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Tuesday, May 22, 2018

MANUELA DONGHI: NON CHIUDETE L’AMBASCIATA A SANTO DOMINGO

Posted by Varo De Maria On ottobre - 14 - 2014 Commenti disabilitati su MANUELA DONGHI: NON CHIUDETE L’AMBASCIATA A SANTO DOMINGO

  Manuela Donghi 

La data del 31 dicembre si sta avvicinando. Per gli imprenditori italiani residenti nella Repubblica Dominicana, la fine dell’anno coinciderà con la chiusura dell’Ambasciata italiana e, quindi, non ci sarà molto da festeggiare. Della questione Punto Continenti ha già avuto modo di occuparsi (vedere http://puntocontinenti.it/?p=6310 ). Questa volta sentiamo il parere di un testimone d’eccellenza: Manuela Donghi, giornalista televisiva di Class Tv (visibile sul canale 27 del digitale terrestre tutti i giorni alle 16) e autrice del blog di politica Panepolitica ( panepolitica.overblog.it ). La Donghi è appena rientrata dalla Repubblica Dominicana e quindi ci può dare una testimonianza diretta del clima vissuto dagli italiani residenti nell’isola caraibica.

 

Qual’è stato lo scopo del suo viaggio?

 

Ho avuto modo di girare nella Repubblica Dominicana da sud a nord, per un reportage sul turismo dell’Isola e per approfondire il problema relativo alla volontà di spostare l’Ambasciata italiana a Panama, decisione frutto del progetto di ottimizzazione contenuto nella ‘spending review’ del Governo Renzi.  Si è trattato di un viaggio interessante che mi ha permesso di osservare da vicino una realtà che sembra lontanissima dalla nostra ma che invece è più vicina di quanto possiamo pensare, forse per il numero elevato di italiani che decidono di investire là, o addirittura di trasferirsi.

 

Che opinione si è fatta sulla chiusura dell’Ambasciata italiana?

 

Quello dell’Ambasciata è un grosso problema che rischia di penalizzare, anzi, di rovinare il grande flusso economico dell’Isola che in questo momento sta investendo moltissimo in fatto di infrastrutture, per essere al passo con i tempi. Le persone del posto che ho conosciuto sono meravigliose, con tanta voglia di fare ma sempre con il sorriso sulle labbra. Renzi dovrebbe ripensarci.

 

A proposito di Renzi, visto che conduce anche un blog politico, cosa ne pensa?

 

Non è cambiato molto da quando Renzi ha preso il posto di Letta, ma non avevo molti dubbi in merito. Cosa ci aspettavamo? La bacchetta magica non ce l’ha nessuno! Per quanto mi riguarda penso solo che il premier dovrebbe pensare maggiormente a non caricare i cittadini di tasse (cosa che invece ha fatto), a risolvere il problema dell’immigrazione con l’Unione Europea (quindi sta a lui farsi rispettare da Bruxelles e accelerare il tutto) e ad aiutare sul serio le piccole medie imprese, il cuore della nostra ricchezza! Pensate che il Governo dominicano ha una legge fiscale in via di approvazione che elimina le imposte per incentivare lo sviluppo:  le aziende che investono sul turismo (fondamentale per l’economia locale) non pagano le tasse per i primi 15 anni di attività! Fare anche noi qualcosa del genere? Quante persone potrebbero essere assunte? Sarebbero già due problemi risolti”.

BARBIERE DI SIVIGLIA: A ODERZO UN VERO SUCCESSO

Posted by Varo De Maria On agosto - 1 - 2014 Commenti disabilitati su BARBIERE DI SIVIGLIA: A ODERZO UN VERO SUCCESSO

 Maria Grazia Patella

 

Di Varo De Maria

Prima di parlare dell’ultimo evento, la messa in scena dell’Opera ‘Il Barbiere di Siviglia’ a Oderzo (in provincia di Treviso) soffermiamoci sugli organizzatori. Sono due veri gladiatori rimasti in vita dopo 24 anni di lotte nell’arena (pardon, in piazza) contro le crisi economiche, una burocrazia asfissiante, l’insensibilità di una parte dei poteri costituiti e le continue intemperie atmosferiche (che negli ultimi anni hanno creato non pochi problemi ai promotori  di eventi estivi all’aperto):  parliamo di Maria Grazia Patella (ex soprano) e del marito e tenore di fama internazionale Miro Solman Busolin, che insieme gestiscono la manifestazione Opera in Piazza che s’ispira al grandissimo tenore del passato Giuseppe Di Stefano.

 

Ma a differenza di quanto avveniva nelle arene romane, da queste parti mai nessuno ha voltato il pollice in giù. Al contrario, l’intero pubblico, fatto da numerosi turisti provenienti anche da Paesi come la Germania, la Francia, l’Austria e la Slovenia ha sempre seguito con intensi applausi alle varie rappresentazioni operistiche (fatte all’aperto d’estate e al chiuso d’ inverno) attivate dall’Associazione Oder Atto II,  promotrice del Festival opitergino e che, nel corso dell’anno, organizza  anche spettacoli di balletto, concerti sacri, lirici, sinfonici, nonché incontri musicali di promozione sia in Italia che all’estero. L’ultimo spettacolo si è svolto (sotto l’incubo della pioggia) l’11 luglio scorso. In scena, appunto, il Barbiere di Siviglia di Gioachino Rossini sotto la Regia Jaki Jurgec e con il direttore Simon Krecic. Ottimo l’intero cast, con in testa i principali interpreti: il basso originario di Treviso Roberto Scandiuzzi (nel ruolo di Basilio) che ha cantato insieme al soprano Sonia Peruzzo (Rosina). Inoltre si sono distinti il possente baritono, nato a Bergamo, Gabriele Nani (Figaro) e il morbido tenore  Alfio Vacanti (Almaviva), Giuseppe Esposito (Don Bartolo) e l’incisivo Francesco Palmieri. Hanno cantato anche Elisabetta Battaglia e Zdravko Perger.

 

Qualche altro dato sull’Associazione che organizza gli eventi: si tratta di un’Associazione senza scopi di lucro. I soci sono prevalentemente imprenditori, avvocati, professionisti, artisti, artigiani e operai, tutti grandi amanti della lirica. Intorno agli organizzatori gravitano circa 200 persone. ‘Opera in Piazza’ da diversi anni ha anche stabilito un’intensa collaborazione con il Teatro dell’Opera sloveno di Maribor. Da sottolineare, poi, che gli organizzatori di Opera in Piazza sono stati praticamente i pionieri di questo tipo di spettacolo all’aperto, che ha trovato in seguito emulazione e diffusione  in diverse altre località. Ma oltre ad aver dato il via a un enorme interesse verso la cultura musicale, in particolare operistica nel Nord-Est, ha offerto a molti di giovani la possibilità di mettersi in gioco, di lavorare e fare un’esperienza concreta per entrare nel mondo dello spettacolo.

 

Da segnalare, poi, che sabato 22 novembre al Palateatro di Oderzo andrà in scena il balletto ‘Giulietta e Romeo’ con musiche di Prokofiev  eseguito da Solisti, Corpo di Ballo, Orchestra, scenografie, costumi e luci del Teatro  Nazionale dell’Opera di Maribor. Infine, domenica 7 dicembre alle ore 16 nel Duomo di Oderzo ci sarà il concerto natalizio che praticamente concluderà  il  Festival con il Coro dell’Istituto Comprensivo di Vedelago (TV). Sono previste musiche di autori vari, con l’esecuzione del coro ‘Le cinque note’ diretto da Chiara Cattapan e la partecipazione del tenore Michele Manfré.

Per informazioni: info@operainpiazza.it www.operainpiazza.it tel. 0422 815251

 

L’IMPORTANZA DEL TELELAVORO SUL PIANO SOCIALE ED ECONOMICO

Posted by Varo De Maria On agosto - 1 - 2014 Commenti disabilitati su L’IMPORTANZA DEL TELELAVORO SUL PIANO SOCIALE ED ECONOMICO

  Roberto Spagnuolo

 

Di Varo De Maria

Romano, classe 1969, due figli, laureato in economia e commercio e giurisprudenza, Roberto Spagnuolo per dieci anni si è occupato nell’analisi dei processi aziendali e personalizzazione del sistema informatico. Dopo aver implementato un nuovo software gestionale per l’Alitalia, per sette anni si è occupato di consulenza e formazione per grandi enti pubblici, come Tim, Poste Italiane ed Enel. Nel 2008 è entrato nella Corte dei Conti come funzionario analista, presso le Sezioni Riunite in sede di Controllo (sede Roma), per collaborare alla preparazione della Relazione al Parlamento sul Rendiconto generale dello Stato; inoltre è membro del Nucleo Tecnico sul Costo del Lavoro pubblico a supporto sia della certificazione economico-finanziaria dei CCNL dei dipendenti pubblici, sia del referto annuale al Parlamento sul Costo del lavoro pubblico. Attualmente viene considerato uno dei grandi esperti in Italia di telelavoro, sia dal punto di vista economico che giuridico. Ed è in questa veste che lo abbiamo intervistato.

 

Cosa s’intende esattamente per telelavoro?

 

È piuttosto difficile incasellare un fenomeno multiforme come il telelavoro. Manca una definizione univoca visto il necessario approccio pluridisciplinare ch’esso implica, pertanto ogni branca ne ha costruita una più o meno strutturata. Per Jack Nilles, a cui si riconosce il conio del termine telework negli anni ’70,  era “ogni forma di sostituzione degli spostamenti di lavoro con tecnologie dell’informazione”. Al tempo, in California, il problema erano i trasporti a causa dello shock petrolifero. Oggi una definizione più idonea, dal punto di vista organizzativo, dovrebbe essere anche la più generica possibile visto la capacità camaleontica delle tecnologie della comunicazione e dell’informazione: ogni modalità di esecuzione di un’attività lavorativa svolta in qualsiasi momento da una qualsiasi sede esterna (fissa o mobile) alla sede aziendale, mediante l’uso, anche discontinuo, della telematica.

 

Il telelavoro in Europa è stato introdotto nel 2002 mentre in Italia per il settore privato la disciplina del telelavoro è stata regolamentata dall’accordo interconfederale del 9 giugno 2004. A dieci anni di distanza che giudizio e quali sono i punti positivi e negativi di questo accordo?

 

Il telelavoro, organizzativamente, era già introdotto in Europa ben prima del 2002, ma le forze sociali si sono rese conto più tardi del valore e dell’impatto che poteva avere per i lavoratori come vera strategia occupazionale. Il 2004 è stato fondamentale per la tutela diretta del telelavoro in Italia se si pensa che da principio, negli anni ’70, veniva addirittura ricompreso nella medesima disciplina del lavoro a domicilio.   L’ambizione degli accordi era modernizzare l’organizzazione del lavoro e conciliare vita lavorativa e vita sociale, ma la lettura del fenomeno ancora lo interpreta come accessorio al lavoro tradizionale, piuttosto che elemento costitutivo di una nuova modalità e mentalità lavorativa. Il beneficio dell’accordo è stato piuttosto in termini di garanzia: i telelavoratori devono essere considerati a tutti gli effetti alla stregua degli altri, per diritti e tutele. Tuttavia ciò rappresenta anche il limite di lettura del fenomeno, è difficile seguire e disciplinare lavoratori che la diffusione della telematica segmenta sino a renderne difficoltosa l’aggregazione degli interessi identitari.

 

E’ possibile quantificare i vantaggi del telelavoro sul piano occupazionale, mobilità delle persone e stress lavorativo?

 

È difficile limitarsi ad una visione quantitativa perché non mancano politiche labour saving che sfruttano gli incrementi di produttività ch’esso comporta. Le attività telelavorabili sono sostanzialmente di due tipi: quelle a basso valore professionale, ripetitive e facilmente standardizzabili nelle procedure operative, dall’altro, le attività ad alto valore aggiunto professionale e tecnico, le cui procedure esecutive sono piuttosto personalizzate e pertanto difficilmente controllabili in itinere, ma lo sono nel valore finale della prestazione su cui sono misurate.   Nel primo caso il telelavoro, per obiettivi di costo, porta presumibilmente un calo occupazionale, la mera delocalizzazione dell’attività ne è un esempio, nel secondo caso i servizi professionali ad imprese e famiglie hanno un nuovo canale di espressione che amplia il bacino di utenza, allargando l’offerta laddove la domanda sovrabbonda e  soddisfacendo nuove domande laddove prima l’offerta era tecnicamente impossibile. Lo stesso sviluppo delle nuove tecnologie telematiche, dovuto anche alla domanda di telelavoro, crea nuovi servizi e nuove competenze prima inesistenti. Inoltre il gap formativo dell’Italia rappresenta un imbuto per la domanda di lavoro per via telematica, l’offerta ci sarebbe ma è frenata.

 

Come viene applicato il telelavoro nella pubblica amministrazione?

 

Ad oggi direi che rappresenta ancora un’applicazione marginale, per non dire sperimentale. Formalmente tutti i contratti dei comparti la riportano ma in pratica c’è una forte farraginosità tecnico-giuridica, visto che si concepisce il telelavoro soprattutto da altra sede fissa, con la pedissequa replicazione dei risvolti disciplinari sul potere datoriale, controllo e sicurezza del lavoratore. Si sarebbe potuto sfruttare meglio anche per la PA uno strumento che il legislatore nazionale ha previsto nella gestione organizzativa del lavoro con la Legge 148 del 2011 come sostegno alla contrattazione collettiva di prossimità.   La norma consente, proprio nell’organizzare il lavoro con le nuove tecnologie, anche di derogare alla legge e ai contratti collettivi nazionali, con la dichiarata finalità di migliorare l’occupazione, la competitività, i salari e le nuove attività. Occorrono regole più flessibili, non basta applicare le vecchie al nuovo se esso le destruttura nelle fondamenta. La recente nascita del progetto smartwork (lo smartwork è un’evoluzione «leggera» del telelavoro con cui si può decidere se stare a casa o in ufficio, a seconda delle esigenze produttive del momento. n.d.r.)  ne è un esempio concreto, tuttavia, anch’esso necessita di più fiducia e responsabilità ai lavoratori proprio attraverso i patti di prossimità.

 

Secondo un’indagine compiuta nel 1999 dall’Istituto europeo di ricerca empirica ECATT (Electronic Commerce and New Methods of Work)  i lavoratori dipendenti che prestano la loro attività con la modalità del telelavoro costituiscono in Italia  l’1,57% del totale della forza lavoro (contro una media europea dell 1,96%). Se si comprendono nel computo anche i lavoratori autonomi e parasubordinati, nonché i telelavoratori “occasionali”, la percentuale sale al 3,59% (contro la media europea del 6%). Nel frattempo questa forbice tra l’Italia e gli altri Paesi è diminuita o aumentata?

 

Il divario è in crescita visto che è il contesto di sviluppo il problema. Non solo politico per la mancanza di programmi condivisi e incentivanti ma anche normativo per il dovuto adeguamento di una regolamentazione ancora rigida, tecnico per il ritardo nella diffusione della banda larga su tutto il territorio, organizzativo per l’incompleta dematerializzazione delle attività della PA, culturale per la mancanza di fondo di una educazione digitale dei cittadini prima e dei lavoratori poi. La rigidità emerge specie nei rapporti di subordinazione dove, la sola applicazione del telelavoro, comporta già di per sé una forma di surrogazione dei poteri e controlli datoriali mediata proprio dall’autoresponsabilità del lavoratore e dallo spostamento di parte della valutazione sul prodotto finale.   Surrogazione che può essere più o meno strutturale, rendere più o meno evanescenti i confini tra lavoro subordinato e autonomo, così come le relative separate statistiche. Ciò che conta infatti è la diffusione della modalità lavorativa, il fatto che tra i subordinati ci sia una percentuale inferiore dipende soprattutto dalla disciplina di riferimento e dalla volontà e cultura organizzativa degli attori.

 

Quale dovrebbe essere il principale provvedimento che il Governo dovrebbe adottare in materia di Telelavoro?

 

Il telelavoro oggi esige per la sua applicazione di una nuova negoziazione tra le parti, perché occorre tararlo sia alla necessità organizzativa sia alla disponibilità e capacità lavorativa di ogni individuo. Il telelavoro porta con sé un qualità specializzante, spesso imprescindibile dall’attività come nel mobile telework, la quale richiede l’operosità delle parti coinvolte per raggiungere il fitness disciplinare, cosicché non sia l’organizzazione a subire, oggi, la norma generale che è nata per rafforzarne le modalità produttive, di un tempo.   Il Governo in materia di organizzazione e produzione ha fatto un primo concreto timido passo nel 2011, consentendo alla contrattazione di prossimità di adeguare alcuni istituti contrattuali secondo necessità. L’ambito d’intervento però è molto ristretto, la finalità della norma ben arginata. Occorrerebbe una maggiore autonomia disciplinare dell’organizzazione del lavoro. Autonomia che non significa procedere ad nutum (in diritto civile, ad nutum si definisce il licenziamento del lavoratore da parte del datore di lavoro senza che questi debba giustificare la propria volontà di recedere, con l’unico obbligo di darne preavviso alla controparte o, in mancanza, di corrispondere a essa un’indennità equivalente all’importo della retribuzione che spetterebbe per il periodo di preavviso n.d.r.). ma con linee guida ben definite, con una nuova soft law (disciplina flessibile n.d.r.) che segua sussidiariamente l’accordo europeo del 2002, a garanzia dei diritti indisponibili alle parti, lasciando al quadro legislativo la funzione di parametro default (parametri facoltativi, n.d.r.) in caso di assenza di contrattazione di prossimità derogante.

 

Nell’ambito di un nuovo Stato sociale in che misura il telelavoro potrebbe migliorare le condizioni dei lavoratori e di tutte le altre persone?

 

Tra i benefici quello sociale è stato uno dei primi ad essere messo in rilievo, ad esempio con il minor traffico e inquinamento. Sede e tempo di lavoro non vincolanti l’intera giornata consentono di sostituire le relazioni d’ufficio con le più importanti relazioni familiari e sociali. Valorizzare le capacità personali dando più responsabilità a chi telelavora contribuisce ad accrescere l’autostima, ciò migliora il risultato non solo del singolo ma anche quello finale all’utenza. Cambia la socializzazione tra colleghi se il lavoro si misura in risultati e non in tempi, vengono a crearsi di volta in volta collaborazioni secondo necessità contingenti, dal miglior risultato il guadagno è maggiore per tutti.   Il valore del singolo si amplifica nei gruppi di lavoro e telelavoro. I benefici economici sarebbero però a medio/lungo termine per la società, se si cercano solo quelli finanziari a breve è sufficiente delocalizzare finché si può, creando però diseconomie sociali.

 

I guadagni di produttività emersi dagli studi si tradurrebbero in maggior salario e introiti fiscali, che possono essere in parte finalizzati all’istruzione e formazione proprio  per creare e supportare la vita lavorativa a distanza; all’assistenza laddove il lavoratore abbia più difficoltà nel riqualificarsi, specie se di tipo tradizionale. Senza contare le economie esterne dovute all’assenza di continui picchi di traffico e inquinamento nelle grandi città, che diverrebbero più a misura di bambino, oltre al ragionevole calo della speculazione immobiliare locale, dovuta all’abbattimento della domanda nei pressi delle concentrazioni di uffici, ormai di discutibile utilità. La motivazione liberale che valorizza la personalità del lavoro a distanza necessita, tuttavia, di una guida nella condivisione dei nuovi tempi di vita, al fine di valorizzare la socialità che telework e smartwork possono creare.

 

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