazionale ‘Ottavio Ziino’ (riservato agli under 35), in omaggio al grande compositore e direttore d’orchestra palermitano.

 

La vincitrice è stata il soprano polacco Adriana Ferfecka che si è esibita per ultimo  (quando si dice che gli ultimi saranno i primi…) incassando, tra l’altro, un assegno di 5 mila euro. Nata nella Bassa Slesia nel 1992, Ferfecka si è laureata in Pianoforte e Canto lirico presso la Scuola Secondaria di Musica di Legnica in Polonia (la sua città natale). Attualmente sta perfezionando i suoi studi presso l’Università della Musica Fryderyk Chopin.  Nel 2011 ha vinto una borsa di studio offerta dal Ministro della Cultura e del Patrimonio Nazionale. Inoltre, ha vinto il Concorso Internazionale “Ferruccio Tagliavini” in Austria ad aprile 2014, l’ International Vocal Competition “Gran Prix dell’Opera” in Romania a giugno 2014 e un debutto all’ International Vocal Competition in Germania a Settembre 2014.

 

 

Il secondo e terzo Premio sono andati rispettivamente a Denitz Yetim, soprano turco e a Francesco Castoro, tenore italiano. Sono poi stati consegnati i seguenti premi artisitici:

Premio della critica a Deniz Yetim (soprano turco);

Premio del pubblicoPervin Chakar  (soprano curdo);

Scrittura presso il teatro di Toulon offerta da Claude Bonnet a Deniz Yetim (Turchia);

Scritture per diversi concerti a San Paolo del Brasile offerta da Paulo Esper a Giuseppe Tommaso (tenore italiano);

2 scritture al teatro di Plzen (Repubblica Ceca) per il ruolo di Mozart in ‘Mozart e Salieri’ di Rimskji Korsakov e l’ Opera di Sergio Rendine ‘Un segreto d’importanza’ offerta da Golat Ludek, responsabile teatro di Plzen, a Francesco Castoro (tenore italiano);

Borsa di studio da assegnarsi a Francesco Castoro, Patrick Kabongo Mubenga  e Giuseppe Tommaso per l’ Elisir d’amore offerta da Carlo Alberto Gioja, direttore artistico dell’associazione “Viviamo l’arte” da realizzarsi a luglio 2015;

Intervista esclusiva sulla rivista francese Opera Magazine da parte del suo direttore Richard Martet ad Adriana Ferfecka (soprano polacco).

 

Oltre ai cantanti già menzionati sono arrivati tra i tredici finalisti: Emily De Salve; Elisabetta Farris, Gloria Giurgola, Joe Rebecca Loeb, Chiara Mogini, Anna Charlotte Shipley, Jana Karcikova Sreijma.

 

Complessivamente i partecipanti sono stati quasi un centinaio provenienti da diversi Paesi, tra cui  anche un tenore del Congo Kabongo Mubenga Patrick (da registrare che sono ancora rarissime le partecipazioni di africani ai concorsi lirici). Gli artisti sono stati accompagnati dal pianista Otello Visconti che, con grande maestria, è riuscito a coprire qualche piccolissima incertezza dovuta sicuramente all’emozione di qualche cantante, soprattutto tra i più giovani.

 

Le vere anime di questa manifestazione rimangono, comunque, la pianista Wally Santarcangelo Lorenzo Di Pace, rispettivamente Direttrice artistica e Presidente dell’Associazione Culturale ‘Il Villaggio della Musica’. Di Pace ha condotto, tra l’altro, in maniera molto equilibrata e serena l’intera serata, insieme a Bruna Bencivenga, presentatrice con esperienza RAI e partecipazione a diversi eventi culturali.

 

Oltre alla banda alla banda musicale della Polizia di Stato hanno partecipato come ospiti d’onore anche  il soprano Anna Pennisi, vincitrice della passata edizione e una delle star dell’Atelier Lyrique dell’Opéra National de Paris, nonché una giovanissima violinista (appena 15 anni), Cecilia Merli: un nome che merita di essere ricordato e che già oggi rappresenta qualcosa di più di una grande promessa.

 

 Adriana Ferfecka

MANUELA DONGHI: NON CHIUDETE L’AMBASCIATA A SANTO DOMINGO

Posted by Varo De Maria On ottobre - 14 - 2014 Commenti disabilitati su MANUELA DONGHI: NON CHIUDETE L’AMBASCIATA A SANTO DOMINGO

  Manuela Donghi 

La data del 31 dicembre si sta avvicinando. Per gli imprenditori italiani residenti nella Repubblica Dominicana, la fine dell’anno coinciderà con la chiusura dell’Ambasciata italiana e, quindi, non ci sarà molto da festeggiare. Della questione Punto Continenti ha già avuto modo di occuparsi (vedere http://puntocontinenti.it/?p=6310 ). Questa volta sentiamo il parere di un testimone d’eccellenza: Manuela Donghi, giornalista televisiva di Class Tv (visibile sul canale 27 del digitale terrestre tutti i giorni alle 16) e autrice del blog di politica Panepolitica ( panepolitica.overblog.it ). La Donghi è appena rientrata dalla Repubblica Dominicana e quindi ci può dare una testimonianza diretta del clima vissuto dagli italiani residenti nell’isola caraibica.

 

Qual’è stato lo scopo del suo viaggio?

 

Ho avuto modo di girare nella Repubblica Dominicana da sud a nord, per un reportage sul turismo dell’Isola e per approfondire il problema relativo alla volontà di spostare l’Ambasciata italiana a Panama, decisione frutto del progetto di ottimizzazione contenuto nella ‘spending review’ del Governo Renzi.  Si è trattato di un viaggio interessante che mi ha permesso di osservare da vicino una realtà che sembra lontanissima dalla nostra ma che invece è più vicina di quanto possiamo pensare, forse per il numero elevato di italiani che decidono di investire là, o addirittura di trasferirsi.

 

Che opinione si è fatta sulla chiusura dell’Ambasciata italiana?

 

Quello dell’Ambasciata è un grosso problema che rischia di penalizzare, anzi, di rovinare il grande flusso economico dell’Isola che in questo momento sta investendo moltissimo in fatto di infrastrutture, per essere al passo con i tempi. Le persone del posto che ho conosciuto sono meravigliose, con tanta voglia di fare ma sempre con il sorriso sulle labbra. Renzi dovrebbe ripensarci.

 

A proposito di Renzi, visto che conduce anche un blog politico, cosa ne pensa?

 

Non è cambiato molto da quando Renzi ha preso il posto di Letta, ma non avevo molti dubbi in merito. Cosa ci aspettavamo? La bacchetta magica non ce l’ha nessuno! Per quanto mi riguarda penso solo che il premier dovrebbe pensare maggiormente a non caricare i cittadini di tasse (cosa che invece ha fatto), a risolvere il problema dell’immigrazione con l’Unione Europea (quindi sta a lui farsi rispettare da Bruxelles e accelerare il tutto) e ad aiutare sul serio le piccole medie imprese, il cuore della nostra ricchezza! Pensate che il Governo dominicano ha una legge fiscale in via di approvazione che elimina le imposte per incentivare lo sviluppo:  le aziende che investono sul turismo (fondamentale per l’economia locale) non pagano le tasse per i primi 15 anni di attività! Fare anche noi qualcosa del genere? Quante persone potrebbero essere assunte? Sarebbero già due problemi risolti”.

BARBIERE DI SIVIGLIA: A ODERZO UN VERO SUCCESSO

Posted by Varo De Maria On agosto - 1 - 2014 Commenti disabilitati su BARBIERE DI SIVIGLIA: A ODERZO UN VERO SUCCESSO

 Maria Grazia Patella

 

Di Varo De Maria

Prima di parlare dell’ultimo evento, la messa in scena dell’Opera ‘Il Barbiere di Siviglia’ a Oderzo (in provincia di Treviso) soffermiamoci sugli organizzatori. Sono due veri gladiatori rimasti in vita dopo 24 anni di lotte nell’arena (pardon, in piazza) contro le crisi economiche, una burocrazia asfissiante, l’insensibilità di una parte dei poteri costituiti e le continue intemperie atmosferiche (che negli ultimi anni hanno creato non pochi problemi ai promotori  di eventi estivi all’aperto):  parliamo di Maria Grazia Patella (ex soprano) e del marito e tenore di fama internazionale Miro Solman Busolin, che insieme gestiscono la manifestazione Opera in Piazza che s’ispira al grandissimo tenore del passato Giuseppe Di Stefano.

 

Ma a differenza di quanto avveniva nelle arene romane, da queste parti mai nessuno ha voltato il pollice in giù. Al contrario, l’intero pubblico, fatto da numerosi turisti provenienti anche da Paesi come la Germania, la Francia, l’Austria e la Slovenia ha sempre seguito con intensi applausi alle varie rappresentazioni operistiche (fatte all’aperto d’estate e al chiuso d’ inverno) attivate dall’Associazione Oder Atto II,  promotrice del Festival opitergino e che, nel corso dell’anno, organizza  anche spettacoli di balletto, concerti sacri, lirici, sinfonici, nonché incontri musicali di promozione sia in Italia che all’estero. L’ultimo spettacolo si è svolto (sotto l’incubo della pioggia) l’11 luglio scorso. In scena, appunto, il Barbiere di Siviglia di Gioachino Rossini sotto la Regia Jaki Jurgec e con il direttore Simon Krecic. Ottimo l’intero cast, con in testa i principali interpreti: il basso originario di Treviso Roberto Scandiuzzi (nel ruolo di Basilio) che ha cantato insieme al soprano Sonia Peruzzo (Rosina). Inoltre si sono distinti il possente baritono, nato a Bergamo, Gabriele Nani (Figaro) e il morbido tenore  Alfio Vacanti (Almaviva), Giuseppe Esposito (Don Bartolo) e l’incisivo Francesco Palmieri. Hanno cantato anche Elisabetta Battaglia e Zdravko Perger.

 

Qualche altro dato sull’Associazione che organizza gli eventi: si tratta di un’Associazione senza scopi di lucro. I soci sono prevalentemente imprenditori, avvocati, professionisti, artisti, artigiani e operai, tutti grandi amanti della lirica. Intorno agli organizzatori gravitano circa 200 persone. ‘Opera in Piazza’ da diversi anni ha anche stabilito un’intensa collaborazione con il Teatro dell’Opera sloveno di Maribor. Da sottolineare, poi, che gli organizzatori di Opera in Piazza sono stati praticamente i pionieri di questo tipo di spettacolo all’aperto, che ha trovato in seguito emulazione e diffusione  in diverse altre località. Ma oltre ad aver dato il via a un enorme interesse verso la cultura musicale, in particolare operistica nel Nord-Est, ha offerto a molti di giovani la possibilità di mettersi in gioco, di lavorare e fare un’esperienza concreta per entrare nel mondo dello spettacolo.

 

Da segnalare, poi, che sabato 22 novembre al Palateatro di Oderzo andrà in scena il balletto ‘Giulietta e Romeo’ con musiche di Prokofiev  eseguito da Solisti, Corpo di Ballo, Orchestra, scenografie, costumi e luci del Teatro  Nazionale dell’Opera di Maribor. Infine, domenica 7 dicembre alle ore 16 nel Duomo di Oderzo ci sarà il concerto natalizio che praticamente concluderà  il  Festival con il Coro dell’Istituto Comprensivo di Vedelago (TV). Sono previste musiche di autori vari, con l’esecuzione del coro ‘Le cinque note’ diretto da Chiara Cattapan e la partecipazione del tenore Michele Manfré.

Per informazioni: info@operainpiazza.it www.operainpiazza.it tel. 0422 815251

 

L’IMPORTANZA DEL TELELAVORO SUL PIANO SOCIALE ED ECONOMICO

Posted by Varo De Maria On agosto - 1 - 2014 Commenti disabilitati su L’IMPORTANZA DEL TELELAVORO SUL PIANO SOCIALE ED ECONOMICO

  Roberto Spagnuolo

 

Di Varo De Maria

Romano, classe 1969, due figli, laureato in economia e commercio e giurisprudenza, Roberto Spagnuolo per dieci anni si è occupato nell’analisi dei processi aziendali e personalizzazione del sistema informatico. Dopo aver implementato un nuovo software gestionale per l’Alitalia, per sette anni si è occupato di consulenza e formazione per grandi enti pubblici, come Tim, Poste Italiane ed Enel. Nel 2008 è entrato nella Corte dei Conti come funzionario analista, presso le Sezioni Riunite in sede di Controllo (sede Roma), per collaborare alla preparazione della Relazione al Parlamento sul Rendiconto generale dello Stato; inoltre è membro del Nucleo Tecnico sul Costo del Lavoro pubblico a supporto sia della certificazione economico-finanziaria dei CCNL dei dipendenti pubblici, sia del referto annuale al Parlamento sul Costo del lavoro pubblico. Attualmente viene considerato uno dei grandi esperti in Italia di telelavoro, sia dal punto di vista economico che giuridico. Ed è in questa veste che lo abbiamo intervistato.

 

Cosa s’intende esattamente per telelavoro?

 

È piuttosto difficile incasellare un fenomeno multiforme come il telelavoro. Manca una definizione univoca visto il necessario approccio pluridisciplinare ch’esso implica, pertanto ogni branca ne ha costruita una più o meno strutturata. Per Jack Nilles, a cui si riconosce il conio del termine telework negli anni ’70,  era “ogni forma di sostituzione degli spostamenti di lavoro con tecnologie dell’informazione”. Al tempo, in California, il problema erano i trasporti a causa dello shock petrolifero. Oggi una definizione più idonea, dal punto di vista organizzativo, dovrebbe essere anche la più generica possibile visto la capacità camaleontica delle tecnologie della comunicazione e dell’informazione: ogni modalità di esecuzione di un’attività lavorativa svolta in qualsiasi momento da una qualsiasi sede esterna (fissa o mobile) alla sede aziendale, mediante l’uso, anche discontinuo, della telematica.

 

Il telelavoro in Europa è stato introdotto nel 2002 mentre in Italia per il settore privato la disciplina del telelavoro è stata regolamentata dall’accordo interconfederale del 9 giugno 2004. A dieci anni di distanza che giudizio e quali sono i punti positivi e negativi di questo accordo?

 

Il telelavoro, organizzativamente, era già introdotto in Europa ben prima del 2002, ma le forze sociali si sono rese conto più tardi del valore e dell’impatto che poteva avere per i lavoratori come vera strategia occupazionale. Il 2004 è stato fondamentale per la tutela diretta del telelavoro in Italia se si pensa che da principio, negli anni ’70, veniva addirittura ricompreso nella medesima disciplina del lavoro a domicilio.   L’ambizione degli accordi era modernizzare l’organizzazione del lavoro e conciliare vita lavorativa e vita sociale, ma la lettura del fenomeno ancora lo interpreta come accessorio al lavoro tradizionale, piuttosto che elemento costitutivo di una nuova modalità e mentalità lavorativa. Il beneficio dell’accordo è stato piuttosto in termini di garanzia: i telelavoratori devono essere considerati a tutti gli effetti alla stregua degli altri, per diritti e tutele. Tuttavia ciò rappresenta anche il limite di lettura del fenomeno, è difficile seguire e disciplinare lavoratori che la diffusione della telematica segmenta sino a renderne difficoltosa l’aggregazione degli interessi identitari.

 

E’ possibile quantificare i vantaggi del telelavoro sul piano occupazionale, mobilità delle persone e stress lavorativo?

 

È difficile limitarsi ad una visione quantitativa perché non mancano politiche labour saving che sfruttano gli incrementi di produttività ch’esso comporta. Le attività telelavorabili sono sostanzialmente di due tipi: quelle a basso valore professionale, ripetitive e facilmente standardizzabili nelle procedure operative, dall’altro, le attività ad alto valore aggiunto professionale e tecnico, le cui procedure esecutive sono piuttosto personalizzate e pertanto difficilmente controllabili in itinere, ma lo sono nel valore finale della prestazione su cui sono misurate.   Nel primo caso il telelavoro, per obiettivi di costo, porta presumibilmente un calo occupazionale, la mera delocalizzazione dell’attività ne è un esempio, nel secondo caso i servizi professionali ad imprese e famiglie hanno un nuovo canale di espressione che amplia il bacino di utenza, allargando l’offerta laddove la domanda sovrabbonda e  soddisfacendo nuove domande laddove prima l’offerta era tecnicamente impossibile. Lo stesso sviluppo delle nuove tecnologie telematiche, dovuto anche alla domanda di telelavoro, crea nuovi servizi e nuove competenze prima inesistenti. Inoltre il gap formativo dell’Italia rappresenta un imbuto per la domanda di lavoro per via telematica, l’offerta ci sarebbe ma è frenata.

 

Come viene applicato il telelavoro nella pubblica amministrazione?

 

Ad oggi direi che rappresenta ancora un’applicazione marginale, per non dire sperimentale. Formalmente tutti i contratti dei comparti la riportano ma in pratica c’è una forte farraginosità tecnico-giuridica, visto che si concepisce il telelavoro soprattutto da altra sede fissa, con la pedissequa replicazione dei risvolti disciplinari sul potere datoriale, controllo e sicurezza del lavoratore. Si sarebbe potuto sfruttare meglio anche per la PA uno strumento che il legislatore nazionale ha previsto nella gestione organizzativa del lavoro con la Legge 148 del 2011 come sostegno alla contrattazione collettiva di prossimità.   La norma consente, proprio nell’organizzare il lavoro con le nuove tecnologie, anche di derogare alla legge e ai contratti collettivi nazionali, con la dichiarata finalità di migliorare l’occupazione, la competitività, i salari e le nuove attività. Occorrono regole più flessibili, non basta applicare le vecchie al nuovo se esso le destruttura nelle fondamenta. La recente nascita del progetto smartwork (lo smartwork è un’evoluzione «leggera» del telelavoro con cui si può decidere se stare a casa o in ufficio, a seconda delle esigenze produttive del momento. n.d.r.)  ne è un esempio concreto, tuttavia, anch’esso necessita di più fiducia e responsabilità ai lavoratori proprio attraverso i patti di prossimità.

 

Secondo un’indagine compiuta nel 1999 dall’Istituto europeo di ricerca empirica ECATT (Electronic Commerce and New Methods of Work)  i lavoratori dipendenti che prestano la loro attività con la modalità del telelavoro costituiscono in Italia  l’1,57% del totale della forza lavoro (contro una media europea dell 1,96%). Se si comprendono nel computo anche i lavoratori autonomi e parasubordinati, nonché i telelavoratori “occasionali”, la percentuale sale al 3,59% (contro la media europea del 6%). Nel frattempo questa forbice tra l’Italia e gli altri Paesi è diminuita o aumentata?

 

Il divario è in crescita visto che è il contesto di sviluppo il problema. Non solo politico per la mancanza di programmi condivisi e incentivanti ma anche normativo per il dovuto adeguamento di una regolamentazione ancora rigida, tecnico per il ritardo nella diffusione della banda larga su tutto il territorio, organizzativo per l’incompleta dematerializzazione delle attività della PA, culturale per la mancanza di fondo di una educazione digitale dei cittadini prima e dei lavoratori poi. La rigidità emerge specie nei rapporti di subordinazione dove, la sola applicazione del telelavoro, comporta già di per sé una forma di surrogazione dei poteri e controlli datoriali mediata proprio dall’autoresponsabilità del lavoratore e dallo spostamento di parte della valutazione sul prodotto finale.   Surrogazione che può essere più o meno strutturale, rendere più o meno evanescenti i confini tra lavoro subordinato e autonomo, così come le relative separate statistiche. Ciò che conta infatti è la diffusione della modalità lavorativa, il fatto che tra i subordinati ci sia una percentuale inferiore dipende soprattutto dalla disciplina di riferimento e dalla volontà e cultura organizzativa degli attori.

 

Quale dovrebbe essere il principale provvedimento che il Governo dovrebbe adottare in materia di Telelavoro?

 

Il telelavoro oggi esige per la sua applicazione di una nuova negoziazione tra le parti, perché occorre tararlo sia alla necessità organizzativa sia alla disponibilità e capacità lavorativa di ogni individuo. Il telelavoro porta con sé un qualità specializzante, spesso imprescindibile dall’attività come nel mobile telework, la quale richiede l’operosità delle parti coinvolte per raggiungere il fitness disciplinare, cosicché non sia l’organizzazione a subire, oggi, la norma generale che è nata per rafforzarne le modalità produttive, di un tempo.   Il Governo in materia di organizzazione e produzione ha fatto un primo concreto timido passo nel 2011, consentendo alla contrattazione di prossimità di adeguare alcuni istituti contrattuali secondo necessità. L’ambito d’intervento però è molto ristretto, la finalità della norma ben arginata. Occorrerebbe una maggiore autonomia disciplinare dell’organizzazione del lavoro. Autonomia che non significa procedere ad nutum (in diritto civile, ad nutum si definisce il licenziamento del lavoratore da parte del datore di lavoro senza che questi debba giustificare la propria volontà di recedere, con l’unico obbligo di darne preavviso alla controparte o, in mancanza, di corrispondere a essa un’indennità equivalente all’importo della retribuzione che spetterebbe per il periodo di preavviso n.d.r.). ma con linee guida ben definite, con una nuova soft law (disciplina flessibile n.d.r.) che segua sussidiariamente l’accordo europeo del 2002, a garanzia dei diritti indisponibili alle parti, lasciando al quadro legislativo la funzione di parametro default (parametri facoltativi, n.d.r.) in caso di assenza di contrattazione di prossimità derogante.

 

Nell’ambito di un nuovo Stato sociale in che misura il telelavoro potrebbe migliorare le condizioni dei lavoratori e di tutte le altre persone?

 

Tra i benefici quello sociale è stato uno dei primi ad essere messo in rilievo, ad esempio con il minor traffico e inquinamento. Sede e tempo di lavoro non vincolanti l’intera giornata consentono di sostituire le relazioni d’ufficio con le più importanti relazioni familiari e sociali. Valorizzare le capacità personali dando più responsabilità a chi telelavora contribuisce ad accrescere l’autostima, ciò migliora il risultato non solo del singolo ma anche quello finale all’utenza. Cambia la socializzazione tra colleghi se il lavoro si misura in risultati e non in tempi, vengono a crearsi di volta in volta collaborazioni secondo necessità contingenti, dal miglior risultato il guadagno è maggiore per tutti.   Il valore del singolo si amplifica nei gruppi di lavoro e telelavoro. I benefici economici sarebbero però a medio/lungo termine per la società, se si cercano solo quelli finanziari a breve è sufficiente delocalizzare finché si può, creando però diseconomie sociali.

 

I guadagni di produttività emersi dagli studi si tradurrebbero in maggior salario e introiti fiscali, che possono essere in parte finalizzati all’istruzione e formazione proprio  per creare e supportare la vita lavorativa a distanza; all’assistenza laddove il lavoratore abbia più difficoltà nel riqualificarsi, specie se di tipo tradizionale. Senza contare le economie esterne dovute all’assenza di continui picchi di traffico e inquinamento nelle grandi città, che diverrebbero più a misura di bambino, oltre al ragionevole calo della speculazione immobiliare locale, dovuta all’abbattimento della domanda nei pressi delle concentrazioni di uffici, ormai di discutibile utilità. La motivazione liberale che valorizza la personalità del lavoro a distanza necessita, tuttavia, di una guida nella condivisione dei nuovi tempi di vita, al fine di valorizzare la socialità che telework e smartwork possono creare.

 

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